Feeds:
Articoli
Commenti

[Riflettendo sui sempre più diffusi glaciali inquieti lucidi universi interiori anoressici… Studentesse, raramente studenti, intelligentissime, sensibilità acutissime, mute disperazioni chiuse in una ascetica corazza che vuole controllo e purezza all’altissimo prezzo di svuotarsi di tutto quanto può scuotere emozioni facendo dilagare l’angoscia per la verità terribile che la lungimiranza dello sguardo da poco aperto sul mondo intravede. In attesa che l’altro possibile sguardo – al di là del nichilismo e il dolore – si apra, nell’invito alla consapevolezza e al morso trattenuto che accoglie la propria impurità. Nella disarmante constatata impotenza a scalfire la vuota corazza. Senza potere indicare strada o dare un aiuto, se non quello della vicinanza nel fare.

Ma anche accogliendo le lente guarigioni delle “mie” anoressiche (di G., di E., di P. … e altre), miracoli che spesso semplicemente, lentamente, accadono, con l’aiuto di altre mani]

***

 Ho voluto sempre che ammiraste il mio digiuno» continuò il digiunatore.

«E noi, infatti, ne siamo ammirati» disse condiscendente il custode.

«E invece non dovete ammirarlo» replicò il digiunatore.

«E allora non lo ammireremo» rispose il custode, «ma poi perché non dobbiamo farlo?».

«Perché sono costretto a digiunare» continuò il digiunatore.

«Ma senti un po’» disse il custode «perché non ne puoi fare a meno?».

«Perché io» disse il digiunatore, sollevando un poco la sua piccola testa e parlando con le labbra appuntite come per un bacio proprio all’orecchio del custode, «perché non riuscivo a trovar il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato non avrei fatto tante storie e mi sarei messo a mangiare a quattro palmenti come te e gli altri».

(“Un digiunatore” Franz Kafka)

————————-

La mia mente è come la mano che guida un burattino di legno, rigido, tenace. La mano cerca di dar vita a uno spettacolo…; talvolta però incrocia i fili del suo burattino rendendo più difficile il movimento o addirittura li rompe. In questo caso il burattino cade, afflosciandosi su sé stesso e non è più in grado di rialzarsi… se non con l’aiuto di un’altra mano”

( Giorgia C.)

*****

Digiunatori

Non riuscivo a trovare il cibo che mi piacesse”: questo alla fin fine confessa il digiunatore del celebre racconto di Kafka al custode che lo accudisce negli ultimi attimi della sua vita.

Al termine della sua vita che in tale digiuno è letteralmente consistita, al termine dell’estrema tensione in cui tale vita si è consumata (e che il pubblico che, nel racconto, fa da spettatore al digiuno non può che in qualche modo ammirare), il digiunatore questo rivela: qualora un cibo gli fosse piaciuto, qualora qualcosa avesse alimentato il suo desiderio, avrebbe perciò potuto farlo mangiare (e perciò sopravvivere).

Così – in modo analogo nella misura in cui l’aiuto dell’altro è incontro che innesca un desiderare“l’aiuto di un’altra mano”, (così pensa e scrive G., che l’anoressia ha attraversato) è quanto può far rialzare (e far muovere e rivivere) il corpo (il burattino di legno), crollato spossato sotto la troppo rigida guida di una mente che cerca(va) solo adeguarlo alla perfetta esecuzione di una parte in recita in cui non palpita(va)no più, soffocati, relazione e desiderio, che l’anoressia ha ((aveva) schiacciati.

Forma folle della purezza

Nell’anoressia è in gioco (anche) tutto ciò cui i due testi alludono.

In gioco sono cioè il senso della vita e la relazione con l’altro. In gioco sono sguardo su sé e sguardo degli altri. In gioco sono il desiderio, nel suo rapporto con il controllo, l’acquisizione e la perdita.

Continua a leggere »

images (1)

Se gli umani nascessero liberi non si formerebbero – finché fossero liberi – alcun concetto di bene e di male

(Spinoza, Ethica 4.68)

***

Nel mondo in cui siamo, per come ci appare entro l’interpretazione in cui consistiamo, siamo attorniati da cose. In questo mondo accadono eventi che reputiamo essere bene o essere male. Ma – per come intendiamo essere le cose in sè – non attribuiamo loro – alle cose – la responsabilità del bene o del male.  Non è, ad esempio, merito o colpa del sole splendere o non splendere nel cielo; l’uragano in sé non è cattivo ma è ciò che è; la pietra che cade facendo danno lo fa per gravità e non per sua perfidia…

Ciò che non è pensante non è – così pensiamo – imputabile del bene e del male. Non avendo coscienza della sua coscienza (e quindi del suo agire) infatti la cosa non pensante non sa. Nemmeno sa perciò di bene o di male. Materia, pietre e piante, ma anche animali e macchine (nella misura in cui pensiamo non abbiano coscienza di sé e di ciò che fanno) non sono, in sé, né buoni né cattivi (se non metaforicamente, o per nostri propri giochi psichici proiettanti su altro quanto invece ci pertiene). Bene e male appaiono solo nelle autocoscienze, solo entro uno sguardo che li individui o ponga soppesandoli. Solo una coscienza che sappia e possa dire “io” sa (e quindi fa) del bene o del male.

E’ nell’apparire in cui il pensiero autocosciente consiste che si dispongono infatti segni, ossia significati e tra questi il significato “bene” e il significato “male” sono segni-valore. Segni che cioè si stagliano e ergono emergendo da uno sfondo-contesto e prendendo, su un corrispondente disvalore, lo spicco che gli compete secondo polarità oppositiva. Posto e esposto nel suo essere identico a sé, e perciò opposto al suo proprio altro, il segno-valore configura in tal modo il necessario rimando dell’un polo all’altro (quali opposti che si negano l’un l’altro). Per concepire il bene si deve dunque concepire il male, e viceversa. Non si danno perciò bene o male in sè quali determinazioni isolate, ma solo quali implicantesi l’una con l’altra. 

La polarità in cui l’opposizione bene/male consiste non è però immediatamente posta.

Continua a leggere »

Corpi

Il mondo è corpo.
Corpo esteso nell’apertura dello sguardo in cui l’apparire si mostra e dispone.

Mondo è quindi il concepibile in quanto spazio, nel suo essere consistenza, nel suo prendere corpo.

***

Nel mondo, noi siamo corpo.

Non certo il corpo inerte cadavere descritto dal sapere anatomico: quel corpo è soltanto un pezzo di mondo. Nemmeno siamo il corpo macchina, descritto dal sapere fisiologico: quel corpo è un costrutto teorico; per quanto correlativo al corpo vissuto ne è solo ana-logia.

Noi siamo corpo nel senso che siamo corpo vissuto: corpo estensione (nel suo essere laddove mi alloco, da cui mai mi disloco ovunque io sia oppure io vada), corpo proprio quale oscura ombra in cui innanzitutto consisto e pulso, apertura di spazio (il mio spazio) che batte incessante in sé stesso i ritmi del tempo (il mio tempo).

Noi siamo corpo, ossia corpo vissuto: corpo senziente dolente o gaudente. Corpo pensante (e per questo pensato)

***

Anche ciò che è altro da noi (noi corpi vissuti, noi i viventi) è corpo: si estende là fuori, occupando il suo posto nel mondo. Ma chiuso e sigillato nel suo in sè segreto.

Continua a leggere »

Alienazione

Diventare altro: l’impossibile

Ogni essente è l’essente che è.

È cioè ció-che-è. Non è, quindi, l’altro da sé (in una formula: “A é A e non è nonA”).

Ciò implica che l’essente é sé. É sempre sé, quindi mai altro. Perciò mai può diventare altro da quel che è. Se infatti, nel supposto diventare altro, A persistesse diventando egli altro, l’esito del diventare sarebbe ribadire A, che non sarebbe altro. Se invece, nel diventare altro, ad A subentrasse altro, avremmo – nell’esito del diventare altro – un altro, quale successore in una sequenza in cui ad A seguirebbe nonA. Non avremmo che A è diventato – esso A – altro. Avremmo: prima A, poi nonA.

Nel diventare altro l’essente dovrebbe invece nell’esito né essere più semplicemente sé né essere sostituito da altro. Nel risultato (nonA) del diventare-altro, il cominciante (A) dovrebbe cioè confluire nell’altro, senza restare sé stesso, identificandosi così all’altro.

Nel risultato del diventare altro si dovrebbe quindi produrre che “A=nonA”. Ma perciò diventare altro é quindi contraddizione, cioè un impossibile. “A=nonA” in cui il diventare altro consiste sarebbe cioè – come ogni contraddizione, nulla più che segno significante il cui contenuto – in quanto contraddittorio – è nullo.

Altro: altrove

Ogni essente, qualunque esso sia, dal più umbratile e evanescente al più imponente o importante, non è dunque il suo altro, né mai può, il suo altro, diventarlo.

Ma il suo non essere l’altro è, proprio nel suo non esserlo, essere in relazione all’altro. Il non essere nonA da parte di A (e viceversa) implica infatti la relazione, in cui la negazione consiste, tra A e nonA.

NonA, in quanto polo effettivo di una relazione, non è cioè solo assenza di A. É un qualcosa, un universale che, in quanto tale, include ogni possibile sua individuazione: include cioè B, e C, e ogni altra determinazione concepibile diversa da A.

Ciò che A non è, con cui A – negandolo – é in relazione, è quindi un positivo, un altro determinato.

L’altro dunque è. Ma, rispetto all’allocazione di A, non può che essere altrove.

Perciò A, che è quindi insieme all’altro, dall’altro è attorniato.

Piano logico, piano ontologico. L’errore

Se da un lato dunque diventare-altro è impossibile, ogni essente sul piano ontologico – nel quale si dispongono, insieme, e l’essente e il suo altro – é sempre sé.

Anche sul piano logico – nella misura in cui il dire intende corrispondere alla strutturazione dell’essere – gli elementi logici sono perciò ciò che sono.

Continua a leggere »

Lo scambio simbolico

Nelle società arcaiche – questo secondo molti studi, in primis il Saggio sul dono di Marcel Mauss, emergerebbe dai dati antropologici – la forma originaria della relazione sociale sarebbe lo scambio simbolico in cui il dono consiste.

Sarebbe cioè il dono, ossia il dare senza contraccambio, ciò che istituirebbe originariamente i rapporti sociali. Su di esso – prima che su qualsiasi altra forma di scambio – si innesterebbe cioè il legame sociale. Non l’utile, non il baratto né lo scambio di merci o di moneta, non la ratio calcolante, non il do ut des fonderebbero e reggerebbero dunque le società originarie, quanto piuttosto il gesto, in fondo uno sperpero, del dare in un gesto simbolico, senza contropartita apparente e immediata, in cui il donare consiste.  

Donata – questo attesta l’osservazione dei comportamenti in alcune società primitive – spesso è un’eccedenza, magari dissipata nella festa o nella sfida simbolica dei potlach, tesi a esibire potenza e magnificenza del donatore, descritti da Boas. Ma donato può essere peraltro anche quanto sarebbe al donatore utile o magari indispensabile. In entrambi i casi il senso del gesto è che, senza esplicita richiesta o garanzia di contraccambio men che meno di contraccambio immediato, chi dona depone le lance e si espone cedendo qualcosa di suo o di sé nella perdita di quanto è sua forza o quanto potrebbe dargli forza. Indebolendosi dunque e rafforzando, nel consumo o nell’acquisizione, chi il dono riceve, il donatore si rende apparentemente più inerme, mentre ll destinatario del dono è valorizzato riconosciuto degno del dono ed è rafforzato da quanto riceve.

Ma il destinatario del dono non è solo fruitore avvantaggiato del gesto, men che meno passivo fruitore. Nel gesto è coinvolto e anch’egli è in gioco, preso nella rete che, col dono, anche su di lui si tesse. Il donare non è cioè mai un puro e semplice dare: è, per quanto apparentemente unilaterale, in realtà una forma di scambio. Il fruitore deve infatti, anch’egli deposte le lance, per lo meno riconoscere il gesto del dono e, in risposta, il dono deve mostrare accettarlo. Già nel cenno di accettazione si avvia l’intreccio di una relazione. Nel cenno può venire il ringraziamento. Può venire l’esigenza di un successivo ulteriore dono di contraccambio.

Nel donare è cioè proposto un vincolo. Nell’accettazione del dono questo vincolo è stretto nel suo nodo. Da qui si diparte e si sviluppa vicenda.

Il potere inerme del donatore, che in ogni donare si esprime, apre così una convivialità. E la probabilità di una restituzione, di un contraccambio. Cui seguiranno perciò altri doni, vicende, altre relazioni sociali.

Nell’età della merce, l’arcano del dono

La pratica sociale del dono è dunque arcaica, radicata nelle pratiche umane istitutive della relazione sociale.

Anche oggi, per quanto edulcorata e subordinata alla forma imperante della merce, è più e altro che una semplice consuetudine o un modo di esprimere gli uni verso gli altri buoni sentimenti. Non è solo (anche se è pure) semplice prassi sociale attinente agli usi (dei doni per le occasioni e le feste) e la generosità individuale. Non è solo modo per dare per qualche motivo a qualcuno la piacevole sensazione del ricevere un dono portando l’attenzione su sé di chi il dono lo fa. Ne è prova il fatto che anche nel più ovvio prevedibile e banale dei doni entrano in campo sentimenti complessi, quasi mai riducibili solo a generosità e gratitudine.

Continua a leggere »

„Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre
fare l’imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile.“
(Woody Allen)

***

Accade… Tra le parole e i convenevoli che si dispiegano nello spazio delle relazioni sociali qualcuno fa una battuta di spirito. Una parola azzeccata, un gioco di parole, un gesto, induce un sorriso (o un ghigno), magari fa prorompere una risata. Qualcuno – si dice in tali casi – fa dell’umorismo.

Si insinua allora, o irrompe, un quid che marca la comunicazione. Sia che ciò abbia una funzione eversiva rispetto all’ordine del discorso che si sta articolando o che – come in alcuni copioni sociali è – sia invece magari pure richiesto o previsto, comunque, quando nel discorso in tal modo entra dell’umorismo, nel fluire della relazione una nuova nota suona, si apre uno stacco.

Qualcosa apre un varco.

Dell’altro entra in scena.

O-scena allegria

Qualcuno – interloquendo con altri entro un contesto – con un gesto o a parole, in modo diretto o con più o meno velata ironia, svela allora del mondo, del solito mondo in cui si dipanano i consueti copioni, un lato che stava fuori la scena (in qualche modo perciò lato o-sceno): il lato comico, divertente, umoristico.

Un gioco di parole, un incrocio di significanti in un lampo scoprono allora un nesso tra significati che lo sviluppo del discorso atteso e prevedibile invece tendeva a tenere distanti. Un fatto di linguaggio incrina in tal modo, o scompagina, serietà e posatezze. Qualcosa si mostra, in realtà incongruente ma non poi così tanto, inducente al sorriso o al riso: energie compresse incidono – nel sorriso in un abbozzo di gesto e apertura, o nel riso scuotendolo – sul corpo vivo dei parlanti smossi in tal modo da una energia: si ride.

Continua a leggere »


Ricordo bene: lo avevo capito…

I pensieri si erano finalmente inanellati in fluida cogenza.

Il ragionamento si era dipanato esatto, sviluppandosi in tutti i suoi precisi minuziosi passaggi. In nitida evidenza, passo passo, snodo dopo snodo, i nodi aporetici, uno ad uno, li avevo sciolti, in perfetta sequenza. L’enigma decifrato aveva lasciato approdo alla conclusione. Il vero, finalmente illuminato, era lì: evidente. Un unico nesso includente premesse e conclusione, nell’articolata necessaria struttura del pensiero si era saldato e disposto.

Avevo finalmente capito (il teorema, una situazione, il senso di un gesto o di una frase, l’essenza profonda di una persona…: una verità, insomma)

Dimenticanze

Lo avevo capito…

Ma ora – qui ora – ricordo solo null’altro che questo: che lo avevo capito. Se cerco però su due piedi di rammemorare come ero arrivato a capirlo o se tu me ne chiedi resoconto e ragione, se cerco cioè di ricordare in che modo vi ero arrivato e quindi cosa avevo esattamente capito, questo, qui ora, me lo sono scordato.

Succede… Quando accade, capita dunque che al più mi ricordi la conclusione cui ero approdato, la tesi colta quale punto d’arrivo. Ma anche questo, persino questo, a volte, così su due piedi, mi sfugge.

Capita allora di essere certo che ne ero sì certo, ma non ricordo esattamente certo di cosa. Men che meno allora ricordo il decorso di tutti i passaggi del ragionamento nella precisa forma che avevo compreso: non ricordo i perché della conclusione di cui – lo ricordo – avevo raggiunta certezza.

Ne avevo – ricordo bene – avuta evidenza in idea chiara e distinta. Tenevo in pugno una verità. Che però ora, scordata, non tengo più. Ci devo perciò di nuovo pensare. Quanto ora mi sfugge lo devo di nuovo riprendere…

La tela che avevo tessuto si disfa… La devo ritessere ogni volta di nuovo….

Volti… gesti… voci…

Cerco di ricordarmi quel volto… quel gesto.

Ma il ricordo è sbiadito.

Particolari mi sfuggono e, più ci penso – senza troppi dettagli che ora non ricordo ma che erano quelli che gli davano vita – quel sorriso, quel certo sguardo, la mia mente non li sa in realtà più immaginare.

Quelle certe fattezze che cerco di far tornare alla mente – fattezze che avevano l’insostituibile pregnanza di senso cui rimandavano – me ne accorgo, nella loro precisa configurazione sono ora svanite dalla mia mente o al più solo vagamente accennate nel mio ricordo di esse….

Cerco di far risuonare dentro di me quella voce. Unica. Differente da tutte le altre. Ma non ci riesco. Non ne ricordo più il timbro esatto. Non riesco a risentirlo dentro di me. Né riesco a farne risuonare dentro di me la cadenza precisa, né le inflessioni che la contraddistinguevano. Inconfondibile, il suono in cui consisteva era corpo di chi mi parlava (e interessava). Non riesco però a richiamarlo alla mente così come era. Anch’esso è scordato….. Continua a leggere »

Autenticità

Q

Quando ho esaurito le giustificazioni

arrivo allo strato di roccia, e la mia vanga si piega

(Ludwig Wittgenstein. Ricerche filosofiche, §217).

***

Nel mondo in cui siamo – sempre più digitalizzato, sempre più infosfera, sempre più “social” – l’esposizione di sè in immagine, negli spazi interfacce in cui le informazioni si fissano e circolano (negli schermi cioè dei vari supporti elettronici in cui proponiamo noi stessi), si pone come un valore.

Da questo valore dipende molto del proprio riconoscimento e successo sociale. E ciò tanto più quanto più ad essere esposto è quanto più riteniamo ci individui, cioè tanto più quanto più ad esporsi è qualcosa che proponiamo come quello che siamo davvero. Tanto più dunque quanto più ad esporsi è ciò che più ci distingue nella nostra unicità irriducibile.

Molto spesso riteniamo ciò debba avere a che fare con la nostra intimità. Mostrarsi anche il più possibile senza veli in quei tratti che intendiamo proporre come ciò che per davvero siamo fa perciò parte del gioco cui la comunicazione in immagine (via social, o sul modello proposto da molti dei format televisivi più nazional-popolari) ci invita.

La civiltà dell’immagine – questo ne consegue – ci chiede dunque e ci induce – così parrebbe – ad essere davvero noi stessi e ad esporsi per quel che davvero si è. La civiltà dell’immagine ci chiede dunque – così parrebbe – niente meno che di essere e mostrarci in autenticità.

***

Nella dimensione più profonda che sostiene, irradiandovisi, tutta la superficie in cui si espongono le immagini che depositiamo nel mondo, nella dimensione cioè percepita più intima e nostra e dunque più autentica, alcuni momenti sono vissuti quali istanti estatici.

Quando questi momenti si danno, ci si squadernano rivelazioni. Anche certi snodi in certe relazioni si rivelano come tali figure perfette. Questi sono i momenti e le situazioni in cui sentiamo – nel nostro vissuto più proprio – autenticità e per quanto tali momenti siano rari, sono tuttavia tali da fungere quali poli di espansione di senso in tutto quanto fa loro da alone e in ciò in cui si depositano.

Continua a leggere »

Inquietudini

1

Diventa ciò che sei”

(Friedrich Nietzsche)

*

“L’unico modo di andare d’accordo con la vita è essere in disaccordo con noi stessi“ 

(Fernando Pessoa)

***

L’attimo – in cui si illumina il presente che via via ci invade e in cui tutta la nostra vita via via si concentra – è sempre attraversato da tensioni e perciò non sosta. Passiamo sempre oltre l’istante in cui – pur sospesi un momento – mai restiamo. Mai acquietati né acquietabili in un approdo, noi siamo inquietudine.

Nella luce dell’apparire – la luce in cui consisto, permanente sfondo – l’accordo col mondo è assecondare questo lento spostamento nel dipanarsi dello spettacolo che si dispiega. Questo spettacolo ci capta. Ipnoticamente attratti in esso, là, un po’ più in là, sempre ci chiama.

La quiete in cui nell’attimo mi poso perciò si smuove. Da questo spostamento io vengo. In questo spostamento io consisto. Qui è ogni tensione, ogni desiderare, ogni vibrazione che muova la mente e i sensi, e anche ogni collasso in trauma. Questa è l’inquietudine che mi pervade.

Noi siamo inquieti. E lo siamo perché vivi. Poichè vivi, i nostri corpo e mente hanno dinamiche e energetiche. Perciò hanno inquietudini. Inquieto è il godimento di esserci qui ora, ma anche la tensione del nesso al prima e al poi inquieta. Nell’inquietudine di cui siamo perciò intessuti la tensione che tutto ciò comporta è, nel fondo, anche la sottile sofferenza dell’essere spinti altrove volendo restare qua e dell’essere qui tendendo altrove.

Questa sofferenza è nel profondo. Più sei perciò profondo e quindi più vai nella profondità che – per lo più inavvertitamente – abiti, più – tanto o poco, ben delineata o vagamente presentita che sia – l’inquietudine, che sempre già c’è, emerge.

L’inquietudine in tal modo pungola, incita, spinge all’attrazione verso il mondo e gli altri. Ma insieme rode, negando sosta in pace e quiete dell’abitare nel puro istante. Per l’inquieto nessuna casa è mai una volta per tutte definitivamente sua, nessuna sosta è definitiva, nessun incontro è per sempre. Purtuttavia l’inquietudine nemmeno lascia che ciò che deve andare vada: nella tensione vibrante e oscillante, in cui essa consiste, quanto va è preso per la giacca, trattenuto. Nell’inquietudine, in ogni provvisoria quiete  raggiunta (in quanto è solo nella quiete che l’inquietudine ha il suo nido), in una sospensione (e)statica – assente la quale ogni tensione perde il terreno su cui poggia – ogni essente è chiamato tirato da una parte ma insieme anche da un’altra.

vv-1

Nell’insieme delle tensioni contrapposte, in cui l’inquietudine consiste, un’energia cerca così sbocco, ma non si lascia andare e perciò si accumula e ingorga: inquieta. In tal modo però l’inquietudine, se non lacera, spinge in avanti. In questo senso è radice e lievito di ogni nostro godimento e di ogni nostro soffrire. Archi tesi, concordanti discordanti nel vibrare di forze contrapposte – quali nell’eracliteo tutto fluente che tutto include – gli inquieti solo in tal modo possono scoprire sè.

Io incontro me stesso, tu incontri te, in quel che (nell’inquietudine) ci accomuna. La mia inquietudine e la tua sono sì dunque anche sottile angoscia, che ben conosciamo ma di cui poco parliamo. Ma sono anche intensità e fermento, di cui solo l’inquieto è capace.

Se anche tu tutto ciò lo riconosci tuo, e dunque nelle mie parole (ri)conosci la tua inquietudine, mi comprenderai.

Continua a leggere »

Spesso il male di vivere ho incontrato

(Eugenio Montale)

Ostaggi

Piacere (nel senso epicureo dell’essere avvolto da un sentire in accordo a me stesso, o nel senso dell’essere in spinoziana letizia nella potenza del sè) e godimento (che è quanto il desiderio agogna, ma che al desiderio si oppone in quanto nella frenesia dissipante e stordente in cui il godimento consiste, il desiderio si spegne o attutisce) non sono esattamente lo stesso. Entrambi però (tanto quanto dolore e tristezza peraltro) mi appartengono.

Perciò – differenti tra loro sì, ma non separabili – piacere e godimento si intrecciano, sovrappongono, annodandosi in grumi difficili a sciogliersi.

In tal modo il piacere è per lo più commisto a tensioni, al dolore che nel godimento non stacca mai del tutto la presa. Non è raro, per questa commistione, che il desiderato deluda.

Perciò pare talvolta siano perse, nei comportamenti, le istruzioni per l’uso. Perciò quasi mai un fiuto sicuro guida diretto alle mete, che la commistione di godimento e piacere confondono.

Non solo si procede perciò spesso a tentoni, ma si insiste e persiste, troppo spesso – in una ricerca iterata sempre di nuovo (al più variante sfumature di modi) – proprio là ove in fondo sappiamo non esserci quanto davvero (il piacere, la gioia) dovremmo cercare.

Tutta questa compulsività, tutta questa fatica, tutto questo impiego di tempo, tutto questo insistere – testardi – proprio là dove esperienza e logica ci hanno invece già ampiamente insegnato esservi piuttosto delusione e dolore sono, almeno apparentemente, non senso: cieca spinta a dissipare sè o aspetti importanti del mondo del sé in coazioni fini a sè stesse, in direzione altra da ogni consaputa saggezza del proprio bene.

Continua a leggere »

(Relazione tenuta al Festival della Filosofia di Ischia 25.9.2021)

—–

Una notte, Zhuangzi sognò di essere una farfalla che volava leggera e spensierata. Dopo essersi svegliato era confuso, si domandò come potesse determinare se era veramente Zhuangzi quando aveva appena finito di sognare di essere una farfalla o una farfalla che aveva appena iniziato a sognare di essere Zhuangzi.

Ma essere la farfalla o essere Zhuangzi non è lo stesso.

(storiella taoista)

***

Se per universo si intende lo spazio cosmico (inclusivo di tempo, energia, materia, ecc…), universo è la totalità della natura, il contenitore unitario di tutte le molteplici cose che esistono in esso, le quali ne fanno tutte parte e dunque sono le sue parti. Rispetto a esse parti l’universo è dunque la totalità che le comprende, il loro insieme.

Nell’UNI-verso è dunque incluso tutto quanto appartiene alla natura (intesa come il riscontrabile in modo sensibile, soggetto alla trasformazione), al divenire. L’Uni-verso è quindi innanzitutto quanto in esso appare, e che quindi ne costituisce il verso, il visibile. Ma poiché il visibile implica l’invisibile (l’in sé di quanto appare, le leggi operanti nell’universo…), in quanto nell’universo c’è tutto, l’Universo include anche le sue leggi, e l’in sé di ciò che appare.

L’universo può perciò essere inteso, da un punto di vista logico, come la totalità oltre cui, di fisico naturale, non c’è nulla.

Noi questa totalità la possiamo e dobbiamo concepire, pensare.

Ma non lo esperiamo.

Non possiamo infatti averne esperienza effettiva. L’esperienza dovrebbe infatti l’universo poterselo porre di fronte, ma allora lo sguardo sarebbe esterno al tutto e l’universo non includerebbe tutto perché non includerebbe lo sguardo che lo vede.

La totalità in cui l’universo consiste è dunque una costruzione logica, un’idea, un costrutto mentale.

***

La nostra esperienza immediata relativamente allo spazio che pensiamo essere l’universo, l’evidenza che abbiamo di fronte (e sulla cui base costruiamo l’idea dell’universo), è invece quella di un orizzonte che si dispiega di fronte a noi secondo la prospettiva di un punto di vista.

Anche questo orizzonte, come l’universo, è uno e unico ed è spazio che include tutto ciò che ne fa ed è parte.

Nell’orizzonte aperto dalla prospettiva del punto di vista in cui l’esperienza immediata si dà, il dispiegato in esso, che è un universo, si struttura secondo un ordine che dipende dall’angolazione da cui l’orizzonte si apre e rispetto al quale si disloca tutto. Orizzonte contornato ai lati dell’angolazione dal limite di un orlo sfumato. Orizzonte indefinitamente (o infinitamente?) dischiuso in profondità di fronte.

Continua a leggere »

Corpo psichico

Inghiottire/espellere

In origine, neonato, il corpo-psiche inghiotte e espelle.

Vuole cioè riempire sè assimilando il vuoto e le cose, che intorno incombono. Vuole rompere penetrandovi la barriera che comprime, allontanare quanto impedisce il varco per il suo respiro e la sua potenza. In ciò (l’adattamento evolutivo certo ha la sua parte) cerca e ottiene spesso piacere.

Per provare piacere e cacciare dolore e fastidio perciò introietta o butta fuori, assimila o distrugge, avvicina o allontana. Il buono va inghiottito, assimilato; il cattivo espulso, sputato, distanziato.

Se Eros (la pulsione di vita) è la forza che aggrega e Thanatos (pulsione di morte) quanto spinge alla separazione dell’aggregato nella nostalgia di un’origine in cui ogni tensione è placata, Eros spinge perciò a inghiottire e a fondersi, Thanatos a cacciar fuori ogni insidiante disturbante eccitante.

Su questa base si innesta tutto quanto ha che fare col corpo psichico.

Su questa base il corpo psichico diventa sé: linguaggio in cui deposto è il suo pensiero, gesto, erotica.

Parola

Il linguaggio – che sempre mi precede e apprendo – nello stesso medesimo atto apre il mondo e mi apre al mondo disponendomi (nel pronome “io”) quale il corpo psichico che mi dico, e dunque perciò vivo e sento, mio.

Linguaggio è quindi la sintassi in cui consisto, cui nucleo è il nesso essenziale in cui si articola il giudizio. In tal senso io sono (anche) parola. E se Eros – a questo livello – unisce le parole, dispone nessi e nel giudicare dispiega l’affermazione, mentre Thanatos separa nella negazione, ciò non comporta che Eros sia sempre bene e la morte (questo è Thanatos) sia sempre male. Non sempre l’affermazione (Eros) è bene. Non sempre la negazione (Thanatos) è male. Il gioco delle forze è in realtà assai più complesso, perchè la funzione del giudizio (sia che sia affermazione sia che sia negazione) arricchisce infatti comunque le possibilità di esperienza in cui l’io consiste (anche solo per il fatto che, se la negazione consente di allontanare pericolo, salvaguarda il mondo e lo arricchisce delle difese che così l’io appresta).

Anche il pensiero – come ogni gesto – sonda quindi (mentalmente e quindi in forma particolarmente cauta e protetta) il fuori. Prolungando la funzione degli organi di senso nella loro capacità di protendersi verso il fuori investendo energia nei loro sensori più esterni, i quali vengono così in tal modo cautamente rivolti al mondo per essere immediatamente retratti alla minima avvisaglia di un qualche pericolo, anche il pensiero a suo modo è, volto verso l’esterno, un assaggiare per poi ritrarsi. In questo ritrarsi è possibile il differimento dell’azione nel trattenere la scarica. Diventano perciò possibili la sosta, la pausa, l’attesa, nelle quali il giudicare può ponderare circa l’azione motoria, da attuare o meno.

Qui, su questa base, assieme al si, si insedia il no. Il giudizio può articolarsi. Si dà linguaggio.

Continua a leggere »

Quanto credo di essere, fare, pensare (quindi ciò che io sono) implica (credere) non essere tutto ciò (l’essere, il fare.il pensare) che, eccedendomi, dunque non sono.

Ciò che sono – l’io e il corpo che sono – é tale in quanto altro non sono. Senza il non essere ciò che non sono, non sarei cioè ciò che sono. Senza la negazione, senza il mio dire di no (a quanto peraltro non mi é dunque estraneo) non avrei determinazione e figura.

Non sarei il mio nome proprio, ma puro modo (che pure anche sono) della Cosa che incombe.

***

Non è mia intenzione…

“Non é mia intenzione offendere”, “La persona del sogno non è mia madre“. Sono questi i due esempi – proposti da Freud in apertura del suo saggio intitolato “La negazione“ – di quanto pazienti possano dire, posti di fronte alla possibilità loro adombrata che l’intenzione fosse di offendere o che la persona sognata fosse la madre.

Le due asserzioni – scelte da Freud quali esempi e in quanto tali da lui considerate – per quanto possano apparire banali e sincere nel dire quanto intendono dire, sono però – a suo avviso – assai più interessanti di quanto non sembri. In quanto il primo paziente dichiara infatti di non avere intenzione di offendere, il secondo di non avere sognata la madre – su questo Freud appunta la sua e la nostra attenzione – entrambi stanno negando.

Questo è secondo Freud l’interessante: che la loro parola si erge nel segno del non.

E il non (il no) non è mai banale: è opposizione, barriera, difesa. Parola che intende impedire, in quanto negazione, un’adesione a quanto è – appunto – negato.

Lo sconcertante

Per Freud tuttavia – su questo appunta attenzione, questa è la sua tesi – in queste situazioni non è in gioco solo la volontà distanziante incarnata nel non, ma lampeggia piuttosto – in quel non – una verità più profonda, seppur sconcertante.

In entrambi i casi esemplificati – così come in tutti i casi analoghi – la negazione va infatti, secondo lui, in realtà trascurata, e l’attenzione va focalizzata invece sul significato puro e semplice di ciò che viene negato, nel cui apparire alla coscienza – seppur negato – sarebbe invece racchiuso il vero senso profondo di quanto nel dire negante si mostra. “Sarebbe mia intenzione dire qualcosa di offensivo (ma sto dicendo che non ho questa intenzione)”; “Mi è venuta in mente mia madre (ma escludo sia lei)”: questo il vero senso di quanto i due pazienti esprimerebbero davvero nei loro dire.

Secondo Freud – questo lo sconcertante – in realtà ogniqualvolta qualcuno nega qualcosa (e non solo nei due esempi considerati) ciò che sta accadendo effettivamente é anche altro e per comprendere completamente cosa accade davvero deve intervenire un’interpretazione che fondamentalmente capovolga il significato in cui la negazione consiste, intendendola piuttosto come intenzione inconscia di portare a manifestazione l’opposto di quanto nella negazione è esplicitamente detto (negato).

Tale opposto – secondo Freud – è nell’inconscio ben vivo. Balena perciò, come qualcosa che nel profondo si è, si pensa, desidera – seppure a parole sia negato dall’io.

La Cosa

Questo modo di vedere le cose, ma innanzitutto di ascoltare le persone, che Freud applica in analisi (e al limite ci suggerisce di adottare in genere, se vogliamo guardare al di là delle apparenze) può sembrare, di primo acchito, un modo malevolo, irrispettoso e anche un po’subdolo, di porsi nei confronti del dire altrui.

Un modo tale da poter tendenzialmente attribuire a chiunque qualunque pensiero o intenzione, e dunque di renderlo responsabile di qualunque pensiero e cosa

Con un gesto interpretativo apparentemente arbitrario, su chiunque si può insinuare abbia qualunque intenzione o pensiero, perché tutto gli è attribuibile: sia quanto afferma aderendovi, sia quanto – negandolo – esplicitamente disconosce e rifiuta, ma disconosce e rifiuta proprio perché gli appartiene (per di più nella dimensione più intima e profonda di sè, quale è il proprio inconscio)

Continua a leggere »

Indizi sul corpo

download (3)Il corpo che io sono parla.

Nel suo codice (da decifrare) parla agli altri. Nel suo codice (da decifrare) mi parla, parlando a me stesso e a sé stesso. Per sensazioni, stimoli, sintomi…

Sintomi

Quando si insedia la malattia, una nuova presenza, non voluta, si colloca senza preavviso all’interno del corpo. Qui il suo lavorìo sensibilizza zone somatiche prima sostanzialmente inavvertite. Qui vi disloca per lo più il dolore, in varie forme e intensità.

La malattia richiama così – mettendo in allarme i sensi e risvegliando propriocezioni prima appena adombrate – l’attenzione sul corpo, al punto da rivelarcelo scomodo. Il senso interno che ausculta – per lo più in modo attutito – il corpo, ora amplifica la presenza del punto o la zona che la malattia ha invasa.

Innervazioni, viscere, flussi, punti di giuntura, tensioni muscolari: i luoghi e eventi del corpo che sono ora, nella malattia, sensibilizzati sono dei dentro. Ma – nella condizione in cui vivere il proprio corpo come insidiato e aggredito da un male ci getta – si percepiscono come se fossero fuori.

Quando si insedia la nuova presenza, ci si percepisce in modo diverso, come un altro da sé: come alienati.

Malattia è perciò (anche) esperire il proprio corpo in modo espropriante e dolente.

L’intruso

La malattia trasforma così innanzitutto il rapporto col corpo. Porta fuori – all’attenzione del sentire sé stessi – quel che era, dentro, attutito e inavvertito.

Ciò che si è, la propria identità, prende così spicco in un modo inconsueto e sgradito. Nella distanza che si apre tra il corpo di chi se lo sente malato ed il mondo ad esso esterno che è del tutto estraneo alle percezioni che invadono lo spazio circoscritto del sè, l’io che si è si racchiude nel percepire in sè un intruso.

Continua a leggere »

images

La luna delle notti non è la luna 
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli 
della veglia umana l’hanno colmata 
di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio

(Jorge Luis Borges)

Se la filosofia è apertura di un sapere universale – tale dunque, nelle sue intenzioni, da valere per tutti e chiunque – d’altro lato (è dato di fatto, contingenza storica) i filosofi per secoli (fino al Novecento almeno) sono stati, fatta salva qualche rara eccezione, tra cui non può non spiccare la figura di Ipazia, sempre dei maschi.

Anche la filosofia è stata perciò, forse inevitabilmente, sin dall’inizio greco anche una tra le pratiche in cui la cultura patriarcale e maschio-centrica – su cui l’Occidente (e non solo l’Occidente), si è incardinato – si è espressa. Donne capaci di filosofia sono sempre esistite, ma troppo spesso i ruoli subordinati a cui sono state storicamente costrette ha implicato la loro esclusione dalla formazione culturale e troppo spesso quelle che hanno prodotto pensiero sono state ridotte al silenzio, dimenticate, perseguitate (esemplare ancora una volta la vicenda di Ipazia). Al più è stato concesso loro spazio nei territori di pensiero adiacenti al logos, vicini al sacro, quali la mistica.

Anche il pensiero filosofico quindi si è sviluppato sotto il segno del patriarcato, nel cui gesto di potere la sottomissione ha implicato esclusione della voce di chi è sottomessa. L’esclusione – come ogni esclusione – ha implicato una reticenza ed un residuo. Un altro lato dell’umano, definito come il femminile (posto come tale peraltro, e non è irrilevante, quale categoria definita da un pensiero maschile), non ha perciò avuto spazio per la propria voce. Costretto perciò a una reticenza, è persistito come residuo che proprio per questo ha elaborato – nel corso dei secoli – dinamiche sue proprie, seppure per lo più sotterranee. Il femminile, l’escluso, è perciò rifluito e fluito in una vita carsica che, nonostante la riduzione al silenzio e grazie al residuo, lo ha configurato peraltro come mai riducibile davvero agli schemi impostigli. In questa irriducibilità l’escluso, il femminile, è stato perciò inteso anche come inafferrabile, forza intorno la quale perciò i conti non tornano. Elaborato perciò dagli schemi dominanti sotto il segno della mancanza di un senso del tutto riconducibile alla chiarezza concettuale, lo si è interpretato secondo il paradigma della debolezza, dell’irrazionalità. La donna è stata concepita sul modello maschile, quale mancante di qualcosa che il maschile invece possiederebbe ed avrebbe. In tal modo anche esorcizzato nella sua differenza, il femminile è così anche stato caricato di una inquietante incomprensibilità, su cui sono stati ritenuti opportuni controllo e dominio.

Ogni rimosso, ogni residuale escluso tuttavia peraltro sempre preme ad emergere. Non resta mai inattivo, come mai è rimasto inattivo il femminile. Proprio perciò il maschile si è imposto quale potere che, autodefinitosi quale maschile, ha insieme configurato come riassumenti l’umano i tratti ritenuti da tale potere suoi propri in quanto emergenti e caratterizzanti. Nel residuo escluso sono così rimaste coinvolte natura, corpo, terra, generatività, accudimento, ciclo, luna, sessualità polimorfa… e la donna, nella misura in cui viene a tutto ciò associata. In questo quadro la differenza fisiologica, incarnata e corporea, è interpretata dal maschile neutralizzandola e subordinandola al modello costituito dal corpo maschile, quindi per sottrazione, come mancanza.

Continua a leggere »

Ritmiche (2)

Bisogna avere un caos dentro di sè

per partorire una stella danzante

(Friedrich Nietzsche)   

                                                                                                                         

Tutto quanto varia e scorre ha quindi ritmo. E’ un ritmo.

Ma non ogni ritmo – pur essendo sempre ritmo dello stesso – è lo stesso ritmo. Quale tempo è battuto non è equivalente. Quale tempo è battuto non è indifferente.

Non ogni ritmo genera infatti – per me, per te, per noi – dall’apertura pulsante del caos, la stella e la danza.

Non ogni ritmo asseconda la stella o è della stella: non ogni ritmo cioè si accorda all’oriente nel panorama squadernato, non ogni ritmo è nella luce che attira, né si intesse della sostanza-materia di cui tutto è modo (tutto è aggregazione o polvere di ciò di cui le stelle sono fatte), non ogni ritmo sente richiamo del de-siderio che rimanda al siderale da cui tutto viene e in cui tutto va.

Non ogni ritmo è danza: disporsi di un movimento in stilema in cui il corpo tutto si esprime, nel gioco di un equilibrio sempre via via riassestato, a tempo col mondo.

***

Il ritmo monocorde e ossessivo in cui si intestardisce Narciso non è quindi il ritmo dell’apertura desiderante di Eros.

Il ritmo delle galassie e l’ampio lento respiro del ciclo complessivo della natura non è il ritmo dei tempi sociali artificiali. Il ritmo, disteso o frenetico, del brulichio della natura al suo rinascere primaverile non è il ritmo lento e sospeso dell’attesa invernale o della calura estiva.

Il ritmo del lavoro dell’artigiano o del contadino è altro dal ritmo del lavoro di fabbrica. Il ritmo del tempo dell’educazione e dell’elaborazione culturale non è il ritmo della produttività industriale. Il ritmo della lettura, della riflessione, della scrittura non è il ritmo della chiacchiera. Il ritmo sospeso dell’ascolto non è il ritmo dell’urgenza di riempire col rumore il vuoto.

Il tempo del sogno non è quello della veglia. I ritmi compulsivi a fronteggiare l’angoscia non sono i tempi della serenità, o del dilagare dell’indifferente o dell’indifferenziato.

Continua a leggere »