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Pubblico qui il testo preparato per il Festival della Filosofia di Ischia dedicato al concetto di “Tempo” http://www.lafilosofiailcastellolatorre.it/

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Concepire e pensare adeguatamente il tempo presenta notevole difficoltà e complessità, per lo meno per le insite nel concepire, senza contraddizione, l’istante in cui il tempo si mostra e che innerva il tempo nel momento in cui si pensa che tutto il tempo sia successione di istanti. Il tempo è tutto e sempre in istanti che, prima o poi, esistono. Ma concepire adeguatamente l’istante è problema.

Questa difficoltà ha motivi profondi nei modi di pensare che si sono affermati e sviluppati nella tradizione della filosofia occidentale, almeno per le tendenze presenti nel pensare gli enti, i finiti (gli istanti) isolati tra loro, in sé staccati dal tutto.

All’interno della tradizione filosofica occidentale da un lato sembra infatti assolutamente ovvio che l’istante sia momento del tempo senza il quale non c‘è tempo, il quale è successione fluida e continua degli istanti. Ma appena si va a fondo nel ragionare su cosa sia istante e come esso sia compatibile con lo scorrere del tempo fin da subito il pensiero filosofico si rende conto che, se l’istante è inteso come un ente delimitato quale momento distinto e perciò separato dagli altri istanti le due ovvietà (che il tempo sia fatto di istanti e che il tempo sia fluire) sono difficilmente compatibili.

Su questa base provo a ragionare sulla possibilità di individuare fondamentalmente due modi presenti per cercare di rendere conto, cioè per cercare di pensare adeguatamente, il rapporto che lega, come appena detto, in modo molto problematico tra loro l’istante e il tempo. In ciascun dei due modi si profila però una contraddizione, di un certo tipo per il primo modo e di un altro per il secondo. In taluni casi tale contraddizione viene esplicitamente riconosciuta e in questi casi si oscilla tra i tentativi di superarla (magari arrivando a negare la realtà del tempo) o di riconoscerla come insita nella cosa stessa, ossia come strutturale alla realtà e al tempo.

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Intorno al negativo

Il prof. Luigi Vero Tarca, dando in tal modo seguito al dialogo avviato e in merito a questioni specifiche a suo tempo sollevate (cfr. https://prismi.wordpress.com/2020/08/10/9931/) mi ha fatto pervenire questa sua risposta, molto interessante e sotto molti aspetti chiarificatrice.

Lo spessore teorico delle sue considerazioni e le questioni filosofiche affrontate meritano, di per sé stesse e a prescindere dunque dal loro essere risposta a dubbi o domande, di essere attentamente considerate.

Le propongo dunque, qui pubblicandole e nell’intenzione di non lasciare le riflessioni circoscritte a uno scambio solamente “epistolare” interpersonale, alla dovuta attenzione

Paolo Masini

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RISPOSTA A PAOLO MASINI

5 OTTOBRE 2020

Grazie per le questioni che mi poni, le quali mi consentono di chiarire alcuni importanti aspetti della mia filosofia.

QUESTIONE N. 1

SULLA INTRASCENDIBILITA’ DEL NEGATIVO

All’inizio tu dici:

“Se “negativo” è un universale (per cui quindi sono “negativo” sia negato che negante) di cui ogni ente (in quanto non è un altro) è un’individuazione e se tale universale concreto, cioè tale da includere non solo formalmente (senza residui quindi) tutte le sue individuazioni, il dominio del negativo mi sembra dovrebbe essere inscalfibile.”.

Questo passo è un ragionamento che consta di tre momenti (che potremmo interpretare come due premesse e una conclusione): 1) “negativo” è un universale; 2) ogni ente è una individuazione di tale universale; 3) quindi il dominio del negativo è inscalfibile.

La conclusione sembra contraddire frontalmente la mia prospettiva filosofica, la quale parla del puro positivo, cioè del positivo puramente differente da ogni negativo e quindi in qualche modo svincolato dal negativo.

Articolo la risposta in due momenti: A) La risposta alla tua osservazione, divisa a sua volta in tre passi; seguita da B) Un paio di approfondimenti relativi alla nozione di negativo.

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Nell’epoca di Inter-net, cioè dello spazio globale interconnesso della comunicazione planetaria, dilagano sugli schermi dei dispositivi connessi in rete immagini di ogni tipo. Tra queste, moltissime sono fotografie (in cui spectra appaiono a spectatores).

Tra queste fotografie spesso quelle ritraenti volti, più di altre, posseggono, a ben guardarle, il punctum.

La possibilità, che l’immagine fotografata offre, di soffermarsi nella visione consente di notarlo, rivelando come esso – il punctum – fosse in realtà già lì, al momento che lo scatto fotografico riproduce, ma non notato per l’inevitabile rapidità con cui l’attimo della relazione a tu per tu, faccia a faccia, trapassa. Ma, fissato nella fotografia, questo punctum emerge dallo sfondo in cui già stava.

Qualsiasi dettaglio può essere questo punctum, ma spesso esso sta nello sguardo del volto fotografato (nello sguardo dello spectrum dunque) in un qualcosa che lo sguardo insieme svela e cela.

***

Negli occhi di volti da fotografie ritratti – in alcuni casi in modo marcato, assai più sfumato in altri – si possono a volte scorgere compresenti – uno in un occhio e l’altro nell’altro occhio – due diversi sguardi.

Quando ciò accade il punctum – nel suo alludere alla coesistenza di due diversi stati d’animo, che quasi si contendono la personalità espressa nel volto – si accentua. Al di là delle intenzioni di chi si espone alla foto (che spesso sta in posa tentando così di gestire il suo esporsi) i due occhi hanno ciascuno uno sguardo che differisce, fosse anche solo per una sfumatura, da quello dell’altro occhio esponendo, spesso senza intenzione di chi dalla fotografia viene così ritratto, la compresenza per esempio di paura e determinazione, o di tristezza e odio, o di allegria insieme alla malinconia (e molte altre ancora possibili combinazioni…).

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La fotografia – forma di espressione artistica, pratica sociale di massa o puro mezzo tecnico per serbare memoria che sia – da quando è nata ha configurata, per la dimensione antropologica nel complesso delle sue pratiche, una nuova epoca. Da quel momento fotografie a profusione sono state sempre più scattate, prodotte, conservate (e si sono consunte, sono andate perdute, oppure distrutte..).

Poche invenzioni umane hanno avuto così successo come la tecnica della riproduzione fotografica. Poche hanno inciso così a fondo a livello sociale, culturale, antropologico. Grazie ad essa il mondo stesso, habitat umano, è divenuto altro, ora anche spazio la cui immagine può fissarsi depositata in un suo lembo (le sue riproduzioni fotografiche) da cui gli sguardi sono attratti.

La fotografia senza dubbio infatti ci affascina. Alcune foto in particolare sono per noi ammalianti, o conturbanti. Ma anche la più banale tra le fotografie in qualche modo richiama attenzione. In ogni fotografia si cela infatti un fascino arcano che va decifrato. Ben riuscita o mal riuscita che sia, ogni foto realizza infatti in qualche modo una cosa che da sempre gli uomini hanno agognato e che mai prima era stato così tanto possibile: catturare e fermare l’attimo nel mentre che fugge.

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“…senza pensare più

senza capire più

sonno gigante
sonno elefante
distenditi quassù

sonno patriarca meraviglioso
arcaico nuoto nell’acqua cupa…”

                                                                                                                                             (Paolo Conte)

 

***

In contrappunto alla nostra vita vigile e conscia, il sonno ci accompagna intessendo – anch’esso – la nostra esistenza.

Perdita, necessaria e desiderata, della coscienza vigile. Piacere profondo, quando la stanchezza accumulata dilaga, di un totale abbandono in liberazione, nel desiderato riposo. Ma anche immersione nel mondo del sogno (proprio inconscio come ci insegna la psicanalisi o mondo degli dei e della vera realtà come pensavano gli aborigeni australiani o luogo altrove eppure mondo che abitiamo, per lo più senza memoria, in cui un altro noi ci abita) dormire – nel momento e la periodicità opportuna – ci è indispensabile. Quando il bisogno di sprofondare nel sonno si impone, nulla forse è più agognato.

Buona parte della nostra vita nel sonno. Ritmicamente nel sonno sprofondiamo, da esso emergiamo. Dormire: quando è l’ora, nulla è più gradito, nulla è più indispensabile.

Ma se nel sonno quindi riposo, dal punto di vista energetico il corpo del dormiente – questo riscontra l’osservazione scientifica – consuma quasi tanta energia quanta quando è invece sveglio. Il sonno è dunque ristoro, ridona energie, ritempra la veglia, ma non si dorme soprattutto per non consumare forza.

Se altro motivo profondo della necessità del sonno è forse anche sognare – tanto che studi sperimentali hanno evidenziato la tendenza a gravi disturbi (per lo più allucinatori) da parte di coloro che sono privati della possibilità di entrare nella fase REM del sonno, nella quale emergono i nostri sogni – purtuttavia non tutto il sonno è sogno.

Dormire non è quindi soltanto esigenza fisica o esperienza psichica imprescindibile. Dormire ha anche altro senso. Continua a leggere »

Studentesse e studenti di alcune classi del quarto e quinto anno del Liceo Canova di Treviso, negli scorsi mesi di gennaio e febbraio  (quindi in presenza e prima del periodo di chiusura delle scuole per l’emergenza sanitaria), hanno partecipato, in orario curricolare, ad attività di Laboratorio di Pratiche Filosofiche, coordinati dai loro docenti e dal prof. Luigi Vero Tarca, che da  anni ormai  sta proponendo e realizzando specifiche esperienze di questo tipo, sulla base di rigorosi presupposti teorici e secondo modalità (e regole)  codificate e collaudate.

All’atto pratico quanto effettivamente è accaduto nelle classi si è sviluppato in realtà secondo modi non sempre esattamente e rigorosamente riducibili al rispetto delle regole che le Pratiche Filosofiche implicherebbero. L’attività a mio avviso ha avuto infatti anche le caratteristiche di una dialogo (a partire da un testo condiviso su proposta di docenti o studenti), cui tutti i partecipanti hanno a loro modo contribuito, che si è svolto in modo più spontaneo e sotto certi aspetti più casuale di quanto le regole non avrebbero consentito. Sotto molto aspetti si è messo di fatto in atto un esperimento di fare filosofia, e non solo parlare di filosofia, con studenti degli ultimi due anni delle Scuole Superiori, quindi con persone molto giovani e soprattutto abituate ad altre modalità di approccio alla filosofia (per loro una disciplina scolastica prima che una possibile esperienza personale e culturale). Ciò non ha però, secondo me, minimamente inficiato il valore di quanto è accaduto. Gli studenti, di loro, hanno trovato infatti l’esperienza molto interessante e per molti è stata senz’altro coinvolgente. A chi l’ha proposta e gestita ha fornito occasione per riflettere sui modi in cui proporre il fare esperienza filosofica a scuola (e forse su cosa possano anche essere, in contesti particolari, le stesse Pratiche Filosofiche).

Terminata l’attività nelle classi, riflettendo successivamente su quanto realizzato e sui suoi presupposti filosofici, ha preso poi corpo un breve scambio di mail tra me e il prof. Tarca, in cui sono emerse questioni a mio avviso filosoficamente rilevanti, che penso possano incuriosire o interessare chiunque abbia a cuore le stesse questioni o analoghe.  Nello spirito dell’attività delle Pratiche il prof. Tarca mi ha a suo tempo sollecitato anche a rendere in qualche modo non circoscritto a un solo ambito tra noi privato  le mie considerazioni. Penso che “pubblicare” in questo blog le parti delle mail in cui prende forma la conversazione filosofica intercorsa tra noi (sono omesse quindi le parti più “burocratiche” e più personali che non concernono direttamente questioni di filosofia) sia un modo per corrispondere a questa richiesta.  I testi delle mail scambiate sono quindi qui sotto riprodotti, tranne le parti omesse, pari pari (quindi mantenendo anche alcuni modi colloquiali, formalismi e ridondanze, almeno da parte mia, tipiche del registro linguistico epistolare). 

Va forse infine  precisato che tutta l’attività svolta ha preso avvio da un testo steso dal prof. Tarca, quale introduzione e presentazione dell’attività proposta, fornito a tutti i partecipanti. Al termine dell’attività il prof. Tarca ha poi fatto pervenire delle considerazioni finali, sollecitando docenti e studenti a una riflessione e a un possibile libero dialogo. La mia mail, in cui esprimo alcune considerazioni, richieste di chiarimenti e dubbi in  merito ad alcune questioni intende corrispondere a questa sollecitazione.  ll prof. Tarca mi ha quindi  generosamente e gentilmente risposto. A ciò è seguito un mio ulteriore intervento. Lo scambio si conclude quindi (per ora, forse) con alcune domande da me poste, innanzitutto a me stesso. Il discorso, con ciò, è dunque lasciato in qualche modo anche in sospeso, come peraltro è forse bene che sia, nel senso che resta aperto a tutte le ulteriori considerazioni e direzioni possibili.

Paolo Masini

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Segni, cose

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“.. Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori si estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il vento e il caso danno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…

(Italo Calvino, da “Le città invisibili”)

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Man mano che qui sto scrivendo, segni si depositano sulla pagina, che via via si riempie.

Per farlo – come sto facendo qui ora, in videoscrittura – pigio su tasti in ognuno dei quali segni sono già inscritti. Lettere dell’alfabeto (cioè segni), parole (anch’esse segni), frasi (per quanto più articolate, pur sempre ancora segni) si dispongono così via via sviluppandosi in testo. Anch’esso – il testo – (macro)segno (composto da segni formati da segni…).

Se alzo lo sguardo dallo schermo, ritrovo – qui nella stanza in cui scrivo – le cose consuete, disposte intorno a me come sempre. Anche queste cose – incluso lo schermo in cui si staglia la pagina in cui i segni che traccio vanno ad inscriversi – sono anch’esse dei segni: segni muti, non parole (anche se tutti a parola – fosse pura alla sola parola “cosa” – riconducibili).

Siamo circondati da segni, avvolti da un mondo di segni in cui incidiamo a nostra volta segni. Segni-parole, segni-immagini, indici, cartelli, gesti, suoni, posizioni, posture… Siamo noi stessi innanzitutto un groviglio di segni: segni che altri intravedono in noi, grazie cui altri ci segnano e così definiscono. Segni ci distinguono e identificano, (primo fra tutti il mio, e tuo, nome proprio, segno attorno cui tutto il me-stesso converge). Siamo segnati: innanzitutto nel corpo, nella memoria. Siamo segnati dagli altri. Emaniamo e incidiamo segni. Li decifriamo.

Anche io é un segno. Segnaposto nel linguaggio. Segno, decifrato come tale (come io), nello specchio del mondo in cui la mia immagine (specchiata, fotografata) fa segno di me (segno connesso a innumerevoli altri indecifrati segni nell’immagine-mondo in cui sto).

Linguaggio, mondo

Segno è tutto ciò che rimanda a un significato. Segno cioè rimanda ad altro da sé. Sempre indica altrove. Anche quando indica sè, il segno in quanto indice è altro da sè in quanto indicato. Nel segno ciò che è indicato è quindi sempre l’altro. Nel segno l’altro, in tal modo, è espresso.

Il segno pone quindi in risalto. Pone in risalto ciò di cui è segno e – quanto così posto in risalto – è col segno in uno specifico modo annodato. Intrecciandosi poi ulteriormente i segni tra loro, anche le cose indicate dai segni si annodano. In un reticolo di segni, un mondo si apre. L’insieme strutturato dei segni ne è il linguaggio.

Nel linguaggio le cose hanno così nome, nel gioco dei rimandi dei nomi alle cose e dei nomi (e le cose) tra loro. Nomi e cose, così, acquisiscono la loro specifica forma, viva e pulsante di significati e di sensi. Articolazione espressa del senso, pensata e interpretata per mezzo di segni (parole, immagini, indici, suoni…): il mondo.

Trasparenze, interpretazioni...

Il linguaggio stende così il suo manto sul mondo, facendolo emergere in rivelazione (come un già sempre stato perché il linguaggio, e quindi il mondo, sempre precede chiunque). Manto trasparente che lascia tralucere cose, il linguaggio dispone puntuazioni di segni che sono tracce di senso.

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Conoscere sé per mezzo dell’altro

Amavo Socrate nella convinzione che toccasse a me – se mi concedevo a Socrate – di ascoltare proprio tutto quello che costui sapeva”

(“Simposio”, discorso di Alcibiade)

Nella vicenda amorosa, alimentata dal desiderio e sostenuta da indizi di una promessa possibile, l’amante vuole dunque avere accesso alla trasparenza di tutto l’amato. E questo accesso lo vuole (r)assicurato, ancorato a un “per sempre”.

A tal fine l’amante interpella, parla, chiede, progetta, escogita, pensa. Si arrovella perciò nel tentativo di indirizzare il discorso, lo propone, cerca così di intessere dialogo e di alimentare in tal modo una storia. Ma, nonostante tutte le intenzioni e accortezze, il discorso d’amore può essere governato e dominato solo in piccola parte.

L’amante vorrebbe infatti svelare l’amato in trasparenza assoluta, catturarne il segreto, ma l’amato – finché è desiderato –  sfugge alla presa. Si desidera infatti solo quanto non si possiede e l’amato desiderato resta – finché il desiderio lo agogna – in quanto tale non colto nel suo prezioso segreto. Questo segreto alimenta la vicenda d’amore, per cui le parole (e i significati delle singole azioni) nella trama del discorso e della storia d’amore non possono avere mai chiaro e univoco senso, ma possono solo alludere a quanto significano. In gran parte dunque anche sviano e nascondono.

Perciò nella vicenda e nel discorso d’amore nessuno governa la cosa, men che meno l’amante. Quanto accade è quindi sempre anche altro da quanto è ordito. Le parole e le azioni innescano cioè sempre anche altro da quanto, peraltro confusamente, è auspicato. Di questo altro il discorso e la vicenda amorosa sono la cifra, che non scioglie l’enigma.

L’amante è cioè dominato da una potenza, che lo attrae e che egli attribuisce all’amato. Perciò vuole conoscere dell’amato tutto: perché vuole sapere della figura e del segreto di questa potenza – in quel tutto intravista – che così tanto lo attrae. Ma, nel perseguire questo intento, non ha in realtà mai esperienza di tale potenza, che ritiene essere altra da sé. Quel che davvero l’amante esperisce, quel che gli accade davvero è invece inevitabilmente esperire (e quindi in qualche modo conoscere) innanzitutto una parte di sé: quella parte che, attratta dai modi specifici di quella potenza, a contatto con quella potenza si accende e si espande.

L’interesse, colmo di desiderio, è guidato quindi, in tal modo, sì dalla ricerca dell’identità dell’amato. Ma questa ricerca è piuttosto occasione e pretesto per percorrere in realtà altra via, nella quale la vera posta in gioco del desiderio attivato si mostra. L’unica via percorribile, l’unica che dunque per davvero sia in gioco, è infatti quella che porta a conoscere quella specifica parte di sé che è attratta e potenziata dalla specifica forma di potenza nell’amato intravista.

Nel conoscere e accedere a tale potenza il rapporto d’amore si svela essere in realtà mezzo per conoscere sé. Continua a leggere »

images (2)Dicono

che il primo amore sia il più importante.

Ciò è molto romantico

ma non è il mio caso.

Qualcosa tra noi c’è stato e non c’è stato,

è accaduto e si è perduto.

Non mi tremano le mani

quando mi imbatto in piccoli ricordi

e in un rotolo di lettere legate con lo spago

nemmeno con un nastrino.

Il nostro unico incontro dopo anni,

la conversazione di due sedie

intorno a un freddo tavolino.

Altri amori

ancora respirano profondamente in me.

A questo manca il fiato per sospirare.

Eppure proprio così com’è,

è capace di ciò di cui quelli

non sono ancora capaci:

non ricordato,

neppure sognato,

mi familiarizza con la morte.

(Wislawa Szymborska)

***

L’affettività in cui, anche, consistiamo alimenta ogni nostra ricerca, ogni nostra relazione, ogni nostra dinamica. Le sue forme e sfumature sono molteplici. Ma tutte sono calibrate intorno a una figura che in qualche modo le alimenta tutte, dando quella misura il cui plesso semantico i Greci hanno nominato Philìa, o Eros.

Anche la filo-sofia, in quanto philìa, trova misura nella tensione in cui questa forma affettiva consiste e perciò filosofia è sempre in qualche modo pratica e discorso amoroso. Talvolta può essere esplicitamente anche discorso su amore. Platone su questo ci è antico maestro, ma anche altri e altri – non solo Platone – si sono arrischiati nel dire su Amore. Sentieri sono stati così da discorsi percorsi, un mappa del dire d’amore è stata in tal modo tracciata.

images (6)Sul tema molto da dire hanno però anche i poeti. Wislawa Szymborska ad esempio,  nei versi cui sopra, nel suo rammentarci il legane tra l’amore e la perdita (tra l’amore e la morte). Ma anche altri e altri meritano attenzione ed ascolto, e non solo poeti: tutti coloro che hanno disposto in parola quanto è traccia del desiderio che alimenta la vita ed è richiamo ad aprire l’orizzonte cui Amore ci avvia.

Frammenti

Pensando mi sono creato eco e abisso. Approfondendomi mi sono moltiplicato.

(Fernando Pessoa)

Il discorso su amore non può perciò, anche date le più disparate fonti da cui è stato alimentato e intessuto, che dispiegarsi polivoco, articolarsi in frammenti (in un gioco che consente il rifrangersi di echi ed abissi).

Corrispondendo alla natura di Amore, in cui il senso lampeggia intenso e profondo ma a sprazzi e spezzato e non certo articolato in un discorso disteso secondo pura ragione, già Platone di questo è del tutto avveduto: nel Simposio perciò quando Diotima tratteggia la figura di Eros lo presenta a pennellate incisive e secondo diversi lati prospettici ognuno perfettamente calzante, ma anche ciascuno a sé stante nonché per sé insufficiente a esaurirne figura.

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images (1)

Su il sipario!…

Al mio sguardo il mondo si offre aperto.

In questa offerta – nello scorcio prospettico del punto di vista in cui lo sguardo consiste –  il mondo mi si svela nel suo essere uno: panorama in cui in cui tutto (pan) è dispiegato alla vista (orama).

Mi si squaderna così l’orizzonte di cui sono il cardine, il fuoco, il punto zero da cui lo sguardo ha origine. Da qui – dislocandosi nel panorama aperto un oriente (là dove attendo quanto – il ridestarsi del giorno – mi auguro) ho il mio orientamento (coi suoi oriente occidente nord mezzogiorno). Alto e basso, sopra e sotto, un lato ed un altro (destra e sinistra perciò) correlativamente hanno posto. Mantenendomi nella prospettiva dello sguardo in cui sto più a mio agio, il cielo si apre là in alto e prende consistenza la terra che in basso sostiene.

Nel cerchio dell’apparire che sta così sotto il mio sguardo, di lato bordi sfumati delimitano l’orizzonte, davanti – sin là dove lo sguardo arriva, e oltre – lo spazio estende la sua profondità. In questa apparizione – che è spazio – il visibile si organizza strutturandosi in piani, i cui differenti strati distendono le distanze (e le correlative vicinanze) secondo prospettive, primi piani, sfondi. Focalizzazioni di punti – posti come fermi perché su di essi ci si sofferma – e relativi adombramenti (sempre presenti fosse anche solo perché non vedo mai, ad esempio, un oggetto tutto insieme da tutti i lati) articolano ulteriormente la rete complessa dei nessi.

Percorrere questa rete con lo sguardo impone costantemente sempre ulteriori messe a fuoco. Ma tutto ciò non ha mai a che fare solo con l’ottica. Le valenze quantitative delle distanze (e vicinanze) sono infatti anche sempre pregne di un senso che è per ciascun punto di vista assolutamente sempre suo proprio. Se ogni punto distante un metro da un altro dista né più né meno che un metro e se lo scorrere dello sguardo non può che adeguarsi alle dinamiche di una geometria, purtuttavia ben altra è la distanza vissuta: un conto è quella di ciò temo o desidero che mi sia vicino o a portata di mano, tutt’altra la distanza di quanto per i miei scopi o timori è invece troppo lontano. Se una cosa sta qui vicino la prendo o la scosto. Se sta un po’ più in là mi sporgo verso di essa o mi scanso, se sta più lontana ancora al più la posso chiamare, oppure posso solo vederla e saperla là lontano in atto irraggiungibile (e posso perciò anche temerla assai meno).

imagesMa se lo sguardo ritaglia perciò l’orizzonte entro i suoi  limiti e fissa punti di riferimento che determinano l’orientamento, se l’esperienza vissuta impregna il panorama di senso, tuttavia nel panorama dischiuso lo spettacolo in gran parte si squaderna da sé, imponendo esso peraltro in gran parte il suo quadro. Luci, colori, forme si danno attraendo attenzione su focalizzazioni in sé stesse esposte. Lo spettacolo, in questo senso, si impone da sè come sbocciando all’essere.

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