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“Ce n’è una di cui non parli mai”

(Italo Calvino, “Le città invisibili”)

Il castello incantato

La complessa architettura teorica della filosofia di Emanuele Severino è stata anche definita – nel riconoscerne l’imponenza (già solo per le migliaia di pagine in cui tale pensiero è deposto) e l’almeno apparente inattaccabilità della rete concettuale in cui ti cattura – essere un “castello incantato”.

Appena ci entri, ti ritroveresti – questo è il senso dell’immagine – dentro una fortificazione ben salda, che perciò ti incanterebbe sì ma chiudendoti anche, finché nell’incantesimo resti, dentro i lacci della sua rete.

Nei suoi intricati percorsi tutto sembrerebbe dunque tenere. Ma se l’incantesimo ammalia, i complessi panorami che si squadernano paralizzerebbero, anche, entro una logica fin troppo ferrea. Specie a chi è sensibile al fascino della pura teoresi, tutto ciò può anche indurre l’incanto. Ma il mondo in cui tale filosofia ti cattura – a ciò allude l’immagine – c’è per la magia di una logica e dura solo finché l’incantesimo logico dura.

Il vigore del pensiero, e in certo senso anche la bellezza del luogo, sarebbero dunque – a questo in fondo allude l’immagine – in realtà un artificio, la cui solidità dura finché dura l’incanto. Per sfuggire alla trappola in cui l’incanto ti chiude sarebbe perciò sufficiente semplicemente uscire dal luogo in cui ci si è addentrati. Appena sei fuori, l’incantesimo è rotto.

L’immagine non intende tuttavia deprezzare il valore dell’impresa con la costruzione tentata.

Riconosce senz’altro alla filosofia di Severino almeno lo statuto di rocca. Gli riconosce, fuor di metafora, complessità strutturale e coerenza, nonché originalità non comuni (è quel castello, non un qualsiasi altro). Ha senz’altro anche il pregio di non ridurre il pensiero di Severino a caricatura [se di una figura (di un volto ad esempio) io colgo solo alcuni tratti (magari uno solo), lo isolo dagli altri, magari lo accentuo, ciò che della figura (che pur sembra emergere) si staglia ne è solo caricatura. E’ questa, al di là delle valutazioni benevole o meno che quindi poi seguono, l’operazione dei molti che il castello guardano solo da fuori, o si addentrano sì, ma solo quel poco per farsi o confermarsi un’idea] riconoscendo così al pensiero di Severino almeno di essere il corpus di testi (di tutti i testi) in cui un linguaggio (quello nei testi deposto) cerca di dire niente meno che la struttura originaria dell’essere (e le sue implicazioni). Anche se forse non esprime – la semplice immagine di un castello incantato – quanto addentrarsi nel castello posso essere difficile e ostico perché il castello è sì a chiunque accessibile (basta leggere i libri che Severino ha lasciato) ma molte sono le scale, molte le serrature da decrittare dentro il castello; intende purtuttavia riconoscere, benevolmente, la potenza logica e quindi l’incanto che ciò può suscitare. Riconosce che il castello è di roccia, non un castello di carte.

Purtuttavia il castello – stando all’immagine – è e resta incantesimo e intenderlo come tale, accogliendo l’immagine come del tutto appropriata, è depotenziarne cogenza. Se incantesimo è, l’incantesimo – l’incantesimo dell’eterno da Severino evocato – è e resta tale. Ed è perciò esorcizzabile.

Nel castello (a mio modo).

I percorsi della vita acquistano spesso il loro senso a posteriori. Intorno a ciò ha ruolo decisivo la memoria, nel selezionare – e forse in certo senso anche depurare – i ricordi. Ognuno, me compreso, ricostruisce così la sua storia, con cui si identifica, in abbozzi di biografia….

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I would prefer not to“.

Questa la frase che Bartleby – lo scrivano protagonista del celebre racconto di Melville intitolato appunto “Bartleby The Scrivener” – pronuncia immancabilmente ogniqualvolta il titolare dello studio legale per cui lavora gli chiede fare qualcosa. Questa la risposta che egli dà ogniqualvolta una richiesta qualsiasi adombra la possibilità di farlo sporgere verso il mondo, schiodandolo dalla labile forma in cui la sua evanescente esistenza si è cristallizzata nel suo essere nulla più che semplicemente fisicamente presente, senza far nulla, nell’ufficio in cui è stato assunto come copista (e dove – si scoprirà – arriverà a vivere tutto il tempo della sua giornata).

Preferirei di no“, dunque: è questo il segno in cui, in sempre più evaporante passività man man che il racconto di Melville si snoda, Bartleby concentra sè stesso. Questo l’unico segno veramente tale e suo che Bartleby depone nel mondo. L’unica sua traccia inscritta nel sistema dei segni e rimandi del mondo (tra i quali – e non è irrilevante – in primis quelli che Bartleby trascrive quando, all’inizio del racconto, ancora preferisce svolgere la sua mansione di scrivano). A tutti gli altri significati circolanti nel mondo, differenti dal suo no, indiscriminatamente Bartleby oppone solo il suo mite no irremovibile.

Scivolando sempre più, nello sviluppo del racconto, verso un’inattività totale, Barteeby sempre più consterà nell’optare per “no” in modo sempre più netto e ostinato, fino a morire alfine (nell’isolamento della prigione in cui viene portato) rifiutando il cibo (ossia rifiutando il mondo dal suo no investito)

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Bartleby è un enigma.

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(testo proposto quale contributo alle iniziative della SFI Trevigiana per la Giornata Mondiale della Filosofia)

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La morte della filosofia, le varie ipotizzate forme del suo oltrepassamento, il tramonto della metafisica e dei suoi immutabili, la marginalità socio-culturale dell’etica e dei saperi filosofici in genere sono quanto la stessa filosofia contemporanea spesso in fondo riconosce come eventi in atto (filosoficamente perciò tematizzandoli). Tutto ciò è quindi anche parte essenziale della narrazione che la filosofia (definendo sé stessa, e dunque la sua vicenda) fa di sé. In questa auto-narrazione la filosofia delinea la tradizione in cui consiste e individua (nel suo autodefinirsi anche secondo la sua genesi) un suo inizio: in un certo luogo e un certo tempo. Se nell’ordine delle cose sta che quanto ha un inizio possa avere anche in qualche modo una corrispettiva fine, la fine della filosofia potrebbe dunque essere null’altro che l’epilogo di una vicenda che dalla radice greca dispiega l’Occidente per poi concludersi.

La filosofia purtuttavia non si propone soltanto come una tra le tante vicende che nel mondo accadono, né perciò come uno, semplicemente uno, tra i saperi via via escogitati dall’uomo per abitare, a suo modo, il mondo. Il sapere cui la filosofia intende infatti aprirsi è intenzionato da uno sguardo (quello in cui la filo-sofia consiste) rivolto all’intero, al tutto (all’essere). E alla verità del tutto aperto. Se In questa apertura l’essenza del dire filosofico sta quindi nel cercare di indicare la verità (o lasciare che la verità si mostri), ciò vuol dire che senza ricerca della verità la filosofia non è. Ciò non implica però che senza filosofia la verità non sia. Anche fosse (vero) infatti che la verità non fosse dalla filosofia attinta o magari non possa essere in alcun modo attingibile o attinta; anche fosse (vero) che da nessuno sia pensata o detta, la verità comunque, nella sua evidenza, silente lì dove sta, starebbe. La vicenda in cui la filosofia consiste questa verità ricerca, ma anche qualora questa vicenda giungesse al termine (o a compimento), comunque altri indecifrati linguaggi, altri a me (a noi occidentali) sconosciuti sguardi, possono o potranno ad essa volgersi, in altri luoghi modi e tempi.

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Pubblico qui il testo preparato per il Festival della Filosofia di Ischia dedicato al concetto di “Tempo” http://www.lafilosofiailcastellolatorre.it/

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Concepire e pensare adeguatamente il tempo presenta notevole difficoltà e complessità, per lo meno per le insite nel concepire, senza contraddizione, l’istante in cui il tempo si mostra e che innerva il tempo nel momento in cui si pensa che tutto il tempo sia successione di istanti. Il tempo è tutto e sempre in istanti che, prima o poi, esistono. Ma concepire adeguatamente l’istante è problema.

Questa difficoltà ha motivi profondi nei modi di pensare che si sono affermati e sviluppati nella tradizione della filosofia occidentale, almeno per le tendenze presenti nel pensare gli enti, i finiti (gli istanti) isolati tra loro, in sé staccati dal tutto.

All’interno della tradizione filosofica occidentale da un lato sembra infatti assolutamente ovvio che l’istante sia momento del tempo senza il quale non c‘è tempo, il quale è successione fluida e continua degli istanti. Ma appena si va a fondo nel ragionare su cosa sia istante e come esso sia compatibile con lo scorrere del tempo fin da subito il pensiero filosofico si rende conto che, se l’istante è inteso come un ente delimitato quale momento distinto e perciò separato dagli altri istanti le due ovvietà (che il tempo sia fatto di istanti e che il tempo sia fluire) sono difficilmente compatibili.

Su questa base provo a ragionare sulla possibilità di individuare fondamentalmente due modi presenti per cercare di rendere conto, cioè per cercare di pensare adeguatamente, il rapporto che lega, come appena detto, in modo molto problematico tra loro l’istante e il tempo. In ciascun dei due modi si profila però una contraddizione, di un certo tipo per il primo modo e di un altro per il secondo. In taluni casi tale contraddizione viene esplicitamente riconosciuta e in questi casi si oscilla tra i tentativi di superarla (magari arrivando a negare la realtà del tempo) o di riconoscerla come insita nella cosa stessa, ossia come strutturale alla realtà e al tempo.

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Intorno al negativo

Il prof. Luigi Vero Tarca, dando in tal modo seguito al dialogo avviato e in merito a questioni specifiche a suo tempo sollevate (cfr. https://prismi.wordpress.com/2020/08/10/9931/) mi ha fatto pervenire questa sua risposta, molto interessante e sotto molti aspetti chiarificatrice.

Lo spessore teorico delle sue considerazioni e le questioni filosofiche affrontate meritano, di per sé stesse e a prescindere dunque dal loro essere risposta a dubbi o domande, di essere attentamente considerate.

Le propongo dunque, qui pubblicandole e nell’intenzione di non lasciare le riflessioni circoscritte a uno scambio solamente “epistolare” interpersonale, alla dovuta attenzione

Paolo Masini

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RISPOSTA A PAOLO MASINI

5 OTTOBRE 2020

Grazie per le questioni che mi poni, le quali mi consentono di chiarire alcuni importanti aspetti della mia filosofia.

QUESTIONE N. 1

SULLA INTRASCENDIBILITA’ DEL NEGATIVO

All’inizio tu dici:

“Se “negativo” è un universale (per cui quindi sono “negativo” sia negato che negante) di cui ogni ente (in quanto non è un altro) è un’individuazione e se tale universale concreto, cioè tale da includere non solo formalmente (senza residui quindi) tutte le sue individuazioni, il dominio del negativo mi sembra dovrebbe essere inscalfibile.”.

Questo passo è un ragionamento che consta di tre momenti (che potremmo interpretare come due premesse e una conclusione): 1) “negativo” è un universale; 2) ogni ente è una individuazione di tale universale; 3) quindi il dominio del negativo è inscalfibile.

La conclusione sembra contraddire frontalmente la mia prospettiva filosofica, la quale parla del puro positivo, cioè del positivo puramente differente da ogni negativo e quindi in qualche modo svincolato dal negativo.

Articolo la risposta in due momenti: A) La risposta alla tua osservazione, divisa a sua volta in tre passi; seguita da B) Un paio di approfondimenti relativi alla nozione di negativo.

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Nell’epoca di Inter-net, cioè dello spazio globale interconnesso della comunicazione planetaria, dilagano sugli schermi dei dispositivi connessi in rete immagini di ogni tipo. Tra queste, moltissime sono fotografie (in cui spectra appaiono a spectatores).

Tra queste fotografie spesso quelle ritraenti volti, più di altre, posseggono, a ben guardarle, il punctum.

La possibilità, che l’immagine fotografata offre, di soffermarsi nella visione consente di notarlo, rivelando come esso – il punctum – fosse in realtà già lì, al momento che lo scatto fotografico riproduce, ma non notato per l’inevitabile rapidità con cui l’attimo della relazione a tu per tu, faccia a faccia, trapassa. Ma, fissato nella fotografia, questo punctum emerge dallo sfondo in cui già stava.

Qualsiasi dettaglio può essere questo punctum, ma spesso esso sta nello sguardo del volto fotografato (nello sguardo dello spectrum dunque) in un qualcosa che lo sguardo insieme svela e cela.

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Negli occhi di volti da fotografie ritratti – in alcuni casi in modo marcato, assai più sfumato in altri – si possono a volte scorgere compresenti – uno in un occhio e l’altro nell’altro occhio – due diversi sguardi.

Quando ciò accade il punctum – nel suo alludere alla coesistenza di due diversi stati d’animo, che quasi si contendono la personalità espressa nel volto – si accentua. Al di là delle intenzioni di chi si espone alla foto (che spesso sta in posa tentando così di gestire il suo esporsi) i due occhi hanno ciascuno uno sguardo che differisce, fosse anche solo per una sfumatura, da quello dell’altro occhio esponendo, spesso senza intenzione di chi dalla fotografia viene così ritratto, la compresenza per esempio di paura e determinazione, o di tristezza e odio, o di allegria insieme alla malinconia (e molte altre ancora possibili combinazioni…).

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La fotografia – forma di espressione artistica, pratica sociale di massa o puro mezzo tecnico per serbare memoria che sia – da quando è nata ha configurata, per la dimensione antropologica nel complesso delle sue pratiche, una nuova epoca. Da quel momento fotografie a profusione sono state sempre più scattate, prodotte, conservate (e si sono consunte, sono andate perdute, oppure distrutte..).

Poche invenzioni umane hanno avuto così successo come la tecnica della riproduzione fotografica. Poche hanno inciso così a fondo a livello sociale, culturale, antropologico. Grazie ad essa il mondo stesso, habitat umano, è divenuto altro, ora anche spazio la cui immagine può fissarsi depositata in un suo lembo (le sue riproduzioni fotografiche) da cui gli sguardi sono attratti.

La fotografia senza dubbio infatti ci affascina. Alcune foto in particolare sono per noi ammalianti, o conturbanti. Ma anche la più banale tra le fotografie in qualche modo richiama attenzione. In ogni fotografia si cela infatti un fascino arcano che va decifrato. Ben riuscita o mal riuscita che sia, ogni foto realizza infatti in qualche modo una cosa che da sempre gli uomini hanno agognato e che mai prima era stato così tanto possibile: catturare e fermare l’attimo nel mentre che fugge.

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“…senza pensare più

senza capire più

sonno gigante
sonno elefante
distenditi quassù

sonno patriarca meraviglioso
arcaico nuoto nell’acqua cupa…”

                                                                                                                                             (Paolo Conte)

 

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In contrappunto alla nostra vita vigile e conscia, il sonno ci accompagna intessendo – anch’esso – la nostra esistenza.

Perdita, necessaria e desiderata, della coscienza vigile. Piacere profondo, quando la stanchezza accumulata dilaga, di un totale abbandono in liberazione, nel desiderato riposo. Ma anche immersione nel mondo del sogno (proprio inconscio come ci insegna la psicanalisi o mondo degli dei e della vera realtà come pensavano gli aborigeni australiani o luogo altrove eppure mondo che abitiamo, per lo più senza memoria, in cui un altro noi ci abita) dormire – nel momento e la periodicità opportuna – ci è indispensabile. Quando il bisogno di sprofondare nel sonno si impone, nulla forse è più agognato.

Buona parte della nostra vita nel sonno. Ritmicamente nel sonno sprofondiamo, da esso emergiamo. Dormire: quando è l’ora, nulla è più gradito, nulla è più indispensabile.

Ma se nel sonno quindi riposo, dal punto di vista energetico il corpo del dormiente – questo riscontra l’osservazione scientifica – consuma quasi tanta energia quanta quando è invece sveglio. Il sonno è dunque ristoro, ridona energie, ritempra la veglia, ma non si dorme soprattutto per non consumare forza.

Se altro motivo profondo della necessità del sonno è forse anche sognare – tanto che studi sperimentali hanno evidenziato la tendenza a gravi disturbi (per lo più allucinatori) da parte di coloro che sono privati della possibilità di entrare nella fase REM del sonno, nella quale emergono i nostri sogni – purtuttavia non tutto il sonno è sogno.

Dormire non è quindi soltanto esigenza fisica o esperienza psichica imprescindibile. Dormire ha anche altro senso. Continua a leggere »

Studentesse e studenti di alcune classi del quarto e quinto anno del Liceo Canova di Treviso, negli scorsi mesi di gennaio e febbraio  (quindi in presenza e prima del periodo di chiusura delle scuole per l’emergenza sanitaria), hanno partecipato, in orario curricolare, ad attività di Laboratorio di Pratiche Filosofiche, coordinati dai loro docenti e dal prof. Luigi Vero Tarca, che da  anni ormai  sta proponendo e realizzando specifiche esperienze di questo tipo, sulla base di rigorosi presupposti teorici e secondo modalità (e regole)  codificate e collaudate.

All’atto pratico quanto effettivamente è accaduto nelle classi si è sviluppato in realtà secondo modi non sempre esattamente e rigorosamente riducibili al rispetto delle regole che le Pratiche Filosofiche implicherebbero. L’attività a mio avviso ha avuto infatti anche le caratteristiche di una dialogo (a partire da un testo condiviso su proposta di docenti o studenti), cui tutti i partecipanti hanno a loro modo contribuito, che si è svolto in modo più spontaneo e sotto certi aspetti più casuale di quanto le regole non avrebbero consentito. Sotto molto aspetti si è messo di fatto in atto un esperimento di fare filosofia, e non solo parlare di filosofia, con studenti degli ultimi due anni delle Scuole Superiori, quindi con persone molto giovani e soprattutto abituate ad altre modalità di approccio alla filosofia (per loro una disciplina scolastica prima che una possibile esperienza personale e culturale). Ciò non ha però, secondo me, minimamente inficiato il valore di quanto è accaduto. Gli studenti, di loro, hanno trovato infatti l’esperienza molto interessante e per molti è stata senz’altro coinvolgente. A chi l’ha proposta e gestita ha fornito occasione per riflettere sui modi in cui proporre il fare esperienza filosofica a scuola (e forse su cosa possano anche essere, in contesti particolari, le stesse Pratiche Filosofiche).

Terminata l’attività nelle classi, riflettendo successivamente su quanto realizzato e sui suoi presupposti filosofici, ha preso poi corpo un breve scambio di mail tra me e il prof. Tarca, in cui sono emerse questioni a mio avviso filosoficamente rilevanti, che penso possano incuriosire o interessare chiunque abbia a cuore le stesse questioni o analoghe.  Nello spirito dell’attività delle Pratiche il prof. Tarca mi ha a suo tempo sollecitato anche a rendere in qualche modo non circoscritto a un solo ambito tra noi privato  le mie considerazioni. Penso che “pubblicare” in questo blog le parti delle mail in cui prende forma la conversazione filosofica intercorsa tra noi (sono omesse quindi le parti più “burocratiche” e più personali che non concernono direttamente questioni di filosofia) sia un modo per corrispondere a questa richiesta.  I testi delle mail scambiate sono quindi qui sotto riprodotti, tranne le parti omesse, pari pari (quindi mantenendo anche alcuni modi colloquiali, formalismi e ridondanze, almeno da parte mia, tipiche del registro linguistico epistolare). 

Va forse infine  precisato che tutta l’attività svolta ha preso avvio da un testo steso dal prof. Tarca, quale introduzione e presentazione dell’attività proposta, fornito a tutti i partecipanti. Al termine dell’attività il prof. Tarca ha poi fatto pervenire delle considerazioni finali, sollecitando docenti e studenti a una riflessione e a un possibile libero dialogo. La mia mail, in cui esprimo alcune considerazioni, richieste di chiarimenti e dubbi in  merito ad alcune questioni intende corrispondere a questa sollecitazione.  ll prof. Tarca mi ha quindi  generosamente e gentilmente risposto. A ciò è seguito un mio ulteriore intervento. Lo scambio si conclude quindi (per ora, forse) con alcune domande da me poste, innanzitutto a me stesso. Il discorso, con ciò, è dunque lasciato in qualche modo anche in sospeso, come peraltro è forse bene che sia, nel senso che resta aperto a tutte le ulteriori considerazioni e direzioni possibili.

Paolo Masini

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Segni, cose

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“.. Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori si estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il vento e il caso danno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…

(Italo Calvino, da “Le città invisibili”)

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Man mano che qui sto scrivendo, segni si depositano sulla pagina, che via via si riempie.

Per farlo – come sto facendo qui ora, in videoscrittura – pigio su tasti in ognuno dei quali segni sono già inscritti. Lettere dell’alfabeto (cioè segni), parole (anch’esse segni), frasi (per quanto più articolate, pur sempre ancora segni) si dispongono così via via sviluppandosi in testo. Anch’esso – il testo – (macro)segno (composto da segni formati da segni…).

Se alzo lo sguardo dallo schermo, ritrovo – qui nella stanza in cui scrivo – le cose consuete, disposte intorno a me come sempre. Anche queste cose – incluso lo schermo in cui si staglia la pagina in cui i segni che traccio vanno ad inscriversi – sono anch’esse dei segni: segni muti, non parole (anche se tutti a parola – fosse pura alla sola parola “cosa” – riconducibili).

Siamo circondati da segni, avvolti da un mondo di segni in cui incidiamo a nostra volta segni. Segni-parole, segni-immagini, indici, cartelli, gesti, suoni, posizioni, posture… Siamo noi stessi innanzitutto un groviglio di segni: segni che altri intravedono in noi, grazie cui altri ci segnano e così definiscono. Segni ci distinguono e identificano, (primo fra tutti il mio, e tuo, nome proprio, segno attorno cui tutto il me-stesso converge). Siamo segnati: innanzitutto nel corpo, nella memoria. Siamo segnati dagli altri. Emaniamo e incidiamo segni. Li decifriamo.

Anche io é un segno. Segnaposto nel linguaggio. Segno, decifrato come tale (come io), nello specchio del mondo in cui la mia immagine (specchiata, fotografata) fa segno di me (segno connesso a innumerevoli altri indecifrati segni nell’immagine-mondo in cui sto).

Linguaggio, mondo

Segno è tutto ciò che rimanda a un significato. Segno cioè rimanda ad altro da sé. Sempre indica altrove. Anche quando indica sè, il segno in quanto indice è altro da sè in quanto indicato. Nel segno ciò che è indicato è quindi sempre l’altro. Nel segno l’altro, in tal modo, è espresso.

Il segno pone quindi in risalto. Pone in risalto ciò di cui è segno e – quanto così posto in risalto – è col segno in uno specifico modo annodato. Intrecciandosi poi ulteriormente i segni tra loro, anche le cose indicate dai segni si annodano. In un reticolo di segni, un mondo si apre. L’insieme strutturato dei segni ne è il linguaggio.

Nel linguaggio le cose hanno così nome, nel gioco dei rimandi dei nomi alle cose e dei nomi (e le cose) tra loro. Nomi e cose, così, acquisiscono la loro specifica forma, viva e pulsante di significati e di sensi. Articolazione espressa del senso, pensata e interpretata per mezzo di segni (parole, immagini, indici, suoni…): il mondo.

Trasparenze, interpretazioni...

Il linguaggio stende così il suo manto sul mondo, facendolo emergere in rivelazione (come un già sempre stato perché il linguaggio, e quindi il mondo, sempre precede chiunque). Manto trasparente che lascia tralucere cose, il linguaggio dispone puntuazioni di segni che sono tracce di senso.

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