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Archive for the ‘Politica’ Category

untitled4Il nostro tempo è tempo dell’oblio, sempre più marcato sempre più evidente, della memoria storica.

Non è cosa del tutto nuova sotto il sole: masse umane, nei secoli e nelle epoche del mondo, sono vissute prive di qualsiasi nozione storica, che non fosse forse depositata, in veste miticamente deformata (e quindi non storica), in narrazioni tramandate. Ma oggi la situazione è ben altra, nuova e diversa: la memoria storica (storiograficamente, e dunque in qualche modo scientificamente, elaborata) è disponibile in linea di principio per chiunque. Eppure le masse la storia per lo più non la conoscono. La memoria storica è perciò per lo più obliata: in questo senso essa è rifiutata. Nessuna tradizione condivisa autorevolmente tramandata peraltro supplisce più ad essa. La memoria storica perciò è bussola assente.

Bussola di cui peraltro nemmeno più si sente la mancanza. Assenza che non sembra alimentare alcuna nostalgia. L’oblio della memoria sembra sia cioè anch’esso obliato.

Come forse è naturale sia se, intrecciata a tale oblio della memoria storica ad esso pure si somma, peraltro pure suffragata da ben reali motivi, una sostanziale chiusura dello spazio in cui si delinea il futuro. Per cui l’oblio della memoria storica, in tal modo, si incunea in uno spazio esistenziale asfittico, appiattito in un angusto presente, perciò incapace di percepire assenze.

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È forse uno dei Natali più tristi degli ultimi vent’anni.

Giornali e notiziari ci danno uno stillicidio di realtà produttive apparentemente solide che collassano, delocalizzano, chiudono e basta perché non ce la fanno, disoccupazione, tagli alla sanità. Blocchi stradali, proteste antipolitici, risentimento. Ecco, soprattutto questo: risentimento. Anzi: crisi di risentimento. Ne ha parlato brevemente anche Claudio Magris sul Corriere del 20 dicembre (p. 53).

Il risentimento per quello che ci accade diventa ogni giorno di più non “la giusta ira contro la violenza subita, ira che nobilita il cuore e l’espressione”, come ha scritto Magris, ma l’acidità di stomaco di chi ha digerito male l’esser stato messo alla porta senza nemmeno rendersi conto di cosa stava accadendo.

E cosa stava accadendo? Ma “dove eravate tutti” quando il disastro si profilava, si affacciava, era pronosticato in innumerevoli scritti, talks, dibattiti? Si rincorreva forse ancora quel po’ di benessere che già sembrava potesse essere strappato via da un momento all’altro? Ma, più probabilmente, si è pensato di non pensarci affatto e si è continuato ad amare la gabbia inox mod. weber, confortevolmente chiusa dall’esterno? Ora tutto è risentimento, colpevolizzazione, nessuno si assolve: tutti avremmo fatto bene i nostri doveri etici nel migliore dei modi. Dunque sarebbero giustificati il rifiuto della rappresentanza, dei partiti, delle banche–banchieri, dell’Europa, dell’euro… Questo sa produrre la rabbia, l’indignazione, il mal di pancia, più che quella testa ben fatta (Montaigne…) che ora invece servirebbe per riprogettare il Paese Mancato o Naufragato (Crainz…): io capisco anche questi rigetti, ma non riesco a solidarizzare fino in fondo con essi. Il mondo è ingiusto, ma a me pare che a molti andasse bene così fin l’altro giorno, almeno finché l’ingiustizia toccava più agli altri che a me…

Alle haben Recht, niemand ist gerecht. È sempre la guerra con l’altro: quando invece dovremmo guardarci dentro e riflettere su come facilmente possiamo diventare i peggiori nemici di noi stessi e di quegli altri a cui invece potremmo aprirci.

Il principio speranza non è il fallire meglio dei pop filosofi difensori delle cause perse. È invece l’unico senso che si può ancora aprire in un presente reificato e desertificato proprio nelle sue migliori speranze. Ma per mobilitarlo occorre non il rigurgito del risentimento, quanto una nuova grammatica del pensiero e dell’esistere, che liberi il nostro dire e il nostro fare dall’idea che il mondo è fatto così e noi non ci possiamo fare quasi niente (se non, appunto, abitarlo come un uccelletto reboriano la sua gabbia, sperando che “il padrone” gli porti da mangiare).

Ecco allora una domanda filosofica, redentiva, natalizia perché generativa:

Che ne è del mondo se un altro mondo non è possibile? Ma non è possibile o, più semplicemente, non ancora accessibile alla nostra coscienza storica? Non è qui, allora, che deve nascere un nuovo pensiero, un nuovo modo di essere individui, di pensare e vivere la socialità, di praticare quotidianamente razionalità e giustizia come la nostra vera seconda natura?

Proviamo a immaginare e a dire che un altro mondo è possibile. Per cambiare veramente e non a rigurgiti di risentimento. E, soprattutto per non ricadere più in quello di prima.

Un sereno Natale ai lettori di Prismi.

Alessandro Bellan

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Pubblico qui un articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul “Corriere della sera” dal 1974 al ’75 (ora nella bella antologia a cura di S. Perrella, Dobbiamo disobbedire, Adelphi 2013). L’articolo, che apparve il 30 giugno 1974, è un piccolo gioiello di stile e di pensiero di questo autore sovranamente libero e alieno da tutte le chiese e i salotti dell’apartheid politico italiano, e rappresenta oggi forse più che allora una staffilata alla nostra inerzia materiale e morale. Non mi sembra inoltre privo di qualche collegamento con le riflessioni sulla povertà che Alessandro Bellan ha recentemente condotto su questo blog.

Goffredo Parise scrive a macchina«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.

Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.

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untitledIl conformismo1 quale lo abbiamo finora inteso, è da considerarsi una categoria approssimativa, e, secondo Anders, in fase di transizione verso uno stadio ulteriore, che egli definisce di illibertà.  Si tratta di una condizione di privazione della libertà che  segue a quella violenta e dittatoriale di cui si è fatto esperienza fino alla prima metà del ‘900. Il conformismo infatti presuppone ancora una capacità di scelta da parte di chi, per ragioni di comodo, decide di omologar-si agli imperativi morali e comportamentali dominanti; ma questo uso riflessivo del verbo perde la sua ragione di esistere, laddove più efficacemente sostituito dalla forma passiva del venire omologati, che non richiede l’intervento di alcuna decisionalità individuale.

In questo più perfetto stadio della passività, l’obbedienza come atto cosciente diviene irrilevante: di conseguenza anche le forme più esplicite di ordini e di divieti divengono superflue.2

Questo ordine della passività, che non necessita di forme esplicitamente coercitive, può facilmente assumere l’apparenza di libertà, in un perverso fenomeno per cui il costituirsi di una condizione di illibertà perfetta procede parallelo all’affermarsi dell’ideologia della libertà.   Fare luce su questa dinamica non è facile, qualcosa continua a sottrarsi ad una trasparenza del giudizio rispetto agli antagonismi in gioco: le figure del dominatore e del dominato non si delineano più con la stessa chiarezza cui eravamo abituati dalla consuetudine con la figura classica della relazione servo-signore di hegeliana formulazione.

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Dopo il fallimento della Conferenza di Doha, vale la pena riascoltare il discorso del vecchio Pepe Mujica, Presidente dell’Uruguay, al G20 di Rio…

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Si parla spesso e volentieri di poteri forti, di potentati e di potenti, del fatto che il Potere – inteso come una sorta di struttura impersonale e autoreferenziale – condiziona fatalmente le nostre vite. Lo si vede e lo si descrive – a seconda delle mode, delle ideologie, delle autorappresentazioni più o meno interessate – come fonte di corruzione oppure di prestigio, come l’origine di tutti i mali ovvero di tutti i beni: si ricordi la lezione di Cristo a Pilato nel Maestro e Margherita. E si conducono innumerevoli e interminabili discussioni e dibattiti su chi abbia il “potere” (in Italia, in Europa, nel mondo). Ma si evita sempre di porre la questione radicale, ovvero che cosa sia davvero il potere, e che cosa – come scrive Canetti – esso “apparecchia”. Nel suo saggio On Violence Hannah Arendt, riflettendo sulla condizione attuale della scienza politica, constatava che siamo ancora lontani dal distinguere chiaramente termini come “potere”, “potenza”, “forza”, “autorità” e “violenza”.

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Si odono, vicini, appena al di là del Mediterraneo tamburi di guerra. A chi tende l’orecchio la guerra pare vicina, troppo vicina, a noi: nel “cortile di casa”.

Ci si accorge così che la violenza – di cui la guerra è una delle forme estreme e che mai è mancata neanche un giorno solo di fare il suo giro da qualche parte sulla Terra – riguarda il mondo in cui siamo. Riguarda dunque anche noi (può toccare anche noi): c’è, se si vuole vedere questa evidenza, nel nostro orizzonte e c’è sempre stata.

Ed è guerra, indubitabilmente guerra, nonostante i tentativi di edulcorarne la sostanza, magari cercando, ipocritamente, di nominarla altrimenti (per cui ci tocca sentir parlare di “missione di pace”, “guerra umanitaria”, “intervento d’aiuto” in difesa di questo o quello, o di questi o quei diritti inviolabili). Ma pur sempre, invece, guerra è e resta (magari al limite guerra inevitabile o guerra giusta, ma sempre guerra e violenza). E guerra rischiosa (basterebbe soltanto che una qualsiasi grande potenza si schierasse in aiuto di qualcuno che un’altra grande potenza ha invece deciso di attaccare e combattere per dare avvio ad ogni possibile effetto domino e ad esiti da apprendisti stregoni).

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Lontano, in Oriente, dall’altra parte del mondo, in Giappone, la terra trema, come forse non ha mai tremato. Tutto sussulta, il suolo sembra lì lì per aprirsi e inghiottire chi c’è, le pareti a cui affidiamo le sicurezze dei nostri nidi o tane vacillano, crollano. Vengono scossi, rivelandosi fragili ed impotenti, corpi esposti e inermi. E con essi, molte certezze vacillano… Poco dopo pure l’acqua, il mare, ribadiscono la potenza troppo misconosciuta della natura cieca: onde imponenti, inarrestabili, spazzano via cose, uomini, case. 

Infine, quasi trent’anni dopo Chernobyl, nei luoghi vicini ad Hiroshima e Nagasaki, ritorna a incombere, rammentandoci la sua esistenza, il pericolo atomico e della insidiosa impalpabile quasi-eterna contaminazione nucleare.

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Periodicamente qualcosa succede nel mondo a imporre l’evidenza dei pericoli che incombono. Qualcosa irrompe e ci induce a dover allargare lo sguardo e rivolgere l’intelligenza verso consapevolezze più lucide, sia pure anche più perturbanti e angoscianti. Lo sguardo allora può spostarsi e addentrarsi a cogliere il proprio stare sospesi, quasi sempre in attesa un po’ ottusa, sull’orlo di un vero e proprio abisso.

Come ai bordi del vulcano – luogo in cui, neanche tanto metaforicamente, in fondo stiamo – qualcosa sembra intaccare le molteplici forme del diniego in cui quasi sempre ci rifugiamo, e in cui peraltro velocemente e assai facilmente ritorniamo. Ma per un attimo almeno il velo della cecità in cui in fondo ci crogioliamo viene squarciato e ci resta comunque almeno un’eco di consapevolezza della sostanziale disinformazione a cui siamo per lo più esposti e a cui anche peraltro affidiamo gran parte del nostro proteggerci dal gettare lo sguardo sull’effettivo mondo in cui siamo.

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Una prospettiva sul futuro è indispensabile per chiunque.

Perchè è esigenza vitale, certo, stare nel qui e ora; ma anche starci, pure, secondo una prospettiva che sia apertura. Varco quindi dove possa annidarsi e prendere slancio qualche progettualità perchè nella dinamica strutturale dell’esistenza ci sta che nell’attimo sia essenziale anche dislocarsi verso altro che abbia, una volta sopravvenuto, il sigillo del proprio e del sè, articolando in tal modo il respiro necessario per dare ritmo e senso alla propria biografia.

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Ma quali sono mai, quali possono essere mai, questo senso e questo ritmo oggi per tanti giovani (o anche non più proprio tanto giovani) se la loro condizione lavorativa – ma insieme e prima di tutto sociale – è, come spesso è, quella della precarietà o della ragionevole aspettativa di lunghi periodi di precarietà? Che senso può cioè avere – al di là della pur importante necessità di impiegare comunque il tempo in qualcosa che si presume possa prima o poi rivelarsi esser stato utile fare –  impegnare energie e aspettative, per esempio, nelle fatiche, le spese e le difficoltà dello studio universitario? Investendo cioè, diciamolo chiaro, in un progetto di sè che rischia di non realizzarsi mai o magari non nel tempo che sarebbe dovuto e opportuno.

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Se poi, in questo contesto generale, gli studi universitari che vengono scelti, intrapresi, quando tutto va bene conclusi, sono quelli di filosofia, mi si impongono riflessioni che – in quanto insegnante di filosofia nei Licei – mi è difficile eludere.

Il fatto è che spesso ragazze e ragazzi mi chiedono consiglio sul che fare da grandi (o anche solo dopo l’esame di maturità). Per cui mi trovo a considerare non solo circa la questione (di certo anche – perchè no - filosofica) del senso di una eventuale vita da precario; ma (posto che in fondo a me quasi sempre, nello specifico, si chiede se sia il caso di intraprendere studi attinenti in qualche modo al filosofico, e quali prospettive future essi aprano) anche al senso della filosofia (e dello studiarla) nell'”epoca del precariato”.

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Insomma: è che mi ritrovo, per lo meno, banalmente spesso col problema di dare l’indicazione più opportuna a chi – tra i miei studenti e studentesse – mi chiede consiglio circa la loro futura scelta universitaria, valutando i possibili sbocchi lavorativi che ciò possa comportare e tenuto conto che i loro interessi sono talvolta rivolti pure alla filosofia.

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L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte: e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte

(Spinoza, Etica, Parte quarta, Prop. LXVII)

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Quando, per qualsiasi motivo, arriva la tristezza, ciò che sembra venire a mancare è innanzitutto la forza di attingere alla fonte delle risorse energetiche.

Quanto più questo stato è accentuato, tanto più la malinconia è profonda e dilaga l’accidia. L’energia non ha allora più flusso, né deflusso. O ne ha solo troppo poco: appena quel che serve per consentire a chi dalla tristezza è invaso di galleggiare. 

Certo, la tristezza ha vari gradi e esserne invasi o esserne solo adombrati non è certo lo stesso. Tuttavia – sia essa ombra che offusca un attimo lo sguardo e consista nel perdere un po’ di forza o di voglia, sia essa la depressione più nera che dilaga nella spossatezza infinita in un estremo starsene aggrappati con tutte le forze nell’unico punto che trattiene dal crollo – in ogni caso la tristezza è un decremento di forza.

Perciò la tristezza ha dinamica. Dinamica qualitativa in quanto connessa agli eventi che la producono. Dinamica energetica in quanto è decremento quantitativo. E perciò più che uno stato è un processo nel gioco della variazione di potenza in cui la vita, nei suoi stati, consiste.

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“Una buona logica non mette il pensiero in catene, ma gli dà le ali”       

(Bertrand Russell)

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E’ più conveniente, da un punto di vista squisitamente ed esclusivamente razionale, agire ragionando in termini di utilità personale o di utilità collettiva? E che utile viene al singolo individuo rispettivamente nell’un caso e nell’altro?…

O anche: è possibile essere completamente in errore su tutto in modo da dover pensare che tutto sia falso. Oppure: essere invece sicuri di essere gli unici capaci di conoscere il vero, mentre tutti gli altri hanno torto? O anche, più direttamente: si può conoscere la verità? E conoscere tutta la verità?… E poi: è possibile conoscere in modo universale, oppure non è possibile perchè generalizzare è sempre un falsificare?…

Ancora: si può credere all’impossibile?… Ma possono esistere poi davvero, invece, i mondi possibili?

Ma soprattutto, e innanzitutto, possiamo dare, a queste o magari ancora altre consimili domande, davvero una risposta puramente razionale? Una risposta, intendo, semplicemente ed esclusivamente fondata sulla logica?

Può cioè la logica rispondere, o contribuire a rispondere, a queste (o anche altre) domande, che sono anche tipicamente filosofiche?

E quando chiediamo, come abbiamo appena fatto, una risposta puramente logica a una questione, risuona ancora, in questa richiesta, il senso del”Logos” originario della filosofia? Siamo cioè ancora nell’ambito aperto da questa grande antica parola-chiave (Logos appunto) della filosofia? Risuona ancora nella nostra domanda il senso della parola Logos, nel suo essere allusiva dell’enigma che ci costringe entro una logica una legge un linguaggio, cioè in forme e ordini del reale del pensare del parlare; strutture che ci aprono al senso dell’essere e contemporaneamente ci stringono, in nessi e necessità?

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