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Archive for the ‘Metafisica-mente’ Category

L’Uomo libero pensa alla morte meno che a qualsiasi altra cosa,

e la sua sapienza risulta dal meditare non sulla morte, ma sulla vita

(Spinoza. Ethica Libro 4, prop.67)

***

1

All’inizio.

Una variazione si avvia: un primo moto. Un’apertura incrina, o strappa lacerando, il compatto.

Nell’aperto: un qualche recettore (una vibrissa, un’antenna, un qualcosa…) si erge e protende. A tentoni tasta: un primo sensore registra un contatto.

Un’interfaccia così si dispone. Un qua e un là si squadernano. Quindi altri inizi, prima o dopo, si avviano: nel dappertutto dilagano. L’incrinatura si insinua in tal modo in più punti, in più lati e volumi. La rete delle relazioni poco a poco in tal modo si intesse, si estende. Si intreccia, sviluppando via via tutte le concepibili forme di relazione possibili : nessi interconnessi, in reciprocità e interazione, a loro volta hanno inizio, dando inizio a forme via via più complesse. Nella comunicazione che così interconnette si fissano nodi, in-formazioni circuitano.

Alfine, a un certo punto e momento, un occhio (un orecchio, una bocca, un corpo senziente…) anch’esso si apre.

Anche sensazione e visione, in qualche forma, hanno quindi l’inizio.

Così il mondo – strutture significati sensi – si svela: (co)inizia a sua volta.

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All’inizio.

Dopo l’avvio – dopo l’inizio – nel mondo lì dispiegato allo sguardo, tutti gli (ulteriori) inizi sono allora possibili.

Nell’aperto iniziano quindi, susseguendosi, sovrapponendosi, tutti gli inizi.

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Ricordo bene: lo avevo capito.

I pensieri si erano finalmente inanellati in fluida cogenza. Il ragionamento si era dipanato sviluppandosi in tutti i suoi precisi minuziosi passaggi. In nitida evidenza passo passo, snodo dopo snodo, i nodi aporetici, uno ad uno, li avevo sciolti, in perfetta sequenza. L’enigma decifrato aveva lasciato approdo alla conclusione. Il vero, finalmente illuminato, era lì: evidente. Un unico nesso includente premesse e  conclusione, nell’articolata necessaria struttura di un pensiero vero, si era saldato e disposto.

Avevo finalmente capito (il teorema, una situazione, il senso di un gesto o una frase, l’essenza di una persona…: una verità, insomma)

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Lo avevo capito.

Ma ora – qui ora su due piedi – ricordo solo che lo avevo capito. Qui ora – se cerco su due piedi di rammemorarlo o se tu me ne chiedi resoconto e ragione – cosa avevo capito me lo sono scordato.

Al più ne ricordo la conclusione, la tesi raggiunta quale punto d’arrivo. Ma può essere che pure quello, così su due piedi, a volte mi sfugga. Ricordo che ne ero certo, ma non ricordo esattamente di cosa.

Più spesso non ricordo il decorso di tutti i passaggi, tutti gli esatti particolari, nelle precisa figura che avevo compreso. Non ricordo bene i perché della conclusione di cui – lo ricordo – avevo certezza. In fondo ne sono ancora certo, ma non ricordo il perché.

Ne avevo, cartesianamente, l’evidenza dell’idea chiara e distinta. Tenevo in pugno il vero. Ma se ora lo scordo, non lo tengo più. Ci devo di nuovo pensare. Quanto compreso sfugge. Lo devo di nuovo pensare. La tela che avevo tessuto si disfa, e la devo ritessere ogni volta di nuovo….

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Cerco di ricordarmi quel volto, quel gesto.

Ma in realtà il ricordo è sbiadito. I particolari mi sfuggono e, più ci penso – senza troppi dettagli che ora non ricordo, ma che gli davano vita – quel sorriso, quel certo modo di guardare, la mia mente non li sa in realtà più immaginare. Quelle certe fattezze che cerco di far tornare alla mente – fattezze che solo esse avevano quella insostituibile pregnanza di senso cui rimandavano– me ne accorgo, nella loro precisa configurazione le ho dimenticate….

Cerco di ricordarmi quella voce. Unica. Differente da tutte le altre.

Ma ora non ne ricordo più il timbro esatto. Né la cadenza e inflessioni. So che era inconfondibile. So che anche il suono in cui consisteva era corpo di chi mi parlava (e interessava). Non riesco però a ricordarla. Anch’essa è scordata….. (altro…)

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In matematica, le teorie – così pare – valgono (o non valgono) nella misura in cui sono (o non sono) fondate.

Che un certo sistema assiomatico valido sia stato, cioè, proposto da Tizio o da Caio; che un certo teorema sia stato scoperto da Talete, Pitagora o Godel in fondo non è – per ciò che attiene la matematica in sé – davvero importante. Chiunque altro avesse, cioè, proposta o scoperta per primo una certa teoria matematica, sarebbe giunto alle stesse conclusioni e avrebbe pensato quindi gli stessi pensieri. Teoria e teorema sarebbero stati esattamente gli stessi.

In matematica, cioè, la verità è nelle teorie via via elaborate e non dipende da chi l’ha pensata per primo (o da chi, dopo il primo, la stia comunque in atto pensando). Pitagora o Godel (considerandoli in questo contesto quali esempi eminenti) hanno cioè certamente legato al loro nome i rispettivi teoremi in quanto frutti delle loro elaborazioni mentali, ma – per quanto grande possa essere stato il contributo dei due matematici alla loro formalizzazione – le loro teorie (così per lo più si pensa) sono state scoperte.

L’associazione tra Pitagora o Godel e le loro teorie è cioè sostanzialmente dello stesso tipo di quella che esiste tra alcune stelle e gli astronomi cui – come a volte accade, magari per il fatto che le hanno scorte per primi nel cielo – viene associato il nome. O a quella tra certi luoghi geografici  e il nome di qualche viaggiatore o esploratore l’ giunto per primo.

Quando si ha a che fare con la matematica, cioè, per lo più si ritiene che in fondo chiunque (nello stesso contesto e con le capacità necessarie) avrebbe potuto giungere ai risultati raggiunti da chi per primo li ha elaborati, come chiunque (coi mezzi adeguati) può vedere una stella o avere relazione con un luogo nel globo.

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Chi abbia cioè pensato qualcosa di valido in matematica per primo è perciò, dal punto di vista del valore della matematica, irrilevante. Per questo, tra l’altro, in matematica la comunicazione tra i suoi cultori è sempre possibile: ogni teoria, calcolo, dimostrazione – non dipendendone il valore dall’essere formulati da costui o colui (o da costei e colei) – sono riproducibili e perciò ripetibili da parte di chiunque (sia in grado di farlo). Il sapere matematico è cioè oggettivamente disponibile e verificabile, per chiunque (ne sia capace).

Come accade, peraltro, in tutte le scienze, il cui valore dipende dal rigore metodologico con cui sono fondate (oltre che dal loro riconoscimento intersoggettivo), e non dal fatto che esse siano scoperte o sviluppate da Tizio o da Caio (fossero pure essi Heisenberg, Einstein o Bohr).

Quando a un matematico perciò si chiede (ma già porre la domanda in termini così soggettivi pare avere poco senso) “Quale è la tua matematica?”, si sta in realtà chiedendo in fondo nulla di più che di matematica. Che la matematica di cui si sta chiedendo sia “sua”, nel senso che lui l’ha pensata ed escogitata, non lo si intende per davvero. O, se un senso deve proprio avere l’intenderla sua, può essere solo in quanto attinente al più il resoconto di una biografia, o quale forma discorsiva propria soltanto di un certo modo di dire.

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Tutt’altro sembra invece essere lo scenario epistemico quando si ha a che fare con la filosofia e i filosofi.

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Il bene e il male

Se gli umani nascessero liberi non si formerebbero

– finché fossero liberi –

alcun concetto di bene e di male”

(Spinoza, Ethica 4.68)

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Le cose inerti (ossia tutto ciò cioè che è riducibile, secondo il nostro punto di vista scientifico, a elementi chimici, atomici, subatomici; ma che potremmo anche chiamare, con linguaggio più arcaico, acqua aria terra fuoco) sono per noi, in quanto tali, materia insensibile sorda e cieca, chiusa in sé. Ma pure tutto ciò che per noi – erba fiori piante – è materia organica viva ma inconsapevolmente viva (mondo vegetale quindi), per le nostre credenze esplicite e soprattutto per quanto guida il nostro agire, è caratterizzato – così pensiamo e così viviamo materia inorganica e piante – dal fatto di essere non pensante.

Questa è una nostra certezza dominante. E, anche qualora che cose e piante non pensino si rivelasse magari – a ben vedere – essere in realtà problema (cioè una tesi che, almeno di fatto e cioè allo stato, non è davvero in grado di escludere la sua contraddittoria), resterebbe comunque l’evidenza che idea dominante, nella nostra cultura, è che le cose, in quanto cose, non sono di per sè nè coscienti nè autocoscienti.

Proprio per questo, se purtuttavia riteniamo che l’animale pensi, insieme reputiamo che ciò ne costituisca differenza specifica rispetto al suo essere cosa o vita vegetativa e se – con maggior facilità ancora – concediamo che l’animale senta, lo crediamo sì perciò, almeno potenzialmente, cosciente di ciò che sente, ma proprio per questo lo concepiamo esposto su apertura e disposto su piano altri rispetto a quelli delle pure cose o piante.

La dimensione dell’auto-coscienza, infine – in cui si apre l’ambito del pensiero di sé cosciente – la riserviamo perciò soltanto a quanto è apertura di sguardo umano e di ciò che gli è, per questo fondamentale aspetto, eventualmente simile nell’essere apparire che schiude l’opacità delle cose all’esser viste e conosciute in quel vedere e conoscere di sé coscienti di cui esse, oggetti, non dispongono.

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Per questa – per il nostro pensare e il nostro agire imprescindibile – visione di fondo (imprescindibile al punto che pure l’assunzione di una posizione panpsichista non potrebbe che configurarsi come negazione sì della validità di questa concezione, ma riconoscendola in tal modo come riferimento ineludibile per qualsiasi alternativa tematizzazione in merito) perciò le cose, per noi, non sono concepibili responsabili, in quanto tali, di ciò che in esse o per esse accade.  

Non è quindi merito o colpa del sole splendere o non splendere nel cielo; l’uragano in sé non è cattivo ma è ciò che è; la pietra che mi cade in testa cade per gravità e non per sua perfidia, ecc… Ciò che non è pensante non è , cioè, imputabile. Ciò che non pensa, ciò che non ha coscienza della sua coscienza (e quindi del suo agire), non ha cioè commercio col bene e il male e non è quindi responsabile del bene o il male.

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etica

L’ Ethica: il libro

L’ ”Ethica” di Spinoza è – constatazione banale ma non troppo – un libro. 

Cioè: un insieme di proposizioni disposte in una certa messa in forma del linguaggio. Le proposizioni così – come in ogni libro – stanno raccolte in un corpo (appunto: il libro). Più propriamente: sono esse stesse un corpo (nel senso che sono carta e inchiostro certo; ma corpo, anche fossero pure esse soltanto, in qualche modo, nel cervello di chi l’Ethica legge o ha in mente).

Queste sopra: constatazioni ovvie, (fin troppo) semplici. Al limite pure, per certi lati, discutibili.

Eppure preziose: mostrano – prima di ogni altro significato e senso nel libro di Spinoza esplicitamente espressi – quanto Spinoza intende fondamentalmente dire: la realtà tutta (perciò, ad esempio, quel frammento di essa che è il libro dell’ ‘Ethica” stesso) è concatenazione di idee che hanno come riferimenti, e quindi loro oggetti, corpi. Di ogni corpo perciò c’è un’idea, ogni idea ha corpo.

Le idee dell’Ethica stesse quindi – persino anche qualora non fossero intese (da un lettore distratto od incapace, oppure da chi non intendesse la lingua in cui l’Ethica è scritta) – hanno e oggetto e corpo (per lo meno carta in cui sono deposte, inchiostro; cervello o mente di qualcuno…). Proprio come ogni qualsiasi altra idea, come ogni qualsiasi altra cosa. Tutta la realtà infatti – e il corpo del libro di Spinoza quindi non fa che confermarlo – è idee aventi come oggetti corpi (nei quali perciò in certo senso sono incarnate). Tutta la realtà – libro di Spinoza incluso –  è cioè corpi saputi. E insieme – essendovi correlativamente in ogni corpo, estensione vivente, un che di mentale che vi corrisponde – in certo qual senso corpi sapienti.

Nel corpo del libro, in frammento – già qui – quindi la “cosa” ci sta davanti, nella sua evidenza. Nel corpo del libro in cui un senso è racchiuso ed espresso, l’intenzione che l’Ethica incarna è già tutta esposta: dire, in un certo discorso, in un luogo, uno spazio, in una parte (un libro) niente meno che il vero; il vero su Dio, sul tutto. Ma il vero dunque raccolto, concentrato, in un libro, in cui si sviluppa un discorso. Ossia il vero dispiegato in un luogo. Che non è il tutto.

Mostrando perciò già da subito, a colpo d’occhio, in tal modo, come quanto vale per il libro (l’ Ethica” in cui c’è, in certo modo, tutto quel che c’è da sapere su tutto) che è un libro, vale per qualsiasi (altra) cosa: di essere modo di espressione dell’infinita sostanza, di tutta l’infinita sostanza. Di essere traccia, ogni cosa, del reciproco avvolgimento della parte e del tutto.

Il libro così – come peraltro ogni qualsiasi altra cosa – in consonanza, microcosmica, con la matrice di cui ogni cosa è espressione mostra, già in corpo, la sua aderenza col mondo.

Con tutto ciò che da questo consegue…

Nello specchio del libro: in parole, la verità

L’Ethica dunque, nel suo corpo di libro e nel tessuto di idee in cui essa consiste, concatena parole, proposizioni: definizioni, assiomi, postulati, lemmi, corollari, dimostrazioni, scolii.

Il sistema di pensiero, more geometrico strutturato, in cui essa consiste è quindi perciò espresso in parole: in certo specifico modo, è cioè linguisticamente articolato. Se per Spinoza è infatti assiomatico (come infatti esplicita con l’assioma 2 della imagesParte 2 dell’Ethica stessa) che “l‘uomo pensa”, l’uomo pensa in parole. L’uomo è pensante, ossia l’uomo è parlante e l’Ethica è quindi (anche) linguaggio. 

E il linguaggio dice idee, indicanti dei significati. Significati che sono – ci dice Spinoza – in ultima analisi corpi. Il mondo è dunque nei modi: modi del pensiero (le idee), ossia dell’estensione (le cose, i corpi). E viceversa: modi dell’estensione, ossia del pensiero. Perché tutto è sostanza, ossia tutto è Dio. Ossia tutto è Natura.

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Uno dei punti di partenza più profondi e discussi della filosofia occidentale è il noto frammento del poema sulla natura di Parmenide che recita:

“… Sono infatti la stessa cosa pensare ed essere” (frammento 6 Diels-Kranz)

Le interpretazioni date a questo verso parmenideo sono state le più diverse. Ciò che però a mio avviso si può qui rilevare senza dubbio, prescindendo anche dalle sfumature date dalle varie traduzioni del verbo noéin, è che si afferma qui uno dei caratteri tipici del pensiero greco, il quale vedeva una sostanziale continuità tra l’ambito del pensiero e quello dell’essere, ovvero il fatto che anche il soggetto pensante faccia in qualche modo parte, proprio in quanto pensante, di una totalità, di un orizzonte di realtà. Il pensiero, per i Greci, non è qualcosa di extra-mondano, ma al contrario qualcosa di concretissimo, che rappresenta in qualche modo un’espressione manifesta dell’essere del mondo. Senz’altro anche per i filosofi greci l’uomo è capace di distinguere sé dal resto degli oggetti in quanto il suo pensiero è capace di autoriferimento. Ma è una distinzione che viene riassorbita in un superiore piano di realtà oggettiva e mondana. La celebre dottrina delle idee di Platone, ad esempio, non intende instaurare un dualismo nel quale le idee siano unarticolofoto1 principio trascendente nascosto chissà dove, ma piuttosto vuole fare delle idee il fondamento più autentico del mondo, ciò che rende il mondo che noi percepiamo quello che è. La sua filosofia esprime la convinzione tipicamente greca che la realtà sia governata da un principio ordinatore che ne costituisce il fulcro e che rende la materia disordinata, il chaos, un mondo strutturato, un kosmòs. (altro…)

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eIl protagonista del film “Memento” (lungometraggio uscito nel 2000, tra l’altro opera prima di Cristopher Nolan) è affetto da un disturbo alla memoria che gli impedisce di avere ricordi relativi alle sue esperienze successive un misterioso evento traumatico da lui vissuto in un imprecisato, seppur non troppo lontano, passato.

Il personaggio dispone della sua memoria a breve termine e di quella procedurale, ha ricordi del suo passato lontano, ma un’amnesia copre un buon tratto della sua vita recente. Da un certo punto della sua vita in poi tutto quanto gli capita viene via via cancellato dalla sua mente. Perciò ogni attimo della sua vita è per lui come l’uscire da un pozzo in cui appena prima era immerso, come il fuoriuscire improvviso, ad ogni istante, in un ambiente e in una situazione di cui non ri-conosce mai, dovunque gli capiti essere, i  contorni precisi. Perciò Leonard Shelby (questo il nome dello smemorato protagonista della storia del film) è del tutto spaesato, calato in una situazione inquietante e drammatica in cui è evidentemente coinvolto, ma il cui significato e la cui forma gli sfuggono. Privo, senza memoria, di punti di riferimento e ancoraggi precisi è  inoltre fragile ed esposto alla manipolazione altrui.

Per fronteggiare in qualche modo la situazione in cui si trova gettato, Leonard scrive, dovunque può, messaggi a sé stesso, in cui cerca di trasmettere a sé memoria di quanto gli accade e di quanto gli si rivela essere, per qualche motivo, importante. Scrive dovunque ritenga di poter poi casualmente, in seguito, rinvenire i messaggi. Scrive su pezzi di carta che colloca in luoghi strategici, oppure scrive sugli specchi in cui sa che si guarderà. Oppure si scatta delle fotografie, contenenti anch’esse indicazioni e messaggi, che poi lascia in luoghi che sa dovrà frequentare. Si incide, infine, allo stesso fine, tatuaggi sul corpo, diventando così egli stesso, nella sua carne, la superficie di iscrizione del proprio passato: egli stesso memoria letteralmente incarnata, depositata e dispiegata nei segni incisi nello spazio (il corpo) in cui il sé si delimita e raccoglie.

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