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Archive for the ‘Crono-logie’ Category

untitled4Il nostro tempo è tempo dell’oblio, sempre più marcato sempre più evidente, della memoria storica.

Non è cosa del tutto nuova sotto il sole: masse umane, nei secoli e nelle epoche del mondo, sono vissute prive di qualsiasi nozione storica, che non fosse forse depositata, in veste miticamente deformata (e quindi non storica), in narrazioni tramandate. Ma oggi la situazione è ben altra, nuova e diversa: la memoria storica (storiograficamente, e dunque in qualche modo scientificamente, elaborata) è disponibile in linea di principio per chiunque. Eppure le masse la storia per lo più non la conoscono. La memoria storica è perciò per lo più obliata: in questo senso essa è rifiutata. Nessuna tradizione condivisa autorevolmente tramandata peraltro supplisce più ad essa. La memoria storica perciò è bussola assente.

Bussola di cui peraltro nemmeno più si sente la mancanza. Assenza che non sembra alimentare alcuna nostalgia. L’oblio della memoria sembra sia cioè anch’esso obliato.

Come forse è naturale sia se, intrecciata a tale oblio della memoria storica ad esso pure si somma, peraltro pure suffragata da ben reali motivi, una sostanziale chiusura dello spazio in cui si delinea il futuro. Per cui l’oblio della memoria storica, in tal modo, si incunea in uno spazio esistenziale asfittico, appiattito in un angusto presente, perciò incapace di percepire assenze.

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eIl protagonista del film “Memento” (lungometraggio uscito nel 2000, tra l’altro opera prima di Cristopher Nolan) è affetto da un disturbo alla memoria che gli impedisce di avere ricordi relativi alle sue esperienze successive un misterioso evento traumatico da lui vissuto in un imprecisato, seppur non troppo lontano, passato.

Il personaggio dispone della sua memoria a breve termine e di quella procedurale, ha ricordi del suo passato lontano, ma un’amnesia copre un buon tratto della sua vita recente. Da un certo punto della sua vita in poi tutto quanto gli capita viene via via cancellato dalla sua mente. Perciò ogni attimo della sua vita è per lui come l’uscire da un pozzo in cui appena prima era immerso, come il fuoriuscire improvviso, ad ogni istante, in un ambiente e in una situazione di cui non ri-conosce mai, dovunque gli capiti essere, i  contorni precisi. Perciò Leonard Shelby (questo il nome dello smemorato protagonista della storia del film) è del tutto spaesato, calato in una situazione inquietante e drammatica in cui è evidentemente coinvolto, ma il cui significato e la cui forma gli sfuggono. Privo, senza memoria, di punti di riferimento e ancoraggi precisi è  inoltre fragile ed esposto alla manipolazione altrui.

Per fronteggiare in qualche modo la situazione in cui si trova gettato, Leonard scrive, dovunque può, messaggi a sé stesso, in cui cerca di trasmettere a sé memoria di quanto gli accade e di quanto gli si rivela essere, per qualche motivo, importante. Scrive dovunque ritenga di poter poi casualmente, in seguito, rinvenire i messaggi. Scrive su pezzi di carta che colloca in luoghi strategici, oppure scrive sugli specchi in cui sa che si guarderà. Oppure si scatta delle fotografie, contenenti anch’esse indicazioni e messaggi, che poi lascia in luoghi che sa dovrà frequentare. Si incide, infine, allo stesso fine, tatuaggi sul corpo, diventando così egli stesso, nella sua carne, la superficie di iscrizione del proprio passato: egli stesso memoria letteralmente incarnata, depositata e dispiegata nei segni incisi nello spazio (il corpo) in cui il sé si delimita e raccoglie.

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imagesCAM05SFBBisogna avere un caos dentro di sè per partortire una stella danzante

(Friedrich Nietzsche)

***

Il ritmo che scandisce pulsazione e distanza apre, quindi, e chiude spazi. In sistole e diastole, coagula e scioglie, compone, decompone, ricompone.

Articola modulazioni le più varie, potenzialmente infinite. Ma, così facendo, anche insieme stringe e costringe nella forma essenziale imposta: forma ritmica che su tutto pone il suo suggello.

Tutto ha ritmo, è un ritmo. Ma non per questo ogni ritmo, tuttavia, è lo stesso ritmo. Il ritmo monocorde e ossessivo in cui si intestardisce Narciso non è il ritmo dell’apertura desiderante di Eros. Il ritmo delle galassie e l’ampio lento respiro del ciclo complessivo della natura non è il ritmo dei tempi sociali artificiali, nè il ritmo astratto del (kantiano?) soggetto aritmetico che, forse, li annoda. Il ritmo, anche frenetico, del brulichio della natura al suo rinascere primaverile non è il ritmo lento e sospeso dell’attesa invernale o della calura estiva. Il ritmo del lavoro dell’artigiano o del contadino è altro dal ritmo del lavoro di fabbrica. Il ritmo del tempo dell’educazione e dell’elaborazione culturale non è il ritmo della produttività industriale. Il ritmo della lettura non è il ritmo dei “tempi televisivi”. Il ritmo sospeso dell’ascolto non è il ritmo dell’urgenza, del rumore e della chiacchiera. Il ritmo della carezza e dell’abbraccio non è il ritmo della lotta mortale… E così via, nel moltiplicare esempi…

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Ogni evento è in un contesto e in un tempo.

La realtà è quindi costituita da nodi (gli eventi) che compongono struttura che si espone in sequenza. Gli accadimenti implicano quindi sfondi e campi di forze, ma anche intervalli e cesure.

Il fluire del tutto è quindi articolato, ma anche scandito. Pause, attese, arrivi, partenze determinano ritmi. Più o meno lentamente o velocemente, accelerati o dilatati, sospesi o frenetici, nei tempi variano gli spettacoli che ci avvincono o tediano, mutano timbri e atmosfere.

Ma sempre tutto pulsa. Ritmicamente.

***

I cicli celesti e delle stagioni, il ciclo delle età della vita, il ciclo solare nell’arco del giorno, il ciclo lunare (e il ciclo mestruale), il ciclo della fame e la sete, il ciclo del desiderio devono essere stati ben presto notati e attentamente osservati sin da tempi preistorici e prefilosofici.

Ma anche le vicende storiche, le società, la politica e l’economia evidenziano cicli. E ritmi.

***

Nell’apertura si dispone perciò lo spettacolo, in cui si dispiegano movenze nelle quali lo spazio danza nel ritmo che batte il suo tempo e le sue variazioni di tempi.

Il ritmo delinea in tal modo una forma: quella sola e non altre. Circoscrive così e suggella i suoi modi.

Di tali modi, nelle specifiche differenze nei rispettivi campi in cui ritmi sono scanditi, si può tentare decifrarne logica e legge

1. Ritmi: il consumo

L’esistenza si regge sul dispendio di energie assimilate e la loro ricostituzione costante.

imagesCA1HZ5QBIn un ritmo di cicli, innanzitutto biologici, che dispongono un interagire col mondo volto al consumo del mondo. Un consumo teso all’assimilazione di oggetti che focalizzati, avvicinati, afferrati, trasformati, frantumati, distrutti, negati , infine sono perciò col Sè fusi, in esso del tutto inglobati.

Ma tutto ciò non distrugge nè supera una necessaria distanza, Sempre altro permane non consumato, perciò disponibile ad altro consumo. D’altronde ogni oggetto, ogni altro, può essere consumato solo se negato. Per cui l’assimilato, quando  è tale, non è più l’altro alla cui inclusione-distruzione il consumo mira.

Perciò l’altro non viene esaurito. Altro permane. La distanza del mondo quindi pure permane e per colmarla si esige altro dispendio che innesca una nuova battuta nel ritmo del consumo del mondo.

Chiudendo il circolo dell’impossibile uscita da esso e dell’impossibile inghiottimento con-fusivo del mondo

2. Ritmi: il desiderio

Inghiottimento, fusione: sono questi dunque gli elementi in gioco nel ritmo del bisogno e del consumo.

Ma anche il desiderio ha i suoi ritmi, che schiudono e chiudono. Maschere anch’essi di un’iterazione che suggella aperture, chiusure e riaperture ribadendo, nel ciclo, insieme, il cerchio dell’impossibile uscita dal ciclo e dal ritmo.

untitlettdIl desiderio infatti chiude sì il suo cerchio e raggiunge il suo compimento: quando lo sguardo in esso aperto (non potendo nessuno sguardo, e men che meno quello desiderante, che cerca riconoscimento, guardare sè stesso, pena lo scacco del narcisismo) ha quell’unico esaudimento possibile consistente nell’incrociare, volgendosi all’altro desiderato, un riconoscimento di esso desiderio stesso che non può che venire che dall’altro sguardo incrociato. Sguardo altro riconoscente (nel senso più ampio del termine), il quale innanzitutto riconosce il desiderio che lo investe, e lo accoglie, contraccambiandolo e suggellando la relazione in cui il desiderio consiste.

In tal modo però anche l’altro, il desiderato, deve ribadirsi – secondo una dinamica identica ma correlativa – come sguardo desiderante che consente al desiderio di confermarsi in sé stesso. Anche lo sguardo dell’altro si affida così a sua volta al mio sguardo, dischiudendo volto sinceramente aperto anch’esso all’altro che è me.

L’esaudimento del desiderio quindi, in questo modo complesso, si ha solo se anche l’altro pone a sua volta in me il compimento del suo desiderio, che io riconosco come suo desiderio; avviando la saldatura inquieta della relazione in cui il desiderio consiste.

Ma purtuttavia ogni compimento si dà peraltro per tracce e dilazioni. In una distanza, per la quale unico approdo del desiderio è forse solo la prossimità. Rinvio quindi, e non possesso, libertà accogliente reciprocamente sé è l’altro e i rispettivi desideri. In una cura e custodia dunque del proprio oggetto di desiderio, che è quindi anche attesa, e impotenza, pur nell’attivo darsi da fare almeno per lasciare aperto lo spazio del riconoscimento dello sguardo desiderato. In una iniziativa che ha a che fare col dono reciproco.

Ma in cui aleggia sempre il richiamo del senso dell’intero, il quale non è acquisibile mai, ma in cui peraltro solo si darebbe la fine del ciclo. Perciò anche in ogni esaudimento del desiderio resta pur sempre ulteriore ricerca del compimento, di altro compimento, sancendo l’ineludibilità del ciclo del desiderare e l’impossibile fuoriuscita da esso.

3. Ritmi: il sesso

Ineludibilità del ciclo del desiderio che è ribadita nella sua incarnazione più propria (per noi fatti di carne e di sangue: in corpore), ossia nella sessualità.

Nella sessualità c’è infatti apertura, innanzitutto nel suo momento epifanico, della rivelazione nella scoperta originaria dell’esistenza della “cosa” sessuata. Come ci ricorda Carlo Sini in “L’etica della scrittura” (p.134-135) con questa scoperta gesti preesistenti (che ora divengono però gesti di corteggiamento, afferramento, congiunzione…) acquistano un senso nuovo: la presa, in una ritmica da cui è poi impossibile uscire.

imagesNello specifico: nella sessualità qualcosa della cosa sessuata (del pezzo di corpo o del corpo come pezzo) viene  investito della figura di frammento, di metà (o parte di una metà) di un simbolo che prefigura un intero. La parte sessuata perciò allude e quindi attrae. Segno di una mancanza è segno di distanza che determina una direzione e un percorso. Nel gioco di una reciproca attrazione tra sessi combacianti l’emozione che innerva l’energia diffusa nell’intreccio di corpi rivela, nel fluire del godimento comune, la tensione alla ricostituzione di un intero. Ricostituzione a cui nel gioco sessuale i due frammenti (le due metà del simbolo) collaborano.

Ma quando il sesso giunge al compimento della sua intenzione, come ci ricorda lucidamente Sini, “tra le due parti resta però, comunque, una fessura, e anche questo non devi fartelo sfuggire” (p. 135). L’intero cioè, propriamente parlando, non si realizza e resta quel che è, ossia resta solo un’immagine.

Immagine da cui peraltro è impossibile uscire, data la provvida impossibilità acchè i due diventino davvero uno (pena la, peraltro appunto impossibile, perdita dei due o di uno dei due nell’altro). Un’impossibilità che tale deve restare per alimentare l’iterazione della reciproca ricerca dei sessi.

D’altronde, come dice Sini, “l’intero non c’è prima e non c’è neanche dopo. Esso è appunto un’immagine… A ciò allude propriamente la fessura” (ibidem). Per cui “nell’accoppiamento l’oggetto è raggiunto nel senso che esso è portato alla massima…vicinanza possibile; ma così esso è anche … tenuto a distanza.” e “la distanza ritmicamente colmata nel suo punto massimo possibile rimbalza indietro e si rifrange” (ibidem). E accade così che “Il ritmo aperto dall’emozione si chiude (la tensione immaginativa si spezza…)… Al compimento dell’emozione il soggetto di essa (in quanto soggetto “erotizzato”…) scompare. E con lui scompare anche l’oggetto-telos. La rivelazione della cosa tramonta; essendo un’immagine dilegua” (ibidem).

Ma proprio così il ritmo, anche qui, sancisce sè stesso: “L’emozione sessuale dileguata si tiene in serbo e si predispone a una riapertura e a una riapparizione delle sue fasi” (ibidem)

4. Ritmi: il diurno

E desiderio, consumo, sessualità (e altri ritmi) si inscrivono nel ritmo dei giorni.

Cicli quindi in un contrappunto coi ritmi dei cicli cosmici. E coi ritmi delle stagioni, e col ritmo del giorno, della luce e il calore.

milano-expo-e-arte-grazia-varisco-se-al-museo-della-permanente-quadri-comunicanti-2008telai-in-ferro-alluminio-64-x-49-cm-cadRitmi dunque inscritti nel ciclo della giornata, nel suo alternarsi e ripetersi di giorno e notte e fasi del giorno. Dall’alba al tramonto, secondo atmosfere sempre diverse ma via via ricorrenti, si dipanano i ritmi della vita, nello scandire emersioni dal sonno e immersioni in esso. In un periodico riemergere e reimmergersi in questo altro ancestrale (il sonno), inizio e fine del giorno tra i quali si dispongono, in modi i più vari ma sempre scanditi da fasi (da ritmi), i cicli della forza e l’esaursirsi di essa, l’insinuarsi o l’irrompere della stanchezza e del vigore, secondo flessibili ma ineludibili andamenti energetici: dalla sonnolenza dell’alba, alle ritualizzazioni dell primo mattino, al vagabondare attenti o distratti nel mondo diurno dell’impegno del fare e del dire, all’assopimento che riconduce a Morfeo. Ritmicamente riemergono, anche, la fame e la sete nel ritmo del giorno. E i desideri e il dispiegarsi delle emozioni più varie.

Nel giorno si dispiegano così, avanti ai nostri occhi aperti, reale e possibile. Secondo ritmo, che sancisce i modi della vita diurna. E insieme dà perciò pure però forma a ciò che è impossibile. Perchè ogni giorno, infatti, nel suo terminare, si chiude e lascia luogo al mondo notturno in cui altro (altri ritmi?) si mostra. Ma nessun giorno esaurisce l’attesa. Mai tutto è compiuto, qualcosa rimane sempre da fare.

Ogni fine del giorno è perciò sospensione. In attesa di un’altra battuta del ritmo: dell’iterazione.

*** 

In tutte queste ritmiche (e altre) tutto pulsa scandendo tempi, (eventi, storie, timbri…) 

Dinamiche punteggiate da iterazioni e riprese. Perchè sempre, in ogni sviluppo, la propulsione che dà direzione, trattenendosi dall’accorpare, nel suo gesto, completamente a sè il bersaglio, fallisce in qualche modo il bersaglio.

La spinta giunge perciò a un’acme e si esaurisce. La distanza permane. Per poi riprendere. Ciclicamente. Battuta, pausa, ripresa: ritmo.

Voler uscire dalla distanza e dal ritmo che essa innesca è voler essere Narciso.

Nella cui storia e figura si raccoglie e dilaga (nella situazione suicidaria, individuata da Lacan, in cui Narciso si perde; situazione cui porta il volere realizzare il desiderio di fusione con sè e a sè di ogni altro) quell’impossibile che il ritmo sancisce come tale, ma insieme circoscrive e contiene.

(continua)

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Nel “ParmenidePlatone, a un certo punto, trattando della complessa situazione logica relativa alla relazione tra l’uno, la quiete e il moto, si ritrova a dovere identificare nell’istante quel quando in cui “l’uno se in moto si ferma o fermo si mette in movimento” (156c), ossia come quell’attimo in cui c’è passaggio, mutamento, trapasso da una certa configurazione (prima) ad altra (poi). L’istante è dunque l’Ora in cui si realizza il mutamento.

Ma questo istante inteso dunque come “ciò da cui qualche cosa muove verso l’una o l’altra delle due condizioni opposte” (156d) Platone lo dichiara pure subito, esplicitamente e senza remora,  essere, a ben vedere, pure cosa assai “strana” (atopon) (156d). E’ infatti “natura dell’istante” quella di essere perciò “qualche cosa di assurdo che giace tra la quiete e il moto, al di fuori di ogni tempo” poichè “… verso l’istante e  dall’istante ciò che si muove si muta nello stare e ciò che sta si muta nel muoversi.. E l’uno così… mutando, muta istantaneamente e mentre muta non è in nessun tempo” (156 d-e).

L’Ora dell’istante è dunque il quando del mutamento. Ossia del fluire e il divenire. Ossia dunque del tempo, in quanto il divenire non può che essere connesso al tempo. Ma questo stesso istante, per Platone, va pensato insieme anche come qualcosa che peraltro non è in nessun tempo.

Come la freccia di Zenone che scoccata dall’arco in ogni istante del suo percorso è immobile fuori dal movimento, come il fotogramma di una pellicola nella bobina in proiezione, l’istante – in cui il mutamento scorre – non è cioè né fermo né in moto. Ogni mutamento, ogni passaggio da una condizione o stato ad altro, infatti, accade istantaneamente. Ma nell’istante in cui si produce il mutamento ciò che muta non sta fermo (se fermo fosse starebbe infatti appunto fermo, cioè non muterebbe), ma neanche si muove (chè, se muoversi vuol dire mutare, o sarebbe moto e dunque non muterebbe, oppure, qualora mutare volesse dire fermarsi, appunto si fermerebbe) e dunque è fermo.

Ciò che muta nell’istante non sta dunque fermo nè sta non fermo e, non essendo né fermo né in moto, non è dunque in alcun tempo (chè è nel tempo che si danno passaggio e correlazione tra quiete e moto).

Perciò l’istante non è tempo. E si pone così, paradossalmente, come immutabile. Fuori dal tempo.

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