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Siamo perdenti di fronte al tempo, un tempo che perdiamo, un tempo nel quale ci perdiamo. Ciò che pensavamo essere il troppo presto è diventato il troppo tardi, non siamo mai a tempo, sempre accanto

(Francois Ansermet e Pierre Magistretti in “Gli enigmi del piacere”)

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O forse si è a tempo nell’attimo della bellezza.

Come nei semplici, minimalisti, brani di Gianmaria Testa.

Così apprezzato all’estero, così misconosciuto in patria.

Molto altro aveva da darci e raccontarci.


Alto-livello-dipinto-a-mano-moderno-geometrico-astratto-acylic-beach-party-pittura-a-olio-su-tela(…continua…)

Io ho, quindi, il mio nome. Ad esso sono, inesplicabilmente, intimamente legato. Da esso sono in qualche modo anche identificato

Le persone che conosco e ho conosciute, in ispecie le persone amate, sono tutte dal loro nome proprio misteriosamente  segnate. Il loro puro nome le evoca in sfaccettature emotive e di senso che risuonano e dilagano nello spazio più intimo del cuore e la mente.

Anche nomi di luoghi, a volte, avvolgono uno spazio – fisico in tal caso – con la stessa pregnanza.

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I nomi propri sono, cioè, evocativi. E tutti, per quanto arbitrari – per quanto ci possano magari (il nostro o quelli di altri) “piacere” (“questo è un bel nome” pensiamo) o anche “non piacere” – sono non sostituibili. Il loro corpo di nome, la loro sonorità evoca subito chi sappiamo averlo quel nome, al punto da sentirlo inscindibile dal portatore del nome.

Perciò, se ci si focalizza su essi e li si lascia risuonare, resta sempre un residuo enigmatico.

In fondo è strano portare il nome che si ha. Strano tu abbia quel nome che porti. Ancor più strano però sarebbe non avere un nome, o averne (io,tu) un altro diverso. Il senso del nome proprio sembra, così, sempre di assoluta pregnanza, ma insieme fluttuante, imprendibile.

Ogni nome è del tutto appropriato e aderente, qualunque esso sia. Insostituibile dunque, pieno di senso. Ma stranamente pieno di senso, perchè pure povero, troppo povero, semanticamente.

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Ma il pellegrino dal pendio sulla cresta del monte non

porta a valle una mano piena di terra, indicibile a tutti,

ma una parola conquistata, pura, la gialla  e celeste

genziana. Noi siamo qui forse per dire: casa,

ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra, –

al più: colonne, torre… ma per dire, capisci,,

per dire così, come mai le cose stesse

intimamente sapevano d’essere.

(Rainer Maria Rilke Nona Elegia Duinese, vv29-36)

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Se, riflettendo, si presta attenzione a ciò che davvero intesse la trama della nostra esistenza non si può – per ciò stesso  – che ascoltare parole. Ci si accorge, con ciò, che esse – le parole – avvolgono la nostra vita e il suo senso.

Le parole dei poeti hanno a che fare – in modo eminente, pertinente, profondo – con questo dire e ascoltare, che è tra quanto ci è di più proprio.

Tra i poeti, è Rilke una tra le voci più esplicite nel dire la cosa in cui consiste questo nostro dire le cose (tra le quali, appunto, la cosa del dirle), ossia nel dipanare un dire che assecondi l’urgenza di dire sul dire. E Rilke arriva a dirlo chiaro, netto: noi siamo i parlanti, siamo qui per dire le cose. E per dirle in maniera assoluta, epifanica, come “mai le cose stesse intimamente sapevano d’essere”. Perciò ogni cosa, in tal modo, è dalla parola, dalla nostra parola, essenzialmente, avvolta. Ed esposta, così, nel suo statuto di cosa.

Rilke ci dice quindi – tra i primi a inoltrarsi nello snodo di quella che il pensiero ha chiamato la “svolta linguistica”, caratterizzante la temperie del pensare radicale della filosofia del nostro tempo – che l’esperienza dell’uomo è linguaggio. Che l’ambito umano è là (ossia: qui) dove si impongono i nomi.

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Qui, cioè, “è il tempo del dicibile, qui è la sua casa” (Nona Elegia, v.43).

download (1)Qui. Ossia nel tempo qui ora. Ma anche: qui quale luogo in cui siamo. Ossia nella casa del dicibile. Che poi, in quanto anche noi i parlanti siamo in certo senso dei luoghi, è qui nel senso di luogo che noi stessi siamo.

Qui dunque, in questo tempo, è casa: spazio familiare entro cui, anche dicendo, ci orientiamo e ci proteggiamo. E – così ci dice, soppesando parole, il poeta – diciamo appunto “casa”. E “ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra”. Al limite “colonne, torre”.  E poi certo – seppure queste da Rilke elencate non siano parole scelte a caso, perché ognuna di esse, a ben vedere, tocca ed esprime una specifica struttura ed essenza dello spazio in cui abitiamo – diciamo tutti gli altri nomi e tutte le altre parole.  E ognuna col suo peso specifico nel delineare un tratto essenziale del mondo (come per esempio, stando alle parole scelte da Rilke, il ponte è transito e relazione; torre e colonne stanno e sostengono; la fontana è origine… E detti sono pure natura, strumento, apertura).

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Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 55.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 20 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

 

A più di un anno dalla scomparsa di Alessandro Bellan, il sito da lui curato per il Seminario di Teoria Critica dell’Università di Venezia è stato inglobato all’interno dello spazio della Società Italiana di Teoria Critica (www.teoriacritica.org.).

In tal modo il contenuto del sito sui Seminari di teoria Critica di Venezia e i materiali via via ivi inseriti nel corso del tempo da Alessandro, includenti i riferimenti a tutta la sua preziosa produzione teorica, sono recuperati e rinvenibili http://www.teoriacritica.org/seminari-di-teoria-critica—universitagrave-di-venezia-1998-2014.html

Ringraziamo Anna Tamai, moglie di Alessandro, per la sollecita informazione nel merito, che consente a tutti gli amici di Alessandro e agli appassionati ai temi da Alessandro approfonditi di poter continuare ad avere, anche tramite questo nostro spazio, preziosi riferimenti teorici e bibliografici sul suo lavoro, nella speranza che nulla vada disperso.

 

Nella mentalità comune e diffusa dei nostri tempi si è soliti dipingere la libertà come un qualcosa di positivo, come una delle grandi conquiste della evoluzione socio-politica iniziata nel secolo XVIII e culminata nelle grandi lotte per i diritti del novecento. TotaleFreiheitLa libertà, sia individuale che collettiva, è considerata oramai come qualcosa di acquisito, come un tratto fondamentale e inalienabile della nostra civiltà. Ogni volta che sentiamo parlare di atti o eventi lesivi della libertà, siamo subito inclini a vedere in ciò la tirannia, la costrizione, l’umiliazione della più basilare dignità umana. Eppure, per chi vi rifletta sopra, il concetto di libertà è assai ambiguo e la sua realizzazione concreta difficilmente connotabile, spesso palesemente problematica. Tutti noi, per averlo letto sui libri di scuola, o per averne sentito parlare, conosciamo eventi come la Rivoluzione d’Ottobre o la Rivoluzione francese, momenti in cui la sublime aspirazione alla libertà e all’indipendenza portò ad un terribile bagno di sangue. Ma senza scomodare accadimenti così vasti e, per la verità, a noi lontani cronologicamente, potremmo anche solo ricordare l’acceso dibattito che ha animato gli Stati Uniti sul problema della conciliazione libertà-sicurezza, suscitato dalla promulgazione del controverso Patriot Act nel 2001, poco dopo il crollo delle Torri Gemelle. La libertà pur essendo qualcosa che, per noi, appartiene eminentemente all’uomo razionale, ha in sè qualcosa di irrefrenabile e di indeterminato, una sorta di pulsione negativa e insofferente di ogni norma, che sembra talvolta opporsi alla ragione stessa, la quale invece vive nella determinazione, nella certezza, nella norma, nella legge. Continua a leggere »

Che Giovanni Duns Scoto sia un punto fermo nella storia del concetto di libertà è tanto indiscutibile quanto poco riconosciuto: l’interesse per il pensatore francescano è rifiorito solo di recente e, per quanto l’edizione critica dei testi continui in maniera costante, la letteratura sulla sua filosofia resta comunque scarsa e limitata ad alcuni temi-cardine della sua indagine, quali la nuova concezione della metafisica e la mariologia. Tuttavia, coloro che hanno studiato attentamente il suo pensiero non hanno potuto ignorare il suo apporto alla costruzione del concetto di libertà umana, argomento estremamente delicato per la riflessione cristiana: da un lato vi è in gioco la responsabilità degli atti umani, che, se non fossero liberi, non sarebbero passibili di premi e punizioni; dall’altro si cerca di conciliare la libertà dell’uomo con la provvidenza e l’onniscienza divine, senza dimenticare il ruolo del peccato originale, che secondo una certa corrente di pensiero aveva guastato la libertà primigenia, costringendo l’uomo a vivere necessariamente nel peccato sino all’intervento gratuito della grazia.

JohnDunsScotus_-_full Continua a leggere »