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Posts Tagged ‘specchio’

In un nastro di Moebius “l’insetto che percorre la superficie… può credere in ogni momento che sia una faccia che non ha ancora esplorato, quella che è il rovescio della faccia che sta percorrendo. L’insetto può credere a questo rovescio, benché di fatto non ci sia… Senza saperlo, esso esplora l’unica faccia che c’è, eppure, in ogni momento, c’è anche un rovescio” (Jacques Lacan, Seminari 1962-63, p.148)

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Per Jacques Lacan, evidentemente, l’insetto che cammina sul nastro corrisponde alla nostra esperienza consapevole che scorre lungo il tragitto che percorre.

Ma cos’è allora questo imprendibile e onnipresente rovescio dell'”unica faccia del nastro” che c’è?

Di certo, analogamente all’insetto sul nastro, è anche su tale rovescio che coscienza e esperienza in qualche modo poggiano. Ma esso peraltro è e resta nascosto; quindi è inconscio: attualmente inconscio. E attualmente presente, sia pure nel lato nascosto. Attualmente presente, quindi, come inconscio.

Inconscio, ma sempre peraltro in attesa di essere a sua volta attraversato, più avanti, dall’insetto: cioè in attesa di essere attraversato dall’esperienza. Secondo una modalità però assai particolare e strana, perchè l’avanzare verso il rovescio – che in qualche modo perciò è raggiunto – è peraltro anche uno spostare il rovescio sempre un po’ più avanti, un tenerlo comunque nascosto sotto. Come rincorrere la propria ombra.

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Esiste un filo sottile che connette tra loro forme del dire e dell’esprimere.

Linguaggi diversi, intuizioni e visioni differenti, possono indicare e mostrare, ognuna a loro modo, che tutto è in tutto, in ogni sua parte. Che il finito è infinito. Che l’intero che contiene le parti è, insieme, contenuto di esse.

Un celebre quadro di van Eyck, un testo famoso di Borges, la litografia di Escher qui sotto, le monadi di Leibniz, la “tracce” di cui ci parla Emanuele Severino: tutti modi, e relative varianti, per dire il nostro essere sguardo immediatamente, originariamente, aperto strutturalmente sul mondo, su tutto il mondo. Per mostrare, in modi diversi ma convergenti seppure secondo messe a fuoco da diversi lati e secondo diverse ampiezze, il nostro essere parte di un tutto che pure conteniamo, accoglienze inclusive del tutto in cui siamo.

La tesi, assai impegnativa, è sostenuta, in vari modi, a mio avviso da molti filosofi. E’ tema quasi ricorsivamente ricorrente. Rovello costante per chi pensa situazioni-limite e si addentra nei grovigli più fitti della filosofia.

La tesi va quindi esplorata. Soprattutto eventualmente fondata, argomentata, dimostrata.

Ma prima di tutto va forse indicata. Descritta. Come dire: avvicinata.

“I coniugi Arnolfini”

“I coniugi Arnolfini” è il celebre quadro dipinto dal pittore fiammingo Jan Van Eyck nel 1434 , conservato alla National Gallery di Londra.

Nel quadro sono raffigurati il ricco mercante Arnolfini e la sposa: in posa, elegantemente vestiti, si tengono per mano e lei è evidentemente incinta. Sono in piedi all’interno di una stanza, nella quale vi è una grande varietà di oggetti, tutti rappresentati con un’attenzione estrema al dettaglio.

Tra tutti gli oggetti spicca al centro uno specchio convesso.

Nella superficie dello specchio il pittore, con grande maestria, ha riprodotto probabilmente se stesso – e un’altra, misteriosa, persona dietro di lui – nell’atto di dipingere i suoi soggetti, che ovviamente sono anch’essi rispecchiati, di spalle, così come è rispecchiata tutta la stanza ovviamente dipinta al rovescio.

Questo dettaglio è senz’altro enigmatico. Affascinante. E lo diventa ancor più se lo si osserva isolatamente: nello specchio, dallo specchio, si apre un occhio, un altro sguardo incrocia anch’esso, dall’apertura di una prospettiva, ma un’altra prospettiva, la scena. Come Alice, dal paese delle meraviglie, da al di là dello specchio, chi focalizza l’attenzione su questo dettaglio guarda dal mondo delle meraviglie i due coniugi, la scena, van Eyck che dipinge (e la persona vicino a lui). Anzi: van Eyck qui ci colloca, nel punto di vista dello sguardo di van Eyck stesso, nel punto in cui tale sguardo, come dire, si sdoppia e si incrocia, sovrapponendo due prospettive e cogliendo, da fuori, pure se stesso in scena e quanto, nella scena, sta dietro di lui.

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