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Posts Tagged ‘corpo’

 Ho voluto sempre che ammiraste il mio digiuno» continuò il digiunatore.

«E noi, infatti, ne siamo ammirati» disse condiscendente il custode.

«E invece non dovete ammirarlo» replicò il digiunatore.

«E allora non lo ammireremo» rispose il custode, «ma poi perché non dobbiamo farlo?».

«Perché sono costretto a digiunare» continuò il digiunatore.

«Ma senti un po’» disse il custode «perché non ne puoi fare a meno?».

«Perché io» disse il digiunatore, sollevando un poco la sua piccola testa e parlando con le labbra appuntite come per un bacio proprio all’orecchio del custode, «perché non riuscivo a trovar il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato non avrei fatto tante storie e mi sarei messo a mangiare a quattro palmenti come te e gli altri».

(“Un digiunatore” Franz Kafka)

La mia mente è come la mano che guida un burattino di legno, rigido, tenace. La mano cerca di dar vita a uno spettacolo…; talvolta però incrocia i fili del suo burattino rendendo più difficile il movimento o addirittura li rompe. In questo caso il burattino cade, afflosciandosi su sé stesso e non è più in grado di rialzarsi… se non con l’aiuto di un’altra mano”

( G.)

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Non riuscivo a trovare il cibo che mi piacesse”: questo alfine confessa il digiunatore del celebre racconto di Kafka al custode che lo accudisce negli ultimi attimi della sua vita.

Al termine della vita, dunque, che in tale digiuno è consistita, al termine dell’estrema tensione (che, nel racconto, il pubblico che ne segue l’impresa, affascinato o scettico che sia, non può tuttavia che in qualche modo ammirare) in cui essa si è racchiusa, il digiunatore (anoressico quindi) questo rivela al fondo e al termine della sua impresa eroica: qualora un cibo gli fosse piaciuto qualcosa sarebbe stato allora degno di alimentarlo. Qualora qualcosa avesse alimentato il suo desiderio, avrebbe perciò potuto farlo mangiare (e perciò sopravvivere).

Così – in quanto mette per iscritto descrivendosi G., che l’anoressia ha attraversato – solo l’aiuto di un’altra mano può far rialzare (e far muovere e rivivere) il corpo (il burattino di legno) di G., crollato spossato sotto la troppo rigida guida di una mente che cerca(va) solo adeguarlo alla perfetta esecuzione di una parte in recita in cui non palpita(va)no, soffocati, relazione (e quindi desiderio), che solo l’attenzione di un’altra mano può rianimare.

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Nell’anoressia è in gioco tutto ciò cui i due testi alludono (ovviamente oltre ad altro, e altro…).

In gioco è cioè l’accettazione della vita, per quel che è, oltre che nel suo senso. Sono in gioco sguardo su sé e degli altri, Sono in gioco la relazione e il desiderio, acquisizione e perdita.

In evidenza, e quindi in chiara vista, in gioco sono il cibo e il corpo. Corpo marionetta negato e svuotato della sua carnalità (dolente o gaudente che essa sia: comunque negata) in rigore ascetico e sottrazione, in controllo (auto)spettacolarizzato che costringe nello spazio angusto di una pura volontà di non mangiare, quindi di non vivere e non sentire, ossia non perdersi nella dissipazione in cui la vita pure consiste.

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Se condizione affinchè la vita possa dispiegarsi in una qualsiasi forma specifica è innanzitutto – banalmente – il suo dover esserci; essa deve perciò, prima di tutto, perpetuarsi, fronteggiando tutto ciò che la può negare.

La vita richiede, perciò, cura. E quando, nonostante tutte le accortezze che la cura dispone, una minaccia rischia di farla soccombere, le strategie di salvezza dispongono azioni che, nel combattere il male, si configurano quali terapeutiche.

La nostra vita quotidiana, ma anche tutta la vita sociale, si organizzano, in tal modo, in gran parte attorno alla fondamentale e preliminare esigenza di mantener(si) in vita. Tutte le civiltà organizzano perciò dispositivi per salvaguardarsi, potenziando ciò che serve alla loro difesa e, quando i mali irrompono, alla guarigione da essi, per ripristinare quella salute in cui la salvezza consiste.

Abbagliati dalla volontà di vivere, e perciò innanzitutto di sopravvivere, fronteggianti perciò tutto ciò che minaccia di morte, i mortali agognano (tendenzialmente in tutti i modi, per cui anche e persino somministrando morte a ciò che può loro portare la morte) salvezza e, quando il male ha trovato un suo varco, cercano la guarigione.

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1images (1)Da sempre perciò la magia – e quindi la medicina che in fondo non è che magia guaritrice efficace e adeguatamente avveduta – ha accompagnato la vicenda degli uomini, rinvenendo nell’esigenza umana del controllo e dominio delle cose – e quindi nella guarigione quando tale controllo è da un disfunzionamento ostacolato o impedito – il suo senso.

Tecniche di guarigione, dapprima guidate dal mito, poi da saperi epistemici, hanno sempre costituito perciò parte integrante dei saperi sociali che le culture hanno via via costruito e perciò tramandato.

In questo senso non è novità che la medicina – intesa nel senso lato che le stiamo attribuendo – si costituisca sin dalle origini come specifica tecnica: disposizione di procedure e mezzi opportuni e efficaci rivolti al conseguimento di un fine.

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In questo senso la medicina, fin dai suoi primordi, è quindi sempre stata fondamentalmente legata alla tecnica e anche per questo – e sempre di più e più che mai oggi – la prassi medica e i saperi che la costituiscono e la guidano si sono sempre più coordinati in tecniche sempre più complesse, raffinate, avanzate. Perfettamente in linea con la logica terapeutica che guida i saperi medici, procedure rivolte alla maggiore efficacia possibile e mezzi sempre più adeguati allo scopo – ossia tecniche sempre migliori – pervadano così sempre più gli spazi, ossia i tempi e i luoghi, e le pratiche che attengono l’esperienza della malattia e della sua cura.

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Noi siamo al mondo e ci siamo nel modo di “essere venuti al mondo” (si potrebbe dire, “alla Heidegger”: l’Esserci è un essere-gettato).

Perciò non possiamo che essere sempre come essenti dentro il mondo (siamo essere-nel-mondo), quindi sempre necessariamente in una qualche relazione col mondo stesso. Questo è fatto costitutivo della nostra esistenza e esperienza, ma troppo spesso sviluppiamo ragionamenti o intrecciamo modalità di rapporto senza avvederci sufficientemente di questa originaria e fondamentale evidenza.

E ciò perchè, in generale, non siamo sempre abbastanza avveduti dell’imprescindibile livello femonemologico su cui si fonda tutta la nostra esperienza e sul quale si elevano tutte le strutturazioni dei nostri modi di vedere e pensare. Quando ci allontaniamo da tale piano fenomenologico – magari verso altre ulteriori pur importanti dimensioni (teoretiche e pratiche) – troppo spesso lo poniamo eccessivamente in ombra.  

Questo livello fenomenologico è innanzitutto percettivo e nel merito cose decisive ha scritto, a mio avviso, soprattutto Merleau Ponty (per esempio in “Fenomenologia della percezione”). Ed è quindi prima di tutto a questo livello esperienziale fondamentale del nostro rapporto col mondo che alcune evidenze si impongono; ma non sempre sono abbastanza notate, tenute ferme, avvertite.

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Guardiamo dunque alla nostra vita nella sua immediatezza.

Cosa emerge innanzitutto? Certo emerge che in essa noi siamo in quanto agiamo, e pensiamo. Ma anche che, innanzitutto e sempre, percepiamo. Ossia guardiamo. E ascoltiamo. E pure emettiamo suoni, parliamo. E  anche ci ascoltiamo parlare. Nel mondo poi tocchiamo, afferriamo. Gesticoliamo. E naturalmente tutte queste esperienze sono tali e cioè nostre in quanto pure insieme le pensiamo; ma ciò nulla toglie all’essere in gran parte proprio queste percezioni le esperienze più immediate della nostra vita, di una immediatezza di cui non sempre sufficientemente ci accorgiamo.

Proviamo dunque a porre attenzione a questo livello fenomenologico percettivo. E vedremo stagliarsi un mondo cui in realtà quasi mai prestiamo avveduta attenzione, ma che peraltro abbiamo così continuamente sotto il naso e talmente sotto gli occhi da apparirci insieme del tutto evidente e purtuttavia anche fondamentalmente strano.

 Su il sipario, si apre il panorama

Se dunque focalizziamo l’attenzione sull’esperienza che sta qui davanti, ci accorgeremo che innanzitutto, dunque, il mondo noi lo guardiamo. E che a guardare è il mio sguardo, dal quale dipende lo scorcio in cui il mondo mi si offre. E’ in un taglio prospettico dunque che innanzitutto mi si apre quel modo fondamentale del mio stare in relazione al mondo che è prima di tutto un vederlo il mondo.

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Quando si è insediata, la malattia mi è diventata, letteralmente, l’esperienza della percezione di una nuova presenza, non voluta, che si è collocata, senza preavviso, all’interno del corpo. Senza possibilità alcuna di reale controllo sul suo lavorio, ora sensibilizza zone somatiche la cui presenza era prima sostanzialmente inavvertita. Qui vi disloca per lo più il dolore, in varie forme e intensità.

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La malattia dunque risveglia sensibilità prima nemmeno adombrate, richiama l’attenzione sul corpo (al punto da rivelarcelo scomodo), mette in allarme i sensi. Ma soprattutto comporta il ridestarsi di uno in particolare dei sensi, un senso per lo più attutito: quel senso interno, che ascolta il corpo proprio e che alcuni fisiologi-psicologi chiamano la propriocezione. É questo senso che evidenzia la presenza, per lo più non avvertita ma ora invece emergente alla nostra esperienza immediata – nel punto o la zona che la malattia ha invasa – di innervazioni, viscere, flussi, punti di giuntura, tensioni muscolari: luoghi e eventi del corpo che sono dei dentro che ora percepiamo come se fossero fuori.

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