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Archive for the ‘Filosofica Poesia’ Category

Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci diseguali
e mi dicessi “Amore mio,
ma che è successo?”, sarebbe un pezzo
di teatro di successo.

                (Patrizia Cavalli)           

***

L’Haiku é componimento poetico tipicamente giapponese.

Struttura metrica rigida: tre versi: cinque sillabe il primo verso, sette il secondo, ancora cinque il terzo. Estremamente breve, é sempre senza titolo.

In concisione assoluta- e grazie a tale concisione – nell’Haiku poche perfettamente appropriate parole squadernano, in due tre pennellate, il quadro di un attimo. In un lampo, un panorama si dispiega.  Un istante del tempo, ossia uno stato del mondo si svela. Con pochi tratti lo dischiude al dire, come sbocciano i fiori.

Nell’Haiku sono quasi sempre precisamente indicati la stagione o il momento preciso della giornata di cui si dice, ma il momento indicato sta per tutti i momenti in cui lo stesso si apre.

Nell’Haiku ben scritto (e ben dipinto, poiché anche sempre calligrafato in ideogramma giapponese, che la traduzione alfabetica irrimediabilmente perde) vibra anche sempre un’emozione: quella che riverbera dal paesaggio descritto

***

mezzodì di piena estate

la morte con gli occhi socchiusi 

guarda la gente

—–

io solo c’ero

Io solo. E fioccava

intorno la neve

—–

sole velato

perfino le creature celesti

si annoiano

Questi esempi di Haiku di maestri giapponesi.
Ma anche poeti occidentali si sono cimentati con questa struttura poetica. Ad esempio Sanguinetti. E Borges
—–
sessanta lune
i petali di un haiku
nella tua bocca
(Edoardo Sanguinetti)
—–
La luna nuova
Lei pure la guarda
da un’altra porta
(Jorge Luis Borges)

           ***

Nel varco aperto dall’Haiku un mondo lampeggia in parola. Dentro la costrizione di una forma rigida e angusta (i versi 5-7-5) in frammento si riverbera un tutto.

L’Haiku è perciò uno spiraglio.

Da questo spiraglio freme un battito. In questo battito, un mondo appare. In questo apparire, per quanto a volte solo minimamente avvertito, qualcosa sempre accade

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Io ho, quindi, il mio nome. Ad esso sono, inesplicabilmente, intimamente legato. Da esso sono in qualche modo anche identificato

Le persone che conosco e ho conosciute, in ispecie le persone amate, sono tutte dal loro nome proprio misteriosamente  segnate. Il loro puro nome le evoca in sfaccettature emotive e di senso che risuonano e dilagano nello spazio più intimo del cuore e la mente.

Anche nomi di luoghi, a volte, avvolgono uno spazio – fisico in tal caso – con la stessa pregnanza.

***

I nomi propri sono, cioè, evocativi. E tutti, per quanto arbitrari – per quanto ci possano magari (il nostro o quelli di altri) “piacere” (“questo è un bel nome” pensiamo) o anche “non piacere” – sono non sostituibili. Il loro corpo di nome, la loro sonorità evoca subito chi sappiamo averlo quel nome, al punto da sentirlo inscindibile dal portatore del nome.

Perciò, se ci si focalizza su essi e li si lascia risuonare, resta sempre un residuo enigmatico.

In fondo è strano portare il nome che si ha. Strano tu abbia quel nome che porti. Ancor più strano però sarebbe non avere un nome, o averne (io,tu) un altro diverso. Il senso del nome proprio sembra, così, sempre di assoluta pregnanza, ma insieme fluttuante, imprendibile.

Ogni nome è del tutto appropriato e aderente, qualunque esso sia. Insostituibile dunque, pieno di senso. Ma stranamente pieno di senso, perchè pure povero, troppo povero, semanticamente.

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Ma il pellegrino dal pendio sulla cresta del monte non

porta a valle una mano piena di terra, indicibile a tutti,

ma una parola conquistata, pura, la gialla  e celeste

genziana. Noi siamo qui forse per dire: casa,

ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra, –

al più: colonne, torre… ma per dire, capisci,,

per dire così, come mai le cose stesse

intimamente sapevano d’essere.

(Rainer Maria Rilke Nona Elegia Duinese, vv29-36)

***

Se, riflettendo, si presta attenzione a ciò che davvero intesse la trama della nostra esistenza non si può – per ciò stesso  – che ascoltare parole. Ci si accorge, con ciò, che esse – le parole – avvolgono la nostra vita e il suo senso.

Le parole dei poeti hanno a che fare – in modo eminente, pertinente, profondo – con questo dire e ascoltare, che è tra quanto ci è di più proprio.

Tra i poeti, è Rilke una tra le voci più esplicite nel dire la cosa in cui consiste questo nostro dire le cose (tra le quali, appunto, la cosa del dirle), ossia nel dipanare un dire che assecondi l’urgenza di dire sul dire. E Rilke arriva a dirlo chiaro, netto: noi siamo i parlanti, siamo qui per dire le cose. E per dirle in maniera assoluta, epifanica, come “mai le cose stesse intimamente sapevano d’essere”. Perciò ogni cosa, in tal modo, è dalla parola, dalla nostra parola, essenzialmente, avvolta. Ed esposta, così, nel suo statuto di cosa.

Rilke ci dice quindi – tra i primi a inoltrarsi nello snodo di quella che il pensiero ha chiamato la “svolta linguistica”, caratterizzante la temperie del pensare radicale della filosofia del nostro tempo – che l’esperienza dell’uomo è linguaggio. Che l’ambito umano è là (ossia: qui) dove si impongono i nomi.

***

Qui, cioè, “è il tempo del dicibile, qui è la sua casa” (Nona Elegia, v.43).

download (1)Qui. Ossia nel tempo qui ora. Ma anche: qui quale luogo in cui siamo. Ossia nella casa del dicibile. Che poi, in quanto anche noi i parlanti siamo in certo senso dei luoghi, è qui nel senso di luogo che noi stessi siamo.

Qui dunque, in questo tempo, è casa: spazio familiare entro cui, anche dicendo, ci orientiamo e ci proteggiamo. E – così ci dice, soppesando parole, il poeta – diciamo appunto “casa”. E “ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra”. Al limite “colonne, torre”.  E poi certo – seppure queste da Rilke elencate non siano parole scelte a caso, perché ognuna di esse, a ben vedere, tocca ed esprime una specifica struttura ed essenza dello spazio in cui abitiamo – diciamo tutti gli altri nomi e tutte le altre parole.  E ognuna col suo peso specifico nel delineare un tratto essenziale del mondo (come per esempio, stando alle parole scelte da Rilke, il ponte è transito e relazione; torre e colonne stanno e sostengono; la fontana è origine… E detti sono pure natura, strumento, apertura).

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Signore, non credo, non credo.

eppure sono qui

davanti inginocchiato

Ah se sapessi

mi piacciono le contraddizioni

per poter restare me stesso

Sono uno stupido

non occorre che te lo dica

il meno riuscito

dei tuoi figli

Sono brutto sono fallito

eppure non ho niente da chiederti,

non voglio miracoli per me

mi accontento che il sole

mi dica buongiorno.

Signore, non sono qui per fare la ruota come un pavone

ma neanche per battermi il petto

domandando perdono.

Io sono solo un bambino

che piange e arranca a fatica:

Io muoio su una croce diversa

mordendo i chiodi

e spingendo i piedi

verso il basso per sentire

l’erba che cresce.

FEDERICO TAVAN (1949-2013)

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Ostia1975…se il chicco di grano, caduto in terra, non morirà, rimarrà solo, ma se morirà darà molto frutto

San Giovanni, Vangelo, 12.24 (citato da Dostoevskij)

Ta ‘na sitàt, Trièst o Udin,
ju par un viàl di tejs,
di vierta, quan’ ch’a múdin
il colòur li fuejs…
un al à vivút,
cu’ la fuàrsa di un zòvin omp
tal còur dal mond,
e al ghi deva, a chej pucs
òmis ch’al cognosseva, dut.

Po’, par amòur po’ di chej ch’a erin zuviníns
cu’l suf tal sorneli
coma lui fin a puc prin
che tal so ciaf li stelis
a cambiàssin la so lus –
al vorès vulút dà la so vita par dut
il mond scunussút,
lui, scunnussút, píssul sant,
gragnèl pierdút tal ciamp.

E invessi al à scrit
poesiis di santitàt
crodínt che cussí
il còur al doventàs pí grand.
I dis a son passàs
a un lavoru ch’al à ruvinàt
la santitàt dal so còur:
il gragnèl a no’l è muàrt
e lui al è restàt bessòul.

in: Pier Paolo Pasolini (5.3.1922-2.11.1975), La nuova gioventù (Einaudi, Torino 1975)

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Caproni-2

  Resteremo in pochi,
Raccatteremo le pietre
e ricominceremo.

A voi,
portare ora a finimento
distruzione e abominio.

Saremo nuovi.
Non saremo noi.
Saremo altri, e punto
per punto riedificheremo
il guasto che ora imputiamo a voi.

Da Il franco cacciatore, Garzanti, Milano 1973-1982

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Siedo in una delle bettole
della Cinquantaduesima strada
incerto e spaventato
vedendo scadere le astute speranze
d’un decennio basso e disonesto:
onde di rabbia e di paura
circolano per le luminose
e oscurate contrade della terra,
ossessionando le nostre vite private;
l’indicibile odore della morte
offende la notte di settembre.

Le ricerche degli esperti possono
riesumare intera l’offesa
che da Lutero ad oggi
ha fatto impazzire una cultura,
scoprire quello che successe a Linz,
quale immensa illusione ha creato
un dio psicopatico:
io e il pubblico sappiamo
quel che i bambini imparano a scuola,
coloro a cui male è fatto,
male faranno in cambio.

L’esule Tucidide sapeva
tutto quello che può dire un discorso
sulla Democrazia,
e quello che fanno i dittatori,
l’antiquato ciarpame che raccontano
a un apatico sepolcro;
egli analizzò tutto nel suo libro,
la ragione messa al bando,
il dolore che plasma l’abitudine,
il cattivo governo e il cordoglio:
tutto questo ci è inflitto un’altra volta.

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È una donna che ha il cuore a sud
ma l’abito è ricco, roba del nord.
Uomini d’affari la corteggiano, in balìa
di gente dalla mano lesta ha perso
il sorriso, il bel corpo macchiato
in abbandono tra le lapidi

L’atteggiano ancora a Madonna
col manto blu del cielo per la foto
di famiglia, le fanno corona
governanti e preti, immobili
in potrona

Non è più nostra madre
avara di figli partorisce disastri;
malgrado il rombo ininterrotto
dei motori i colpi sono chiari,
le stanno approntando una lunga bara.

(Nelo Risi, in Le risonanze)

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Niente di strano se leggendo Wallace Stevens vi imbattete in titoli come questo, Not Ideas about the Thing, but the Thing Itself, “non idee della cosa ma la cosa in sé”. Certo sembra un titolo più adatto a un saggio di filosofia che a una poesia. Se per di più la poesia è essenziale come una pittura giapponese (niente passamanerie filosofiche à la Rilke per dire), allora diventa ancora più arduo motivare la scelta di un titolo tanto (apparentemente) filosofico. D’altra parte, i lettori di Stevens sanno che questo meraviglioso poeta si divertiva a contrariare quei critici sussiegosi che lo rimproveravano di fare filosofia in versi. E allora lui fa il verso ai critici: L’idea dell’ordine a Key West, La poesia è una forza distruttiva, Estetica del male, Descrizione senza luogo, Il mondo come meditazione, Note verso una finzione suprema, Il ruolo dell’idea in poesia, La realtà è un’attività dell’immaginazione più augusta… per fare solo i nomi di altrettante poesie famose; che, a leggere questi titoli, in effetti uno non sa se deve aspettarsi il solito sproloquio filosofico coltissimo e tremendamente noioso o invece le istruzioni di un complicato apparecchio di cui si ignora l’utilità. Ma un sorriso lo strappano sempre, soprattutto se si pensa che questi titoli sono specchietti per le allodole per lettori e critici troppo inclini al “romanticismo” teorico ed esistenziale. Dopo l’enfasi (apparente) o l’astruseria del titolo, infatti, subentra facilmente la delusione per l’ordinarietà dei temi. Il senso ordinario delle cose è appunto un’altra memorabile poesia in cui il titolo gioca più scopertamente del solito con l’aspettativa del pubblico.

La verità è che Stevens, quando sceglie i suoi titoli, non ha in mente il lessico filosofico ma la pittura delle avanguardie, soprattutto cubista. È da lì che vengono quei nomi bizzarri. Non escludo di scrivere in futuro un saggio (proprio uno di quei saggi noiosi che ho ricordato prima) sui titoli di Stevens. “Tredici modi di titolare una poesia”, o “Note verso il titolo supremo”, qualcosa del genere. Già, perché la questione dei titoli in Stevens è un genere a sé. Cos’è un titolo? Cosa significa dare un titolo? E che rapporto c’è, o deve esserci, tra il titolo e la poesia? Credo che avremmo delle belle sorprese. Intanto non è affatto ovvio che il titolo ha valore esplicativo, né riassume sempre il contenuto dell’opera con una frase efficace. Mi pare piuttosto che, senza essere volutamente fuorviante, il titolo per Stevens sia come il famoso dito che indica la luna. Funziona come la didascalia di Magritte nel celebre Ceci n’est pas une pipe. È sottinteso che solitamente leggiamo male la poesia, e il titolo è lì apposta a dirci come leggerla, a dirci dove guardare. Mentre ci fissiamo sugli aspetti inessenziali, la poesia (come la vita) passa inosservata.

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