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Il bene e il male

Se gli umani nascessero liberi non si formerebbero

– finché fossero liberi –

alcun concetto di bene e di male”

(Spinoza, Ethica 4.68)

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Le cose inerti (ossia tutto ciò cioè che è riducibile, secondo il nostro punto di vista scientifico, a elementi chimici, atomici, subatomici; ma che potremmo anche chiamare, con linguaggio più arcaico, acqua aria terra fuoco) sono per noi, in quanto tali, materia insensibile sorda e cieca, chiusa in sé. Ma pure tutto ciò che per noi – erba fiori piante – è materia organica viva ma inconsapevolmente viva (mondo vegetale quindi), per le nostre credenze esplicite e soprattutto per quanto guida il nostro agire, è caratterizzato – così pensiamo e così viviamo materia inorganica e piante – dal fatto di essere non pensante.

Questa è una nostra certezza dominante. E, anche qualora che cose e piante non pensino si rivelasse magari – a ben vedere – essere in realtà problema (cioè una tesi che, almeno di fatto e cioè allo stato, non è davvero in grado di escludere la sua contraddittoria), resterebbe comunque l’evidenza che idea dominante, nella nostra cultura, è che le cose, in quanto cose, non sono di per sè nè coscienti nè autocoscienti.

Proprio per questo, se purtuttavia riteniamo che l’animale pensi, insieme reputiamo che ciò ne costituisca differenza specifica rispetto al suo essere cosa o vita vegetativa e se – con maggior facilità ancora – concediamo che l’animale senta, lo crediamo sì perciò, almeno potenzialmente, cosciente di ciò che sente, ma proprio per questo lo concepiamo esposto su apertura e disposto su piano altri rispetto a quelli delle pure cose o piante.

La dimensione dell’auto-coscienza, infine – in cui si apre l’ambito del pensiero di sé cosciente – la riserviamo perciò soltanto a quanto è apertura di sguardo umano e di ciò che gli è, per questo fondamentale aspetto, eventualmente simile nell’essere apparire che schiude l’opacità delle cose all’esser viste e conosciute in quel vedere e conoscere di sé coscienti di cui esse, oggetti, non dispongono.

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Per questa – per il nostro pensare e il nostro agire imprescindibile – visione di fondo (imprescindibile al punto che pure l’assunzione di una posizione panpsichista non potrebbe che configurarsi come negazione sì della validità di questa concezione, ma riconoscendola in tal modo come riferimento ineludibile per qualsiasi alternativa tematizzazione in merito) perciò le cose, per noi, non sono concepibili responsabili, in quanto tali, di ciò che in esse o per esse accade.  

Non è quindi merito o colpa del sole splendere o non splendere nel cielo; l’uragano in sé non è cattivo ma è ciò che è; la pietra che mi cade in testa cade per gravità e non per sua perfidia, ecc… Ciò che non è pensante non è , cioè, imputabile. Ciò che non pensa, ciò che non ha coscienza della sua coscienza (e quindi del suo agire), non ha cioè commercio col bene e il male e non è quindi responsabile del bene o il male.

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Giulia Ribaudo, studentessa di Filosofia a Venezia, gentilmente ci segnala e propone per la pubblicazione nello spazio di Prismi questa sua intervista a Francesco Berto, giovane docente all’Università, che ha pubblicato vari libri di successo su argomenti ostici (la filosofia e la logica lo sono) e che ha il dono (pare, o per lo meno anche a me da quel che ho letto pare) di far sembrare facili (o comunque  approcciabili da noi umani) cose assai complesse.

L’intervista – pubblicata originariamente nella bella e interessante rivista che si intitola “Rivista inutile” (e già il titolo mi sembra motivo sufficiente per segnalarla agli “inutili” filosofi  che qui si accostano), consultabile in www.rivistainutile.it – è spigliata, vivace e finanche divertente. In fondo, in un certo senso, può anche almeno mettere in guardia (o, chissà mai, invece non produca effetto contrario, ma poi lo sappia “chi è causa del suo mal…”) chi volesse capire che può mai fare poi un filosofo.

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Intervista a Francesco Berto

{di Giulia Ribaudo}

Perché intervistare Francesco Berto? Per darci una botta di speranza. Un filosofo giovane che spiega robe molto complicate senza farti sentire una scimmia. Un’eccellenza italiana costretta a prendere tanti aerei. 

Per rompere il ghiaccio, quello che ti chiedo è una breve ma intensa autobiografia. Può essere agiografica, ufficiale, come vuoi, lo scopo è sapere qualcosa di te.

Ok, immagino che vi interessi la mia vita filosofica più di quella privata. Mi sono laureato a Venezia con Vero Tarca, con una tesi su Emanuele Severino, che al tempo insegnava ancora a Venezia. Vorrei dire che Severino è il più grande filosofo italiano del nostro tempo; di sicuro, fra quelli il cui lavoro conosco, è il mio preferito. La tesi è poi diventata un libro, intitolato La dialettica della struttura originaria, che a qualche fan di Severino è piaciuto.
Ho scoperto la filosofia analitica un po’ tardi, grazie ai corsi di logica e filosofia del linguaggio di Tarca e Luigi Perissinotto, e quando sono stato ammesso al programma di dottorato a Venezia ho cominciato a lavorare a un ambizioso progetto: interpretare la dialettica hegeliana alla luce della filosofia analitica. Ho finito nel 2004, e anche la tesi di dottorato è diventata un libro: un grosso volume di 450 pagine chiamato Che cos’è la dialettica hegeliana? (il punto di domanda è stato aggiunto su suggerimento di un amico hegeliano – ma io volevo proprio rispondere alla domanda). È la cosa da me scritta che più mi piace, ma il suo impatto è stato un po’  deludente: in Italia i filosofi analitici perlopiù continuano a disprezzare Hegel; gli hegeliani tradizionali perlopiù continuano a disprezzare le interpretazioni analitiche.

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“Una buona logica non mette il pensiero in catene, ma gli dà le ali”       

(Bertrand Russell)

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E’ più conveniente, da un punto di vista squisitamente ed esclusivamente razionale, agire ragionando in termini di utilità personale o di utilità collettiva? E che utile viene al singolo individuo rispettivamente nell’un caso e nell’altro?…

O anche: è possibile essere completamente in errore su tutto in modo da dover pensare che tutto sia falso. Oppure: essere invece sicuri di essere gli unici capaci di conoscere il vero, mentre tutti gli altri hanno torto? O anche, più direttamente: si può conoscere la verità? E conoscere tutta la verità?… E poi: è possibile conoscere in modo universale, oppure non è possibile perchè generalizzare è sempre un falsificare?…

Ancora: si può credere all’impossibile?… Ma possono esistere poi davvero, invece, i mondi possibili?

Ma soprattutto, e innanzitutto, possiamo dare, a queste o magari ancora altre consimili domande, davvero una risposta puramente razionale? Una risposta, intendo, semplicemente ed esclusivamente fondata sulla logica?

Può cioè la logica rispondere, o contribuire a rispondere, a queste (o anche altre) domande, che sono anche tipicamente filosofiche?

E quando chiediamo, come abbiamo appena fatto, una risposta puramente logica a una questione, risuona ancora, in questa richiesta, il senso del”Logos” originario della filosofia? Siamo cioè ancora nell’ambito aperto da questa grande antica parola-chiave (Logos appunto) della filosofia? Risuona ancora nella nostra domanda il senso della parola Logos, nel suo essere allusiva dell’enigma che ci costringe entro una logica una legge un linguaggio, cioè in forme e ordini del reale del pensare del parlare; strutture che ci aprono al senso dell’essere e contemporaneamente ci stringono, in nessi e necessità?

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