Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Indizi sul corpo’ Category

 Ho voluto sempre che ammiraste il mio digiuno» continuò il digiunatore.

«E noi, infatti, ne siamo ammirati» disse condiscendente il custode.

«E invece non dovete ammirarlo» replicò il digiunatore.

«E allora non lo ammireremo» rispose il custode, «ma poi perché non dobbiamo farlo?».

«Perché sono costretto a digiunare» continuò il digiunatore.

«Ma senti un po’» disse il custode «perché non ne puoi fare a meno?».

«Perché io» disse il digiunatore, sollevando un poco la sua piccola testa e parlando con le labbra appuntite come per un bacio proprio all’orecchio del custode, «perché non riuscivo a trovar il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato non avrei fatto tante storie e mi sarei messo a mangiare a quattro palmenti come te e gli altri».

(“Un digiunatore” Franz Kafka)

La mia mente è come la mano che guida un burattino di legno, rigido, tenace. La mano cerca di dar vita a uno spettacolo…; talvolta però incrocia i fili del suo burattino rendendo più difficile il movimento o addirittura li rompe. In questo caso il burattino cade, afflosciandosi su sé stesso e non è più in grado di rialzarsi… se non con l’aiuto di un’altra mano”

( G.)

***

Non riuscivo a trovare il cibo che mi piacesse”: questo alfine confessa il digiunatore del celebre racconto di Kafka al custode che lo accudisce negli ultimi attimi della sua vita.

Al termine della vita, dunque, che in tale digiuno è consistita, al termine dell’estrema tensione (che, nel racconto, il pubblico che ne segue l’impresa, affascinato o scettico che sia, non può tuttavia che in qualche modo ammirare) in cui essa si è racchiusa, il digiunatore (anoressico quindi) questo rivela al fondo e al termine della sua impresa eroica: qualora un cibo gli fosse piaciuto qualcosa sarebbe stato allora degno di alimentarlo. Qualora qualcosa avesse alimentato il suo desiderio, avrebbe perciò potuto farlo mangiare (e perciò sopravvivere).

Così – in quanto mette per iscritto descrivendosi G., che l’anoressia ha attraversato – solo l’aiuto di un’altra mano può far rialzare (e far muovere e rivivere) il corpo (il burattino di legno) di G., crollato spossato sotto la troppo rigida guida di una mente che cerca(va) solo adeguarlo alla perfetta esecuzione di una parte in recita in cui non palpita(va)no, soffocati, relazione (e quindi desiderio), che solo l’attenzione di un’altra mano può rianimare.

***

Nell’anoressia è in gioco tutto ciò cui i due testi alludono (ovviamente oltre ad altro, e altro…).

In gioco è cioè l’accettazione della vita, per quel che è, oltre che nel suo senso. Sono in gioco sguardo su sé e degli altri, Sono in gioco la relazione e il desiderio, acquisizione e perdita.

In evidenza, e quindi in chiara vista, in gioco sono il cibo e il corpo. Corpo marionetta negato e svuotato della sua carnalità (dolente o gaudente che essa sia: comunque negata) in rigore ascetico e sottrazione, in controllo (auto)spettacolarizzato che costringe nello spazio angusto di una pura volontà di non mangiare, quindi di non vivere e non sentire, ossia non perdersi nella dissipazione in cui la vita pure consiste.

(altro…)

Annunci

Read Full Post »

penaownload (1)

Se condizione affinchè la vita possa dispiegarsi in una qualsiasi forma specifica è innanzitutto – banalmente – il suo dover esserci; essa deve perciò, prima di tutto, perpetuarsi, fronteggiando tutto ciò che la può negare.

La vita richiede, perciò, cura. E quando, nonostante tutte le accortezze che la cura dispone, una minaccia rischia di farla soccombere, le strategie di salvezza dispongono azioni che, nel combattere il male, si configurano quali terapeutiche.

La nostra vita quotidiana, ma anche tutta la vita sociale, si organizzano, in tal modo, in gran parte attorno alla fondamentale e preliminare esigenza di mantener(si) in vita. Tutte le civiltà organizzano perciò dispositivi per salvaguardarsi, potenziando ciò che serve alla loro difesa e, quando i mali irrompono, alla guarigione da essi, per ripristinare quella salute in cui la salvezza consiste.

Abbagliati dalla volontà di vivere, e perciò innanzitutto di sopravvivere, fronteggianti perciò tutto ciò che minaccia di morte, i mortali agognano (tendenzialmente in tutti i modi, per cui anche e persino somministrando morte a ciò che può loro portare la morte) salvezza e, quando il male ha trovato un suo varco, cercano la guarigione.

***

1images (1)Da sempre perciò la magia – e quindi la medicina che in fondo non è che magia guaritrice efficace e adeguatamente avveduta – ha accompagnato la vicenda degli uomini, rinvenendo nell’esigenza umana del controllo e dominio delle cose – e quindi nella guarigione quando tale controllo è da un disfunzionamento ostacolato o impedito – il suo senso.

Tecniche di guarigione, dapprima guidate dal mito, poi da saperi epistemici, hanno sempre costituito perciò parte integrante dei saperi sociali che le culture hanno via via costruito e perciò tramandato.

In questo senso non è novità che la medicina – intesa nel senso lato che le stiamo attribuendo – si costituisca sin dalle origini come specifica tecnica: disposizione di procedure e mezzi opportuni e efficaci rivolti al conseguimento di un fine.

***

In questo senso la medicina, fin dai suoi primordi, è quindi sempre stata fondamentalmente legata alla tecnica e anche per questo – e sempre di più e più che mai oggi – la prassi medica e i saperi che la costituiscono e la guidano si sono sempre più coordinati in tecniche sempre più complesse, raffinate, avanzate. Perfettamente in linea con la logica terapeutica che guida i saperi medici, procedure rivolte alla maggiore efficacia possibile e mezzi sempre più adeguati allo scopo – ossia tecniche sempre migliori – pervadano così sempre più gli spazi, ossia i tempi e i luoghi, e le pratiche che attengono l’esperienza della malattia e della sua cura.

(altro…)

Read Full Post »

images-1

(…)

Ostaggi

La logica del piacere e del godimento è quindi struttura per lo meno complessa, sotto certi aspetti anche antinomica.  Logiche differenti – per certi versi anche opposte – strutturanti ciascuna diverse tonalità e modalità del piacere, possono cioè sovrapporsi, contrapporsi, intrecciarsi.

Non stupisce perciò che i comportamenti effettivi che gli uomini hanno possano a volte dare l’impressione si siano perse le istruzioni per l’uso.

Non c’è infatti istinto che guidi sicuro alle mete. Si procede perciò spesso a tentoni e non è raro che il desiderato ottenuto si riveli illusorio. Persino nel caso in cui  si pervenga alla certezza che ciò che balena piacevole sia in realtà nulla più che evanescenza, capita spesso la ricerca di esso sia, nonostante tutto, rinnovata e iterata, magari in modi sempre diversi ma tuttavia senza pausa nè sosta finchè l’energia della vita persiste.

Tutta questa compulsività – in fondo tutta questa fatica e tutto questo impiego di tempo – è, almeno apparentemente e in prima battuta, non senso.

In tutto ciò c’è qualcosa che spinge, al di là di ogni consaputa saggezza, in direzione contraria al proprio bene.

Ma non solo: le logiche dei piaceri talvolta portano persino a distruggere sè o aspetti importanti del mondo che innerva la situazione del sè, magari lasciandosi sopraffare da coazioni fini a sè stesse (basti pensare alle dipendenze e patìe di varie forme e natura). Altre volte accade invece che in fondo tutto vada bene, ma ciononostante si impone invece l’idea che se si godesse di altro (e perciò si fosse non sè stessi, ma altri) si sarebbe sè stessi. Perciò si sta male, rancorosi ci si lamenta, fuggendo da sè, in un’insoddisfazione che si autoalimenta, per la mancanza dei piaceri non ancora raggiunti e ottenuti (in un mondo sociale sempre più spettacolo e emporio di innumerevoli, troppe, promesse delizie)

Ciò non è razionale, non nasce dal ponderare di un sè pensante volto al piacere. Non è sano. Ha a che fare con forze che ci condizionano, in alcuni casi ci dominano tenendoci come in ostaggio, spesso remandoci contro. Forze non consce, ossia inconsce (siano esse quelle dalla psicanalisi individuate o fossero pure gli, anch’essi – si badi – inconsci, meccanismi dalle neuroscienze descritti).

(altro…)

Read Full Post »

images

Piacere promesso, piacere reale

Ciò che è piacevole attrae.

Il piacere è sempre dunque connesso a un’attrazione per esso, che lo precede. Ma anche se l’esperienza vissuta in cui questa attrazione consiste può essere (come non essere) essa stessa esperienza piacevole, il piacere (connesso al piacevole) è sempre altra cosa da essa, mai coincidente con essa.

Il piacere è cioè ciò cui l’attrazione tende. Ma perciò, nel mentre se ne è attratti, del piacere cioè non si gode e del piacevole già non si dispone. Al punto che se anche, al limite, ciò da cui l’attrazione fosse attratta fosse l’attrazione stessa (come nel caso in cui il desiderio sia desiderio di desiderare), l’attrazione tenderebbe comunque ad altro da sè (di cui già non dispone): a quell’altro che è l’ulteriore (e dunque altro) atto di desiderio in cui il desiderare in tal modo, desiderandosi, si prolungherebbe.

L’attrazione è quindi sempre intenzione rivolta a un oggetto. Quando l’oggetto in questione  è associato a piaceri che si pensa siano in qualche modo dischiusi dal contatto con esso, l’oggetto è ritenuto il piacevole che, attraendo, reclama attenzione e tensione verso di esso.

Gli oggetti attraenti possono però anche essere i più disparati e il piacere può, anche per questo motivo, avere molteplici modi e manifestazioni diverse. Di qualunque tipo esso sia, comunque sempre il piacere diletta. Perciò induce, imponendosi nella sua gradevolezza, a raccogliersi concentrandosi in esso. In questo senso il piacere – sia quando è agognato sia quando è ottenuto – è il voluto (laddove il dolore è il rifiutato).

Volerlo significa infatti desiderarlo, ma anche accoglierlo acconsentendovi. Quando c’è, volerlo è questo assentirvi placandosi in esso. In questo consiste la sua esperienza vissuta di piacere goduto. L’attrazione per il piacevole invece, in quanto tale, non è ancora l’esperienza di piacere vissuta del piacere agognato (esperienza vissuta è l’attrazione, ma essa non è il godimento dell’attraente in cui il piacere consiste). Che il piacevole verso cui si tende sia dunque davvero quanto si spera è solo supposto. Mentre, invece, che il piacere, di qualunque tipo e natura esso sia (chiaramente percepito e magari precisamente localizzato, oppure vagamedownload-2nte diffuso; piccolo piacere quasi inavvertito o dilagante invadente tutta la psiche), sia tale, quando è avvertito, è evidenza.

Il piacere, quando c’è, si impone cioè come incontrovertibilmente presente. Come il suo opposto (il dolore) anche il piacere impone il suo esserci. Che esso ci sia – quando c’è – è indiscutibile. Il piacere quindi, quando percepito e perciò voluto, è incontrovertibilmente tale, cioè piacere. L’oggetto ritenuto piacevole, invece, promette (soltanto promette) piaceri.

Qui è una differenza: tra due diverse esperienze vissute. L’attrazione verso un oggetto ritenuto piacevole e il piacere vissuto (fosse pure il piacere che si era desiderato in quanto connesso all’oggetto ritenuto piacevole) non sono lo stesso.

(altro…)

Read Full Post »

(…continua…)

images (5)Esposti, indifesi: guardati

Lo sguardo altrui dunque ci può seguire sempre, ovunque. Il punto non è infatti se uno sguardo davvero ci sia o meno. Il fatto è che sempre comunque ci percepiamo esposti, e uno sguardo (magari di un dio o che altro) può essere perciò ovunque ascoso.

Questa esperienza ci costituisce a fondo. Talmente a fondo che è in questo mio essere esposto ad uno sguardo di un altrui soggetto che, letteralmente, prendo corpo. Come ci dice Sartre, è così che per davvero sento “che occupo uno spazio e che non posso…evadere dallo spazio in cui sono senza difesa”(p.305). Per il mio sentirmi visto, percepisco cioè che ho spazialità, spessore, e che perciò quindi sono esposto. Quindi “sono vulnerabile” (ibid.). E perciò indifeso.

Ed è quindi profondamente, cioè nella mia “struttura permanente del mio essere-per-altri” (ivi, p.314), che ineluttabilmente, costantemente “io sono in pericolo” (ibid.).

Nello sguardo altrui infatti la mia trascendenza, che è il mio riparo da cui dispongo il mondo, viene trascesa. “L’altro come sguardo… è… [infatti] la mia trascendenza trascesa” (ivi, p.309) – ci ricorda Sartre – e il “mio sguardo è spogliato della sua trascendenza, per il fatto che è sguardo-guardato” (ivi, p.313). L’apparizione dell’altro cosi “fa apparire nella situazione un aspetto… che mi sfugge per principio” (ivi, p.312) perché è “per altro” (ibidem). Questo aspetto che perciò non controllo è me. E questo me è perciò, costantemente, a rischio.

Così il mio me-oggetto, “limite che non posso raggiungere e che tuttavia sono “(ivi, p. 322) (e che perciò sempre mi sfugge) è il mio venire esposto all’altro. Ed è l’altro che di me così perciò dispone nel suo giudizio e a suo giudizio. Perciò “essere guardato significa sentirsi oggetto sconosciuto di apprezzamenti inconoscibili” (ivi, p.314).  

La vergogna

1In prima istanza, quindi – ci dice Sartre – perciò “il mio me-oggetto è disagio, sdoppiamento(ivi, p.322).

Doppio – il me-oggetto che io, soggetto, sono – nel mio essere o soggetto o oggetto (chè se sono l’uno non sono, sotto lo stesso rispetto, l’altro), ma insieme anche e l’uno e l’altro; doppio inoltre (e doppiamente doppio quindi) nell’essere insieme il me che sono e il me da altrui guardato. E in questo doppio sdoppiamento mai a mio agio, come attesta l’esperienza originaria della vergogna, che chiunque ha provato e prova – facendovi magari fronte – davanti allo sguardo altrui e che Sartre, ponendola tra le emozioni fondamentali che ci costituiscono, così a fondo sviscera e descrive.

E’ la vergogna infatti che, in modo eminente e innanzitutto, per Sartre “rivela lo sguardo altrui e me stesso al limite di tale sguardo” (ivi, p.307), imponendo irrimediabilmente e la sfrontatezza dello sguardo onnivoro e, nella mia carne, la condizione di guardato.

(altro…)

Read Full Post »

downloadNel mio sguardo aperto, le cose si dischiudono.

Lo sguardo le accoglie e raccoglie, attestando e disponendo distanze, relazioni, vicinanze, lontananze, profondità. E variazioni.

Ma non solo: lo sguardo incrocia anche altri sguardi. Alcune cose, infatti, mi guardano. Per lo meno possono farlo. Così che tali cose sono sì oggetti, ma siffatti che mi costringono – dato lo sguardo che anche in essi si apre e si volge – tuttavia a pensarli anche quali altre ulteriori coscienze: altri essere umani (o comunque altri esseri in cui dimora il pensiero). Oppure a pensarli per lo meno magari quali animali, chè anche gli animali mi guardano, seppure in quel modo strano in cui gli animali ci osservano.

Questi – che mi guardano – sono gli altri.

Questo sei tu. 

Non semplice oggetto inerte, ma cosa quali quelle che peraltro Cartesio, nella sua seconda delle Meditazioni Metafisiche, descrive come quegli “uomini che passano per la piazza” (Meditazioni II, 13) scorti là fuori, da una finestra. Uomini che –dice Cartesio – certo, in prima istanza, “affermo di vedere proprio [quali] degli uomini [solo] in base alla consuetudine” (ibid.); laddove in realtà “che cos’altro vedo se non berretti e vesti, sotto i quali potrebbero nascondersi degli automi?” (ibid.). Eppure – come faccio io con te appunto, e come si fa continuamente tra noi senzienti-pensanti – indubbiamente immediatamente giudicati peraltro uomini, seppure fosse che ciò sia un giudizio e non un’evidenza (“quello che pensavo di vedere con gli occhi in realtà lo comprendo con la sola facoltà di giudizio, che è nella mente” ci dice Cartesio (ibid.)).

Se la loro pura e semplice oggettività, che è quanto la pura esperienza attesta, non può infatti di per sè in alcun modo garantirmi che essi non siano magari, appunto, automi; solo di essi (solo di te) – e di essi solo – posso sempre incrociare lo sguardo. E giudicare perciò di conseguenza.

Questo mi appare (e questo mi pare): nel mio sguardo aperto il mio giudizio si avvede che altri sguardi incrociano il mio stesso mondo. Tra loro, tali sguardi si incrociano. Alcuni incrociano me. A volte incrociano il mio sguardo. Ed il mio perciò, a sua volta, si incrocia, in modi vari, con il tuo, con i loro

Uni accanto agli altri.

imagesAnche per Jean Paul Sartre – le cui celebri analisi sul tema dello sguardo, esposte in “L’essere e il Nulla” ci possono fare, e ci faranno qui, da preziosa guida – come per Cartesio, che altri vi sia non dipende semplicemente dal mio “vedere con gli occhi”. Ma è verità che – come Cartesio dice – sta “nel mio giudizio”. Giudizio che per Sartre, però, non si radica – come per Cartesio invece – sulla dimostrazione, argomentata razionalmente, dell’esistenza di un oltre (in primo luogo Dio) l’io-cogito. Per Sartre tale giudizio esplicita piuttosto una pura  fenomenologia del dato.

Che altri vi sia – per Sartre – va cioè, come dire, semplicemente evidenziato.

(altro…)

Read Full Post »

(…..)

Conoscere sé per mezzo dell’altro

Amavo Socrate nella convinzione che toccasse a me – se mi concedevo a Socrate –  di ascoltare proprio tutto quello che costui sapeva”

(“Simposio”, discorso di Alcibiade)

#

imagesDWFUFASYNel paradosso, almeno apparente, del discorso e della vicenda amorosi l’amante vuole dunque conoscere tutto l’amato. E per sempre.

A tal fine chiede, dice, parla e pensa. In un discorso che però l’amante domina solo in piccola parte. In un discorso in cui dunque qualcosa parla. Ma in cui le parole, più che rivelare, in gran parte nascondono.

In realtà, cioè a ben vedere, nel discorso d’amore accade sempre anche altro. Di questo altro il discorso e la vicenda amorosa sono la cifra. Cifra in cui sono in gioco innanzitutto energie e conoscenza di sè.

L’amante è innanzitutto dominato, infatti, da una potenza, che lo attrae e che egli attribuisce all’amato. Perciò vuole conoscere dell’amato tutto, ossia vuole sapere della potenza che così tanto lo attrae. Ma in tal modo vuole conoscere quindi ciò che attiene quella parte così invasiva di sè in cui questa potenza si espande. Perciò conoscere tale potenza è null’altro che un mezzo per conoscere sé.

Si cerca, in tal modo, sì l’identità dell’altro, ma in realtà si sta percorrendo tutt’altra via, l’unica in realtà percorribile: quella che porta a conoscere sè. L’amato infatti è e resta, e deve restare (almeno in parte, ma proprio perciò quindi nella sua realtà complessiva che gli dà la sua vera figura) inafferrabile, sconosciuto, fantasticato. Possederlo sarebbe infatti soddisfare il bisogno di esso, estinguendo in tal modo il desiderio che alimenta l’attrazione d’amore. Perciò il vero ruolo dell’amato è di essere mezzo, per l’amante, per conoscere sè.

E in questo quadro anche il desiderio dell’amante di essere a sua volta amato adempie, essenzialmente, a questa stessa funzione. Si ama infatti qualcuno anche in quanto si desidera qualcosa che in verità è il segreto della propria potenza desiderante e essere ricambiati nella corrispondenza del desiderio è il modo supposto più diretto per svelare questo segreto, ricevendo la chiave dell’enigma di tale potenza invasiva direttamente dal riconoscimento della verità della forza e il valore di tale potenza da parte dell’altro.

Nell’altro il desiderio è cioè anche per questo, in forma complesse, proiettato. Ed è grazie a questa proiezione che il desiderio dell’altro, quando c’è, viene riconosciuto e si attivano strategie per evocarlo che possono, in quanto volute, anche essere capaci di accorte previsioni ed attese.

E’ come nel transfert, messo in luce da Freud: tutto funziona perchè l’analizzato suppone che l’analista sappia la verità, esattamente quella di cui l’analizzato sente mancanza. Ne consegue – e anche qui Freud, come altrove, non si ritrae da quel che intravede – che nell’amore molto sia transfert, e che il transfert sia amore. In entrambi i casi c’è valutazione (e sopravvalutazione) dell’altro desiderato, filtrata da uno sguardo curvato dalla potenza desiderante. In entrambi i casi c’è ricerca di sé per proiezione di sé (e di altro) nell’altro.

***

Conoscere sé per mezzo di sé: Narciso

E’ connaturato negli uomini l’amore degli uni per gli altri; esso ricongiunge la natura antica, e si sforza di fare, di due, uno”

(“Simposio”, dal discorso di Aristofane)

#

untitledIn questo gioco il rischio può essere estremo, per sé e pure per l’altro. 

Soprattutto se si arriva a cercare nell’altro solo un riflesso di sé o della parte amata di sé. L’amante diventa allora Narciso e affoga la sua ricerca di relazione in una fusione con sé in cui viene meno il respiro. In questo è il rischio maggiore:  essere chiamati al dono di un’apertura all’altro e ritrarsi ripiegandosi, credendo di amare, nel proprio sè e nel proprio fantasma. Amanti , magari amati, rifiutanti però in tal modo il dono – peraltro rischioso – d’amore.

(altro…)

Read Full Post »

Older Posts »