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Archive for the ‘Filosofia della Musica’ Category

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Nick#4

La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte

Louis-Ferdinand Céline

La luce vera la si scopre al fondo delle scale, allo spiraglio della porta

René Char

Novembre 1974: da quasi tre anni Nick Drake è tornato a Tanworth-in-Arden, dai suoi genitori, e vive chiuso in casa, a malapena esce dalla sua stanza. Quando lo fa prende la macchina, di giorno o di notte, e guida anche per ore senza uno scopo particolare. A volte arriva fino alla casa di un amico, si ferma per una visita che può durare un’ora come una settimana, ma, in ogni caso, avviene sempre in completo silenzio o quasi, e poi riparte e torna a Tanworth. Altre volte, invece, guida senza meta finché la benzina non finisce, e solo a questo punto si ferma e chiama a casa perché lo vengano a prendere. Gli piace guidare, gli è sempre piaciuto. Probabilmente è l’unica cosa che ancora riesce a dargli la sensazione di un distacco liberatorio dallo stato di muto sgomento in cui si trova.

Soffre di insonnia, passa notti intere senza chiudere occhio. Non suona quasi più la chitarra, ma ogni tanto se ne sente ancora la melodia al di là della porta chiusa. E neppure parla più, ormai, si limita ai monosillabi, oppure non fa che annuire o negare con un cenno del capo. Trascorre ore alla finestra, o davanti al pianoforte aperto, con lo sguardo fisso nel vuoto. La depressione lo divora, lo logora, lo consuma giorno dopo giorno. Affonda lentamente, ma sempre più in fretta. Nick è ormai approdato nelle regioni più remote ed estreme della vita, dove si giunge inevitabilmente da soli, e da dove si possono mandare agli altri, che non vi si sono inoltrati, soltanto segnali brevi e intermittenti, come rapide folate di un vento freddo che spira senza rumore e senza lasciare traccia.

Ma quando è cominciato tutto? Quando, per Nick, il mondo e la vita sono stati oscurati da un velo nero? C’è stato un momento, o un periodo, in cui il buio ha fatto la sua comparsa e ha iniziato a stendersi lentamente su ogni cosa? C’è stato un evento determinante, oppure Nick vi era destinato da sempre, come se il trascorrere del tempo non fosse altro che il progressivo e ineluttabile emergere e definirsi della sua forma originaria? È il genere di domande alle quali non c’è risposta certa. Si può solo seguire la traiettoria della vita di Nick Drake e cercare di comprenderne l’esigenza profonda.

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 Fabrizio De Andrè continua ad essere ascoltato,  suonato, cantato. E molti sono i giovani che a un certo punto della loro ricerca di una voce capace di parlar loro in modo significativo – ricerca che anche oggi come ieri rivolgono, particolarmente in certe fasi del loro sviluppo, alla musica – lo incontrano. E lo apprezzano. Lo sentono parlare loro. Anche se è un cantante di un altro tempo, ben diverso dal loro.

Ma forse in realtà non è poi così vero che tale tempo sia così diverso. Potremmo dire che De Andrè, la sua musica, le sue canzoni, stanno in un tempo dell’anima, che in fondo è sempre quello. Ma potremmo anche pensare, forse ancor meglio, che il tempo sia in fondo sempre quello nel senso che De Andrè in qualche modo si disloca dal tempo; per cui il fascino di De Andrè starebbe nel suo porsi (in fondo in ogni fase della sua produzione) anche in parte fuori tempo. O, in qualche modo, fuori del tempo. Inattuale sempre, dunque.

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Ernst Bloch ha detto una volta che “noi dobbiamo imparare la speranza”. Che cosa significa imparare la speranza, imparare a sperare? Una risposta può venire da  questa interessante intervista del 1994 al filosofo Remo Bodei. Egli spiega che Bloch concepisce la speranza come fattore gnoseologico, di conoscenza e di progresso, contro l’idea heideggeriana dell’angoscia come condizione di conoscenza ed esperienza dell’ essere nel mondo. Per Bloch, invece, il mondo non può essere accettato “così com’è”: la speranza ci mostra un mondo in movimento, in evoluzione, in perenne trasformazione, un mondo che può sempre essere altro da come è e in cui ogni attimo – come aveva detto già Benjamin – può essere la porta piccola da cui entra il messia. Sperare significa quindi sforzarsi di vedere il muoversi delle cose, il loro evolversi, il diverso nell’identico, anziché sempre e ancora l’identico nel diverso.

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Che dire oggi di queste tesi di Adorno sulla musica? Sono invecchiate? Cantare canzoni può cambiare il mondo? O è solo un altro modo per lasciare tutto com’è e per ingrassare solo l’industria dell’intrattenimento a buon prezzo?

La popular music (il “pop”) è ormai inevitabilmente imprigionata entro la gabbia d’acciaio della forma-merce (aspetto oggettivo) e del mero consumo solipsistico (aspetto soggettivo e intersoggettivo)?

Dalla generazione della protesta contro la guerra nel Vietnam alla solitudine odierna dell’ipod, il video di Adorno come proposta per confrontarsi.

Ma non smetteremo di ascoltare i Beatles per questo, vero?

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“Su ciò di cui non si può parlare,

si deve tacere“.

*****

Così sentenzia Wittgenstein, enigmaticamente suggellando – in tal modo – il suo Tractatus.

Dopo aver detto quello che si poteva e si doveva circa il vero (anche se poi si ricredette, di questo Wittgenstein era convinto: che, una volta terminato il Tractatus, null’altro si potesse dire di sensato), non resta che tacere. Perciò non resta che il silenzio: quel silenzio che Wittgenstein praticò davvero, chiarendo (nel tentativo di vivere secondo etica), nel fare, e non più nel parlare, quanto il dire non poteva esplicitamente indicare.

*****

Sull’ultima sibillina parola del Tractatus molto è stato peraltro, quasi paradossalmente, detto e molto si potrebbe ancora certo dire.

Ma ciò no  toglie che, una volta detto il vero (e lasciando quindi da parte la questione se davvero esso sia tale nel Tractatus), alla fine non resta se non il dovere di non dire altro intorno a esso. Null’altro, a rigore, può essere  aggiunto.

Perciò si deve tacere.

Ma non solo tacere: nel silenzio c’è rinvio al mistico, all’etica e all’estetica, alla vita Dirne, di per sé, non è mai la pura e vera esperienza in cui esse consistono. Circa esse si deve, quindi, non dire, quanto piuttosto esperire e fare.

*****

Da altra tradizione, e versante, in “Ritorno al silenzio” il Maestro Zen Dainin Katagiri ci dice: “il vero silenzio agisce, e non è altro che essere come si è, ciò che semplicemente è com’è. Perciò è dover essere sè stessi come veramente si è. Silenzio è ciò che è proprio così com’è. Tutto qui“.

Silenzio quindi è, nella tradizione Zen, manifestazione totale dell’intero (dell’intera personalità e perciò dell’intero universo) che rende possibile generosità, tolleranza e compassione.

Ma soprattutto “qualunque sia la domanda che ponete, o quello che pensate, alla fine dovete tornare al silenzio“. Ogni dire – quindi anche ogni compimento, nel dire logico-veritativo – alla fine torna quindi al silenzio.

Che ci faccio qui nel silenzio?” “Niente” (così l’insegnamento zen).

Nel buddhismo zen, sì in assonanza quasi perfetta col senso della filosofia del primo Wittgenstein, il silenzio è come la luna indicata da un dito. Il dito che indica la luna deve indicare la giusta direzione, per cui si deve certo pur dire qualcosa di vero. Il dito è il dire corretto, ma perciò gli spetta solo indicare, e tacere sul resto. Anche per non confondere dito e luna, attirando sul dito tutta l’attenzione, portando a scordare che il dito è solo indice, e perciò rimando. Ma il dito non è la luna, l’indice non è l’indicato, il dire non è il detto.

*****

Indicazione (di Wittgenstein e Katagiri) è dunque che è nel silenzio che si deve accostare e serbare ciò che non si può dire.

Ma del silenzio peraltro forse non è bene del tutto tacere.

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Ci sono opere d’arte, soprattutto in campo musicale, la cui fruizione può suscitare ricordi, emozioni, fantasie, energie, desideri, passioni. Non solo Mozart, Bach e Beethoven, ma anche una canzonetta pop a volte può illuminarci, aprire uno scorcio “che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo”, quello scorcio nel quotidiano e del quotidiano, in cui talvolta la vità dà qualche barlume. O almeno così ci piace e perciò vogliamo credere, mentre sospiriamo ascoltando per l’ennesima volta l’ouverture del Don Giovanni di Mozart, una fuga di Bach o un quartetto d’archi di Schubert. Oppure quando ci mettiamo in ascolto delle voci di un bosco mentre vi ci incamminiamo e ci sembra di diventare simili al suono impercettibile che risuona nel silenzio dei nostri passi:

“Noi camminiamo nella foresta e sentiamo: noi siamo, o potremmo essere, ciò che la foresta sogna. Piccoli, simili all’anima e invisibili a noi stessi, camminiamo tra le colonne dei suoi tronchi, siamo come il suo suono, come qualcosa che non potrebbe ridiventare foresta o giorno esterno e visibilità. Non possediamo tutto questo muschio, questi bizzarri fiori, radici, tronchi e raggi di luce che ci attorniano o significano, poiché noi siamo tutto ciò, poiché noi siamo a esso troppo vicini, vicini allo spettrale, all’ancora innominato della coscienza o del diventare interiore. Ma da noi divampa il suono come una fiamma, il suono ascoltato, non il suono in sé o le sue forme. E senza mezzi estranei ci indica il cammino, il cammino storicamente intimo, come un fuoco in cui non l’aria vibrante ma noi stessi incominciamo a tremare e a toglierci il mantello” (E. Bloch, Spirito dell’utopia).

La musica: il richiamo verso ciò di cui si manca. La musica: l’in sé dell’attimo presente, oscuro e assetato, l’inquietudine dell’attimo che fugge. La musica – una linea tracciata dall’invisibile nell’invisibile. Limite e superamento del limite – contraddizione in atto. Ogni vera esperienza musicale, ogni ascolto profondo, è perciò anche esperienza filosofica: l’urgenza del pensiero.

C’è un classico brano di musica “extracolta” il cui ascolto è in grado non solo di risvegliare in me strani echi ma anche di costringermi, ogni volta che lo sento, ad alcune considerazioni filosofiche

S’intitola appunto Echoes ed è una incredibile suite lunga più di 23 minuti che i Pink Floyd incisero nel lontano ’71. Allora avevo solo cinque anni e alle mie orecchie arrivano al massimo gli echi degli ultimi brani dei Beatles (Come Together, Something, Let It Be, The Long and Winding Road). Ho scoperto il brano molto più tardi, dato che nella mia adolescenza i Pink Floyd erano (purtroppo) solo quelli di The Wall e The Final Cut, cioè album solisti di Roger Waters con gli altri Floyd a fare da comprimari.

Il 15 maggio 1971 al Crystal Palace di Londra i Pink Floyd (David Gilmour: chitarra/voce; Roger Waters: basso/voce; Rick Wright: tastiere/voce; Nick Mason: batteria) suonano un nuovo brano intitolato Return of the Son of Nothing, ritorno del figlio del nulla. Questo brano verrà poi inserito nel loro album Meddle, che uscirà nello stesso anno, con un titolo diverso: Echoes (echi). Ne ricordo un’altra mirabile versione nel celeberrimo film Live at Pompeii del 1972, dove le musiche dei Floyd con le voci in parallelo di Gilmour e Wright si diffondono fra le rovine dell’anfiteatro di Pompei in cui suonano Echoes senza pubblico, in un contrasto-fusione di antico e moderno che ancor oggi non ha eguali. Non c’è che dire: i Pink Floyd pensavano in grande e non si facevano mancare niente.

Non voglio proporre un’analisi tecnico-musicale del brano, che pure sarebbe di estremo interesse, anche per gli straordinari effetti usati (rinvio per dettagli alla scheda reperibile in Wikipedia inglese). Il brano infatti spazza via, a mio avviso in modo definitivo, tutti i vari steccati fra generi musicali: è un pezzo di musica sperimentale, con inserimenti rock, progressive, jazz, venato di psichedelia, cantabilmente pop… è tutto questo eppure è proprio il superamento di queste divisioni. Mi verrebbe da dire che è un brano dialettico, in cui ogni genere trapassa nel suo opposto, ma mi trattengo. Che cosa ha allora di filosofico questa suite?

Per cominciare riporto il testo originale:

Echoes (Waters, Wright, Mason, Gilmour)

Overhead the albatross

Hangs motionless upon the air

And deep beneath the rolling waves

In labyrinths of coral caves

The echo of a distant time

Comes willowing across the sand

And everything is green and submarine.

And no one called us to the land

And no one knows the where’s or why’s

And something stirs and something tries

And starts to climb toward the light.

Strangers passing in the street

By chance two separate glances meet

And I am you and what I see is me.

And do I take you by the hand

And lead you through the land

And help me understand

The best I can.

And no one called us to the land

And no one crosses there alive.

No one speaks and no one tries

No one flies around the sun….

Almost everyday you fall

Upon my waking eyes,

Inviting and inciting me

To rise.

And through the window in the wall

Come streaming in on sunlight wings

A million bright ambassadors of morning.

And no one sings me lullabyes

And no one makes me close my eyes

So I throw the windows wide

And call to you across the sky….

(In alto l’albatro sta immobile sospeso nell’aria,

e giù nel profondo dei flutti

in labirinti di caverne coralline

l’eco di un tempo remoto giunge

tremante attraverso le sabbie,

ed ogni cosa è verde sotto il sole;

e nessuno ci mostra alla terra,

e nessuno sa i dove o i perché

ma qualcosa è all’erta, qualcosa si muove

e comincia a salire verso terra

Stranieri passano in strada

per caso due sguardi diversi si incontrano,

ed io sono te, e ciò che vedo sono io,

e ti prenderò per mano per guidarti nel paese,

ed aiutami a capire meglio che posso

e nessuno ci chiama a vedere l’alba,

e nessuno ci fa abbassare gli occhi,

e nessuno parla, nessuno cerca,

nessuno vola intorno al sole

Serena, ogni giorno ti mostri

ai miei occhi che si destano,

m’inviti, guardandomi, ad alzarmi,

e dal muro, attraverso la finestra

arrivano ondeggiando su ali di raggi di sole

un milione di ambasciatori splendenti del mattino

e nessuno mi canta ninne nanne

e nessuno mi fa chiudere gli occhi

così spalanco le finestre

e ti chiamo, attraverso il cielo)

Video YouTube:
prima parte
seconda parte

Tutto inizia con un singolare e straniante effetto sonoro, ripetuto una decina di volte, prodotto dal riverbero di una nota di pianoforte, che simula il suono di una goccia che cade nell’acqua e su cui si innestano altri fraseggi molto delicati di chitarra e di tastiera. Poi interviene, deciso, il ritmo, con un tempo singolare (12/8). E’ il primo schiudersi della quotidianità e della temporalità, quasi un’occasione di montaliana memoria. Un albatro vola immobile, sovrastando lo sguardo in una sospensione del tempo e risvegliando un suono, un’eco, che rinverdisce e rinnova e fa apparire in una nuova luce ogni cosa intorno (An echo of a distant time / Comes willowing across the sand / And everything is green and submarine). La sospensione è totale: non c’è spazio né tempo, come in una sorta di nirvana; nessuno conosce il dove né il perché (And no one knows the where’s or why’s), non ci sono né io né tu ma la fusione è totale (By chance two separate glances meet / And I am you and what I see is me). Gilmour tratteggia con la sua chitarra un substrato di movimento tumultuoso nella quiete, una sorta di dialettica in stato di quiete (Benjamin). Che cos’è questa zona di sospensione, questo zabriskie point metafisico? Semplicemente uno spazio che nessuno può attraversare da vivo, che nessuno può osare spiegare con parole (And no one crosses there alive / No one speaks and no one tries / No one flies around the sun…). Un vuoto pneumatico in cui ciascuno è solo con sé, alla luce della propria ombra.

Progressivamente il ritmo si fa più tumultuoso e serrato; la chitarra di Gilmour si lancia in un’esplorazione rock che progressivamente assume tinte quasi selvagge, free-jazz: un invito al viaggio, all’esplorazione, all’uscire da sé, a oltrepassare, per l’ennesima volta, le famigerate porte della percezione. L’attimo vuole essere vissuto, dominato, posseduto, goduto – per qualche minuto la musica raggiunge un’estrema pienezza per poi implodere in un nuovo disordine – chitarra e tastiera cominciano ad andare ognuna per conto proprio, il suono elettrico ed elettrizzato, diventa ipnotico fino a sembrare di volersi imporre sul ritmo e sulle linee melodiche che le tastiere stavano indagando. Poco a poco l’attimo fugge e ritorna il caos simulato dalle tastiere di Wright: l’atmosfera torna a farsi rarefatta, sospesa, minacciosa. Le tastiere diventano ululati raggelanti, echi minacciosi e sinistri, un vento che sembra una risata satanica ghermisce completamente l’ascoltatore. Gli echi o le voci del passato in cui il presente s’era felicemente autosospeso sono diventati fantasmi, dissonanze, incubi, risveglio da un viaggio allucinante, in cui quelle voci, ormai, sono solo un irridere il viandante. Ma l’eco ritorna, più metallica, fredda, priva di riverberi, accompagnata da un martellamento di batteria e da un fraseggio di chitarra anch’essa diventata ritmica e di accompagnamento assieme al basso, quasi baritonale e violento, di Waters.

Che cos’era l’eco che aveva incantato l’ascolto e rapito lo sguardo? Era la voce inconsolabile di Orfeo o il volto imperscrutabile di Euridice? Gli echi si disseminano, disperdendovisi, nella molteplicità insensata dell’esserci, nell’urgenza quasi fisica di un suono che sembra voler aderire senza residui a ciò che c’è ma che invece è solo mimesi disperata del deserto del reale. La sospensione dell’esistenza viene come cancellata da un incedere implacabile che sembra avere quasi un suono marziale, come di cornamuse. E’ un risveglio, e una qualche presenza invita a rialzarsi, ad andare incontro a questo principio di realtà (Upon my waking eyes / Inviting and inciting me / To rise. / And through the window in the wall / Come streaming in on sunlight wings / A million bright ambassadors of morning). La fantasia innescata dal Lustprinzip è spezzata: non si leva più nessun canto, nemmeno la consolazione regressiva di una ninna-nanna per bimbi, sì che non resta che chiamare il nome di qualcuno che possa recare un po’ di speranza, forse l’albatro, ormai chiara allegoria della fuga poetica (And no one sings me lullabyes / And no one makes me close my eyes / So I throw the windows wide / And call to you across the sky….). Ma su questa terra desolata siamo soli e nessuno viene nemmeno ad addormentarci, perché ciascuno è figlio del nulla, come esplicitava fin troppo il titolo nella versione live del brano. Non c’è più traccia dell’albatro che con il suo volo congelava il fluire del tempo. Le gocce dell’ouverture si sono trasformate in uno stillicidio perturbante, riappaiono come stilettata di vibrazioni infuocate. Eppure in questo punto di dissoluzione, di disfacimento, ben scolpito dalla frammentazione del tessuto musicale stesso, siamo vicini, anzi siamo entrati in quella “calda e profonda camera gotica dell’intimo che risplende solo in mezzo all’oscura tenebra” (E. Bloch). Solo grazie all’esperienza musicale riusciamo a comprendere la contraddizione utopica alla radice della nostra esistenza; la musica è “l’unica teurgia soggettiva”, scrive ancora lo gnostico rivoluzionario Ernst Bloch nello Spirito dell’utopia, “da cui può ancora giungere la luce che deve distruggere e disperdere il disordine, la potenza infeconda del mero esistente, il brutale e brancolante delirio di persecuzione della cecità demiurgica e lo stesso feretro dell’essere abbandonato da Dio”.

Echoes non è allora semplicemente un trip acido, come incautamente avrà pensato qualcuno ascoltando questo brano nei 70’s e sapendo che razza di viaggi potevano essere quelli cantati da Gilmour e Wright; Echoes mostra invece il circolo di alienazione e riappropriazione del sé che costituisce la nostra identità, il tentativo di possederci scoprendo sempre di nuovo l’estraniazione, lo spaesamento, la perdita, in un circolo dal movimento incessante, ma vivo, vitale, vitalizzante.

Il brano si chiude mestamente nell’estremo tentativo di dire ancora l’altrove, di riportare alla luce quello stato iniziale, amniotico, di sospensione del tempo e dell’esserci in cui finalmente qualcosa dell’arcano dell’esistenza si era dischiuso ai nostri occhi e in cui sembrava compiuta la trasmutazione alchemica, definitivamente raggiunta la méta della via crucis, il diventare sé. Ma subito un suono sinistro sovrasta i fraseggi di chitarra e tastiera, solo un’ombra dell’iniziale aurora: un fragore indecifrabile, una raffica di riso infernale, la divina indifferenza, o forse solo il gesto di un angelo furioso, porta via tutta la speranza di felicità che pure per un attimo è echeggiata nel nostro presente senza ritorno. Ma è in questa apocalisse profana che, sia pure per un attimo, è balenato qualcosa, una scintilla della contingenza che ha acceso la luce della verità.

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