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Tra me e te permangono infatti, inoltrepassabili, distanza e assenza

La distanza

Perché sempre, se lì c’è un’altra coscienza, se lì c’è lui (o ci sei tu), allora ineluttabilmente “la distanza si stende a partire dall’uomo che io vedo(ivi, p.300). Là, cioè, ci dice Sartre, si apre e dispone verso il mondo unarelazione senza distanza e senza parti, all’interno della quale si estende una spazialità che non è la mia spazialità(ibid.).

La relazione senza distanza, non avendo – nel distendersi dall’altro – una distanza, non può essere infatti in alcun modo presa nella mia distanza, cioè dalla relazione senza distanza da cui si estende la mia di spazialità. Le distanze che i molteplici differenti sguardi senza distanza aprono si incrociano cioè sì, ma senza mai inglobarsi nè confondersi. Le distanze si distendono, in parallelo. Come tra me e il mondo non c’è distanza e da questa prossimità si dispiegano tutte le distanze tra me e le cose del mondo, così è – allo stesso modo, ma sempre e solo nel suo spazio – per l’altra coscienza che non è me. Inaccessibili le une alle altre le differenti spazializzazioni ribadiscono invalicabili distanze. Gli spazi non si intersecano: non si compenetrano.

Non si tratta dunque solo del fatto, di per sè banale, dell’esistenza indifferente di un, altro dal mio, punto di vista sul mondo che si sovrappone al mio. Il fatto è che le due spazializzazioni – la mia e la tua – restano inaccessibili l’una all’altra. Aprono distanze ognuna dell quali pone l’altro sì in relazione, là in fondo, a una certa distanza. Ma questa distanza è invalicabile perchè lo sguardo altrui apre distanze, ma è senza distanza. Disponendo il suo spazio, ciascuno inoltre attrae così verso di sé tutto il mondo – il suo e quello altrui, perchè purtuttavia il mondo di entrambi è lo stesso mondo – e per ciò stesso nega le relazioni (innanzitutto le relazioni spaziali) che ognuno, nel medesimo tempo, intorno allo stesso dispone.

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La scrittura non è dunque semplice mezzo (equivalente qualsiasi altro media differente) a disposizione del pensiero che in essa si esprime. Non è un semplice specchio del linguaggio che essa veicola. E’ ben altro che puro supporto per l’ondivaga memoria. La scrittura condiziona invece in modo essenziale forma e contenuto del messaggio che ad essa si affida. E quando il messaggio in questione è pensiero intenzionato al vero, il pensiero trova nella scrittura una configurazione altrove impossibile (impensabile dunque).

Una volta che la filosofia dunque incontra la scrittura (e la scrittura incontra la filosofia) si salda un nesso che riconfigura ciascuno dei termini in gioco, ognuno dei quali acquisisce così una forma nuova. Forma che poi si riverbera sui sensi che filosofia e scrittura avevano antecedenti al loro incontro, rideterminando, per esempio, l’oralità (e l’oracolarità) della sapienza nella forma specifica di un irrecuperabile mito d’origine.

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Sulla specificità dei modi in cui la scrittura viene a configurare la filosofia, e la possibilità stessa del pensero filosofico (per lo meno come metafisica) così come si è sviluppato nel nostro Occidente, molti hanno detto cose fondamentali e importanti (basti pensare a Derrida, o a Sini).

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“Su ciò di cui non si può parlare,

si deve tacere“.

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Così sentenzia Wittgenstein, enigmaticamente suggellando – in tal modo – il suo Tractatus.

Dopo aver detto quello che si poteva e si doveva circa il vero (anche se poi si ricredette, di questo Wittgenstein era convinto: che, una volta terminato il Tractatus, null’altro si potesse dire di sensato), non resta che tacere. Perciò non resta che il silenzio: quel silenzio che Wittgenstein praticò davvero, chiarendo (nel tentativo di vivere secondo etica), nel fare, e non più nel parlare, quanto il dire non poteva esplicitamente indicare.

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Sull’ultima sibillina parola del Tractatus molto è stato peraltro, quasi paradossalmente, detto e molto si potrebbe ancora certo dire.

Ma ciò no  toglie che, una volta detto il vero (e lasciando quindi da parte la questione se davvero esso sia tale nel Tractatus), alla fine non resta se non il dovere di non dire altro intorno a esso. Null’altro, a rigore, può essere  aggiunto.

Perciò si deve tacere.

Ma non solo tacere: nel silenzio c’è rinvio al mistico, all’etica e all’estetica, alla vita Dirne, di per sé, non è mai la pura e vera esperienza in cui esse consistono. Circa esse si deve, quindi, non dire, quanto piuttosto esperire e fare.

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Da altra tradizione, e versante, in “Ritorno al silenzio” il Maestro Zen Dainin Katagiri ci dice: “il vero silenzio agisce, e non è altro che essere come si è, ciò che semplicemente è com’è. Perciò è dover essere sè stessi come veramente si è. Silenzio è ciò che è proprio così com’è. Tutto qui“.

Silenzio quindi è, nella tradizione Zen, manifestazione totale dell’intero (dell’intera personalità e perciò dell’intero universo) che rende possibile generosità, tolleranza e compassione.

Ma soprattutto “qualunque sia la domanda che ponete, o quello che pensate, alla fine dovete tornare al silenzio“. Ogni dire – quindi anche ogni compimento, nel dire logico-veritativo – alla fine torna quindi al silenzio.

Che ci faccio qui nel silenzio?” “Niente” (così l’insegnamento zen).

Nel buddhismo zen, sì in assonanza quasi perfetta col senso della filosofia del primo Wittgenstein, il silenzio è come la luna indicata da un dito. Il dito che indica la luna deve indicare la giusta direzione, per cui si deve certo pur dire qualcosa di vero. Il dito è il dire corretto, ma perciò gli spetta solo indicare, e tacere sul resto. Anche per non confondere dito e luna, attirando sul dito tutta l’attenzione, portando a scordare che il dito è solo indice, e perciò rimando. Ma il dito non è la luna, l’indice non è l’indicato, il dire non è il detto.

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Indicazione (di Wittgenstein e Katagiri) è dunque che è nel silenzio che si deve accostare e serbare ciò che non si può dire.

Ma del silenzio peraltro forse non è bene del tutto tacere.

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