Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘traccia’

1

Diventa ciò che sei”

(Friedrich Nietzsche)

*

“L’unico modo di andare d’accordo con la vita è essere in disaccordo con noi stessi“ 

(Fernando Pessoa)

***

L’attimo – in cui si illumina il presente che via via ci invade e in cui tutta la nostra vita via via si concentra – è sempre attraversato da tensioni e perciò non sosta. Passiamo sempre oltre l’istante in cui – pur sospesi un momento – mai restiamo. Mai acquietati né acquietabili in un approdo, noi siamo inquietudine.

Nella luce dell’apparire – la luce in cui consisto, permanente sfondo – l’accordo col mondo è assecondare questo lento spostamento nel dipanarsi dello spettacolo che si dispiega. Questo spettacolo ci capta. Ipnoticamente attratti in esso, là, un po’ più in là, sempre ci chiama.

La quiete in cui nell’attimo mi poso perciò si smuove. Da questo spostamento io vengo. In questo spostamento io consisto. Qui è ogni tensione, ogni desiderare, ogni vibrazione che muova la mente e i sensi, e anche ogni collasso in trauma. Questa è l’inquietudine che mi pervade.

Noi siamo inquieti. E lo siamo perché vivi. Poichè vivi, i nostri corpo e mente hanno dinamiche e energetiche. Perciò hanno inquietudini. Inquieto è il godimento di esserci qui ora, ma anche la tensione del nesso al prima e al poi inquieta. Nell’inquietudine di cui siamo perciò intessuti la tensione che tutto ciò comporta è, nel fondo, anche la sottile sofferenza dell’essere spinti altrove volendo restare qua e dell’essere qui tendendo altrove.

Questa sofferenza è nel profondo. Più sei perciò profondo e quindi più vai nella profondità che – per lo più inavvertitamente – abiti, più – tanto o poco, ben delineata o vagamente presentita che sia – l’inquietudine, che sempre già c’è, emerge.

L’inquietudine in tal modo pungola, incita, spinge all’attrazione verso il mondo e gli altri. Ma insieme rode, negando sosta in pace e quiete dell’abitare nel puro istante. Per l’inquieto nessuna casa è mai una volta per tutte definitivamente sua, nessuna sosta è definitiva, nessun incontro è per sempre. Purtuttavia l’inquietudine nemmeno lascia che ciò che deve andare vada: nella tensione vibrante e oscillante, in cui essa consiste, quanto va è preso per la giacca, trattenuto. Nell’inquietudine, in ogni provvisoria quiete  raggiunta (in quanto è solo nella quiete che l’inquietudine ha il suo nido), in una sospensione (e)statica – assente la quale ogni tensione perde il terreno su cui poggia – ogni essente è chiamato tirato da una parte ma insieme anche da un’altra.

vv-1

Nell’insieme delle tensioni contrapposte, in cui l’inquietudine consiste, un’energia cerca così sbocco, ma non si lascia andare e perciò si accumula e ingorga: inquieta. In tal modo però l’inquietudine, se non lacera, spinge in avanti. In questo senso è radice e lievito di ogni nostro godimento e di ogni nostro soffrire. Archi tesi, concordanti discordanti nel vibrare di forze contrapposte – quali nell’eracliteo tutto fluente che tutto include – gli inquieti solo in tal modo possono scoprire sè.

Io incontro me stesso, tu incontri te, in quel che (nell’inquietudine) ci accomuna. La mia inquietudine e la tua sono sì dunque anche sottile angoscia, che ben conosciamo ma di cui poco parliamo. Ma sono anche intensità e fermento, di cui solo l’inquieto è capace.

Se anche tu tutto ciò lo riconosci tuo, e dunque nelle mie parole (ri)conosci la tua inquietudine, mi comprenderai.

(altro…)

Read Full Post »

Esiste un filo sottile che connette tra loro forme del dire e dell’esprimere.

Linguaggi diversi, intuizioni e visioni differenti, possono indicare e mostrare, ognuna a loro modo, che tutto è in tutto, in ogni sua parte. Che il finito è infinito. Che l’intero che contiene le parti è, insieme, contenuto di esse.

Un celebre quadro di van Eyck, un testo famoso di Borges, la litografia di Escher qui sotto, le monadi di Leibniz, la “tracce” di cui ci parla Emanuele Severino: tutti modi, e relative varianti, per dire il nostro essere sguardo immediatamente, originariamente, aperto strutturalmente sul mondo, su tutto il mondo. Per mostrare, in modi diversi ma convergenti seppure secondo messe a fuoco da diversi lati e secondo diverse ampiezze, il nostro essere parte di un tutto che pure conteniamo, accoglienze inclusive del tutto in cui siamo.

La tesi, assai impegnativa, è sostenuta, in vari modi, a mio avviso da molti filosofi. E’ tema quasi ricorsivamente ricorrente. Rovello costante per chi pensa situazioni-limite e si addentra nei grovigli più fitti della filosofia.

La tesi va quindi esplorata. Soprattutto eventualmente fondata, argomentata, dimostrata.

Ma prima di tutto va forse indicata. Descritta. Come dire: avvicinata.

“I coniugi Arnolfini”

“I coniugi Arnolfini” è il celebre quadro dipinto dal pittore fiammingo Jan Van Eyck nel 1434 , conservato alla National Gallery di Londra.

Nel quadro sono raffigurati il ricco mercante Arnolfini e la sposa: in posa, elegantemente vestiti, si tengono per mano e lei è evidentemente incinta. Sono in piedi all’interno di una stanza, nella quale vi è una grande varietà di oggetti, tutti rappresentati con un’attenzione estrema al dettaglio.

Tra tutti gli oggetti spicca al centro uno specchio convesso.

Nella superficie dello specchio il pittore, con grande maestria, ha riprodotto probabilmente se stesso – e un’altra, misteriosa, persona dietro di lui – nell’atto di dipingere i suoi soggetti, che ovviamente sono anch’essi rispecchiati, di spalle, così come è rispecchiata tutta la stanza ovviamente dipinta al rovescio.

Questo dettaglio è senz’altro enigmatico. Affascinante. E lo diventa ancor più se lo si osserva isolatamente: nello specchio, dallo specchio, si apre un occhio, un altro sguardo incrocia anch’esso, dall’apertura di una prospettiva, ma un’altra prospettiva, la scena. Come Alice, dal paese delle meraviglie, da al di là dello specchio, chi focalizza l’attenzione su questo dettaglio guarda dal mondo delle meraviglie i due coniugi, la scena, van Eyck che dipinge (e la persona vicino a lui). Anzi: van Eyck qui ci colloca, nel punto di vista dello sguardo di van Eyck stesso, nel punto in cui tale sguardo, come dire, si sdoppia e si incrocia, sovrapponendo due prospettive e cogliendo, da fuori, pure se stesso in scena e quanto, nella scena, sta dietro di lui.

***

(altro…)

Read Full Post »