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Posts Tagged ‘linguaggio’

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Ostaggi

La logica del piacere e del godimento è quindi struttura per lo meno complessa, sotto certi aspetti anche antinomica.  Logiche differenti – per certi versi anche opposte – strutturanti ciascuna diverse tonalità e modalità del piacere, possono cioè sovrapporsi, contrapporsi, intrecciarsi.

Non stupisce perciò che i comportamenti effettivi che gli uomini hanno possano a volte dare l’impressione si siano perse le istruzioni per l’uso. Non c’è infatti istinto che guidi sicuro alle mete. Si procede perciò spesso a tentoni e non è raro che il desiderato ottenuto si riveli illusorio. Persino nel caso in cui  si pervenga alla certezza che ciò che balena piacevole sia in realtà nulla più che evanescenza, capita spesso la ricerca di esso sia, nonostante tutto, rinnovata e iterata, magari in modi sempre diversi ma tuttavia senza pausa nè sosta finchè l’energia della vita persiste.

Tutta questa compulsività – in fondo tutta questa fatica e tutto questo impiego di tempo – è, almeno apparentemente e in prima battuta, non senso.

In tutto ciò c’è qualcosa che spinge, al di là di ogni consaputa saggezza, in direzione contraria al proprio bene. Ma non solo: le logiche dei piaceri talvolta portano persino a distruggere sè o aspetti importanti del mondo che innerva la situazione del sè, magari lasciandosi sopraffare da coazioni fini a sè stesse (basti pensare alle dipendenze e patìe di varie forme e natura). Altre volte accade invece che in fondo tutto vada bene, ma ciononostante si impone invece l’idea che se si godesse di altro (e perciò si fosse non sè stessi, ma altri) si sarebbe sè stessi. Perciò si sta male, rancorosi ci si lamenta, fuggendo da sè, in un’insoddisfazione che si autoalimenta, per la mancanza dei piaceri non ancora raggiunti e ottenuti (in un mondo sociale sempre più spettacolo e emporio di innumerevoli, troppe, promesse delizie)

Ciò non è razionale, non nasce dal ponderare di un sè pensante volto al piacere. Non è sano. Ha a che fare con forze che ci condizionano, in alcuni casi ci dominano tenendoci come in ostaggio, spesso remandoci contro. Forze non consce, ossia inconsce (siano esse quelle dalla psicanalisi individuate o fossero pure gli, anch’essi – si badi – inconsci, meccanismi dalle neuroscienze descritti).

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Piacere promesso, piacere reale

Ciò che è piacevole attrae.

Il piacere è sempre dunque connesso a un’attrazione per esso, che lo precede. Ma anche se l’esperienza vissuta in cui questa attrazione consiste può essere (come non essere) essa stessa esperienza piacevole, il piacere (connesso al piacevole) è sempre altra cosa da essa, mai coincidente con essa.

Il piacere è cioè ciò cui l’attrazione tende. Ma perciò, nel mentre se ne è attratti, del piacere cioè non si gode e del piacevole già non si dispone. Al punto che se anche, al limite, ciò da cui l’attrazione fosse attratta fosse l’attrazione stessa (come nel caso in cui il desiderio sia desiderio di desiderare), l’attrazione tenderebbe comunque ad altro da sè (di cui già non dispone): a quell’altro che è l’ulteriore (e dunque altro) atto di desiderio in cui il desiderare in tal modo, desiderandosi, si prolungherebbe.

L’attrazione è quindi sempre intenzione rivolta a un oggetto. Quando l’oggetto in questione  è associato a piaceri che si pensa siano in qualche modo dischiusi dal contatto con esso, l’oggetto è ritenuto il piacevole che, attraendo, reclama attenzione e tensione verso di esso.

Gli oggetti attraenti possono però anche essere i più disparati e il piacere può, anche per questo motivo, avere molteplici modi e manifestazioni diverse. Di qualunque tipo esso sia, comunque sempre il piacere diletta. Perciò induce, imponendosi nella sua gradevolezza, a raccogliersi concentrandosi in esso. In questo senso il piacere – sia quando è agognato sia quando è ottenuto – è il voluto (laddove il dolore è il rifiutato).

Volerlo significa infatti desiderarlo, ma anche accoglierlo acconsentendovi. Quando c’è, volerlo è questo assentirvi placandosi in esso. In questo consiste la sua esperienza vissuta di piacere goduto. L’attrazione per il piacevole invece, in quanto tale, non è ancora l’esperienza di piacere vissuta del piacere agognato (esperienza vissuta è l’attrazione, ma essa non è il godimento dell’attraente in cui il piacere consiste). Che il piacevole verso cui si tende sia dunque davvero quanto si spera è solo supposto. Mentre, invece, che il piacere, di qualunque tipo e natura esso sia (chiaramente percepito e magari precisamente localizzato, oppure vagamedownload-2nte diffuso; piccolo piacere quasi inavvertito o dilagante invadente tutta la psiche), sia tale, quando è avvertito, è evidenza.

Il piacere, quando c’è, si impone cioè come incontrovertibilmente presente. Come il suo opposto (il dolore) anche il piacere impone il suo esserci. Che esso ci sia – quando c’è – è indiscutibile. Il piacere quindi, quando percepito e perciò voluto, è incontrovertibilmente tale, cioè piacere. L’oggetto ritenuto piacevole, invece, promette (soltanto promette) piaceri.

Qui è una differenza: tra due diverse esperienze vissute. L’attrazione verso un oggetto ritenuto piacevole e il piacere vissuto (fosse pure il piacere che si era desiderato in quanto connesso all’oggetto ritenuto piacevole) non sono lo stesso.

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downloadIl fluire della nostra esperienza si alimenta di incontri. Negli incontri, in vari modi, si intrecciano dialoghi. Tutto questo si riverbera incanalato nel flusso emotivo e cognitivo in cui l’esistenza interiore consiste.

Le situazioni, che così si configurano e sviluppano, sono anche perciò sempre ognuna differente dall’altra. Nella metamorfosi che si dispiega, ciascuna di esse è così sempre, almeno in parte, inedita, nuova. Perciò ineliminabile è il costante aleggiare incombente di una certa – seppur non sempre chiaramente avvertita – dose di imprevedibilità, e quindi di rischio e incertezza. Perciò ogni situazione richiede (richiederebbe) dunque dovute accortezza e ponderazione.

Non sempre però ci può essere il tempo (o la possibilità, o la voglia) di soppesare adeguatamente con calma che cosa sia davvero meglio fare o cosa sia opportuno dire. Non sempre possiamo quindi disporci davvero secondo uno stile consapevolmente assunto a fronte dell’incalzare e il fluire dei fatti.

Perciò si apprendono e assimilano opportuni copioni: si imparano atteggiamenti e comportamenti standard, che fungono da procedure d’approccio e piste di sviluppo che dispongono gli attori coinvolti nell’incontro e nel dialogo entro ruoli precisi, entro trame prevedibili e note. Facilitatori della relazione – del tutto nuova o consueta che sia – lubrificano la trama delle relazioni sociali, entro tracce prevedibili e perciò rassicuranti.

Nel dialogo le battute, stabilite dal contesto e dai ruoli, sono perciò i convenevoli. I gesti sono quelli previsti, rituali dalla (buona) educazione sanciti.

In queste – rassicuranti peraltro – situazioni e dinamiche lo scotto da pagare è però una certa ovattata piattezza comunicativa, spesso una più o meno velata ipocrisia. A volte tutto ciò può anche annoiare. Perciò accade, altre volte, che, tra le parole che così si dispongono nello spazio sociale, dai vari linguaggi (verbale, corporeo, ecc..) e nei linguaggi articolato, irrompa o si insinui qualcosa che ravviva la piatta immersione nel fluire comunicativo consueto e sostanzialmente tendente ad essere anonimo. Tra i convenevoli, entro i comportamenti usuali che regolano le nostre relazioni, ci può stare, più o meno spesso, pure una appropriata battuta di spirito.

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(….)

imagesDDV1RM0HVerità del segno

Nel segno la verità, dunque, traspare.

Traspare in un segno che, in quanto tale, è sempre interpretato. Ma proprio perché traspare dunque in un segno interpretato, la verità non è l’interpretazione. La verità, anzi, nel suo senso originario, è l’innegabile. Perciò tra l’altro qualsiasi segno, in linea teorica, può indicarla; perciò può essere detta in molti modi: il modo – quando la dice – la esprime, non la intacca.

La verità non è dunque il segno, ma il significato.
Perciò – e solo perciò – lo stesso significato (la stessa cosa) può essere espresso in linguaggi diversi: con parole mie o con parole tue, nel linguaggio mio (o nostro) e nel linguaggio tuo (o loro) Perciò – e solo perciò – lingue storiche ed idiomi differenti possono dire lo stesso per mezzo di differenti segni.

Le differenze (i segni differenti), quindi, si può dire avvolgano un’identità, che traspare attraverso esse. Secondo una struttura non casualmente analoga a quella che caratterizza mente ed apparire rispetto ai loro contenuti, la cosa, nella sua identità, si manifesta nel segno  (così come si mostra nella mente e nell’apparire), lasciata essere dalle differenze che ne sono i segni. Differenze che si ritraggono per darle spicco.

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imagesDDV1RM0HQuesta pagina bianca si riempie – man mano che scrivo – di segni….
Per scrivere premo su tasti: in ognuno iscrizioni di segni. Lettere dell’alfabeto (cioè segni), parole (anch’esse segni), frasi (ancora segni) si dispongono così via via articolando un testo. Anch’esso un segno, composto da segni…

Se levo lo sguardo dallo schermo e lo alzo, ritrovo le cose consuete della stanza in cui scrivo, disposte intorno a me come il solito. Tra queste, questa pagina, dapprima bianca, ora non più del tutto…

Tutte queste cose – inclusa la pagina bianca in cui i segni che traccio vanno ad inscriversi – sono anch’esse dei segni (non alfabetici, non necessariamente parole, anche se tutti a parola – fosse pura la sola parola “cosa” – riconducibili).

Siamo attorniati da segni. Avvolti in un mondo di segni. Segni-parole innanzitutto. Ma non solo: anche immagini, indici, cartelli, gesti, suoni, musica, posizioni, posture…
Siamo noi stessi innanzitutto un groviglio di segni: segni con cui altri ci definiscono, segni con cui ci identifichiamo (primo fra tutti il mio, e tuo, nome proprio e tutto ciò che attorno ad esso converge). Siamo segnati, innanzitutto nel corpo e nella memoria. Anche l’io è un segno: agglomerato e iscrizione di segni.

Linguaggio, mondo

Tutto ciò che rimanda ad altro da sè è segno. Il segno indica, perciò, sempre un altrove, rispetto ad esso. Anche quando indica sè, il segno in quanto indice è altro da sè in quanto indicato.
Nel segno ciò che è indicato è quindi sempre altro. Nel segno l’altro è espresso.

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[È stato appena pubblicato (anche in ebook) dall’editore romano Nottetempo l’ultimo pamphlet del noto filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han (teorico dell’ipermodernità e docente all’Università delle Arti di Berlino) dal titolo (apparentemente vattimiano) La società della trasparenza (Transparenzgesellschaft, Berlin 2012). L’argomentazione, con numerosi riferimenti teorico-critici (impliciti) e dialettici in senso hegeliano (espliciti), mostra non poche affinità con i temi oggetto di riflessione recente su Prismi. Pare dunque interessante proporne un estratto, utile anche per un confronto con quanto si pubblica, si è scritto e si scrive ancora nel nostro paese in merito alle virtù della trasparenza (da Popper a Vattimo, passando per le retoriche e gli outing delle case di vetro come quella del “Grande Fratello”). Accanto a vari motivi di accordo (come la funzione socialmente stabilizzante della pratica consistente nell'”emettere sé” o la metafisica della presenza insita nella società della trasparenza) fra i possibili nuclei di controversia (anche per la tonalità piuttosto sentenziosa) v’è soprattutto la tesi – derivante in primis dalla teologia politica di Carl Schmitt – che la trasparenza necessaria alla vita democratica sia sempre e comunque “coercizione sistemica” e che la politica abbia bisogno degli arcana imperii; oppure l’altra tesi, performativamente contraddittoria, per cui la teoria – ogni teoria – sarebbe il frutto di una decisione e quindi di una violenza che condurrebbe inevitabilmente alla “fine della teoria”. Resta il fatto che Byung-Chul Han individua con maggiore precisione epistemica una risposta già parzialmente formulata nel precedente lavoro sulla Società della stanchezza e cioè che l’attuale liquefazione delle capacità critiche dell’individuo di cui vive la liquid modernity deriva proprio dal fatto che “niente è impossibile”, cioè dall’eccesso di positività e non certo da un sovraccarico di negativismo o di sfiducia nel futuro. Il testo, riformattato per la lettura su blog, corrisponde alla sezione intitolata “La società del positivo”, la cui versione PDF è liberamente scaricabile dal sito dell’Editore che però non riporta i riferimenti bibliografici (A.B.)].

Nessun’altra parola d’ordine oggi domina il discorso pubblico quanto il termine “trasparenza”. Essa è enfaticamente invocata soprattutto in riferimento alla libertà d’informazione. L’onnipresente richiesta di trasparenza, che si radicalizza nella sua feticizzazione e totalizzazione, risale a un cambiamento di paradigma che non può essere circoscritto all’ambito della politica e dell’economia. La società della negatività cede, oggi, di fronte a una società nella quale la negatività è costantemente soppressa a vantaggio della positività. Perciò, la società della trasparenza si manifesta in primo luogo come società del positivo.

TransparenzGesellschaftLe cose diventano trasparenti quando si liberano da ogni negatività, quando sono spianate e livellate, immesse senza opporre alcuna resistenza nei piatti flussi del capitale, della comunicazione e dell’informazione. Le azioni diventano trasparenti quando si rendono operazionali, quando si sottopongono a un processo di misurazione, tassazione e controllo. Il tempo diventa trasparente, quando è ridotto alla successione di un presente disponibile. Cosí anche il futuro è positivizzato nel presente ottimizzato. Il tempo trasparente è un tempo senza destino e senza eventi. Le immagini diventano trasparenti quando – liberate da ogni drammaturgia, da ogni coreografia e scenografia, da qualsiasi profondità ermeneutica, in definitiva da ogni senso – sono rese pornografiche. La pornografia è il contatto immediato tra immagine e occhio. Le cose diventano trasparenti quando rinnegano la propria singolarità e si esprimono interamente attraverso un prezzo. Il denaro, che rende ogni cosa equiparabile all’altra, abolisce ogni incommensurabilità, ogni singolarità delle cose. La società della trasparenza è un inferno dell’Uguale.

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Considera ad esempio, i processi che chiamiamo “giochi”. Intendo giochi da scacchiera, giochi di carte, giochi di palla, gare sportive, e via discorrendo. Che cosa è comune a tutti questi giochi? – Non dire: “Deve esserci qualcosa di comune a tutti, altrimenti non si chiamerebbero “giochi” – ma guarda se ci sia qualcosa di comune a tutti. – Infatti, se li osservi, non vedrai certamente qualche cosa che sia comune a tutti, ma vedrai somiglianze, parentele, e anzi ne vedrai tutta una serie.

Come ho detto: non pensare, ma osserva! – Osserva ad esempio, i giochi da scacchiera, con le loro molteplici affinità. Ora passa ai giochi di carte: qui trovi molte corrispondenze con quelli della prima classe, ma molti tratti comuni sono scomparsi, altri ne sono subentrati. Se ora passiamo ai giochi di palla, qualcosa di comune si è conservato, ma molto è andato perduto. Sono tutti divertenti? Confronta il gioco degli scacchi con quello della tria. Oppure c’è dappertutto un perdere e un vincere, o una competizione fra i giocatori? Pensa allora ai solitari. Nei giochi con la palla c’è vincere e perdere; ma quando un bambino getta la palla contro un muro e la riacchiappa, questa caratteristica è sparita. Considera quale parte abbiano abilità e fortuna. E quanto sia differente l’abilità negli scacchi da quella nel tennis. Pensa ora ai girotondi: qui c’è l’elemento del divertimento, ma quanti degli altri tratti caratteristici sono scomparsi! E cosí possiamo passare in rassegna molti altri gruppi di giochi. Veder somiglianze emergere e sparire.

E il risultato di questo esame suona: “Vediamo una rete complicata di somiglianze che si sovrappongono e si incrociano a vicenda. Somiglianze in grande e in piccolo

Ludwig Wittgenstein, Ricerche Filosofiche § 66

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Nelle “Ricerche Filosofiche” Wittgenstein ci parla dunque (come aveva già fatto nel Tractatus, ma ora in altro modo e con altro spirito) del linguaggio. E ce ne parla stando –  come peraltro inevitabilmente non si può non stare – dentro il linguaggio. A partire dunque dal linguaggio, ci parla (ancora, insistente sul punto) del linguaggio.

Parlando, usando il linguaggio, Wittgenstein ci parla dunque, anche nelle Ricerche, del linguaggio. E, come sempre, nello stile di Wittgenstein, distilla il suo discorso essenziale, quasi in una lotta corpo a corpo col linguaggio. Ma, nelle Ricerche diversamente che nel Tractatus, questo corpo a corpo col linguaggio assume ora anche toni nuovi e diversi. Wittgenstein ora, almeno a tratti, sembra assecondare di più le forme naturali del linguaggio, ne segue i percorsi, lo lascia quasi fluire sciogliendo l’impervia tensione linguistica del Tractatus in un discorso più piano. E probabilmente anche più sereno.

Del linguaggio il “secondo Wittgenstein” quindi sempre parla, ma ora anche in modo diverso che nel Tractatus, calando il lettore in forme linguistiche – per lo stile di Wittgenstein – nuove. Invitando il lettore in una atmosfera più distesa, ci parla di impervie questioni linguistiche in modo persino a tratti quasi colloquiale, in una forma che – pare – cerca di essere persino semplice. Il linguaggio quasi condensato in cristallo del Tractatus, nella sua concentrata essenzialità e precisione, si scioglie ora e in qualche modo si libera. Per dire comunque – in tal modo – la sempre estremamente intricata complessità in cui il linguaggio si articola, il discorso di Wittgenstein si dispone ora però in un modo, almeno nella forma, più leggero. In una forma nuova quindi: più consona ad adattarsi all’intrico e l’intreccio delle forme linguistiche, che hanno – questo vuole sostenere Wittgenstein nelle Ricerche – innanzitutto la struttura di un giustapporsi e intrecciarsi di giochi.

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