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Una stessa cosa, infatti, può essere nello stesso tempo buona, e cattiva, e anche indifferente: la Musica, per esempio, è buona per chi è melanconico e cattiva per chi soffre; e per chi è sordo non è buona né cattiva. Ma, sebbene le cose stiano così, ci conviene egualmente continuare ad usare quei termini [di “bene” e di “male”]. Poiché, infatti, noi vogliamo configurare un’idea di Uomo che sia il modello della natura umana, al quale fare poi riferimento, ci sarà utile conservare i termini in parola nel senso che ho detto. Di qui in poi, pertanto, intenderò per buono (o per bene) ciò che sappiamo con certezza essere un mezzo per avvicinarci sempre più a quel modello della natura umana che ci proponiamo

(Spinoza, Ethica, prefazione della Quarta parte).

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Affinché effettivamente e in modo non indeterminato si articoli – nell’autocoscienza ove ciò accade – la mediazione attraverso cui gli enti sono posti in nesso con il valore, incardinando così nel mondo il bene e il male, serve – dicevamo – un contesto di riferimento, cui applicare un criterio mediante il quale associare – al bene o al male – un ente determinato.

Ma al variare del contesto o del criterio – corrispondenti al diverso disporsi dei vari punti di vista delle molteplici autocoscienze valutanti – anche l’associazione tra un certo ente e il suo valore (di bene o male) può variare. Perciò può essere che un qual certo stesso ente sia anche interpretabile – a seconda dei differenti punti di vista da cui è valutabile o al variare dei contesti in cui è posto – ora come bene, ora come male (o anche come indifferente).

In questo senso si può dire che bene e male sono dunque relativi. Sia nel senso di essere termini (quindi segni, parole, concetti) in quanto tali innanzitutto significanti quali poli di un dispositivo oppositivo che li pone in rispettiva correlazione, sia nel senso di essere entrambi – se astratti da contesti e criteri – disponibili, di per sé, ad essere associati anche allo stesso ente.

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Questo relativismo non equivale però in alcun modo ad indifferenza etica.

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L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte: e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte (Spinoza, Etica, Parte quarta, Prop. LXVII)

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Quando, per qualsiasi motivo, arriva la tristezza,  quanto sembra venire a mancare è non soltanto la voglia; ma proprio anche la forza di attingere alla fonte delle risorse energetiche. Perciò non si riesce proprio, neanche volendo, a rallegrare – come peraltro si capisce benissimo sarebbe razionalissimo in ogni caso fare – il proprio animo.

Quanto più questo stato è accentuato, tanto più la malinconia è profonda. Dilaga allora un’accidia dove a mancare non sono solo le motivazioni, ma anche proprio le forze. L’energia non ha più flusso, né deflusso. O ne ha solo troppo poco; appena quel che serve per consentire a chi dalla tristezza è invaso di galleggiare ancora, magari aggrappandosi a gesti senza novità, o lasciando passare il tempo guardando il soffitto di una stanza.

Certo, la tristezza ha vari gradi e esserne invasi o solo adombrati non è la stessa cosa. Tuttavia – sia essa una piccola ombra che offusca un attimo lo sguardo, sia essa la depressione più grave - tristezza è comunque un decremento energetico. Ma soprattutto – sia che essa consista nel perdere un po’di forza o di voglia, o che dilaghi fino alla spossatezza di una stanchezza infinita; che sia un offuscarsi momentaneo o un trascinarsi in un estremo starsene aggrappati con tutte le forze nell’unico punto che trattiene dal crollo – la tristezza ha comunque sempre una dinamica. Una dinamica connessa agli eventi che la producono o la accompagnano e dunque una ben precisa dinamica qualitativa, ma comunque anche sempre insieme una dinamica energetica.

Quanto detto, o considerazioni analoghe, intendono essere descrittive di situazioni da tutti almeno in parte vissute, o percepite vissute da persone incontrate.

Ma peraltro che anche la tristezza – come ogni altra emozione – più che uno stato, sia un processo e un elemento nel gioco della variazione di potenza è pure la lucidità di Spinoza a indicarcelo esattamente.

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