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Archive for the ‘Bioetica-mente’ Category

download (3)Il corpo che io sono parla.

Nel suo codice (da decifrare) parla agli altri. Nel suo codice (da decifrare) mi parla, parlando a me stesso e a sé stesso. Per sensazioni, stimoli, sintomi…

Sintomi

Quando si insedia la malattia, una nuova presenza, non voluta, si colloca senza preavviso all’interno del corpo. Qui il suo lavorìo sensibilizza zone somatiche prima sostanzialmente inavvertite. Qui vi disloca per lo più il dolore, in varie forme e intensità.

La malattia richiama così – mettendo in allarme i sensi e risvegliando propriocezioni prima appena adombrate – l’attenzione sul corpo, al punto da rivelarcelo scomodo. Il senso interno che ausculta – per lo più in modo attutito – il corpo, ora amplifica la presenza del punto o la zona che la malattia ha invasa.

Innervazioni, viscere, flussi, punti di giuntura, tensioni muscolari: i luoghi e eventi del corpo che sono ora, nella malattia, sensibilizzati sono dei dentro. Ma – nella condizione in cui vivere il proprio corpo come insidiato e aggredito da un male ci getta – si percepiscono come se fossero fuori.

Quando si insedia la nuova presenza, ci si percepisce in modo diverso, come un altro da sé: come alienati.

Malattia è perciò (anche) esperire il proprio corpo in modo espropriante e dolente.

L’intruso

La malattia trasforma così innanzitutto il rapporto col corpo. Porta fuori – all’attenzione del sentire sé stessi – quel che era, dentro, attutito e inavvertito.

Ciò che si è, la propria identità, prende così spicco in un modo inconsueto e sgradito. Nella distanza che si apre tra il corpo di chi se lo sente malato ed il mondo ad esso esterno che è del tutto estraneo alle percezioni che invadono lo spazio circoscritto del sè, l’io che si è si racchiude nel percepire in sè un intruso.

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(…)

Ostaggi

La logica del piacere e del godimento è quindi struttura per lo meno complessa, sotto certi aspetti anche antinomica.  Logiche differenti – per certi versi anche opposte – strutturanti ciascuna diverse tonalità e modalità del piacere, possono cioè sovrapporsi, contrapporsi, intrecciarsi.

Non stupisce perciò che i comportamenti effettivi che gli uomini hanno possano a volte dare l’impressione si siano perse le istruzioni per l’uso.

Non c’è infatti quasi mai istinto che guidi sicuro alle mete. Si procede perciò spesso a tentoni e non è raro che il desiderato ottenuto si riveli illusorio. Purtuttavia si persiste. Persino nel caso in cui ciò che balena piacevole si riveli essere in realtà nulla più che evanescenza, spesso la ricerca di esso non perciò non è rinnovata e iterata (magari in modi sempre diversi). Ancora di nuovo si ritenta, senza pausa nè sosta finchè l’energia della vita persiste.

Tutta questa compulsività – in fondo tutta questa fatica e tutto questo impiego di tempo – è, almeno apparentemente e in prima battuta, non senso; cieca spinta – al di là di ogni consaputa saggezza – in direzione contraria al proprio bene. Al punto che le logiche dei piaceri talvolta portano persino a distruggere sè o aspetti importanti del mondo che innerva la situazione del sè, magari lasciandosi sopraffare da coazioni fini a sè stesse (basti pensare alle dipendenze e patìe di varie forme e natura). O a lasciare si imponga, quando magari nulla in fondo va davvero male,  l’idea che, se si godesse di altro (e perciò si fosse non sè stessi, ma altri,) si sarebbe sè stessi.

Perciò si sta male, rancorosi ci si lamenta, fuggendo da sè, in un’insoddisfazione che si autoalimenta, per la mancanza dei piaceri non ancora raggiunti e ottenuti (in un mondo sociale sempre più spettacolo e emporio di innumerevoli, troppe, promesse delizie)

Ciò non è razionale, non nasce dal ponderare di un sè pensante volto davvero al piacere. Non è sano.

Ha a che fare con forze che ci condizionano, in alcuni casi ci dominano tenendoci come in ostaggio, spesso remandoci contro. Forze non consce, ossia inconsce (siano esse quelle dalla psicanalisi individuate o fossero pure gli, anch’essi – si badi – inconsci, meccanismi dalle neuroscienze descritti).

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 Ho voluto sempre che ammiraste il mio digiuno» continuò il digiunatore.

«E noi, infatti, ne siamo ammirati» disse condiscendente il custode.

«E invece non dovete ammirarlo» replicò il digiunatore.

«E allora non lo ammireremo» rispose il custode, «ma poi perché non dobbiamo farlo?».

«Perché sono costretto a digiunare» continuò il digiunatore.

«Ma senti un po’» disse il custode «perché non ne puoi fare a meno?».

«Perché io» disse il digiunatore, sollevando un poco la sua piccola testa e parlando con le labbra appuntite come per un bacio proprio all’orecchio del custode, «perché non riuscivo a trovar il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato non avrei fatto tante storie e mi sarei messo a mangiare a quattro palmenti come te e gli altri».

(“Un digiunatore” Franz Kafka)

La mia mente è come la mano che guida un burattino di legno, rigido, tenace. La mano cerca di dar vita a uno spettacolo…; talvolta però incrocia i fili del suo burattino rendendo più difficile il movimento o addirittura li rompe. In questo caso il burattino cade, afflosciandosi su sé stesso e non è più in grado di rialzarsi… se non con l’aiuto di un’altra mano”

( G.)

***

Non riuscivo a trovare il cibo che mi piacesse”: questo alfine confessa il digiunatore del celebre racconto di Kafka al custode che lo accudisce negli ultimi attimi della sua vita.

Al termine della vita, dunque, che in tale digiuno è consistita, al termine dell’estrema tensione (che, nel racconto, il pubblico che ne segue l’impresa, affascinato o scettico che sia, non può tuttavia che in qualche modo ammirare) in cui essa si è racchiusa, il digiunatore (anoressico quindi) questo rivela al fondo e al termine della sua impresa eroica: qualora un cibo gli fosse piaciuto qualcosa sarebbe stato allora degno di alimentarlo. Qualora qualcosa avesse alimentato il suo desiderio, avrebbe perciò potuto farlo mangiare (e perciò sopravvivere).

Così – in quanto mette per iscritto descrivendosi G., che l’anoressia ha attraversato – solo l’aiuto di un’altra mano può far rialzare (e far muovere e rivivere) il corpo (il burattino di legno) di G., crollato spossato sotto la troppo rigida guida di una mente che cerca(va) solo adeguarlo alla perfetta esecuzione di una parte in recita in cui non palpita(va)no, soffocati, relazione (e quindi desiderio), che solo l’attenzione di un’altra mano può rianimare.

***

Nell’anoressia è in gioco tutto ciò cui i due testi alludono (ovviamente oltre ad altro, e altro…).

In gioco è cioè l’accettazione della vita, per quel che è, oltre che nel suo senso. Sono in gioco sguardo su sé e degli altri, Sono in gioco la relazione e il desiderio, acquisizione e perdita.

In evidenza, e quindi in chiara vista, in gioco sono il cibo e il corpo. Corpo marionetta negato e svuotato della sua carnalità (dolente o gaudente che essa sia: comunque negata) in rigore ascetico e sottrazione, in controllo (auto)spettacolarizzato che costringe nello spazio angusto di una pura volontà di non mangiare, quindi di non vivere e non sentire, ossia non perdersi nella dissipazione in cui la vita pure consiste.

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Se condizione affinchè la vita possa dispiegarsi in una qualsiasi forma specifica è innanzitutto – banalmente – il suo dover esserci; essa deve perciò, prima di tutto, perpetuarsi, fronteggiando tutto ciò che la può negare.

La vita richiede, perciò, cura. E quando, nonostante tutte le accortezze che la cura dispone, una minaccia rischia di farla soccombere, le strategie di salvezza dispongono azioni che, nel combattere il male, si configurano quali terapeutiche.

La nostra vita quotidiana, ma anche tutta la vita sociale, si organizzano, in tal modo, in gran parte attorno alla fondamentale e preliminare esigenza di mantener(si) in vita. Tutte le civiltà organizzano perciò dispositivi per salvaguardarsi, potenziando ciò che serve alla loro difesa e, quando i mali irrompono, alla guarigione da essi, per ripristinare quella salute in cui la salvezza consiste.

Abbagliati dalla volontà di vivere, e perciò innanzitutto di sopravvivere, fronteggianti perciò tutto ciò che minaccia di morte, i mortali agognano (tendenzialmente in tutti i modi, per cui anche e persino somministrando morte a ciò che può loro portare la morte) salvezza e, quando il male ha trovato un suo varco, cercano la guarigione.

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1images (1)Da sempre perciò la magia – e quindi la medicina che in fondo non è che magia guaritrice efficace e adeguatamente avveduta – ha accompagnato la vicenda degli uomini, rinvenendo nell’esigenza umana del controllo e dominio delle cose – e quindi nella guarigione quando tale controllo è da un disfunzionamento ostacolato o impedito – il suo senso.

Tecniche di guarigione, dapprima guidate dal mito, poi da saperi epistemici, hanno sempre costituito perciò parte integrante dei saperi sociali che le culture hanno via via costruito e perciò tramandato.

In questo senso non è novità che la medicina – intesa nel senso lato che le stiamo attribuendo – si costituisca sin dalle origini come specifica tecnica: disposizione di procedure e mezzi opportuni e efficaci rivolti al conseguimento di un fine.

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In questo senso la medicina, fin dai suoi primordi, è quindi sempre stata fondamentalmente legata alla tecnica e anche per questo – e sempre di più e più che mai oggi – la prassi medica e i saperi che la costituiscono e la guidano si sono sempre più coordinati in tecniche sempre più complesse, raffinate, avanzate. Perfettamente in linea con la logica terapeutica che guida i saperi medici, procedure rivolte alla maggiore efficacia possibile e mezzi sempre più adeguati allo scopo – ossia tecniche sempre migliori – pervadano così sempre più gli spazi, ossia i tempi e i luoghi, e le pratiche che attengono l’esperienza della malattia e della sua cura.

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imagesCA4BG21SRagionare su mondi possibili, su situazioni quindi magari strane e assai poco verosimili, ma non perciò immediatamente autocontraddittorie, può essere assai stimolante, istruttivo, finanche divertente.

Valutare, così, le implicazioni derivanti da ipotetiche situazioni allocate in immaginati altri mondi (quasi mondi paralleli a quello che reputiamo reale) è modalità argomentativa che quindi può perciò, in quanto divertente, apparire persino, in certi contesti, quasi ludica. Ma, magari anche proprio per questo, è pure spesso assai efficace. Tanto da essere ampiamente sfruttata da filosofi i più vari, delle più diverse epoche e orientamenti, ed essere oggi procedura utilizzata in modo quasi sistematico soprattutto nell’ambito della filosofia analitica di stampo anglosassone, al punto da poter essere considerata uno dei tratti stilisticamente caratterizzanti tale atteggiamento teorico.

Ragionare, e far ragionare, in questa maniera significa peraltro approntare dei veri e propri esperimenti mentali. Si ipotizza e immagina, infatti – come in un esperimento – cosa accada o come si configurino le cose in un certo, magari strano o persino controintuitivo, contesto. 

Ma non solo: l’esperimento mentale può consistere pure nel fatto che, grazie alla riflessione sulle situazioni prospettate, prendono anche forma, si chiariscono e trovano magari sostegno le assunzioni di fondo che guidano il nostro ragionare e in tal modo si rischiara pure il nostro uso del linguaggio (e le nostre correlative posizioni di pensiero), anche in merito alle più classiche questioni filosofiche.

Esperimenti mentali di questo tipo sono infatti escogitabili un po’ su tutto e possono perciò vertere, in linea di principio, su qualsiasi questione filosofica, anche se, certo, alcuni argomenti si prestano peraltro più di altri ad essere adeguatamente trattati secondo i modi del ragionare sui mondi immaginati possibili. Il campo del possibile (ossia di quanto non è, qui e ora, reale; ma lo è o potrebbe, o magari potrà, esserlo in un altrove, nel tempo o nello spazio) ad esempio ben si presta – direi: ovviamente – a essere trattato secondo questo tipo di ragionamenti. 

Ma non solo: se lo spazio ove il possibile si delinea e magari prende poi corpo – in qualche modo realizzandosi dunque – ha a che fare con la mente che lo concepisce, allora la modalità argomentativa del ragionare su mondi possibili è poi modo particolarmente adatto per affrontare le questioni relative all’Io, ai suoi contenuti, alla sua forma e identità. Ma inoltre ancora: se il contenuto della mente cosciente è costituito in gran parte da ricordi o elementi relati a ricordi, e se i ricordi sono allocati in quel luogo vasto e indeterminato – la memoria – da cui la mente attinge elementi che combina in innumerevoli modi possibili, allora molti interessanti “esperimenti mentali” sono concepibili anche intorno alle questioni della memoria, il ricordo e l’oblio.  

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Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.

Albert Camus, Il mito di Sisifo, 1942

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“Eutanasia” è parola che entra nel dibattito pubblico assai raramente. Sembra quasi rimossa, censurata, anche quando magari si discute di questioni che con essa hanno o possono avere molto a che fare.

Le volte che viene usata poi tende ad assumere una accezione almeno in parte negativa, soprattutto quando, come per lo più accade, a usarla sono coloro che sostengono posizioni contrarie alla possibilità della liceità del suicidio assistito, in cui l’eutanasia di fatto consiste. In questi casi la parola entra spesso all’interno di una cadenza argomentativa (o meglio pseudo-argomentativa) secondo cui essendo il suicidio assistito null’altro che eutanasia, ergo esso va ritenuto illecito poichè eutanasia. Ma, per altro verso, mi pare che anche chi invece sostiene la liceità, almeno in certi casi, del suicidio assistito tenda spesso a guardarsi bene dal proclamarsi apertamente a favore dell’eutanasia (ma bensì, casomai, della “possibilità di autodecisione sul fine vita” o altro).

Certo è che la cautela nell’uso di certe parole nel dibattito pubblico, o la loro sostanziale rimozione, non è mai priva di significato. Può anche essere in molti casi pure saggia e positiva, ma può anche stare a indicare invece altre volte una sostanziale ipocrisia, o una sudditanza psicologico-culturale rispetto a posizioni che hanno imposto le valenze connotative negative dei termini in questione. Così ci sono alcune parole (e “eutanasia” è una di queste) che sembrano divenire quasi impronunciabili o che, quando vengono usate, sono per lo più riferite a posizioni o idee che si vogliono combattere.

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