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Archive for the ‘Dimenticando’ Category

imagesI would prefer not to“.

E’ questa la frase che lo scrivano Bartleby – protagonista del celebre racconto di Melville intitolato appunto “Bartleby The Scrivener” – pronuncia immancabilmente ad ogni richiesta dell’avvocato titolare dello studio legale per cui lavora. E’ questa la risposta che egli dà ogniqualvolta gli si richieda di smuoversi dalla situazione in cui ha preso labile forma la sua evanescente esistenza, cioè quella del suo semplice essere fisicamente presente nell’ufficio in cui è stato assunto (dove – si scoprirà – arriverà alla fine a vivere tutto il tempo della sua giornata) e in cui al più trascrive diligentemente (almeno inizialmente nello sviluppo del racconto), nella sua mansione di copista, i documenti che gli vengono richiesti.

Preferirei di no“, dunque: è questo il segno che, in sempre più evaporante passività man man che il racconto di Melville si snoda, Bartleby dà di sè stesso.

Ed è in fondo, questo, anche l’unico segno veramente tale e suo che Bartleby depone nel mondo. L’unica sua traccia inscritta nell’insieme dei segni (tra i quali – e non è irrilevante – in primis quelli che Bartleby trascrive, quando preferisce svolgere la sua mansione di scrivano) e i rimandi che nel mondo vi sono.

A tutti gli altri significati circolanti nel mondo, differenti dal suo no, indiscriminatamente, Bartleby oppone solo il suo mite no irremovibile.

Chiudendosi poi sempre più, nello sviluppo del racconto, in un’inattività totale, tutta la sua consistenza si ridurrà in questo optare per “no”, in modo sempre più netto e ostinato, fino a morire alfine, nell’isolamento della prigione in cui viene portato, rifiutando il cibo (ossia rifiutando il mondo dal suo no investito)

***

Bartleby è figura, evidentemente, paradigmatica.

images (3)Enigmatica e sconcertante, nel suo diniego insistito, nel suo costantemente ribadito dire no, emana un fascino che induce a interrogare il senso, filosofico oltre che letterario e esistenziale, in cui essa consiste.

Cercare di decifrare la ragione della seduzione avvolgente che essa esercita sul lettore – oltre che, nel racconto di Melville, sull’avvocato (la voce narrante della storia) che con lo scrivano Bartleby, e con il suo cocciuto atteggiarsi, si trova ad aver a che fare – è trovare la chiave che ci apre uno sguardo – da un spiraglio sotto molti aspetti rivelatore – sul modo e il valore della figura, innanzitutto logica e ontologica, in cui la negazione consiste in quanto tale.

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untitled4Il nostro tempo è tempo dell’oblio, sempre più marcato sempre più evidente, della memoria storica.

Non è cosa del tutto nuova sotto il sole: masse umane, nei secoli e nelle epoche del mondo, sono vissute prive di qualsiasi nozione storica, che non fosse forse depositata, in veste miticamente deformata (e quindi non storica), in narrazioni tramandate. Ma oggi la situazione è ben altra, nuova e diversa: la memoria storica (storiograficamente, e dunque in qualche modo scientificamente, elaborata) è disponibile in linea di principio per chiunque. Eppure le masse la storia per lo più non la conoscono. La memoria storica è perciò per lo più obliata: in questo senso essa è rifiutata. Nessuna tradizione condivisa autorevolmente tramandata peraltro supplisce più ad essa. La memoria storica perciò è bussola assente.

Bussola di cui peraltro nemmeno più si sente la mancanza. Assenza che non sembra alimentare alcuna nostalgia. L’oblio della memoria sembra sia cioè anch’esso obliato.

Come forse è naturale sia se, intrecciata a tale oblio della memoria storica ad esso pure si somma, peraltro pure suffragata da ben reali motivi, una sostanziale chiusura dello spazio in cui si delinea il futuro. Per cui l’oblio della memoria storica, in tal modo, si incunea in uno spazio esistenziale asfittico, appiattito in un angusto presente, perciò incapace di percepire assenze.

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eIl protagonista del film “Memento” (lungometraggio uscito nel 2000, tra l’altro opera prima di Cristopher Nolan) è affetto da un disturbo alla memoria che gli impedisce di avere ricordi relativi alle sue esperienze successive un misterioso evento traumatico da lui vissuto in un imprecisato, seppur non troppo lontano, passato.

Il personaggio dispone della sua memoria a breve termine e di quella procedurale, ha ricordi del suo passato lontano, ma un’amnesia copre un buon tratto della sua vita recente. Da un certo punto della sua vita in poi tutto quanto gli capita viene via via cancellato dalla sua mente. Perciò ogni attimo della sua vita è per lui come l’uscire da un pozzo in cui appena prima era immerso, come il fuoriuscire improvviso, ad ogni istante, in un ambiente e in una situazione di cui non ri-conosce mai, dovunque gli capiti essere, i  contorni precisi. Perciò Leonard Shelby (questo il nome dello smemorato protagonista della storia del film) è del tutto spaesato, calato in una situazione inquietante e drammatica in cui è evidentemente coinvolto, ma il cui significato e la cui forma gli sfuggono. Privo, senza memoria, di punti di riferimento e ancoraggi precisi è  inoltre fragile ed esposto alla manipolazione altrui.

Per fronteggiare in qualche modo la situazione in cui si trova gettato, Leonard scrive, dovunque può, messaggi a sé stesso, in cui cerca di trasmettere a sé memoria di quanto gli accade e di quanto gli si rivela essere, per qualche motivo, importante. Scrive dovunque ritenga di poter poi casualmente, in seguito, rinvenire i messaggi. Scrive su pezzi di carta che colloca in luoghi strategici, oppure scrive sugli specchi in cui sa che si guarderà. Oppure si scatta delle fotografie, contenenti anch’esse indicazioni e messaggi, che poi lascia in luoghi che sa dovrà frequentare. Si incide, infine, allo stesso fine, tatuaggi sul corpo, diventando così egli stesso, nella sua carne, la superficie di iscrizione del proprio passato: egli stesso memoria letteralmente incarnata, depositata e dispiegata nei segni incisi nello spazio (il corpo) in cui il sé si delimita e raccoglie.

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imagesCA4BG21SRagionare su mondi possibili, su situazioni quindi magari strane e assai poco verosimili, ma non perciò immediatamente autocontraddittorie, può essere assai stimolante, istruttivo, finanche divertente.

Valutare, così, le implicazioni derivanti da ipotetiche situazioni allocate in immaginati altri mondi (quasi mondi paralleli a quello che reputiamo reale) è modalità argomentativa che quindi può perciò, in quanto divertente, apparire persino, in certi contesti, quasi ludica. Ma, magari anche proprio per questo, è pure spesso assai efficace. Tanto da essere ampiamente sfruttata da filosofi i più vari, delle più diverse epoche e orientamenti, ed essere oggi procedura utilizzata in modo quasi sistematico soprattutto nell’ambito della filosofia analitica di stampo anglosassone, al punto da poter essere considerata uno dei tratti stilisticamente caratterizzanti tale atteggiamento teorico.

Ragionare, e far ragionare, in questa maniera significa peraltro approntare dei veri e propri esperimenti mentali. Si ipotizza e immagina, infatti – come in un esperimento – cosa accada o come si configurino le cose in un certo, magari strano o persino controintuitivo, contesto. 

Ma non solo: l’esperimento mentale può consistere pure nel fatto che, grazie alla riflessione sulle situazioni prospettate, prendono anche forma, si chiariscono e trovano magari sostegno le assunzioni di fondo che guidano il nostro ragionare e in tal modo si rischiara pure il nostro uso del linguaggio (e le nostre correlative posizioni di pensiero), anche in merito alle più classiche questioni filosofiche.

Esperimenti mentali di questo tipo sono infatti escogitabili un po’ su tutto e possono perciò vertere, in linea di principio, su qualsiasi questione filosofica, anche se, certo, alcuni argomenti si prestano peraltro più di altri ad essere adeguatamente trattati secondo i modi del ragionare sui mondi immaginati possibili. Il campo del possibile (ossia di quanto non è, qui e ora, reale; ma lo è o potrebbe, o magari potrà, esserlo in un altrove, nel tempo o nello spazio) ad esempio ben si presta – direi: ovviamente – a essere trattato secondo questo tipo di ragionamenti. 

Ma non solo: se lo spazio ove il possibile si delinea e magari prende poi corpo – in qualche modo realizzandosi dunque – ha a che fare con la mente che lo concepisce, allora la modalità argomentativa del ragionare su mondi possibili è poi modo particolarmente adatto per affrontare le questioni relative all’Io, ai suoi contenuti, alla sua forma e identità. Ma inoltre ancora: se il contenuto della mente cosciente è costituito in gran parte da ricordi o elementi relati a ricordi, e se i ricordi sono allocati in quel luogo vasto e indeterminato – la memoria – da cui la mente attinge elementi che combina in innumerevoli modi possibili, allora molti interessanti “esperimenti mentali” sono concepibili anche intorno alle questioni della memoria, il ricordo e l’oblio.  

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Perdita di coscienza, necessaria e desiderata. Immersione nell’inconscio (o nel mondo degli dei e della vera realtà, come magari pensavano gli aborigeni australiani).

Piacere profondo di un totale abbandono. Liberazione, nel desiderato riposo, dalla stanchezza accumulata. Il sonno ci accompagna. Ritmicamente, in esso sprofondiamo e da esso emergiamo. Dormire. Ci è gradito e indispensabile.

Ma perchè si dorme?

***

La questione non è per nulla oziosa. E la risposta è molto meno ovvia e facile di quanto magari non possa sembrare a una sua considerazione superficiale. Questione peraltro importante anche da un punto di vista filosofico. Anzi direi proprio da un punto di vista ontologico, o perlomeno attinente la fenomenologia di quell’ambito che – oltre a starci particolarmente a cuore – è pure spazio che potremmo sotto molti lati definire originario: l’ambito che coincide con il nostro immediato essere noi stessi.

La questione attiene infatti dunque ai vincoli e ai ritmi delle modalità in cui l’essere che siamo si dà.

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Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse:-Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai riviverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà far ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra gli alberi e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta- e tu con essa granello di polvere!…-”

Così ci interpella Nietzsche, nel celeberrimo aforisma 341 della “Gaia Scienza”, intitolato “Il peso più grande”, in cui accenna, per la prima volta credo, alla sua stupefacente teoria dell’eterno ritorno dell’identico, l’accettazione o meno della quale è per Nietzsche persino discrimine fondamentale tra noi piccoli uomini, che ne saremmo inorriditi e spaventati, e l’Uber-mensch che la accoglie entusiasta e gioioso.

Sulla teoria dell’eterno ritorno moltissime cose sono state scritte e molto potrebbe essere detto, sotto molti punti di vista e lati. Però io vorrei qui semplicemente prendere sul serio la domanda di Nietzsche: che accadrebbe se il demone ci dicesse quanto nell’aforisma sta scritto? Ossia: come davvero gli risponderemmo? Cosa davvero sentiremmo? Come ci porremmo se davvero questa teoria ci imponesse la sua verità e a questa teoria davvero credessimo?

Se ciò avvenisse, non so se in prima battuta davvero ci rovesceremmo “a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato“, nè forse risponderemmo: “tu sei un dio, e mai intesi cosa più divina!“; come Nietzsche enfaticamente ipotizza potrebbero fare rispettivamente il piccolo uomo e il superuomo. Però certamente credere a quanto il demone ci sussurra non sarebbe per noi indifferente, cioè sarebbe forse vero che alla fin fine “Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi…“, come Nietzsche scrive nell’aforisma poco più avanti. Ma poi potremmo pure pensare, in questa metamorfosi, che in fondo non ci è andata poi così male e che se si tratta di ripetere tutta la nostra vita così come è stata, in fondo può andar bene, perchè magari ci poteva anche andar peggio.

Non si può escludere che non ci si possa porre di fronte al demone anche in questo modo, forse un po’ prosaico e banale.

Ma ancora più interessante sarebbe se il demone ci lasciasse qualche possibilità di scelta in più e non ci ponesse soltanto un aut aut così netto e secco tra accettazione dell’eterno ritorno o assoluta irreversibilità del tempo con conseguente immutabilità del passato. Magari si potrebbe perciò persino tentare di persuaderlo a rivelarci una ulteriore alternativa e sussurrargli noi a nostra volta la proposta che forse chiunque, potendo, gli farebbe e che consisterebbe nel fargli sussurrare pure la possibilità della situazione che, forse chiunque, potendo, vorrebbe reale. Potrebbe accadere che allora al demone dicessimo: “Preferirei del mio passato eternamente rivivere quanto c’è stato di bello, e ritornare anche a tutti i bivi della vita in cui mi sono ritrovato e poter scegliere ora, col senno di poi, quando seguire di nuovo la strada già una volta battuta e quando ora invece andare a vedere dove porta quella che a suo tempo esclusi. E poter cancellare quanto è stato dolore, od errore”.

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Capita. Può capitare.

Che al risveglio, ridestati, si focalizzi all’improvviso che un qualcosa che ci sfuggiva ora ci è chiaro, che un nodo si è sciolto. Nella mente appare allora nitidamente presente un nuovo elemento, che entra nella consapevolezza della vita diurna.

Quando si sta invischiati in un problema si può anche dire: “Dormici sopra”. E il fatto è che talvolta è proprio vero che, dopo essersi immersi nel nostro mondo notturno, succeda che ne usciamo poi con le idee più chiare o con l’aver trovata la soluzione. Certo, non sempre. Ma è direi dato fenomenologico questo di una rivelazione improvvisa di qualcosa, al risveglio.

Da dove ci viene questo nuovo nucleo di senso che talvolta sembra portarci la notte?

Quando ciò accade, ci sembra che – dapprima con fatica, ma poi in tutta la sua incontrovertibile forza – qualcosa di importante venga ad emergere.

E che questo qualcosa sia propriamente un’immagine. In un’accezione ampia del concetto di immagine. Ma senz’altro un’immagine, perché certo in queste esperienze percepiamo senz’altro anche suoni, e parole. Ma anche questi, come pure tutti gli altri materiali qualitativamente perspicui presenti, sono qui anche  immagini. Perchè come immagini tra loro si accostano, o si ripetono, sovrappongono, contraggono, espandono. O altro; ma sempre al modo di come ciò si dà nelle immagini; per cui quindi tutti i significati – in questa esperienza – si costituiscono, o disfano, insistono, accentuano, frammentano, condensano, al modo in cui ciò accade nell’immagine.

È dunque un’immagine quanto così ci perviene. Un’immagine che ci sembra si sia configurata, prendendo la sua forma, in un tempo di mezzo: nella fuoriuscita dalla fase di inframezzo tra il sonno e il risveglio. In quel tempo sospeso – che forse non è neppure tempo – in cui, appena usciti dal sonno, si sta, ancora per un po’, tra il sonno e la veglia. In questo inframezzo, che è forse tutto soltanto passaggio. Ponte tra il mondo folle della notte e il mondo diurno che la nostra ragione, ritrovandosi in esso ma più propriamente forse aprendosi con esso, riconosce solido e consueto nella sua rassicurante forma precisa.

Ogni giorno si ripete, spesso ritualizzato, questo incontro col mondo; modulato secondo la trama che descrive la somma di ogni giorno su un altro. Ma nel tempo momento del risveglio – o, forse meglio, in quell’inframezzo che precede il vero e proprio risveglio – la coscienza è immersa soltanto ancora in immagini, e insieme sommersa da esse. Immagini, e relativo loro disporsi e configurarsi, di cui oscura è la provenienza (e perciò magari le pensi provenienti dal sogno, residui, ultime propaggini di esso. Ma in realtà non si sa e potrebbero certo anche provenire da altrove). Ma comunque, da dovunque provengano, in questa fase con questo luogo ci relazioniamo; per cui in qualche modo (anche) questo luogo ci appartiene e soprattutto in qualche modo a tale luogo anche apparteniamo.

Ma di questo luogo non disponiamo. Per cui l’occhio diurno, qui, quando si apre finalmente ridesto, vede vigile e talvolta assai chiaramente quanto nel momento di mezzo è emerso; ma rispetto al darsi dell’evento di tale contenuto è del tutto impotente. 

Purtuttavia, quando ciò accade e dal tempo sospeso ci arrivano immagini, magari un problema che non vedevamo si staglia ora nella sua nitida forma; oppure, altrimenti, al problema che ci angustiava si presenta all’improvviso chiara la via d’uscita. Oppure: la situazione che ci opprimeva non compresa ed oscura ora si mostra limpida e nuda per quello che è veramente. Oppure ancora: quella persona e i suoi gesti ora ci diventano all’improvviso del tutto chiari.

In questi eventi, sul confine tra mondo notturno e diurno, si scoprono così prospettive prima impensate, si comprendono situazioni. Persino si impongono e prendono decisioni: capisco, di colpo, ciò che devo fare. Un imperativo etico, o forma ossessiva che sia, fanno sentire il loro richiamo.

Per cui questi eventi non sono solo rivelazioni emotive. Certo, hanno sempre anche consistenza emotiva, nel senso che il materiale che qui viene a prendere forma ha sempre vibrazione e emozione. Ma è pur vero che in queste esperienze c’entra assai più ancora la componente cognitiva. Perché quel che in questi istanti si produce è sempre pure e soprattutto un riconoscimento. Riconoscimento che dunque si impone come una verità finalmente intravista, che non può perciò più essere negata nè facilmente scordata. Un riconoscimento che irrompe e si attesta al suo posto; dentro un riconoscimento più ampio e consueto, che si ripete per ciascuno ogni giorno al nostro riemergere a ogni risveglio, nel quale ritroviamo ogni volta la forma familiare consueta del mondo abituale e gli spazi e i volti e i rapporti da cui si era preso congedo nel momento del sonno.

La mente che si era abbandonata, o era svanita, disarticolata, col risveglio si ricompone e ritrova. Ma prima, per un attimo almeno, le immagini giocano libere in essa. Ed è qui, in questo rimescolare le carte, che si impone, talvolta, la nuova rivelazione; che viene ad aggiungersi dentro la storia ogni mattino ripresa e riannodata, ogni mattino ricomposta e ritrovata.

Le immagini che scaturiscono si incasellano così nel mondo consueto aggiungendo a volte in tal modo un’improvvisa nuova limpida verità e rivelando, almeno oscuramente, qualcosa.

Su questi fenomeni, su questo tipo di esperienze e di immagini, ha scritto e detto cose preziose Bachelard, nell’ambito delle sue ricerche su una fenomenologia dell’immaginario poetico.

Per lui queste figure danzanti, apparentemente libere, di cui abbiamo esperienza – anche cognitivo-rivelativa – e di cui sto cercando di dire, hanno a che fare sempre con la “reverie”; ovvero con quel peculiare stato di coscienza che tale parola francese (fondamentalmente intraducibile) è capace di dire nel suo significare la situazione in cui l’io, dimentico della sua storia contingente, si lascia andare nella sua mente a una libertà simile al sogno – in uno stato che però è stato di seppur minima veglia – e si abbandona all’invasione di immagini. E di ricordi. Si abbandona alle immagini dei ricordi e a ricordi di immagini. Per cui “reverie” è forse almeno parzialmente traducibile con parole come “fantasticheria”, “immaginazione fantastica”.

Della reverie, quindi, il dormiveglia che precede il risveglio è una forma. E perciò il dormiveglia può anche essere un modo di conoscenza – come lo è la reverie – stando dentro la quale a volte, ci insegna Bachelard, “si capisce in un lampo“.

Ma reverie può essere anche stato diurno. Chi più chi meno, ad essa ci si abbandona anche nelle pause del giorno quando ci si lascia andare a una qualche fantasticheria.

E un’altra sua forma eminente si realizza invece alla fine del giorno, quando ci invade la stanchezza e la ragione è reclamata altrove. Ecco che allora, prima che il sonno ci perda, nel dormiveglia, è sempre la reverie che – in questa sua ulteriore forma – si sviluppa in immagini sempre più vaghe e sfocate, sempre più folli, che si scambiano tra loro e riaggregano confondendo ombre e luci, colori, identità e consistenze, sempre più confuse identità e consistenze. E  folli nessi. Ognuno di noi a ogni fine del giorno come Molly nell”Ulisse” di Joyce.

La reverie è quindi innanzitutto stato immaginativo: stato immaginativo passivo. Nel quale però emergono anche immagini nuove, spesso attraverso riconfigurazioni improvvise; che poi vengono portate alla coscienza, la quale quindi può accoglierle, o magari sovrapporle a concetti già ad essa noti o a qualsiasi di altro sia in essa presente.

Ma se dunque è la reverie per Bachelard la dimensione in cui per davvero per noi rivelazione si dà; ciò che la reverie arriva però a farci vedere o a  scoprire, viene peraltro spesso o un po’ prima o un po’ dopo di quando la scoperta di quel dato sarebbe stata opportuna, entro la gestione razionale delle nostre a volte assai complicate vicende. La reverie tende cioè a essere un modo di conoscenza, come dire, sfasato.

Ma ciononostante può portarci lo stesso un suo beneficio perché sempre ogni nuova reverie viene anche a rivivificare o riarticolare il senso complessivo di tutto ciò che essa viene in qualche modo a toccare. A volte troppo al modo delle libere associazioni, certo; ma anche in questi casi – e in generale in tutti i modi in cui essa si dà – nel suo gioco pare anche possibile scorgere una precisa dinamica strutturale, per esempio la struttura del rapporto tra l’intero e le parti descritto in termini generali da Husserl. Rapporto questo che, come altri, struttura pure ogni evidenza diurna. Per cui la reverie, che se ne sta sul limite e a stretto contatto con la vita notturna o sotterranea alla coscienza, è pure una via di passaggio che trasmette messaggi e ha la funzione di Ermes e di Eros. Messaggi che la ragione, se accorta, individua. E, se è saggia, spesso pure accoglie.

La nostra giornata si snoda così secondo ritmi di emersione e sprofondamento. In questa diastole e sistole si susseguono gli intervalli la cui successione annoda la trama diurna della nostra storia.

In questa storia anche la reverie ci lancia messaggi, anche se in modo quasi sempre sfasato, cioè fuori tempo. Come ci fornisse una risposta perfetta, ma in irrimediabile ritardo, a un appello (come quando ci fanno domanda la cui appropriatissima risposta ci viene in mente inutilmente troppo tardi). O come una mossa opportuna scoperta a tempo scaduto. Tuttavia una volta riconosciuta la verità che la reverie ci ha donato, la ragione ha anche in questo caso comunque disponibile un’opportunità nuova; nel tentare perlomeno onestamente l’avvio – seppure fuori tempo magari – di un discorso finalmente più sincero, almeno con sè stessi, il quale, se non consente forse il recupero davvero del tempo opportuno (ma chissà mai…), apre comunque almeno la possibilità di un discorso opportuno.

Se la reverie infatti non ci desse accesso al mondo notturno, sul cui limite essa sta, non sarebbe possibile lo scambio – essenziale e vitale – tra la nostra ragione e una verità racchiusa anche nei nostri sogni (che sono la nostra follia), nel mondo di ombre da cui forse veniamo.

In questo scambio ci sono la vivificazione e il ricambio di immagini che danno sale e radicamento al nostro vivere diurno. Qui il vero alimento alla ragione, la quale peraltro sola ci salva dal caos (e da noi stessi).

Finchè, naturalmente, la ragione dura.

 

*****

Perché cresca l’oscuro

perché sia giusto l’oscuro

perché, ad uno ad uno, degli alberi

e dei rameggiare e fogliare di scuro

venga più scuro –

perché tutto di noi venga a scuro figliare

così che dare ed avere più scuro

albero ad uniche radici si renda – sorgi

nella morsura scuro – tra gli alberi – sorgi

dal non arborescente per troppa fittezza

notturno incombere, fumo d’incombere:

vieni, chine già salite su chine, l’oscuro,

vieni, fronde cadute salite su fronde, l’oscuro,

succhiaci assai nel bene oscuro nel cedere oscuro

per rifarti nel gioco istante ad istante

di fogliame oscuro in oscuro figliame

Cresci improvviso tu: l’oscuro gli oscuri:

e non ci sia d’altro che bocca

accidentata peggio meglio che voglia di   

consustanziazione

voglia di salvazione – bocca a bocca – d’oscuro

Lingua saggi aggredisca s’invischi in oscuro

noi e noi lingue-oscuro

Perché cresca, perché s’avveri senza avventarsi

ma placandosi nell’avverarsi, l’oscuro [….]

 

(Andrea Zanzotto da “Il galateo in bosco”)

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