Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Didattica-mente’ Category

Dialettica [etim.: dal greco dialégo/dialéghesthai: parlare, ragionare insieme, discutere: dire (légein) attraverso (dià)]. Strumento talvolta spregiudicato di oratori e avvocati, di retori e sofisti, “procedimento della discussione diretto a scuotere affermazioni dogmatiche e – come dicevano avvocati e comici – a rendere forte il discorso più debole” (Adorno), la dialettica viene a sua volta “dialettizzata” da Platone, che ne fa la scienza suprema, logica della symploké, della connessione, della relazione, della coimplicazione fra identità e differenza, essere e non essere, unità e molteplicità, necessità e possibilità. Sopravvissuta al perentorio ridimensionamento argomentativo aristotelico e al correlativo confinamento kantiano a logica della parvenza, la dialettica diviene nelle mani di Hegel sinonimo di filosofia e di critica: esprime la verità della contraddizione, mostrando il lato finito di ogni determinatezza, isolamento, irrigidimento dell’intelletto. La dialettica diventa così una connessione che dissolve le fissità irrigidite e un’opposizione che unisce, integra e arricchisce: è il farsi stesso del concetto, e quindi del significare in quanto tale. Rifiutando – e confutando – i pensieri già dati, prefissati, scontati, imposti, conclusi, producendo il rovesciamento nell’opposto, essa recupera l’originaria matrice socratica, ironica, e coincide perciò con la critica, con la scoperta della potenza dell’opposizione e della logica della contraddizione. Nel suo togliere l’opposizione (aufheben) la dialettica rivela il senso stesso dello stare in opposizione, e rivelando l’oltre dell’opporsi, dischiude nuove possibilità, nuovi significati,  o forse saturandoli indebitamente, nella pretesa di riportare tutte le contraddizioni a un Senso, a una Forma Assoluta del reale, cioè all’Idea (v. Antidialettica).

Anti-dialettica. La pretesa della dialettica di saturare l’intero campo del significare (tanto in senso logico-concettuale che in senso esistenziale) suscita la protesta di chi in essa vede il trionfo del soggetto (forma assoluta del reale, concetto, idea) e della volontà di dominio propria della coscienza filosofica, sempre pronta a far indossare al reale e all’individuo concretamente esistente gli stivali spagnoli della costrizione logica. Schelling, Kierkegaard, Schopenhauer e Nietzsche – i padri del pensiero contemporaneo – contestano tutti a Hegel la pretesa che il movimento del concetto possa essere al tempo stesso movimento del reale o – che è lo stesso – che il reale possa essere compreso logicamente. Il soggetto torna a inabissarsi in se stesso, l’oggetto si dissolve, si frammenta, si pluralizza (e così la verità). Vera maieuta del pensiero contemporaneo, l’antidialettica viene fatta propria poi da Heidegger e dalle correnti esistenzialistiche, fenomenologiche, neoscolastiche e postmoderne. L’antidialettica esprime l’arresto della volontà di trasformazione e di critica propria della seconda modernità, il trionfo del pensiero tragico e del carattere intrascendibile dell’esistente, compreso ormai soltanto nella sua irredimibile finitudine. Ma essa manifesta, al tempo stesso, tanto l’autocostrizione del pensiero, quanto l’insofferenza per questa stessa autocostrizione – espressa dalla proliferazione di filosofemi su alterità, eventi, trascendenze –  il non possumus della filosofia sgomenta della propria stessa potenza critica.

Read Full Post »

Una prospettiva sul futuro è indispensabile per chiunque.

Perchè è esigenza vitale, certo, stare nel qui e ora; ma anche starci, pure, secondo una prospettiva che sia apertura. Varco quindi dove possa annidarsi e prendere slancio qualche progettualità perchè nella dinamica strutturale dell’esistenza ci sta che nell’attimo sia essenziale anche dislocarsi verso altro che abbia, una volta sopravvenuto, il sigillo del proprio e del sè, articolando in tal modo il respiro necessario per dare ritmo e senso alla propria biografia.

***

Ma quali sono mai, quali possono essere mai, questo senso e questo ritmo oggi per tanti giovani (o anche non più proprio tanto giovani) se la loro condizione lavorativa – ma insieme e prima di tutto sociale – è, come spesso è, quella della precarietà o della ragionevole aspettativa di lunghi periodi di precarietà? Che senso può cioè avere – al di là della pur importante necessità di impiegare comunque il tempo in qualcosa che si presume possa prima o poi rivelarsi esser stato utile fare –  impegnare energie e aspettative, per esempio, nelle fatiche, le spese e le difficoltà dello studio universitario? Investendo cioè, diciamolo chiaro, in un progetto di sè che rischia di non realizzarsi mai o magari non nel tempo che sarebbe dovuto e opportuno.

***

Se poi, in questo contesto generale, gli studi universitari che vengono scelti, intrapresi, quando tutto va bene conclusi, sono quelli di filosofia, mi si impongono riflessioni che – in quanto insegnante di filosofia nei Licei – mi è difficile eludere.

Il fatto è che spesso ragazze e ragazzi mi chiedono consiglio sul che fare da grandi (o anche solo dopo l’esame di maturità). Per cui mi trovo a considerare non solo circa la questione (di certo anche – perchè no - filosofica) del senso di una eventuale vita da precario; ma (posto che in fondo a me quasi sempre, nello specifico, si chiede se sia il caso di intraprendere studi attinenti in qualche modo al filosofico, e quali prospettive future essi aprano) anche al senso della filosofia (e dello studiarla) nell'”epoca del precariato”.

***

Insomma: è che mi ritrovo, per lo meno, banalmente spesso col problema di dare l’indicazione più opportuna a chi – tra i miei studenti e studentesse – mi chiede consiglio circa la loro futura scelta universitaria, valutando i possibili sbocchi lavorativi che ciò possa comportare e tenuto conto che i loro interessi sono talvolta rivolti pure alla filosofia.

(altro…)

Read Full Post »

“Né stupire né edificare. Parlando ai giovani bisognerebbe innanzitutto predisporsi all’ascolto della loro voce, capire le loro aspettative, le loro speranze, i loro sogni. Guidare e far vedere, insegnare a osservare e a esporre le proprie idee, abituare al dialogo civile e democratico: ecco il compito del bravo insegnante.”

Così parlano coloro che credono di aver colto – con una “pedagogia del sorriso luccicante” – il punto cruciale della difficoltà di parlare ai giovani. Ipostatizzano psicologisticamente un’età, ritengono che i giovani (così come gli insegnanti) siano tutti uguali, una sorta di classe sociale, un aggregato omogeneo di menti e idee, e sono molto rapidi a scaricare il fallimento della cultura su coloro che istituzionalmente dovrebbero amministrarla per conto dello stato. In realtà l’incapacità di apprendere proprio quel che più conta è simmetrica, se non funzionale in senso sociologico, all’impossibilità di uscire dallo stato di cose esistente. Quello che alcuni opinionisti lamentano, la sorprendente frequenza dei deficit cognitivi, l’analfabetismo emozionale e non (anche adulto), l’imperscrutabilità e liquidità come tratti costitutivi dell’identità giovanile, sono altrettante conferme dell’assimilazione compiuta del modello culturale prevalente. L’io è debole perché è la società che lo vuole tale. La società autoritaria e colonialistica dell’Ottocento produceva in sovrabbondanza il Super-Io e un’ottima letteratura onirica sui tentativi di trascendere tale spazio censorio, da Maupassant a Schnitzler, da D’Annunzio a Svevo e Kafka. Il principio di piacere raggiungeva la massima realtà proprio negando il principio di realtà. La società democratica e repressiva ha liberato l’Io dalla censura moralistica, ma ha creato una forma di autocensura, di denuncia palese dei propri limiti e contraddizioni, un autodafé e un’autocritica permanente: l’elenco è lungo (Pasolini, Beckett, Gide, Canetti…). Una simile società ha bisogno di esternare, è scandalistica e scandalosa nella sua quintessenza: non ha, per definizione, pudore, né vergogna. Non si vergogna di esibire le proprie debolezze, ma le esibisce ripetutamente, come se fossero una virtù e cancellando così definitivamente valori come responsabilità, integrità morale, trasparenza, correttezza. Anzi, l’integrità morale, la serietà calvinista di weberiana memoria, è ormai considerata la virtù degli imbecilli, trasparenza e correttezza sono l’imprimatur degli ingenui e dei citrulli. Che la lealtà sia in generale disdegnata è la prima cosa che si impara, spesso a proprie spese, in una qualsiasi esperienza lavorativa, da quella di fattorino a quella del prof da liceo (indegno erede del professor Unrat), illustre cattedratico o magistrato. “Capitano, lei è un presuntuoso perché vuole conoscere la verità”, dicevano i mafiosi al capitano Bellodi di Il giorno della civetta. Se la società fosse coerente, richiederebbe ai suoi impiegati colti di insegnare ai ragazzi un utilitarismo pragmatico e un relativismo etico ed ermeneutico-teoretico programmatico. Solo così, magari, precipitando nel paradosso di un’assoluta relativizzazione, di un’indifferenza indifferente anche a se stessa, si potrebbe tornare a proporre modelli pedagogici, azioni e filosofie educative, senza addolcire l’orrore: “La filosofia deve prendere le mosse non già dalla meraviglia, bensì dall’orrore. Chi non è in grado di suscitare l’orrore, è pregato di lasciare in pace le questioni pedagogiche” (Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole).

Letture consigliate:

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi, Milano 2002.

Heinrich Mann, Il professor Unrat, Mondadori, Milano 1997.

Theodor W. Adorno, Teoria della Halbbildung, a cura di G. Sola, il Nuovo Melangolo, Genova 2010.

Id., Tabù sulla professione dell’insegnante, in Parole chiave. Modelli critici, Sugar, Milano 1974, pp. 95-117.

Konrad P. Liessmann, Theorie der Unbildung, Zsolnay, Wien 2006.

Massimo Recalcati, L’uomo senza inconscio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010.

Marco Belpoliti, Senza vergogna, Guanda, Milano 2010.

Friedrich Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, a cura di G. Colli, Adelphi, Milano 1975.

Read Full Post »

 “Nessun uomo può rivelarvi nulla, se non quello che già sonnecchia nell’alba della vostra conoscenza”  (Gibran)

*****

Anche se usare, nel linguaggio quotidiano, il termine “maestro” attribuendolo a qualcuno che abbiamo conosciuto e che ha contribuito in modo decisivo (e positivo) alla nostra formazione è certamente assai poco in uso – tanto da poter suonare, nei rapporti tra le persone, quasi un po’ ridicolo – tuttavia tutti abbiamo avuto dei maestri.

Io, per lo meno, ho avuto maestri: persone che mi hanno insegnato cose per me importanti e decisive. Maestri che sono stati tali in molti diversi modi. Alcuni conosciuti personalmente, e magari intensamente, in un dialogo condiviso; altri soltanto ascoltati parlare, o letti, o intravisti da lontano. Tra questi annovero senz’altro quelli che mi hanno avvicinato e introdotto nella filosofia che mi ha sedotto. Ma anche altre persone mi hanno ammaestrato, più genericamente, semplicemente alla vita. Persone che magari sono state anche soltanto degli esempi, dei modelli. Spesso persone vicine nella vita di ogni giorno che mi hanno insegnato ad affrontare situazioni problemi difficoltà gioie e dolori, dandomi orientamento e radicamento nella terra.

(altro…)

Read Full Post »

 

Non si può non comunicare.

Anche l’assenza di comunicazione, infatti, tra due persone, tra due poli di una relazione, è un comportamento, che in quanto tale comunica in ogni caso qualcosa e a volte, anzi, pure molto e in modo molto più esplicito, sincero, chiaro, di molte parole. 

Ciò è ben chiaro ad esempio a Watzlawick, che esplicita questo principio base della comunicazione assumendolo addirittura come primo assioma della sua interessantissima “pragmatica della comunicazione umana”. Ma in fondo a questo stesso fatto allude Heidegger in “Essere e tempo” quando sostiene essere la comunicazione elemento costitutivo della struttura dell’asserzione, che caratterizza l’uomo nel suo stare al mondo nel linguaggio.

*****

Ma anche nei casi in cui invece si sta su un piano in cui comunicazione esplicitamente si dà, non è infrequente che la situazione che ha a che fare con la comunicazione abbia una sua certa, specifica, paradossalità. Senza riferirci qui ai classici esempi ampiamente studiati dalla Scuola di Palo Alto di Bateson, tra i quali il più rilevante è forse quello del caso del “doppio vincolo”, penso anche molto semplicemente alla situazione in cui la comunicazione e i suoi esiti producono l’avvertimento di una generica sensazione di fallimento comunicativo. Magari una, chiara o sottile che sia, insoddisfazione per il cosa o il come della comunicazione che si sta attuando. Oppure la sensazione che in realtà la comunicazione si stia svolgendo in modo in fondo inappropriato se non proprio almeno un poco ipocrita. In certi casi per il percepire che non si sta che su un piano di superficie ove ciò che davvero si comunica è magari solo il notificarsi l’un l’altro la recita di un ruolo in una parte; o in certi altri casi perchè in realtà ciò che si sta comunicando è altro (a volte ben altro) dal contenuto esplicito della comunicazione stessa.

*****

(altro…)

Read Full Post »