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Archive for the ‘Scolastica (?)’ Category

Una prospettiva sul futuro è indispensabile per chiunque.

Perchè è esigenza vitale, certo, stare nel qui e ora; ma anche starci, pure, secondo una prospettiva che sia apertura. Varco quindi dove possa annidarsi e prendere slancio qualche progettualità perchè nella dinamica strutturale dell’esistenza ci sta che nell’attimo sia essenziale anche dislocarsi verso altro che abbia, una volta sopravvenuto, il sigillo del proprio e del sè, articolando in tal modo il respiro necessario per dare ritmo e senso alla propria biografia.

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Ma quali sono mai, quali possono essere mai, questo senso e questo ritmo oggi per tanti giovani (o anche non più proprio tanto giovani) se la loro condizione lavorativa – ma insieme e prima di tutto sociale – è, come spesso è, quella della precarietà o della ragionevole aspettativa di lunghi periodi di precarietà? Che senso può cioè avere – al di là della pur importante necessità di impiegare comunque il tempo in qualcosa che si presume possa prima o poi rivelarsi esser stato utile fare –  impegnare energie e aspettative, per esempio, nelle fatiche, le spese e le difficoltà dello studio universitario? Investendo cioè, diciamolo chiaro, in un progetto di sè che rischia di non realizzarsi mai o magari non nel tempo che sarebbe dovuto e opportuno.

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Se poi, in questo contesto generale, gli studi universitari che vengono scelti, intrapresi, quando tutto va bene conclusi, sono quelli di filosofia, mi si impongono riflessioni che – in quanto insegnante di filosofia nei Licei – mi è difficile eludere.

Il fatto è che spesso ragazze e ragazzi mi chiedono consiglio sul che fare da grandi (o anche solo dopo l’esame di maturità). Per cui mi trovo a considerare non solo circa la questione (di certo anche – perchè no - filosofica) del senso di una eventuale vita da precario; ma (posto che in fondo a me quasi sempre, nello specifico, si chiede se sia il caso di intraprendere studi attinenti in qualche modo al filosofico, e quali prospettive future essi aprano) anche al senso della filosofia (e dello studiarla) nell'”epoca del precariato”.

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Insomma: è che mi ritrovo, per lo meno, banalmente spesso col problema di dare l’indicazione più opportuna a chi – tra i miei studenti e studentesse – mi chiede consiglio circa la loro futura scelta universitaria, valutando i possibili sbocchi lavorativi che ciò possa comportare e tenuto conto che i loro interessi sono talvolta rivolti pure alla filosofia.

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“Né stupire né edificare. Parlando ai giovani bisognerebbe innanzitutto predisporsi all’ascolto della loro voce, capire le loro aspettative, le loro speranze, i loro sogni. Guidare e far vedere, insegnare a osservare e a esporre le proprie idee, abituare al dialogo civile e democratico: ecco il compito del bravo insegnante.”

Così parlano coloro che credono di aver colto – con una “pedagogia del sorriso luccicante” – il punto cruciale della difficoltà di parlare ai giovani. Ipostatizzano psicologisticamente un’età, ritengono che i giovani (così come gli insegnanti) siano tutti uguali, una sorta di classe sociale, un aggregato omogeneo di menti e idee, e sono molto rapidi a scaricare il fallimento della cultura su coloro che istituzionalmente dovrebbero amministrarla per conto dello stato. In realtà l’incapacità di apprendere proprio quel che più conta è simmetrica, se non funzionale in senso sociologico, all’impossibilità di uscire dallo stato di cose esistente. Quello che alcuni opinionisti lamentano, la sorprendente frequenza dei deficit cognitivi, l’analfabetismo emozionale e non (anche adulto), l’imperscrutabilità e liquidità come tratti costitutivi dell’identità giovanile, sono altrettante conferme dell’assimilazione compiuta del modello culturale prevalente. L’io è debole perché è la società che lo vuole tale. La società autoritaria e colonialistica dell’Ottocento produceva in sovrabbondanza il Super-Io e un’ottima letteratura onirica sui tentativi di trascendere tale spazio censorio, da Maupassant a Schnitzler, da D’Annunzio a Svevo e Kafka. Il principio di piacere raggiungeva la massima realtà proprio negando il principio di realtà. La società democratica e repressiva ha liberato l’Io dalla censura moralistica, ma ha creato una forma di autocensura, di denuncia palese dei propri limiti e contraddizioni, un autodafé e un’autocritica permanente: l’elenco è lungo (Pasolini, Beckett, Gide, Canetti…). Una simile società ha bisogno di esternare, è scandalistica e scandalosa nella sua quintessenza: non ha, per definizione, pudore, né vergogna. Non si vergogna di esibire le proprie debolezze, ma le esibisce ripetutamente, come se fossero una virtù e cancellando così definitivamente valori come responsabilità, integrità morale, trasparenza, correttezza. Anzi, l’integrità morale, la serietà calvinista di weberiana memoria, è ormai considerata la virtù degli imbecilli, trasparenza e correttezza sono l’imprimatur degli ingenui e dei citrulli. Che la lealtà sia in generale disdegnata è la prima cosa che si impara, spesso a proprie spese, in una qualsiasi esperienza lavorativa, da quella di fattorino a quella del prof da liceo (indegno erede del professor Unrat), illustre cattedratico o magistrato. “Capitano, lei è un presuntuoso perché vuole conoscere la verità”, dicevano i mafiosi al capitano Bellodi di Il giorno della civetta. Se la società fosse coerente, richiederebbe ai suoi impiegati colti di insegnare ai ragazzi un utilitarismo pragmatico e un relativismo etico ed ermeneutico-teoretico programmatico. Solo così, magari, precipitando nel paradosso di un’assoluta relativizzazione, di un’indifferenza indifferente anche a se stessa, si potrebbe tornare a proporre modelli pedagogici, azioni e filosofie educative, senza addolcire l’orrore: “La filosofia deve prendere le mosse non già dalla meraviglia, bensì dall’orrore. Chi non è in grado di suscitare l’orrore, è pregato di lasciare in pace le questioni pedagogiche” (Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole).

Letture consigliate:

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi, Milano 2002.

Heinrich Mann, Il professor Unrat, Mondadori, Milano 1997.

Theodor W. Adorno, Teoria della Halbbildung, a cura di G. Sola, il Nuovo Melangolo, Genova 2010.

Id., Tabù sulla professione dell’insegnante, in Parole chiave. Modelli critici, Sugar, Milano 1974, pp. 95-117.

Konrad P. Liessmann, Theorie der Unbildung, Zsolnay, Wien 2006.

Massimo Recalcati, L’uomo senza inconscio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010.

Marco Belpoliti, Senza vergogna, Guanda, Milano 2010.

Friedrich Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, a cura di G. Colli, Adelphi, Milano 1975.

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 Ormai da qualche tempo si sono diffuse le cosiddette “pratiche filosofiche”, intese come veri e propri esercizi di vita filosofica. Intorno ad esse si sono sviluppate inoltre varie teorizzazioni, tra le quali, per quel che ne so, particolarmente interessanti sono quelle elaborate da Madera e Tarca,  tra l’altro in un libro del 2003 intitolato “La filosofia come stile di vita” (Ed. Bruno Mondadori). Per quel che ho capito, le pratiche sono ispirate sostanzialmente ai modelli di vita filosofica diffusi nel mondo greco e romano antico e agli studi di Pierre Hadot, che ripropone la validità anche attuale di tali modelli  che di fatto consisterebbero in veri e propri “esercizi spirituali” finalizzati a una vita migliore.

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Esiste un mito sulla Scienza della logica di Hegel. Una leggenda ripresa e amplificata da quasi tutti i manuali di storia della filosofia in uso nei licei, e mai definitivamente smentita, o smontata. Si tratta di quello che Terry Pinkard ha definito il “perdurante mito” “di un sistema hegeliano consistente in un bizzarro triumvirato formale, composto da Tesi, Antitesi e Sintesi (termini che Hegel non usa mai e che equivocano completamente il suo pensiero)”. Il mito risale al filosofo tedesco Heinrich Moritz Chalybäus (1796-1862) che nelle sue non molto note opere propose un’interpretazione divulgativa della dialettica hegeliana (fondamentalmente, i tre momenti della logicità chiariti da Hegel nei §§ 79-82 dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio) destinata a un grande successo.

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Sileno

L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finchè, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: “Stirpe miserabile e effimera, figlio del caso e della pena, perchè mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggioso non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. ma la cosa in secondo luogo migliore per te è – morire presto.””

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Questa – per il giovane Nietzsche della “Nascita della tragedia” – la profonda verità intravista dalla saggezza popolare dei Greci, il popolo più grande, lungimirante e profondo che sia mai esistito. Ma anche, se non soprattutto, il popolo cui deve le sue radici profonde l’Occidente tutto.

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Cartesiana

Cartesio, nel giustificare la possibilità dell’errore, distingue la limitatezza dell’intelletto umano dall’illimitatezza della volonà umana ( così “perfetta ed estesa da non poter pensare ch’essa potrebbe essere ancor più grande e perfetta” “la sperimento  così vaga ed estesa, che non è rinchiusa in alcun limite”).

Ma: per volere qualcosa devo averne l’idea. La volontà investe sì un campo più ampio di quello dell’evidenza cognitiva. Ma non per questo è illimitata, ha invece come suo limite l’estensione di quanto viene di fatto posto come oggetto, conosciuto dalla volontà che per volerlo deve concepirlo. Perchè dunque Cartesio afferma essere la volontà illimitata (facoltà infinita quindi)?Per Cartesio il desiderio è quindi illimitato? Infinito? O è limitato a quanto è concepibile?

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Invece del solito bestiario sugli studenti (o i prof) proposta: raccolta delle domande intelligenti che a volte qualche studente fa ( e a cui magari non sappiamo sul subito rispondere)

Anche un S.O.S: come riponderesti tu?

Paolo

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