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Archive for the ‘Reificazioni’ Category

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Se condizione affinchè la vita possa dispiegarsi in una qualsiasi forma specifica è innanzitutto – banalmente – il suo dover esserci; essa deve perciò, prima di tutto, perpetuarsi, fronteggiando tutto ciò che la può negare.

La vita richiede, perciò, cura. E quando, nonostante tutte le accortezze che la cura dispone, una minaccia rischia di farla soccombere, le strategie di salvezza dispongono azioni che, nel combattere il male, si configurano quali terapeutiche.

La nostra vita quotidiana, ma anche tutta la vita sociale, si organizzano, in tal modo, in gran parte attorno alla fondamentale e preliminare esigenza di mantener(si) in vita. Tutte le civiltà organizzano perciò dispositivi per salvaguardarsi, potenziando ciò che serve alla loro difesa e, quando i mali irrompono, alla guarigione da essi, per ripristinare quella salute in cui la salvezza consiste.

Abbagliati dalla volontà di vivere, e perciò innanzitutto di sopravvivere, fronteggianti perciò tutto ciò che minaccia di morte, i mortali agognano (tendenzialmente in tutti i modi, per cui anche e persino somministrando morte a ciò che può loro portare la morte) salvezza e, quando il male ha trovato un suo varco, cercano la guarigione.

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1images (1)Da sempre perciò la magia – e quindi la medicina che in fondo non è che magia guaritrice efficace e adeguatamente avveduta – ha accompagnato la vicenda degli uomini, rinvenendo nell’esigenza umana del controllo e dominio delle cose – e quindi nella guarigione quando tale controllo è da un disfunzionamento ostacolato o impedito – il suo senso.

Tecniche di guarigione, dapprima guidate dal mito, poi da saperi epistemici, hanno sempre costituito perciò parte integrante dei saperi sociali che le culture hanno via via costruito e perciò tramandato.

In questo senso non è novità che la medicina – intesa nel senso lato che le stiamo attribuendo – si costituisca sin dalle origini come specifica tecnica: disposizione di procedure e mezzi opportuni e efficaci rivolti al conseguimento di un fine.

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In questo senso la medicina, fin dai suoi primordi, è quindi sempre stata fondamentalmente legata alla tecnica e anche per questo – e sempre di più e più che mai oggi – la prassi medica e i saperi che la costituiscono e la guidano si sono sempre più coordinati in tecniche sempre più complesse, raffinate, avanzate. Perfettamente in linea con la logica terapeutica che guida i saperi medici, procedure rivolte alla maggiore efficacia possibile e mezzi sempre più adeguati allo scopo – ossia tecniche sempre migliori – pervadano così sempre più gli spazi, ossia i tempi e i luoghi, e le pratiche che attengono l’esperienza della malattia e della sua cura.

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Piacere promesso, piacere reale

Ciò che è piacevole attrae.

Il piacere è sempre dunque connesso a un’attrazione per esso, che lo precede. Ma anche se l’esperienza vissuta in cui questa attrazione consiste può essere (come non essere) essa stessa esperienza piacevole, il piacere (connesso al piacevole) è sempre altra cosa da essa, mai coincidente con essa.

Il piacere è cioè ciò cui l’attrazione tende. Ma perciò, nel mentre se ne è attratti, del piacere cioè non si gode e del piacevole già non si dispone. Al punto che se anche, al limite, ciò da cui l’attrazione fosse attratta fosse l’attrazione stessa (come nel caso in cui il desiderio sia desiderio di desiderare), l’attrazione tenderebbe comunque ad altro da sè (di cui già non dispone): a quell’altro che è l’ulteriore (e dunque altro) atto di desiderio in cui il desiderare in tal modo, desiderandosi, si prolungherebbe.

L’attrazione è quindi sempre intenzione rivolta a un oggetto. Quando l’oggetto in questione  è associato a piaceri che si pensa siano in qualche modo dischiusi dal contatto con esso, l’oggetto è ritenuto il piacevole che, attraendo, reclama attenzione e tensione verso di esso.

Gli oggetti attraenti possono però anche essere i più disparati e il piacere può, anche per questo motivo, avere molteplici modi e manifestazioni diverse. Di qualunque tipo esso sia, comunque sempre il piacere diletta. Perciò induce, imponendosi nella sua gradevolezza, a raccogliersi concentrandosi in esso. In questo senso il piacere – sia quando è agognato sia quando è ottenuto – è il voluto (laddove il dolore è il rifiutato).

Volerlo significa infatti desiderarlo, ma anche accoglierlo acconsentendovi. Quando c’è, volerlo è questo assentirvi placandosi in esso. In questo consiste la sua esperienza vissuta di piacere goduto. L’attrazione per il piacevole invece, in quanto tale, non è ancora l’esperienza di piacere vissuta del piacere agognato (esperienza vissuta è l’attrazione, ma essa non è il godimento dell’attraente in cui il piacere consiste). Che il piacevole verso cui si tende sia dunque davvero quanto si spera è solo supposto. Mentre, invece, che il piacere, di qualunque tipo e natura esso sia (chiaramente percepito e magari precisamente localizzato, oppure vagamedownload-2nte diffuso; piccolo piacere quasi inavvertito o dilagante invadente tutta la psiche), sia tale, quando è avvertito, è evidenza.

Il piacere, quando c’è, si impone cioè come incontrovertibilmente presente. Come il suo opposto (il dolore) anche il piacere impone il suo esserci. Che esso ci sia – quando c’è – è indiscutibile. Il piacere quindi, quando percepito e perciò voluto, è incontrovertibilmente tale, cioè piacere. L’oggetto ritenuto piacevole, invece, promette (soltanto promette) piaceri.

Qui è una differenza: tra due diverse esperienze vissute. L’attrazione verso un oggetto ritenuto piacevole e il piacere vissuto (fosse pure il piacere che si era desiderato in quanto connesso all’oggetto ritenuto piacevole) non sono lo stesso.

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Tra me e te permangono infatti, inoltrepassabili, distanza e assenza

La distanza

Perché sempre, se lì c’è un’altra coscienza, se lì c’è lui (o ci sei tu), allora ineluttabilmente “la distanza si stende a partire dall’uomo che io vedo(ivi, p.300). Là, cioè, ci dice Sartre, si apre e dispone verso il mondo unarelazione senza distanza e senza parti, all’interno della quale si estende una spazialità che non è la mia spazialità(ibid.).

La relazione senza distanza, non avendo – nel distendersi dall’altro – una distanza, non può essere infatti in alcun modo presa nella mia distanza, cioè dalla relazione senza distanza da cui si estende la mia di spazialità. Le distanze che i molteplici differenti sguardi senza distanza aprono si incrociano cioè sì, ma senza mai inglobarsi nè confondersi. Le distanze si distendono, in parallelo. Come tra me e il mondo non c’è distanza e da questa prossimità si dispiegano tutte le distanze tra me e le cose del mondo, così è – allo stesso modo, ma sempre e solo nel suo spazio – per l’altra coscienza che non è me. Inaccessibili le une alle altre le differenti spazializzazioni ribadiscono invalicabili distanze. Gli spazi non si intersecano: non si compenetrano.

Non si tratta dunque solo del fatto, di per sè banale, dell’esistenza indifferente di un, altro dal mio, punto di vista sul mondo che si sovrappone al mio. Il fatto è che le due spazializzazioni – la mia e la tua – restano inaccessibili l’una all’altra. Aprono distanze ognuna dell quali pone l’altro sì in relazione, là in fondo, a una certa distanza. Ma questa distanza è invalicabile perchè lo sguardo altrui apre distanze, ma è senza distanza. Disponendo il suo spazio, ciascuno inoltre attrae così verso di sé tutto il mondo – il suo e quello altrui, perchè purtuttavia il mondo di entrambi è lo stesso mondo – e per ciò stesso nega le relazioni (innanzitutto le relazioni spaziali) che ognuno, nel medesimo tempo, intorno allo stesso dispone.

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images (5)Esposti, indifesi: guardati

Lo sguardo altrui dunque ci può seguire sempre, ovunque. Il punto non è infatti se uno sguardo davvero ci sia o meno. Il fatto è che sempre comunque ci percepiamo esposti, e uno sguardo (magari di un dio o che altro) può essere perciò ovunque ascoso.

Questa esperienza ci costituisce a fondo. Talmente a fondo che è in questo mio essere esposto ad uno sguardo di un altrui soggetto che, letteralmente, prendo corpo. Come ci dice Sartre, è così che per davvero sento “che occupo uno spazio e che non posso…evadere dallo spazio in cui sono senza difesa”(p.305). Per il mio sentirmi visto, percepisco cioè che ho spazialità, spessore, e che perciò quindi sono esposto. Quindi “sono vulnerabile” (ibid.). E perciò indifeso.

Ed è quindi profondamente, cioè nella mia “struttura permanente del mio essere-per-altri” (ivi, p.314), che ineluttabilmente, costantemente “io sono in pericolo” (ibid.).

Nello sguardo altrui infatti la mia trascendenza, che è il mio riparo da cui dispongo il mondo, viene trascesa. “L’altro come sguardo… è… [infatti] la mia trascendenza trascesa” (ivi, p.309) – ci ricorda Sartre – e il “mio sguardo è spogliato della sua trascendenza, per il fatto che è sguardo-guardato” (ivi, p.313). L’apparizione dell’altro cosi “fa apparire nella situazione un aspetto… che mi sfugge per principio” (ivi, p.312) perché è “per altro” (ibidem). Questo aspetto che perciò non controllo è me. E questo me è perciò, costantemente, a rischio.

Così il mio me-oggetto, “limite che non posso raggiungere e che tuttavia sono “(ivi, p. 322) (e che perciò sempre mi sfugge) è il mio venire esposto all’altro. Ed è l’altro che di me così perciò dispone nel suo giudizio e a suo giudizio. Perciò “essere guardato significa sentirsi oggetto sconosciuto di apprezzamenti inconoscibili” (ivi, p.314).  

La vergogna

1In prima istanza, quindi – ci dice Sartre – perciò “il mio me-oggetto è disagio, sdoppiamento(ivi, p.322).

Doppio – il me-oggetto che io, soggetto, sono – nel mio essere o soggetto o oggetto (chè se sono l’uno non sono, sotto lo stesso rispetto, l’altro), ma insieme anche e l’uno e l’altro; doppio inoltre (e doppiamente doppio quindi) nell’essere insieme il me che sono e il me da altrui guardato. E in questo doppio sdoppiamento mai a mio agio, come attesta l’esperienza originaria della vergogna, che chiunque ha provato e prova – facendovi magari fronte – davanti allo sguardo altrui e che Sartre, ponendola tra le emozioni fondamentali che ci costituiscono, così a fondo sviscera e descrive.

E’ la vergogna infatti che, in modo eminente e innanzitutto, per Sartre “rivela lo sguardo altrui e me stesso al limite di tale sguardo” (ivi, p.307), imponendo irrimediabilmente e la sfrontatezza dello sguardo onnivoro e, nella mia carne, la condizione di guardato.

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downloadNel mio sguardo aperto, le cose si dischiudono.

Lo sguardo le accoglie e raccoglie, attestando e disponendo distanze, relazioni, vicinanze, lontananze, profondità. E variazioni.

Ma non solo: lo sguardo incrocia anche altri sguardi. Alcune cose, infatti, mi guardano. Per lo meno possono farlo. Così che tali cose sono sì oggetti, ma siffatti che mi costringono – dato lo sguardo che anche in essi si apre e si volge – tuttavia a pensarli anche quali altre ulteriori coscienze: altri essere umani (o comunque altri esseri in cui dimora il pensiero). Oppure a pensarli per lo meno magari quali animali, chè anche gli animali mi guardano, seppure in quel modo strano in cui gli animali ci osservano.

Questi – che mi guardano – sono gli altri.

Questo sei tu. 

Non semplice oggetto inerte, ma cosa quali quelle che peraltro Cartesio, nella sua seconda delle Meditazioni Metafisiche, descrive come quegli “uomini che passano per la piazza” (Meditazioni II, 13) scorti là fuori, da una finestra. Uomini che –dice Cartesio – certo, in prima istanza, “affermo di vedere proprio [quali] degli uomini [solo] in base alla consuetudine” (ibid.); laddove in realtà “che cos’altro vedo se non berretti e vesti, sotto i quali potrebbero nascondersi degli automi?” (ibid.). Eppure – come faccio io con te appunto, e come si fa continuamente tra noi senzienti-pensanti – indubbiamente immediatamente giudicati peraltro uomini, seppure fosse che ciò sia un giudizio e non un’evidenza (“quello che pensavo di vedere con gli occhi in realtà lo comprendo con la sola facoltà di giudizio, che è nella mente” ci dice Cartesio (ibid.)).

Se la loro pura e semplice oggettività, che è quanto la pura esperienza attesta, non può infatti di per sè in alcun modo garantirmi che essi non siano magari, appunto, automi; solo di essi (solo di te) – e di essi solo – posso sempre incrociare lo sguardo. E giudicare perciò di conseguenza.

Questo mi appare (e questo mi pare): nel mio sguardo aperto il mio giudizio si avvede che altri sguardi incrociano il mio stesso mondo. Tra loro, tali sguardi si incrociano. Alcuni incrociano me. A volte incrociano il mio sguardo. Ed il mio perciò, a sua volta, si incrocia, in modi vari, con il tuo, con i loro

Uni accanto agli altri.

imagesAnche per Jean Paul Sartre – le cui celebri analisi sul tema dello sguardo, esposte in “L’essere e il Nulla” ci possono fare, e ci faranno qui, da preziosa guida – come per Cartesio, che altri vi sia non dipende semplicemente dal mio “vedere con gli occhi”. Ma è verità che – come Cartesio dice – sta “nel mio giudizio”. Giudizio che per Sartre, però, non si radica – come per Cartesio invece – sulla dimostrazione, argomentata razionalmente, dell’esistenza di un oltre (in primo luogo Dio) l’io-cogito. Per Sartre tale giudizio esplicita piuttosto una pura  fenomenologia del dato.

Che altri vi sia – per Sartre – va cioè, come dire, semplicemente evidenziato.

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images (5)Quando, guardandoci magari in uno specchio, riconosciamo in una certa immagine noi stessi, facciamo, anche in questo modo, esperienza dell’io che noi siamo.

Quanto vediamo nello specchio riflesso – questa è la nostra percezione immediata – ci riguarda. E ciò anche se – lo sappiamo bene – la cosa che lo specchio riflette non è in realtà che un’immagine, cui io – che sono anche (ben) altro, e in un certo senso anzi tutt’altro – non sono mai riducibile. Irriducibile ad essa dunque – io – ma tale che tuttavia lì, nell’immagine, riconosco me stesso.

Questa elementare esperienza comune e quotidiana dello scorgere sè specchiandosi (intenzionalmente soffermandosi controllando l’insieme o qualche particolare. O di sfuggita. O magari anche, per inveterata abitudine, senza avvedersene di soppiatto sbirciandosi su superfici riflettenti che il nostro sguardo incrocia) intesse il nostro mondo di continui barbagli e riverberi (e quindi rimandi). In ciò il fascino e la magnetica attrazione (o in altri casi repulsione) che gli specchi in molti casi e situazioni emanano.

Negli specchi, perciò, sembra chiuso custodito qualcosa di arcano. Qualcosa che attiene l’enigma dell’io. Cosa rende infatti questo specchiarci evidenza immediata del nostro essere il chi che noi siamo?  Nel nostro specchiarci che accade e si rivela davvero?

***

Nel nostro orizzonte visivo una certa figura – emergente da una superficie – si staglia su un resto, che retrocede quale suo sfondo. Questa figura la consideriamo un’immagine. La interpretiamo poi come un volto, o come un corpo, e la identifichiamo a noi stessi. Quello – pensiamo implicitamente o espressamente – sono io. Là sono io (e se, per qualche situazione o motivo non mi riconoscessi nel volto o nel corpo che vedo – o mi riconoscessi soltanto in parte nell’immagine che mi aspettavo sarebbe stata la mia – lo spaesamento e i dubbi che così sorgerebbero nascerebbero proprio perché so che, se lì sto guardando, quanto vedo non può che avere a che fare con me).

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Denaro, lavoro, dignità

Ancora una volta, possiamo indagare il rapporto tra dignità morale e lavoro attraverso Kant. In un testo del 1797, Primi principi metafisici della dottrina del diritto, in una sottosezione del  paragrafo 31, intitolata Che cosa è il denaro?, egli fornisce due definizioni di ‘denaro’ (Geld), una nominale ed una reale. La prima dice che: “Denaro è una cosa il cui uso è possibile solo in quanto venga alienata”. E spiega che si tratta di una definizione nominale perché è “sufficiente alla distinzione di questa specie di oggetto dell’arbitrio da ogni altra cosa, ma non ci dà alcuna spiegazione sulla possibilità di una tale cosa”. La definizione reale, invece, (da cui si desume anche il criterio in base a cui una merce particolare – secondo Kant l’argento – venga usata come denaro) è questa: “è il mezzo universale per scambiare reciprocamente il lavoro degli uomini; per cui la ricchezza nazionale, in quanto essa venga acquistata per mezzo del denaro, è propriamente solo la somma del lavoro con cui gli uomini si pagano tra loro, e che viene rappresentato attraverso il denaro circolante nel popolo”.

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E’ il ‘combinato disposto’ di queste due definizioni ad essere rivelatore. Se partiamo dalla definizione reale, notiamo che Kant, sulla scia di Locke e Smith, individua la possibilità del denaro come mezzo universale nel lavoro, nel senso che è il lavoro, ‘contenuto’ nelle merci e in quella merce particolare che è il denaro, a fungere da unità di misura universale per il valore dei beni e a permettere così lo scambio senza residui, a differenza di quanto avviene con il baratto. Con quest’ultimo in effetti si può considerare solo il valore d’uso delle merci, ossia la misura di una loro presunta ‘reale’ desiderabilità, qualcosa di direttamente conseguente a quei bisogni e desideri che in me sono patologici e che mi trascendono assolutamente. Riccardo III che baratta il suo regno per un cavallo è sopraffatto dalla paura e dal desiderio patologico di scampare alla morte e non è in grado di esprimere una stima oggettiva (universale e necessaria) dei termini dello scambio. Se invece lo scambio avviene in condizioni che consentono una disamina razionale, è necessario poter far riferimento a un valore universale di cui il denaro sia poi rappresentazione. Ma se deve essere universale, esso deve astrarre da ogni particolare desiderabilità, deve misurare una desiderabilità simbolica, cioè universalmente condivisa. Tale valore simbolico è il lavoro. Perché? Perché proprio il lavoro significa l’universalità? Davvero il lavoro di un uomo e uguale al lavoro di un  altro?

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