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Posts Tagged ‘filosofia del linguaggio’

downloadIl fluire della nostra esperienza si alimenta di incontri. Negli incontri, in vari modi, si intrecciano dialoghi. Tutto questo si riverbera incanalato nel flusso emotivo e cognitivo in cui l’esistenza interiore consiste.

Le situazioni, che così si configurano e sviluppano, sono anche perciò sempre ognuna differente dall’altra. Nello spettacolo che così si dispiega, ciascuna sua specifica forma è così sempre, almeno in parte, inedita, nuova. Perciò ineliminabile è il costante aleggiare incombente di una certa – seppur non sempre chiaramente avvertita – dose di imprevedibilità, e quindi di rischio e incertezza. Perciò ogni situazione richiede (richiederebbe) dunque sempre dovute accortezza e ponderazione.

Non sempre però ci può essere il tempo (o possibilità, o voglia) di soppesare adeguatamente con calma che cosa sia davvero il meglio da fare o la cosa più opportuna da dire. Non sempre riusciamo perciò davvero a disporci secondo stile consapevolmente assunto a fronte dell’incalzare e il fluire dei fatti. Perciò – poichè al fare e al dire non ci si può sottrarre – entriamo in recita. Secondo i copioni appresi ci atteggiamo in comportamenti standard. Secondo previste procedure d’approccio, piste di sviluppo dispongono gli attori coinvolti nell’incontro e nel dialogo entro ruoli precisi, entro trame prevedibili e note. Facilitatori della relazione – del tutto nuova o consueta che sia – copioni recitati lubrificano così la trama delle relazioni sociali, entro tracce prevedibili e perciò rassicuranti. Nel dialogo le battute, stabilite dal contesto e dai ruoli, sono perciò i convenevoli. I gesti sono quelli previsti, rituali dalla (buona) educazione sanciti.

In queste – rassicuranti peraltro – situazioni e dinamiche c’è però da pagare scotto: non può che serpeggiare una certa ovattata piattezza comunicativa, spesso una più o meno velata ipocrisia aleggia. E tutto ciò può anche annoiare.

Perciò accade, a volte, che – tra le parole che così si dispongono nello spazio sociale dai e nei vari linguaggi (verbale, corporeo, ecc..) articolato – si insinui o irrompa un quid, che ravvivi la piatta immersione nel fluire comunicativo aduso e sostanzialmente tendente all’essere anonimo: tra i convenevoli, entro i comportamenti usuali che regolano le nostre relazioni e dialoghi, un gioco di parole, o qualcos’altro di detto o di fatto, rompe uno schema: induce un sorriso (o un ghigno), magari una risata. Qualcuno fa una battuta, fa dell’umorismo.

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download (6)

Ma il pellegrino dal pendio sulla cresta del monte non

porta a valle una mano piena di terra, indicibile a tutti,

ma una parola conquistata, pura, la gialla  e celeste

genziana. Noi siamo qui forse per dire: casa,

ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra, –

al più: colonne, torre… ma per dire, capisci,,

per dire così, come mai le cose stesse

intimamente sapevano d’essere.

(Rainer Maria Rilke Nona Elegia Duinese, vv29-36)

***

Se, riflettendo, si presta attenzione a ciò che davvero intesse la trama della nostra esistenza non si può – per ciò stesso  – che ascoltare parole. Ci si accorge, con ciò, che esse – le parole – avvolgono la nostra vita e il suo senso.

Le parole dei poeti hanno a che fare – in modo eminente, pertinente, profondo – con questo dire e ascoltare, che è tra quanto ci è di più proprio.

Tra i poeti, è Rilke una tra le voci più esplicite nel dire la cosa in cui consiste questo nostro dire le cose (tra le quali, appunto, la cosa del dirle), ossia nel dipanare un dire che assecondi l’urgenza di dire sul dire. E Rilke arriva a dirlo chiaro, netto: noi siamo i parlanti, siamo qui per dire le cose. E per dirle in maniera assoluta, epifanica, come “mai le cose stesse intimamente sapevano d’essere”. Perciò ogni cosa, in tal modo, è dalla parola, dalla nostra parola, essenzialmente, avvolta. Ed esposta, così, nel suo statuto di cosa.

Rilke ci dice quindi – tra i primi a inoltrarsi nello snodo di quella che il pensiero ha chiamato la “svolta linguistica”, caratterizzante la temperie del pensare radicale della filosofia del nostro tempo – che l’esperienza dell’uomo è linguaggio. Che l’ambito umano è là (ossia: qui) dove si impongono i nomi.

***

Qui, cioè, “è il tempo del dicibile, qui è la sua casa” (Nona Elegia, v.43).

download (1)Qui. Ossia nel tempo qui ora. Ma anche: qui quale luogo in cui siamo. Ossia nella casa del dicibile. Che poi, in quanto anche noi i parlanti siamo in certo senso dei luoghi, è qui nel senso di luogo che noi stessi siamo.

Qui dunque, in questo tempo, è casa: spazio familiare entro cui, anche dicendo, ci orientiamo e ci proteggiamo. E – così ci dice, soppesando parole, il poeta – diciamo appunto “casa”. E “ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra”. Al limite “colonne, torre”.  E poi certo – seppure queste da Rilke elencate non siano parole scelte a caso, perché ognuna di esse, a ben vedere, tocca ed esprime una specifica struttura ed essenza dello spazio in cui abitiamo – diciamo tutti gli altri nomi e tutte le altre parole.  E ognuna col suo peso specifico nel delineare un tratto essenziale del mondo (come per esempio, stando alle parole scelte da Rilke, il ponte è transito e relazione; torre e colonne stanno e sostengono; la fontana è origine… E detti sono pure natura, strumento, apertura).

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