Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Pratiche Filosofiche’ Category

(testo proposto quale contributo alle iniziative della SFI Trevigiana per la Giornata Mondiale della Filosofia)

***

La morte della filosofia, le varie ipotizzate forme del suo oltrepassamento, il tramonto della metafisica e dei suoi immutabili, la marginalità socio-culturale dell’etica e dei saperi filosofici in genere sono quanto la stessa filosofia contemporanea spesso in fondo riconosce come eventi in atto (filosoficamente perciò tematizzandoli).

Tutto ciò è quindi anche parte essenziale della narrazione che la filosofia (definendo sé stessa, e dunque la sua vicenda) fa di sé. In questa auto-narrazione la filosofia delinea la tradizione in cui consiste e individua (nel suo autodefinirsi anche secondo la sua genesi) un suo inizio: in un certo luogo e un certo tempo. Se nell’ordine delle cose sta che quanto ha un inizio possa avere anche in qualche modo una corrispettiva fine, la fine della filosofia potrebbe dunque essere null’altro che l’epilogo di una vicenda che dalla radice greca dispiega l’Occidente per poi concludersi.

La filosofia purtuttavia non si propone soltanto come una tra le tante vicende che nel mondo accadono, né perciò come uno, semplicemente uno, tra i saperi via via escogitati dall’uomo per abitare, a suo modo, il mondo. Il sapere cui la filosofia intende infatti aprirsi è intenzionato da uno sguardo (quello in cui la filo-sofia consiste) rivolto all’intero, al tutto (all’essere). E alla verità del tutto aperto.

Se In questa apertura l’essenza del dire filosofico sta quindi nel cercare di indicare la verità (o lasciare che la verità si mostri), ciò vuol dire che senza ricerca della verità la filosofia non è. Ciò non implica però che senza filosofia la verità non sia. Anche fosse (vero) infatti che la verità non fosse dalla filosofia attinta o magari non possa essere in alcun modo attingibile o attinta; anche fosse (vero) che da nessuno sia pensata o detta, la verità comunque, nella sua evidenza, silente lì dove sta, starebbe.

La vicenda in cui la filosofia consiste questa verità ricerca, ma anche qualora questa vicenda giungesse al termine (o a compimento), comunque altri indecifrati linguaggi, altri a me (a noi occidentali) sconosciuti sguardi, possono o potranno ad essa volgersi, in altri luoghi modi e tempi.

(altro…)

Read Full Post »

Il prof. Luigi Vero Tarca, dando in tal modo seguito al dialogo avviato e in merito a questioni specifiche a suo tempo sollevate (cfr. https://prismi.wordpress.com/2020/08/10/9931/) mi ha fatto pervenire questa sua risposta, molto interessante e sotto molti aspetti chiarificatrice.

Lo spessore teorico delle sue considerazioni e le questioni filosofiche affrontate meritano, di per sé stesse e a prescindere dunque dal loro essere risposta a dubbi o domande, di essere attentamente considerate.

Le propongo dunque, qui pubblicandole e nell’intenzione di non lasciare le riflessioni circoscritte a uno scambio solamente “epistolare” interpersonale, alla dovuta attenzione

Paolo Masini

***

RISPOSTA A PAOLO MASINI

5 OTTOBRE 2020

Grazie per le questioni che mi poni, le quali mi consentono di chiarire alcuni importanti aspetti della mia filosofia.

QUESTIONE N. 1

SULLA INTRASCENDIBILITA’ DEL NEGATIVO

All’inizio tu dici:

“Se “negativo” è un universale (per cui quindi sono “negativo” sia negato che negante) di cui ogni ente (in quanto non è un altro) è un’individuazione e se tale universale concreto, cioè tale da includere non solo formalmente (senza residui quindi) tutte le sue individuazioni, il dominio del negativo mi sembra dovrebbe essere inscalfibile.”.

Questo passo è un ragionamento che consta di tre momenti (che potremmo interpretare come due premesse e una conclusione): 1) “negativo” è un universale; 2) ogni ente è una individuazione di tale universale; 3) quindi il dominio del negativo è inscalfibile.

La conclusione sembra contraddire frontalmente la mia prospettiva filosofica, la quale parla del puro positivo, cioè del positivo puramente differente da ogni negativo e quindi in qualche modo svincolato dal negativo.

Articolo la risposta in due momenti: A) La risposta alla tua osservazione, divisa a sua volta in tre passi; seguita da B) Un paio di approfondimenti relativi alla nozione di negativo.

(altro…)

Read Full Post »

Studentesse e studenti di alcune classi del quarto e quinto anno del Liceo Canova di Treviso, negli scorsi mesi di gennaio e febbraio  (quindi in presenza e prima del periodo di chiusura delle scuole per l’emergenza sanitaria), hanno partecipato, in orario curricolare, ad attività di Laboratorio di Pratiche Filosofiche, coordinati dai loro docenti e dal prof. Luigi Vero Tarca, che da  anni ormai  sta proponendo e realizzando specifiche esperienze di questo tipo, sulla base di rigorosi presupposti teorici e secondo modalità (e regole)  codificate e collaudate.

All’atto pratico quanto effettivamente è accaduto nelle classi si è sviluppato in realtà secondo modi non sempre esattamente e rigorosamente riducibili al rispetto delle regole che le Pratiche Filosofiche implicherebbero. L’attività a mio avviso ha avuto infatti anche le caratteristiche di una dialogo (a partire da un testo condiviso su proposta di docenti o studenti), cui tutti i partecipanti hanno a loro modo contribuito, che si è svolto in modo più spontaneo e sotto certi aspetti più casuale di quanto le regole non avrebbero consentito. Sotto molto aspetti si è messo di fatto in atto un esperimento di fare filosofia, e non solo parlare di filosofia, con studenti degli ultimi due anni delle Scuole Superiori, quindi con persone molto giovani e soprattutto abituate ad altre modalità di approccio alla filosofia (per loro una disciplina scolastica prima che una possibile esperienza personale e culturale). Ciò non ha però, secondo me, minimamente inficiato il valore di quanto è accaduto. Gli studenti, di loro, hanno trovato infatti l’esperienza molto interessante e per molti è stata senz’altro coinvolgente. A chi l’ha proposta e gestita ha fornito occasione per riflettere sui modi in cui proporre il fare esperienza filosofica a scuola (e forse su cosa possano anche essere, in contesti particolari, le stesse Pratiche Filosofiche).

Terminata l’attività nelle classi, riflettendo successivamente su quanto realizzato e sui suoi presupposti filosofici, ha preso poi corpo un breve scambio di mail tra me e il prof. Tarca, in cui sono emerse questioni a mio avviso filosoficamente rilevanti, che penso possano incuriosire o interessare chiunque abbia a cuore le stesse questioni o analoghe.  Nello spirito dell’attività delle Pratiche il prof. Tarca mi ha a suo tempo sollecitato anche a rendere in qualche modo non circoscritto a un solo ambito tra noi privato  le mie considerazioni. Penso che “pubblicare” in questo blog le parti delle mail in cui prende forma la conversazione filosofica intercorsa tra noi (sono omesse quindi le parti più “burocratiche” e più personali che non concernono direttamente questioni di filosofia) sia un modo per corrispondere a questa richiesta.  I testi delle mail scambiate sono quindi qui sotto riprodotti, tranne le parti omesse, pari pari (quindi mantenendo anche alcuni modi colloquiali, formalismi e ridondanze, almeno da parte mia, tipiche del registro linguistico epistolare). 

Va forse infine  precisato che tutta l’attività svolta ha preso avvio da un testo steso dal prof. Tarca, quale introduzione e presentazione dell’attività proposta, fornito a tutti i partecipanti. Al termine dell’attività il prof. Tarca ha poi fatto pervenire delle considerazioni finali, sollecitando docenti e studenti a una riflessione e a un possibile libero dialogo. La mia mail, in cui esprimo alcune considerazioni, richieste di chiarimenti e dubbi in  merito ad alcune questioni intende corrispondere a questa sollecitazione.  ll prof. Tarca mi ha quindi  generosamente e gentilmente risposto. A ciò è seguito un mio ulteriore intervento. Lo scambio si conclude quindi (per ora, forse) con alcune domande da me poste, innanzitutto a me stesso. Il discorso, con ciò, è dunque lasciato in qualche modo anche in sospeso, come peraltro è forse bene che sia, nel senso che resta aperto a tutte le ulteriori considerazioni e direzioni possibili.

Paolo Masini

(altro…)

Read Full Post »

imagesCAOH258PPitagora – così ci racconta ad esempio Giamblico nel suo “De vita pythagorica“  – teneva il suo insegnamento ai discepoli, seppure solo a quelli (gli “acusmatici“) del più basso iniziale livello di iniziazione alla verità da lui svelata, nascosto dietro una tenda.

Ne udivano dunque, gli acusmatici, la voce; ne intuivano magari la figura, se la tenda non era troppo spessa. Ma di Pitagora dunque non dovevano vedere nulla, nè del corpo nè del volto. Pitagora era dunque per loro, all’incontro con la verità da lui incarnata, esclusivamente la parola di Pitagora.

Nel cerchio di una stanza, da dietro una tenda, dunque, un volto vuoto, un corpo vago articolano l’approccio ai significati, proposti come sapienziali, da un dire indicati.

***

Pitagora dunque è, nello scenario di iniziazione alla vita filosofica che si dispiega nella sua scuola, innanzitutto e di primo acchito, una parola. Che dice quel che dice avvolta in un dispositivo comunicativo che, evidentemente, non è nè casuale nè privo di significato. Ma è  anzi piuttosto modo intenzionale che apre e dispone uno spazio, col quale la filosofia ha inevitabilmente a che fare, almeno nella misura in cui, tra l’altro, è a Pitagora che si deve per primo l’uso del termine philo-sophia per indicare il sapere da lui ricercato e in tal modo – da dietro una tenda – ai novizi trasmesso.

La tenda di Pitagora dunque è immagine che richiede attenzione, è un’indicazione non eludibile. Componente l’epifania di quello spazio orginario e decisivo (decisivo perchè originario) entro cui la filosofia si dispone e espone – istituendo modo della relazione tra quanti la sophia ricercano – nell’ascolto o nel dire.

La tenda di Pitagora è, in questo spazio, l’ inframezzo tra il dire il vero e il porgervi ascolto. Non irrilevante nè casuale, è enigma che serba un senso che reclama decifrazione.

(altro…)

Read Full Post »

Dopo il fallimento della Conferenza di Doha, vale la pena riascoltare il discorso del vecchio Pepe Mujica, Presidente dell’Uruguay, al G20 di Rio…

(altro…)

Read Full Post »

Camminare in montagna – in particolar modo in alta montagna – è esperienza che può essere per molti particolarmente significativa.

Lo è certamente, e sotto molti lati, per chiunque la intenda anche come qualcosa di affine alla riflessione profonda. O comunque per chiunque abbia sufficienti maturità emotiva e capacità di apertura mentale da poter vivere tale esperienza come approccio a quella particolare dimensione propriamente simbolica che la montagna anche è. Una dimensione simbolica che molti peraltro hanno già da molto tempo accostato, appunto e a ragione, alla dimensione della meditazione profonda e fondamentale (ossia all’esperienza in cui la filosofia consiste, insomma).

Emanuele Severino, ad esempio, nell’introduzione alla sua storia della filosofia antica esplicitamente paragona l’addentrarsi nel groviglio del pensiero filosofico ad un “andare in alta montagna”, con tutto il fascino, ma anche la fatica e i pericoli che questo comporta. Ma l’idea cui il paragone vuole alludere, in realtà, non è, né può essere, del tutto nuova. Basti pensare anche solo alle considerazioni del Petrarca (tanto per riferirsi ad un autore un po’ da tutti frequentato, almeno a scuola) circa la sua ascesa al Monte Ventoso. Oppure ai riferimenti di Heidegger a sentieri e radure o, nel suo saggio su “La cosa”, al “massiccio” montuoso come radunarsi della realtà nel suo squadernarsi; o allo Zarathustra di Nietzsche (o chissà a Nietzsche stesso) proteso verso nuovi orizzonti battendo,anche, sentieri montani impervi e rocciosi. Oppure si pensi alle riflessioni kantiane sull’estetica del sublime. E naturalmente a molti molti altri esempi possibili.

C’è dunque da chiedersi che cosa mai abbia il camminare in alta montagna (tra le Dolomiti magari) di così “filosofico”, di così “filosofico” in un senso specifico del tutto esclusivo e particolare tra l’altro, proprio appunto del camminare in alta montagna (posto che anche altre e differenti sono le dimensioni ambientali simboliche fondamentali e emergenti  – il mare, il fiume, il cielo, il bosco, la collina, il lago, la casa, il sole, le stelle, la luna… e altre e altre – che gli uomini hanno vissuto e individuato come per essi decisive occasioni per tentare di intuirvi un senso del mondo).

(altro…)

Read Full Post »

Le pitture rupestri delle grotte di Altamira sono segni tra i più antichi, enigmatici, potenti, che altri uomini – uomini lontani, misteriosi, ma non a noi estranei – ci abbiano mai lasciato. I segni in cui le pitture consistono non sono scrittura (o almeno noi non siamo in grado di interpretarli, come facciamo per altri tipi di segni che ci sono stati lasciati, come scrittura), ma sono certamente segni incisi e lasciati ad indicare un significato. Sono modi di lasciare segno. Modi di lasciare un segno.

Modi che troveranno inoltre poi nella scrittura (ossia nelle specificità delle successive forme di scritture) sviluppo in altre differenti strutture di segni che si riveleranno – attraverso  gli alfabeti – forme sempre più pervasive e, in relazione alla linea fondamentale di sviluppo della cultura occidentale, sempre più funzionali ed appropriate. Anche perchè le pitture rupestri, seppure ancora non sembrino scrittura, forse d’altronde ne sono peraltro l’archetipo e l’origine, se è vera la tesi che rimanda alla forma delle corna del toro l’origine del segno della prima lettera dell’alfabeto. Nella A (capovolta) che è alfa del mondo-letteratura sarebbe inclusa l’incisione di una figura che sancisce l’incontro inquietante con l’animale che le pitture di Altamira forse ritualizzano o esorcizzano.  L’alfabeto articola così forse,  già nella sua cellula fondamentale e nucleo fondante, a suo modo e a sua volta – a partire dall’esigenza di lasciare un segno che indichi e fissi significato a un’inquietudine – il suo ulteriore esorcismo. Segnandoci. Così come, a distanza di secoli, il segno lasciato da colui che dipinse il toro di Altamira mi segna incidendosi in me. Così come incide in te che lo osservi. Lasciando così segno in chiunque abbia occasione incontrarlo.

***

Nelle grotte di Altamira il disegno del toro – così come le immagini dei bisonti o degli altri animali, e delle mani misteriosamente proliferanti sulla roccia – sono un segno lasciato a esprimere e rimemorare un’originaria inquietudine che apre l’esigenza di una risposta a un disagio. Il ricordo evanescente di una caccia o l’evocazione di una buona caccia futura (questi sembrano i motivi che sottendono l’esecuzione di chi ha sentito la necessità di intessere di tali segni la roccia) sono connessi all’esigenza di colmare un’assenza di senso che vada a costituire una trama d’ordine entro cui lasciar flettere secondo un senso  e in relativa sicurezza il dipanarsi dell’enigmatico e inquietante spettacolo del mondo.

Già solo nel gesto compiuto dall’ “uomo di Altamira” è tutto il senso di un’intenzione profonda che guida ogni altro gesto in cui la scrittura consista, nel suo rivelarsi come terapia, antichissima quindi, e irrinunciabile, ai molti modi del male di vivere.

***

(altro…)

Read Full Post »

La scrittura non è dunque semplice mezzo (equivalente qualsiasi altro media differente) a disposizione del pensiero che in essa si esprime. Non è un semplice specchio del linguaggio che essa veicola. E’ ben altro che puro supporto per l’ondivaga memoria. La scrittura condiziona invece in modo essenziale forma e contenuto del messaggio che ad essa si affida. E quando il messaggio in questione è pensiero intenzionato al vero, il pensiero trova nella scrittura una configurazione altrove impossibile (impensabile dunque).

Una volta che la filosofia dunque incontra la scrittura (e la scrittura incontra la filosofia) si salda un nesso che riconfigura ciascuno dei termini in gioco, ognuno dei quali acquisisce così una forma nuova. Forma che poi si riverbera sui sensi che filosofia e scrittura avevano antecedenti al loro incontro, rideterminando, per esempio, l’oralità (e l’oracolarità) della sapienza nella forma specifica di un irrecuperabile mito d’origine.

***

Sulla specificità dei modi in cui la scrittura viene a configurare la filosofia, e la possibilità stessa del pensero filosofico (per lo meno come metafisica) così come si è sviluppato nel nostro Occidente, molti hanno detto cose fondamentali e importanti (basti pensare a Derrida, o a Sini).

(altro…)

Read Full Post »

Nella stanza della casa, della mia casa così a me familiare e nota, vicino alla finestra che guarda sul giardino così verde in questa stagione, le dita scorrono (le mie dita qui ora scorrono) sulla tastiera del pc posto sul tavolo. Conseguentemente  linee di segni si dispiegano su uno schermo bianco.

Oppure: la mano muove la penna sul foglio bianco, e lascia segni su una carta (o su altro supporto..).

Significati (questi significati che qui ora si espongono) hanno così segno, anzi parola. Prendono forma nella scrittura (anche in questa scrittura che indica – tenta indicare – qui e ora sé). Cioè, in una ben precisa pratica: nella precisa azione che è lo scrivere in quanto tale (cioè su tutti i qualsiasi concepibili supporti  – su tastiera, su carta, su qualsiasi altra base – e in tutti i modi esecutivi variamente modulati  – a seconda del tipo di segno usato, o del significato veicolato – in cui è possibile che un segno si ponga e disponga a indicare significato).

(altro…)

Read Full Post »

Giulia Ribaudo, studentessa di Filosofia a Venezia, gentilmente ci segnala e propone per la pubblicazione nello spazio di Prismi questa sua intervista a Francesco Berto, giovane docente all’Università, che ha pubblicato vari libri di successo su argomenti ostici (la filosofia e la logica lo sono) e che ha il dono (pare, o per lo meno anche a me da quel che ho letto pare) di far sembrare facili (o comunque  approcciabili da noi umani) cose assai complesse.

L’intervista – pubblicata originariamente nella bella e interessante rivista che si intitola “Rivista inutile” (e già il titolo mi sembra motivo sufficiente per segnalarla agli “inutili” filosofi  che qui si accostano), consultabile in www.rivistainutile.it – è spigliata, vivace e finanche divertente. In fondo, in un certo senso, può anche almeno mettere in guardia (o, chissà mai, invece non produca effetto contrario, ma poi lo sappia “chi è causa del suo mal…”) chi volesse capire che può mai fare poi un filosofo.

***

Intervista a Francesco Berto

{di Giulia Ribaudo}

Perché intervistare Francesco Berto? Per darci una botta di speranza. Un filosofo giovane che spiega robe molto complicate senza farti sentire una scimmia. Un’eccellenza italiana costretta a prendere tanti aerei. 

Per rompere il ghiaccio, quello che ti chiedo è una breve ma intensa autobiografia. Può essere agiografica, ufficiale, come vuoi, lo scopo è sapere qualcosa di te.

Ok, immagino che vi interessi la mia vita filosofica più di quella privata. Mi sono laureato a Venezia con Vero Tarca, con una tesi su Emanuele Severino, che al tempo insegnava ancora a Venezia. Vorrei dire che Severino è il più grande filosofo italiano del nostro tempo; di sicuro, fra quelli il cui lavoro conosco, è il mio preferito. La tesi è poi diventata un libro, intitolato La dialettica della struttura originaria, che a qualche fan di Severino è piaciuto.
Ho scoperto la filosofia analitica un po’ tardi, grazie ai corsi di logica e filosofia del linguaggio di Tarca e Luigi Perissinotto, e quando sono stato ammesso al programma di dottorato a Venezia ho cominciato a lavorare a un ambizioso progetto: interpretare la dialettica hegeliana alla luce della filosofia analitica. Ho finito nel 2004, e anche la tesi di dottorato è diventata un libro: un grosso volume di 450 pagine chiamato Che cos’è la dialettica hegeliana? (il punto di domanda è stato aggiunto su suggerimento di un amico hegeliano – ma io volevo proprio rispondere alla domanda). È la cosa da me scritta che più mi piace, ma il suo impatto è stato un po’  deludente: in Italia i filosofi analitici perlopiù continuano a disprezzare Hegel; gli hegeliani tradizionali perlopiù continuano a disprezzare le interpretazioni analitiche.

(altro…)

Read Full Post »

Older Posts »