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Archive for the ‘Borgesiana’ Category

Conoscenza ineffabile del diamante disperato (la vita)
René Char

L’UNICO PROBLEMA VERAMENTE SERIO

UN SILENZIO SOSPETTO

Ogni volta che qualcuno si uccide, qualcosa, nell’ordine della nostra vita, si spezza o per lo meno viene incrinato. L’effetto è tanto più sconvolgente quanto più vicino a noi era il suicida, ma il gesto è in sé perturbante (anche nel suicidio di uno sconosciuto risuona, pur lontana, una nota di disagio, di sorpresa, di fastidio). Qualcosa va in frantumi: c’è come un istante di vuoto, una breve vertigine, un’interruzione – che respingiamo. È come se un abituale flusso di musica di sottofondo o d’ambiente venisse d’un tratto interrotto, come se un tessuto continuo fosse strappato. Come se fosse venuto a mancare il pezzo di un puzzle. Si avverte il bisogno di una spiegazione, di una giustificazione, qualcosa che colmi il vuoto, che rompa il silenzio, che ricomponga lo strappo. Occorre che il gesto riceva la sua giusta collocazione all’interno dell’ordine consolidato della vita, in modo che lo si possa trattare come tutti gli altri eventi e oggetti, opportunamente resi inoffensivi dal sistema di convinzioni entro il quale li si è rubricati.

Ma la ricerca di una spiegazione si tramuta presto nella ricerca di una colpa: una stranezza, una debolezza, un’instabilità o qualsiasi altro difetto o disturbo devono essere all’origine del gesto estremo. Qualcosa da giudicare, in ogni caso. Qualcosa da biasimare. Chi si suicida diventa ben presto un condannato, un rifiutato, un proscritto. O, molto più semplicemente, un dimenticato. L’oblio è la prima e più semplice tecnica di difesa.

È allora – ma subito, quasi subito, in realtà, perché quell’imbarazzo deve durare il meno possibile – che comincia la ricerca dei motivi. Il suicida e il suo atto non hanno già più alcuna importanza. È salito in cattedra l’io di chi ha soltanto assistito al suicidio, di chi deve farvi i conti da spettatore, da giudice. Perché è, questo, un impulso irresistibile, ogni volta che ci si trova di fronte ad un evento imprevisto spiacevole e incomprensibile: giudicarlo, precisamente nel senso di porlo sotto il segno del bene o del male, in modo che sia trovato quanto prima il suo posto nello spazio ordinato e protetto della vita quotidiana, della vita nota e ripetuta.

Il suicidio è l’atto su cui, più che su ogni altro, il pensiero tace. E se non tace, di solito se la cava in fretta, con una breve considerazione di passaggio, come se il problema fosse di facile e scontata soluzione. Il pensiero, quasi sempre, si sofferma a considerare il suicidio per prenderne le distanze. Nessuno parla di suicidio, sembra, perché tutti sanno cosa pensarne e come valutarlo. Su di esso esiste una tacita ma radicata opinione comune, che sia inutile parlarne, perché non c’è nulla da discutere. Il rifiuto è l’unico atteggiamento possibile, l’unico atteggiamento giusto. Soltanto pochi, pochissimi hanno tentato di rompere il silenzio, di infrangere il divieto. Ma chi lo ha fatto, sin dall’antichità, ha consentito l’aprirsi di una strada che conduce, nel Novecento, fino alla inequivocabile dichiarazione di Albert Camus, secondo la quale quella del suicidio non sarebbe neppure soltanto una questione fra le altre, per il pensiero, bensì la questione decisiva.

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Esiste un filo sottile che connette tra loro forme del dire e dell’esprimere.

Linguaggi diversi, intuizioni e visioni differenti, possono indicare e mostrare, ognuna a loro modo, che tutto è in tutto, in ogni sua parte. Che il finito è infinito. Che l’intero che contiene le parti è, insieme, contenuto di esse.

Un celebre quadro di van Eyck, un testo famoso di Borges, la litografia di Escher qui sotto, le monadi di Leibniz, la “tracce” di cui ci parla Emanuele Severino: tutti modi, e relative varianti, per dire il nostro essere sguardo immediatamente, originariamente, aperto strutturalmente sul mondo, su tutto il mondo. Per mostrare, in modi diversi ma convergenti seppure secondo messe a fuoco da diversi lati e secondo diverse ampiezze, il nostro essere parte di un tutto che pure conteniamo, accoglienze inclusive del tutto in cui siamo.

La tesi, assai impegnativa, è sostenuta, in vari modi, a mio avviso da molti filosofi. E’ tema quasi ricorsivamente ricorrente. Rovello costante per chi pensa situazioni-limite e si addentra nei grovigli più fitti della filosofia.

La tesi va quindi esplorata. Soprattutto eventualmente fondata, argomentata, dimostrata.

Ma prima di tutto va forse indicata. Descritta. Come dire: avvicinata.

“I coniugi Arnolfini”

“I coniugi Arnolfini” è il celebre quadro dipinto dal pittore fiammingo Jan Van Eyck nel 1434 , conservato alla National Gallery di Londra.

Nel quadro sono raffigurati il ricco mercante Arnolfini e la sposa: in posa, elegantemente vestiti, si tengono per mano e lei è evidentemente incinta. Sono in piedi all’interno di una stanza, nella quale vi è una grande varietà di oggetti, tutti rappresentati con un’attenzione estrema al dettaglio.

Tra tutti gli oggetti spicca al centro uno specchio convesso.

Nella superficie dello specchio il pittore, con grande maestria, ha riprodotto probabilmente se stesso – e un’altra, misteriosa, persona dietro di lui – nell’atto di dipingere i suoi soggetti, che ovviamente sono anch’essi rispecchiati, di spalle, così come è rispecchiata tutta la stanza ovviamente dipinta al rovescio.

Questo dettaglio è senz’altro enigmatico. Affascinante. E lo diventa ancor più se lo si osserva isolatamente: nello specchio, dallo specchio, si apre un occhio, un altro sguardo incrocia anch’esso, dall’apertura di una prospettiva, ma un’altra prospettiva, la scena. Come Alice, dal paese delle meraviglie, da al di là dello specchio, chi focalizza l’attenzione su questo dettaglio guarda dal mondo delle meraviglie i due coniugi, la scena, van Eyck che dipinge (e la persona vicino a lui). Anzi: van Eyck qui ci colloca, nel punto di vista dello sguardo di van Eyck stesso, nel punto in cui tale sguardo, come dire, si sdoppia e si incrocia, sovrapponendo due prospettive e cogliendo, da fuori, pure se stesso in scena e quanto, nella scena, sta dietro di lui.

***

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 L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un’altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l’altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s’inabissa e s’innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?) io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l’infinito… La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante.

   Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventù io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non possono decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall’esagono in cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della ringhiera; mia sepoltura sarà l’aria insondabile; il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e si dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinta. Io affermo che la Biblioteca è interminabile. Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono una forma necessaria dello spazio assoluto o, per lo meno, della nostra intuizione dello spazio. Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. (I mistici pretendono di avere, nell’estasi, la rivelazione d’una camera circolare con un gran libro circolare dalla costola continua, che fa il giro completo delle pareti; ma la loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio.) Mi basti, per ora, “ripetere la sentenza classica: «La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile».

   A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna una riga, di quaranta lettere di colore nero. Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro; non, però, che indichino o prefigurino ciò che diranno le pagine. So che questa incoerenza, un tempo, parve misteriosa. Prima d’accennare alla soluzione (la cui scoperta, a prescindere dalle sue tragiche proiezioni, è forse il fatto capitale della storia) voglio rammentare alcuni assiomi.

   Primo: La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l’eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L’uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera caso o di demiurghi malevoli; l’universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l’opera di un dio. Per avvertire la distanza che c’è tra il divino e l’umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli sim­boli che La mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d’un libro, con le lettere organiche dell’interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche.

   Secondo: Il numero dei simboli ortografici è di venticinque (*). Questa constatazione permise, or sono tre secoli, di formulare una teoria generale della Biblioteca e di risolvere soddisfacentemente il problema che nessuna congettura aveva permesso di decifrare: la natura informe e caotica di quasi tutti i libri. Uno di questi, che mio padre vide in un esagono del circuito quindici novantaquattro, constava delle lettere M C V, perversamente ripetute dalla prima all’ultima riga. Un altro (molto consultato in questa zona) è un mero labirinto di lettere, ma l’ultima pagina dice Oh tempo le tue piramidi. E ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze. (So d’una regione barbarica i cui bibliotecari ripudiano la super­stiziosa e vana abitudine di cercare un senso nei libri, e la paragonano a quella di cercare un senso nei sogni o nelle linee caotiche della mano… Ammettono che gli inventori della scrittura imitarono i venticinque simboli naturali, ma sostengono che questa applicazione è casuale, e che i libri non significano nulla di per sé. Questa affermazione, lo vedremo, non è del tutto erronea.)

   Per molto tempo si credette che questi libri impenetrabili corrispondessero a lingue preterite o remote. Ora, è vero che gli uomini più antichi, i primi bibliotecari, parlavano una lingua molto diversa da quella che noi parliamo oggi; è vero che poche miglia a destra la lingua è già dialettale, e novanta piani più sopra è incomprensibile. Tutto questo, lo ripeto, è vero, ma quattrocentodieci pagine di inalterabili M C V non possono corrispondere ad alcun idioma, per dialettale o rudimentale che sia. Alcuni insinuarono che ogni lettera poteva influire sulla seguente, e che il valore di M C V nella terza riga della pagina 71 non era lo stesso di quello che la medesima serie poteva avere in altra riga di altra pagina; ma questa vaga tesi non prosperò. Altri pensarono a una crittografia; quest’ipotesi h stata universalmente accettata, ma non nel senso in cui la formularono i suoi inventori.

   Cinquecento anni fa, il capo d’un esagono superiore (**) trovò un libro tanto confuso come gli altri, ma in cui v’erano quasi due pagine di scrittura omogenea, verosimilmente leggibile. Mostrò la sua scoperta a un decifratore ambulante, e questo gli disse che erano scritte in portoghese; altri gli dissero che erano scritte in yiddish. Poté infine stabilirsi, dopo ricerche che durarono quasi un secolo, che si trattava d’un dialetto samoiedo-lituano del guaranì, con inflessioni di arabo classico. Si decifrò anche il contenuto: nozioni di analisi combinatoria, illustrate con esempi di permutazioni a ripetizione illimitata. Questi esempi permisero a un bibliotecario di genio di scoprire la legge fondamentale della Biblioteca. Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di elementi eguali: lo spazio, il punto, la virgola, le ventidue lettere dell’alfabeto. Stabilì, inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato: non vi sono, nella vasta Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che Ia Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni del venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto cioè ch’è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, l’evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, Ia traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

   Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Non v’era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse: in un qualche esagono. L’universo era giustificato, l’universo attingeva bruscamente le dimensioni illimitate della speranza. A quel tempo si parlò molto delle Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giu­stificavano per sempre gli atti di ciascun uomo dell’universo e serbavano arcani prodigiosi per il sue futuro. Migliaia di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale, spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione. Questi pellegrini s’accapigliavano negli stretti corridoi, profferivano oscure minacce, si strangolavano per le scale divine, scagliavano I libri ingannevoli nei pozzi senza fondo, vi morivano essi Stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti impazzirono… Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che la possibilità cheun uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è sostanzialmente zero.

   Anche si sperò, a quel tempo, nella spiegazione dei misteri fondamentali dell’umanità: l’origine della Biblioteca e del tempo. E’ verosimile che di questi gravi misteri possa darsi una spiegazione in parole: se il linguaggio del filosofi non basta, la multiforme Biblioteca avrà prodotto essa stessa l’inaudito idioma necessario, e i vocabolari e la grammatica di questa lingua. Già da quattro secoli gli uomini affaticano gli esagoni.. Vi sono cercatori ufficiali, inquisitori. Li ho visti nell’eser­cizio della loro funzione: arrivano sempre scoraggiati parlano di scale senza un gradino, dove per poco non s’ammazzarono; parlano di scale e di gallerie con il bibliotecario; ogni tanto, prendono il libro più vicino e lo sfogliano, in cerca di parole infami. Nessuno, visibilmente, s’aspetta di trovare nulla.

   Alla speranza smodata, com’è naturale, successe una eccessiva depressione. La certezza che un qualche scaffale d’un qualche esagono celava libri preziosi e che questi libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggerì che s’interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e simboli, fine a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici. Le autorità si videro obbligate, a promulgare ordinanze severe. La setta sparì, ma nella mia fanciullezza ho visto vecchi uomini che lungamente s’occultavano nelle latrine, con dischetti di metallo in un bossolo proibito, e debolmente rimediavano al divino disordine.

   Altri, per contro, credettero che l’importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili. Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavane stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico, ascetico, si deve l’insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma chi si dispera per i “tesori” che la frenenesia di coloro distrusse, trascura due fatti evidenti. Primo: la Biblioteca è cosi enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché Ia Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti, cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola. Contrariamente all’opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell’orrore che quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l’idea delirante di conquistare i libri dell’Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali; onnipotenti, illustrati e magici.

   Sappiamo anche d’un’altra superstizione di quel tempo: quella dell’Uomo del Libro. In un certo scaffale d’un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l’ha letto, ed è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano alcune tracce del culto di quel funzionario remoto. Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano nelle più lontane gallerie. Come localizzare il venerando esagono segreto che l’ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il libro C; e cosi all’infinito… In avventure come queste ho prodigato e consumato i miei anni.

   Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell’universo esista un libro totale (***); prego gli del ignoti che un uomo – uno solo, e sia pure da migliaia d’anni! – l’abbia trovato e l’abbia letto. Se l’onore e la sapienza e la felicità non sono per me, che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all’inferno. Ch’io sia oltraggiato e annientato, ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca si giustifichi.

   Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l’umile e semplice coerenza) è una quasi una miracolosa eccezione. Parlano (lo so) della “Biblioteca febbrile, i cui casuali volumi corrono il rischio incessante di mutansi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una divinità in delirio”. Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo illustrano, testimoniano gene­ralmente del pessimo gusto e della disperata ignoranza di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro s’intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mlo. Queste proposizioni, a prima vista incoerenti, sono indubbiamente suscettibili d’una giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione e verbale, e però, ex hypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di caratteri

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che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete non racchiuda un terri­bile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in alcuno di quei linguaggi, il nome poderoso di un dio. Parlare è incorrere in tautologie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste in uno del trenta volumi del cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni e cosi pure la sua confutazione. (Un numero n di lingue possibili usa lo stesso vocabolario; in alcune, il simbolo biblioteca ammette la definizione corretta di sistema duraturo e ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu, che mi leggi, sei sicuro d’intendere la mia lingua?)

   Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare non sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno più frequenti. M’inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, e che ha Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.
Aggiungo: infinita. Non introduco quest’aggettivo per un’abitudine retorica; dico che non è illogico pen­sare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che e limitato il numero possibile dei libri. lo m’arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore Ia traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine
(****).

1941, Mar del Plata

* Il manoscritto originale non contiene cifre né maiuscole. La punteggiatura e limitata alla virgola e al punto. Questi due segni, lo spazio, e le ventidue lettere dell’alfabeto, sono i venticinque simboli sufficienti che enumera lo sconosciuto. [Nota dell’editore.]

** Prima, per ogni tre esagoni c’era un uomo. Il suicidio e le malattie polmonari hanno distrutto questa proporzione. Fatto indicibilmente malinconico: a volte ho viaggiano molte notti per corridoi e scale pulite senza trovare un solo bibliotecario.

*** Ripeto: perché un libro esista, basta che sia, possibile. Solo l’impossibile è escluso. Per esempio: nessun libro è anche una scala, sebbene esistano sicuramente dei libri che discutono, che negano, che dimostrano questa possibilità, e altri la cui struttura corrisponde a quella d’una scala.

**** Letizia Alvarez de Toledo ha osservato the la vasta Biblioteca e inutile; a rigore, basterebbe un solo volume, di formato comu­ne stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d’un numero infinito di fogli infinitamente sottili. (Cavalieri, al principio del secolo xvii, affermò che ogni corpo solido è la sovrapposizione d’un numero infinite di piani.) Il maneggio di questo serico vademecum non sarebbe comodo: ogni foglio apparente si sdoppierebbe in altri simili; L’inconcepibile foglio centrale non avrebbe rovescio.

*****

La “Biblioteca di Babele” va semplicemente letto.
La visione di Borges è potente, abissale, vertiginosa, avvolgente. Di essa mi piace però delineare i contorni, ritessendo, un poco, la trama e l’ordito. Parafrasando. Evidenziando, giocando, tra figura, punti di fuoco e sfondo.

La Biblioteca è ovviamente il Mondo. O il Linguaggio. O la Mente. O la Matematica. O la Mappa. L’insieme di tutti i territori e le mappe…..

*****

Questo  Borges ci invita a pensare:

La Biblioteca è una.

Una sola.

Una sola, tra le indefinite, e forse infinite, altre Biblioteche possibili.

Essa è eterna. Siccome opera di un dio (con la minuscola: dio) è eterna. E siccome il dio è appunto un dio con la minuscola, il dio può essere inteso come proiezione della mente dell’uomo (o di un uomo).

L’alfabeto con cui sono composti i testi dei libri in essa contenuti è costituito da un numero limitato di segni (un preciso numero di segni: 25). Essi combinati e ripetuti, seppure siano combinati e ripetuti all’infinito, le danno comunque una forma, e una soltanto. E oltre alle 22 lettere, gli altri elementi che compongono i testi sono lo spazio, il punto e la virgola. Ma se lo spazio è spazio e, nel tempo, intervallo; che sono nel tempo il punto e la virgola? Oppure indicano magari modo di interporre diverso o alternativo all’intervallare del tempo?

Non vi sono in essa due libri identici, ma solo libri ognuno diverso dagli altri. E perciò la Biblioteca è totale.

Se due libri fossero identici altri, infiniti altri, potrebbero essere concepiti a loro volta identici, all’infinito, senza possibilità di chiusura. Ma l’insieme trova invece così compimento e chiusura.

Perchè un libro poi esista basta che sia possibile. E solo l’impossibile è escluso.

All’interno passa la scala spirale, che s’inabissa e s’innalza nel remoto. Essa è nel vuoto, verticale: è il vuoto.

Esso (il vuoto in cui s’inabissa la scala) – su ciò non v’è dubbio, diversamente che per la Biblioteca della cui infinità si è discusso – è luogo infinito. In esso è certamente infinito. In esso infatti la caduta è infinita (quando vi si sarà gettati, morti, l’aria insondabile accoglierà una caduta infinita). Essa (la caduta nel vuoto) è un abisso, senza fondo.

L’infinito c’è. Certo: esso è perlomeno questo infinito cadere nel fondo.

Per cui già subito in prima battuta è posto quindi che nella Biblioteca l’infinito – almeno come questa verticalità infinita – esiste per certo.

Ma esso forse è anche nell’infinita combinatoria dei segni nella Biblioteca racchiusi. Anzi, subito – in seconda battuta – anche tale combinatoria è detta da Borges essere sicuramente infinita. I singoli elementi di base sono infatti sì di numero finito, per cui le combinazioni di essi sono forse perciò di numero chiuso (posta la non ripetizione dei testi) e quindi finito. Ma ad un secondo e più profondo livello del discorso si deve notare che i segni, tutti i segni, sono raggruppabili, e a maggior ragione, interpretabili in modi infiniti. Qui la combinatoria dei segni diventa appunto sicuramente infinita.

Vi sono poi specchi, che duplicano in immagine i testi e l’ordine degli scaffali e la struttura del tutto: essi alludono a infinità di infiniti, infiniti più grandi e/o meno grandi.

E se anche distruggessimo milioni di libri, come alcuni di una setta blasfema fecero (o tentarono fare?), ogni riduzione sarà comunque infinitesima (tendenzialmente nulla quindi). Essendo infinitesima (tendenzialmente nulla) la riduzione (ed essendovi infiniti infiniti, maggiori e minori, e transfiniti) l’infinito resterà perciò sempre comunque tale.

D’altronde nulla mai sostanzialmente si perderebbe del senso contenuto nei testi distrutti: infiniti fac-simili più o meno solo leggermente (infinitesimamente) diversi devono esistere, per cui nessun senso sostanziale racchiuso nell’insieme infinito dei libri si perde (e se il ciò cui somigliano è peraltro davvero distrutto, non sono, inoltre, più nemmeno copie, più nemmeno fac-simili).

La Biblioteca infinita è inoltre tutt’altro che priva di ordine.

È un ordine. Quel certo specifico ordine che la struttura; ordine che si ripete, inoltre, infinitamente (o indefinitamente) secondo un ben preciso algoritmo (per cui anche secondo questo ulteriore lato, essa va pensata infinita. Per la presenza dell’algoritmo che consente, come accade in relazione ad ogni concepibilità matematica dell’infinito, di pensarla infinita).

La Biblioteca è dunque illimitata e periodica.

Perciò anche qualora in essa fosse disordine, esso – poiché ripetuto – altro non sarebbe che l’Ordine.

Non è un caso quindi se le uniche pagine decifrate, tra quelle dei libri che essa contiene, sono relative a nozioni di analisi combinatoria con permutazione e ripetizione illimitata; poche parole peraltro, sull’analisi combinatoria, che sono tuttavia micro-cosmo, specchio, aleph del mondo.

E se peraltro “secondo l’ipotesi di Letizia Alvarez de Toledo” a rigore basterebbe, perchè si dia Biblioteca, un solo volume composto – secondo struttura del tutto analoga a quella a quella per cui ogni corpo solido, secondo Cavalieri, è la sovrapposizione di un numero infinito di piani – di un numero infinito di fogli infinitamente sottili; tuttavia il maneggio di tale volume non sarebbe comodo.

E perciò è e resta la Biblioteca stessa, tra tutti i possibili simboli adatti ad esprimere una struttura ovunque diffusa, il più concepibile.

In essa la luce è incessante.

Ma insufficiente.

Per cui nel mondo dunque (nella Biblioteca) luce c’è sempre; ma tuttavia troppo poca, sempre incapace di dare adeguata visione chiara e completa (chiara e distinta).

In ogni libro le lettere sul dorso inoltre non prefigurano mai il contenuto del testo. L’esterno non allude al contenuto al testo, non mostra l’interno.

Di più: i libri di per sé non significano nulla.

Per un catalogo veridico di tutti i libri che la Biblioteca contiene – catalogo che peraltro deve necessariamente esserci, posto che la Biblioteca contiene tutti i libri possibili -vi sono infatti infiniti cataloghi falsi. E inoltre infinite confutazioni della verità e della falsità dei cataloghi tutti.

Ma purtuttavia se la Biblioteca contiene tutti i libri; allora tutto, da qualche parte, in qualche libro, è spiegato e narrato.

Certa è dunque la possibilità di trovare la propria Vendicazione.

Ma una possibilità quasi nulla.

E tuttavia se sapere che tutto è spiegato accende speranza smodata, la depressione che segue all’esser quasi certi di non incontrare quanto si cerca è eccessiva. Perché il Libro c’è. E ad esso si può dunque arrivare; sia pure magari attraverso rimandi, da un testo a un altro a un altro e a un altro… (attraverso infiniti rimandi?).

Ma che il Libro ci sia non è inverosimile. Esso giustifica la Biblioteca, e quindi il tutto; fosse pure che il non senso fosse normale, ed eccezione anche solo la povera e semplice coerenza.

Vi sono tuttavia empi che parlano della Biblioteca febbrile. In cui tutto si muta e converte nel contrario di tutto.

Ciò illustra il nonsenso, ma non è sostenibile perché non vi è invece un non senso assoluto. Tutto, in qualche modo (in una qualche lingua), è infatti invece interpretabile e anche solo in ogni semplice sillaba il senso (almeno un senso nascosto) di una possibilità ermeneutica pulsa.

Purtuttavia ogni libro è quel che è e non altro. Nessun libro è quindi una scala, anche se vi sono libri che parlano di scale e altri la cui struttura è magari a scala.

Parlare perciò è tautologico, così come tautologica è la confutazione di ogni specifico dire. E tautologico è il significare di ogni segno, in altra lingua, altro. Ma, come insegna Wittgenstein, la tautologia nel “dire di una cosa che sia identica a sé stessa non dice nulla”.

Della silenziosa Biblioteca si deve dunque tacere? O la Biblioteca dice essa forse esattamente nient’altro che il nulla (un complicatissimo, ordinatissimo, silenziosissimo, tautologico indicare che consiste nel puro indicare, e indicare l’indicibile Tutto?) O è essa il senza-senso?

In ogni caso “una elegante speranza rallegra la mia solitudine”.

La solitudine dell’interprete. Di fronte alla solitaria Biblioteca la speranza che essa non resti soltanto chiusa nel suo silenzioso custodire il segreto.

L’elegante speranza dunque di un Ordine, cioè di una struttura che connetta anche interprete e testo.  L’elegante speranza perciò che vi sia relazione tra termini, ovvero tra alterità, incontro con altri. Che vi sia relazione all’interno delle parti dei testi, relazione dei testi tra loro, relazione tra l’interprete e i testi….

E non vi sia l’unico solo sole. Che vi sia costellazione possibile ove soli corrano insieme.

Ad ogni modo la Biblioteca, per Borges, perdurerà (ai suoi lettori, ai suoi interpreti, a tutto):

– illuminata

– solitaria (unico sole)

– infinita

– perfettamente immobile

– armata (capace di far fronte a tutte le confutazioni, contenendo tutte le confutazioni e le confutazioni delle confutazioni) di volumi preziosi

– inutile

– incorruttibile

– segreta

Questa è la visione di Borges: la Biblioteca

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“Ma tu che mi leggi sei sicuro di intendere la mia lingua?”

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