Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Solipsistica-Mente’ Category

images (13)


(…continua…)

Tra me e te permangono infatti, inoltrepassabili, distanza e assenza

La distanza

Perché sempre, se lì c’è un’altra coscienza, se lì c’è lui (o ci sei tu), allora ineluttabilmente “la distanza si stende a partire dall’uomo che io vedo(ivi, p.300). Là, cioè, ci dice Sartre, si apre e dispone verso il mondo unarelazione senza distanza e senza parti, all’interno della quale si estende una spazialità che non è la mia spazialità(ibid.).

La relazione senza distanza, non avendo – nel distendersi dall’altro – una distanza, non può essere infatti in alcun modo presa nella mia distanza, cioè dalla relazione senza distanza da cui si estende la mia di spazialità. Le distanze che i molteplici differenti sguardi senza distanza aprono si incrociano cioè sì, ma senza mai inglobarsi nè confondersi. Le distanze si distendono, in parallelo. Come tra me e il mondo non c’è distanza e da questa prossimità si dispiegano tutte le distanze tra me e le cose del mondo, così è – allo stesso modo, ma sempre e solo nel suo spazio – per l’altra coscienza che non è me. Inaccessibili le une alle altre le differenti spazializzazioni ribadiscono invalicabili distanze. Gli spazi non si intersecano: non si compenetrano.

Non si tratta dunque solo del fatto, di per sè banale, dell’esistenza indifferente di un, altro dal mio, punto di vista sul mondo che si sovrappone al mio. Il fatto è che le due spazializzazioni – la mia e la tua – restano inaccessibili l’una all’altra. Aprono distanze ognuna dell quali pone l’altro sì in relazione, là in fondo, a una certa distanza. Ma questa distanza è invalicabile perchè lo sguardo altrui apre distanze, ma è senza distanza. Disponendo il suo spazio, ciascuno inoltre attrae così verso di sé tutto il mondo – il suo e quello altrui, perchè purtuttavia il mondo di entrambi è lo stesso mondo – e per ciò stesso nega le relazioni (innanzitutto le relazioni spaziali) che ognuno, nel medesimo tempo, intorno allo stesso dispone.

(altro…)

Read Full Post »

downloadNel mio sguardo aperto, le cose si dischiudono.

Lo sguardo le accoglie e raccoglie, attestando e disponendo distanze, relazioni, vicinanze, lontananze, profondità. E variazioni.

Ma non solo: lo sguardo incrocia anche altri sguardi. Alcune cose, infatti, mi guardano. Per lo meno possono farlo. Così che tali cose sono sì oggetti, ma siffatti che mi costringono – dato lo sguardo che anche in essi si apre e si volge – tuttavia a pensarli anche quali altre ulteriori coscienze: altri essere umani (o comunque altri esseri in cui dimora il pensiero). Oppure a pensarli per lo meno magari quali animali, chè anche gli animali mi guardano, seppure in quel modo strano in cui gli animali ci osservano.

Questi – che mi guardano – sono gli altri.

Questo sei tu. 

Non semplice oggetto inerte, ma cosa quali quelle che peraltro Cartesio, nella sua seconda delle Meditazioni Metafisiche, descrive come quegli “uomini che passano per la piazza” (Meditazioni II, 13) scorti là fuori, da una finestra. Uomini che –dice Cartesio – certo, in prima istanza, “affermo di vedere proprio [quali] degli uomini [solo] in base alla consuetudine” (ibid.); laddove in realtà “che cos’altro vedo se non berretti e vesti, sotto i quali potrebbero nascondersi degli automi?” (ibid.). Eppure – come faccio io con te appunto, e come si fa continuamente tra noi senzienti-pensanti – indubbiamente immediatamente giudicati peraltro uomini, seppure fosse che ciò sia un giudizio e non un’evidenza (“quello che pensavo di vedere con gli occhi in realtà lo comprendo con la sola facoltà di giudizio, che è nella mente” ci dice Cartesio (ibid.)).

Se la loro pura e semplice oggettività, che è quanto la pura esperienza attesta, non può infatti di per sè in alcun modo garantirmi che essi non siano magari, appunto, automi; solo di essi (solo di te) – e di essi solo – posso sempre incrociare lo sguardo. E giudicare perciò di conseguenza.

Questo mi appare (e questo mi pare): nel mio sguardo aperto il mio giudizio si avvede che altri sguardi incrociano il mio stesso mondo. Tra loro, tali sguardi si incrociano. Alcuni incrociano me. A volte incrociano il mio sguardo. Ed il mio perciò, a sua volta, si incrocia, in modi vari, con il tuo, con i loro

Uni accanto agli altri.

imagesAnche per Jean Paul Sartre – le cui celebri analisi sul tema dello sguardo, esposte in “L’essere e il Nulla” ci possono fare, e ci faranno qui, da preziosa guida – come per Cartesio, che altri vi sia non dipende semplicemente dal mio “vedere con gli occhi”. Ma è verità che – come Cartesio dice – sta “nel mio giudizio”. Giudizio che per Sartre, però, non si radica – come per Cartesio invece – sulla dimostrazione, argomentata razionalmente, dell’esistenza di un oltre (in primo luogo Dio) l’io-cogito. Per Sartre tale giudizio esplicita piuttosto una pura  fenomenologia del dato.

Che altri vi sia – per Sartre – va cioè, come dire, semplicemente evidenziato.

(altro…)

Read Full Post »

La critica dell’ideologia dell’emissione di sé pone alcuni interrogativi cruciali. Ad essi sono sollecitato a dare una precisa risposta ai lettori di Prismi. Ringrazio perciò Paolo che me li ha posti in modo chiaro e diretto, come sempre, nel suo commento al mio precedente post. Riformulo le sue considerazioni critiche, per maggiore chiarezza di chi legge Prismi, nella speranza di riuscire a dare una risposta altrettanto chiara e diretta:

  • la prima e fondamentale questione è quella del punto di vista normativo a partire dal quale viene avanzata la critica. Esso si può sintetizzare semplicemente così: quale giustificazione ha la critica dell’ideologia dell’emissione di sé? o, se vogliamo metterla in modo più polemico-soggettivo: chi autorizza il critico a criticare? Per dire che c’è brutto tempo o c’è una brutta aria bisogna infatti avere un’idea di quello buono (Platone docet) e questo ci riporta alla questione della legittimità o normatività del punto di vista critico;
  • la seconda pone la questione stessa di cui tratta il post: l’emissione di sé. Perché l’“emettere sé” sarebbe un male? Perché no, dato che tutti – compresi quelli che scrivono in questo blog – lasciamo tracce, emettendo segni, verbali e non? L’emissione di sé non potrebbe essere vista più progressivamente come una trasformazione/evoluzione dell’umano anziché come una sua potenziale regressione?
  • la terza questione: è possibile comunicazione ipermediale senza emissione di sé? in qualche modo, infatti, è la stessa struttura della Rete a imporre l’emittenza come nuova pratica antropopoietica di formazione e attualizzazione dell’umano e a considerare residuali, obsolete o non immediatamente praticabili altre modalità di costituzione.

(altro…)

Read Full Post »

Mi è stato chiesto spesso se avevo un account su Facebook. Ho deluso molti che vorrebbero stare in contatto permanente (?) con me dicendo che non lo possiedo e che non ho alcuna intenzione di aprirne (?) uno. Molti attivano questi account per la solita paura: restare isolati, marginali, privi di contatti e di amicizie, essere tagliati fuori dal “giro” o dai “giri”: quale giro dipende ovviamente dai gusti e dagli interessi. Non conosco un solo studente su varie centinaia che non abbia un proprio profilo su Facebook. Naturalmente questa dipendenza ha radici psicologiche, anche se talvolta si sfiorano le turbe del comportamento: dai genitori che creano account FB per tenimageser meglio sotto controllo i propri figli (che a loro volta lo sanno e fanno abboccare i genitori, innescando spirali lainghiane io-so-che-tu-sai-che-io-so), ai fidanzati che chattano sotto falso nome con le proprie fidanzate (e viceversa), fino ai politici che utilizzano quelle pagine come un sondaggio in tempo reale, insieme ad altri social network con cui qualcuno vuole inserire qualcun altro nella sua rete professionale (ad es. LinkedIn). Benché permangano vastissime sacche di esclusione tecnoinformatica, lo spirito dei tempi si esprime nella connessione in tempo reale di tutto e tutti con tutto e tutti. In realtà quello che si dovrebbe temere è non già la solitudine o l’isolamento del disconnesso, ma proprio la trasformazione di ogni istituzione e di ogni individuo nell’emissione del proprio sé veicolata da un irradiamento mediatico-informatico perennemente attivo.­

(altro…)

Read Full Post »

È ancora possibile, oggi, un Bildungsroman? Che cosa accadrebbe se qualcuno si cimentasse con il racconto della propria formazione e finisse per raccontare, invece, un percorso di deformazione, narrando – con una prosa sorvegliata filosoficamente – che cosa il mondo sta facendo di noi? Il primo romanzo di Andrea Sartori, intitolato programmaticamente Scompenso (Exorma Edizioni), si colloca proprio nel quadro di quell’approssimazione asintotica di cui parlava Carlo Michelstaedter nella Persuasione e la rettorica, dove l’individualità diventava il tendere all’infinito dell’iperbole, in cui la persuasione ultima brucia chiunque vi si avvicini per troppo amore di vivere, per troppa philopsychìa. Eppure, nonostante ogni sentiero della persuasione sia inevitabilmente un percorso di follia (più o meno divina) che divora l’individualità che si arrischia a percorrerlo (e già Aristotele accusava di follia il sentiero del giorno di Parmenide), non possiamo disertarlo, non possiamo non consumarlo fino in fondo. Questo è il senso della peripeteia esistenziale di Alberto, protagonista-alter ego di Scompenso. Memore della lezione di Fritz Zorn, Alberto è una scoria del mondo fenomenico che nel suo percorso di formazione giunge, attraverso il dissesto psichico e sempre più precari assestamenti-adattamenti a una società malata della propria salute, alla consapevolezza della sua nullità. In questo “scompenso”, in questa aritmia e disarticolazione psichica, tuttavia, giunge a scoprire il suo vero sé:, tanto che per lui valgono le parole di un’altra grande figura della coscienza della crisi, quella appunto di Fritz Zorn: «Quando mi vedo costretto a considerarmi un prodotto di scarto, una scoria della società borghese, vorrei da questa scoria estrarre la parte di me che ora così la giudica, perché questa parte sono veramente io. Ed è questa in effetti che costituisce l’interesse della mia storia. La mia infelicità è soltanto una parte presa a caso nell’infelicità generale e rappresenta solo l’elemento generico, quindi non interessante. Ciò che interessa è soltanto la mia individuale ribellione contro questa infelicità. Solo l’elemento individuale è la mia storia, o meglio: solo l’elemento individuale è la mia storia». La philopsychìa di Alberto, il suo venire a patti con il mondo, il suo tentativo di incanalare il disagio e lo scompenso esistenziale nella creatività, è un altro di quei kallopismata orphnes, un altro “empiastro” (direbbe ancora Michelstaedter) con cui l’individuo cerca di approdare – mancandolo sempre – al suo inarrivabile sé.

“Forse sto costeggiando la follia, pensa Alberto quasi ogni giorno […]” e la follia la scorge davvero.
Le cose accadono nella realtà o solo nella sua mente? Venezia, deformata dal disordine mentale, è un paesaggio sinistro e irreale.
Studente di filosofia e obiettore di coscienza tra i marginali della Giudecca, Alberto tracolla e affonda nel dissesto psichico, per riaffiorare con fatica dalla dissoluzione del reale, dalla allucinata follia di improbabili eventi. Si laurea, si specializza, trova lavoro. Grazie a Gioia, al lavoro e alla chimica, torna a patti con il mondo.
Dalle vicende al Centro di Salute Mentale fino alla divisione creativa di una Real Estate Company, il pensiero di Alberto, prima ripiegato ossessivamente su di sé, si distende e si rivolge alla realtà esterna: il mondo del marketing strategico, lo sfruttamento economico e ambientale, l’11 settembre.
È la scrittura ad accompagnare le giornate di Alberto, gli spericolati e iperbolici appunti filosofici che annota sul retro di fogli riciclati… mettendo la follia al servizio della creatività. Ma… attenzione alle illusioni della coscienza.
Andrea Sartori descrive e racconta con implacabile lucidità la lunghissima apnea emotiva e cognitiva di uno scompenso esistenziale che lotta per trovare respiro.

Andrea Sartori, Scompenso, Edizioni Exorma, 2011, pp. 408, ISBN: 978-88-95688-46-6

Intervista di Loredana Lipperini ad Andrea Sartori su Fahrenheit

Read Full Post »

 “Nessun uomo può rivelarvi nulla, se non quello che già sonnecchia nell’alba della vostra conoscenza”  (Gibran)

*****

Anche se usare, nel linguaggio quotidiano, il termine “maestro” attribuendolo a qualcuno che abbiamo conosciuto e che ha contribuito in modo decisivo (e positivo) alla nostra formazione è certamente assai poco in uso – tanto da poter suonare, nei rapporti tra le persone, quasi un po’ ridicolo – tuttavia tutti abbiamo avuto dei maestri.

Io, per lo meno, ho avuto maestri: persone che mi hanno insegnato cose per me importanti e decisive. Maestri che sono stati tali in molti diversi modi. Alcuni conosciuti personalmente, e magari intensamente, in un dialogo condiviso; altri soltanto ascoltati parlare, o letti, o intravisti da lontano. Tra questi annovero senz’altro quelli che mi hanno avvicinato e introdotto nella filosofia che mi ha sedotto. Ma anche altre persone mi hanno ammaestrato, più genericamente, semplicemente alla vita. Persone che magari sono state anche soltanto degli esempi, dei modelli. Spesso persone vicine nella vita di ogni giorno che mi hanno insegnato ad affrontare situazioni problemi difficoltà gioie e dolori, dandomi orientamento e radicamento nella terra.

(altro…)

Read Full Post »

Narra Platone, nel “Teeteto”, che un giorno Talete mentre passeggiava, intento a scrutare le stelle e tutto preso nei suoi pensieri, cadde in un pozzo. Una servetta tracia, di certo spiritosa (ma anche senz’altro maliziosa), lo prese in giro dicendogli che egli si preoccupava di conoscere le cose del cielo e non si accorgeva di ciò che gli stava davanti ai piedi.

L’episodio esposto in questo aneddoto è molto famoso e si presta a svariate considerazioni, tanto che infatti è stato ampiamente interpretato sotto molti interessanti profili. Di solito disquisendo sul significato del riso della servetta tracia, oppure della caduta del sapiente o del suo guardare al cielo. Ma c’è anche un altro elemento che non sempre è evidenziato a sufficienza, e che invece contribuisce molto, seppure forse in modo in parte inavvertito, al senso del racconto. Mi riferisco all’essere Talete del tutto preso, prima di cadere nel pozzo, in una situazione di totale isolamento. Al fatto che Talete è, preso nei suoi pensieri, del tutto solo. Ed è questo essere immerso, solo, nei suoi pensieri che lo distrae dal mondo esterno in cui sta il pozzo che non vede.

Talete dunque, colui che per consolidata tradizione è considerato il primo filosofo e che dunque è anche la prima rappresentazione di quel particolare “tipo antropologico” che il filosofo anche è, è tratteggiato anche come assorto, e chiuso in una sua solitudine. Concentrato solo verso lo spazio siderale cui volge pensiero e sguardo, si trova poi a sprofondare all’improvviso nel pozzo di cui non si avvede, in modo ridicolo certo, ma anche in modo traumatico e pericoloso. La stella di Talete che egli, immerso nella sua solitudine, guarda (nel mentre altri guardano la strada e non cadono dentro pozzi o fossi) lo fa precipitare in un buco, dentro la terra, chiudendolo in uno spazio dove – seppure nel contesto narrativo la caduta duri il poco tempo che dura – Talete se ne sta davvero fisicamente isolato e solo, inghiottito nell’abisso che segue in nesso logico-narrativo al contemplare la stella. Quasi che dal solitario a tu per tu con la stella segua il precipitare in un in sè di solitudine ancora più profonda, e più pericolosa.

***** (altro…)

Read Full Post »

Older Posts »