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Posts Tagged ‘riconoscimento’

(…continua…)

images (5)Esposti, indifesi: guardati

Lo sguardo altrui dunque ci può seguire sempre, ovunque. Il punto non è infatti se uno sguardo davvero ci sia o meno. Il fatto è che sempre comunque ci percepiamo esposti, e uno sguardo (magari di un dio o che altro) può essere perciò ovunque ascoso.

Questa esperienza ci costituisce a fondo. Talmente a fondo che è in questo mio essere esposto ad uno sguardo di un altrui soggetto che, letteralmente, prendo corpo. Come ci dice Sartre, è così che per davvero sento “che occupo uno spazio e che non posso…evadere dallo spazio in cui sono senza difesa”(p.305). Per il mio sentirmi visto, percepisco cioè che ho spazialità, spessore, e che perciò quindi sono esposto. Quindi “sono vulnerabile” (ibid.). E perciò indifeso.

Ed è quindi profondamente, cioè nella mia “struttura permanente del mio essere-per-altri” (ivi, p.314), che ineluttabilmente, costantemente “io sono in pericolo” (ibid.).

Nello sguardo altrui infatti la mia trascendenza, che è il mio riparo da cui dispongo il mondo, viene trascesa. “L’altro come sguardo… è… [infatti] la mia trascendenza trascesa” (ivi, p.309) – ci ricorda Sartre – e il “mio sguardo è spogliato della sua trascendenza, per il fatto che è sguardo-guardato” (ivi, p.313). L’apparizione dell’altro cosi “fa apparire nella situazione un aspetto… che mi sfugge per principio” (ivi, p.312) perché è “per altro” (ibidem). Questo aspetto che perciò non controllo è me. E questo me è perciò, costantemente, a rischio.

Così il mio me-oggetto, “limite che non posso raggiungere e che tuttavia sono “(ivi, p. 322) (e che perciò sempre mi sfugge) è il mio venire esposto all’altro. Ed è l’altro che di me così perciò dispone nel suo giudizio e a suo giudizio. Perciò “essere guardato significa sentirsi oggetto sconosciuto di apprezzamenti inconoscibili” (ivi, p.314).  

La vergogna

1In prima istanza, quindi – ci dice Sartre – perciò “il mio me-oggetto è disagio, sdoppiamento(ivi, p.322).

Doppio – il me-oggetto che io, soggetto, sono – nel mio essere o soggetto o oggetto (chè se sono l’uno non sono, sotto lo stesso rispetto, l’altro), ma insieme anche e l’uno e l’altro; doppio inoltre (e doppiamente doppio quindi) nell’essere insieme il me che sono e il me da altrui guardato. E in questo doppio sdoppiamento mai a mio agio, come attesta l’esperienza originaria della vergogna, che chiunque ha provato e prova – facendovi magari fronte – davanti allo sguardo altrui e che Sartre, ponendola tra le emozioni fondamentali che ci costituiscono, così a fondo sviscera e descrive.

E’ la vergogna infatti che, in modo eminente e innanzitutto, per Sartre “rivela lo sguardo altrui e me stesso al limite di tale sguardo” (ivi, p.307), imponendo irrimediabilmente e la sfrontatezza dello sguardo onnivoro e, nella mia carne, la condizione di guardato.

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La critica dell’ideologia dell’emissione di sé pone alcuni interrogativi cruciali. Ad essi sono sollecitato a dare una precisa risposta ai lettori di Prismi. Ringrazio perciò Paolo che me li ha posti in modo chiaro e diretto, come sempre, nel suo commento al mio precedente post. Riformulo le sue considerazioni critiche, per maggiore chiarezza di chi legge Prismi, nella speranza di riuscire a dare una risposta altrettanto chiara e diretta:

  • la prima e fondamentale questione è quella del punto di vista normativo a partire dal quale viene avanzata la critica. Esso si può sintetizzare semplicemente così: quale giustificazione ha la critica dell’ideologia dell’emissione di sé? o, se vogliamo metterla in modo più polemico-soggettivo: chi autorizza il critico a criticare? Per dire che c’è brutto tempo o c’è una brutta aria bisogna infatti avere un’idea di quello buono (Platone docet) e questo ci riporta alla questione della legittimità o normatività del punto di vista critico;
  • la seconda pone la questione stessa di cui tratta il post: l’emissione di sé. Perché l’“emettere sé” sarebbe un male? Perché no, dato che tutti – compresi quelli che scrivono in questo blog – lasciamo tracce, emettendo segni, verbali e non? L’emissione di sé non potrebbe essere vista più progressivamente come una trasformazione/evoluzione dell’umano anziché come una sua potenziale regressione?
  • la terza questione: è possibile comunicazione ipermediale senza emissione di sé? in qualche modo, infatti, è la stessa struttura della Rete a imporre l’emittenza come nuova pratica antropopoietica di formazione e attualizzazione dell’umano e a considerare residuali, obsolete o non immediatamente praticabili altre modalità di costituzione.

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­Karl Marx – Il carattere di feticcio della merce e il suo segreto

Brani tratti da Il Capitale. Critica dell’economia politica. libro I, capitolo I, IV (1867)

Propongo qui di seguito alcuni brani (famosi, credo, ma neanche tanto, di questi tempi) che trattano del feticismo delle merci. Nessuno può dubitare della pazzesca attualità della questione ’capitalismo’, con la fantasmagoria delle sue merci da cui siamo imboniti. Se di Marx alcuni aspetti risultano oggi inaccettabili (anzitutto la teoria del valore-lavoro), l’analisi del feticismo risulta ancora straordinariamente attuale.

I brani che seguono sono intervallati da alcuni commenti. Alla fine mi sono lasciato andare a considerazioni più complessive che riflettono la mia personale sensibilità, come fanno del resto anche i commenti precedenti. Il tutto mostra sicuramente la mia ignoranza dell’opera complessiva di Marx e della sterminata letteratura critica sull’argomento. Dixi et salvavi animam meam.

Giuseppe Manildo

MarxCapitalA prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano. È chiaro come la luce del sole che l’uomo con la sua attività cambia in maniera utile a se stesso le forme dei materiali naturali. Per esempio, quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare.

 A Marx non pare che il valore d’uso delle cose possa risultare altrettanto misterioso quanto il valore di scambio. Eppure Hegel aveva sottolineato che l’utilità di una cosa, ossia la sua capacità di soddisfare dei bisogni, è relativa ai bisogni stessi e che questi si sviluppano del tutto imprevedibilmente dalle interazioni di imitazione reciproca di individui liberi dagli schemi predeterminati della famiglia o di qualsiasi altra comunità naturale. Quanto una cosa possa essere desiderabile e quindi utile, è dunque del tutto impossibile da prevedere, quasi dipendesse – questa sì – dal capriccio di un dio.

 […]

Di dove sorge dunque il carattere enigmatico del prodotto di lavoro appena assume forma di merce? Evidentemente, proprio da tale forma. L’eguaglianza dei lavori umani riceve la forma reale di eguale oggettività di valore dei prodotti del lavoro, la misura del dispendio di forza-lavoro umana mediante la sua durata temporale riceve la forma di grandezza di valore dei prodotti del lavoro, ed infine i rapporti fra i produttori, nei quali si attuano quelle determinazioni sociali dei loro lavori, ricevono la forma d’un rapporto sociale dei prodotti del lavoro. L’arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti, avente esistenza al di fuori dei prodotti stessi.

 Se 1. il valore di scambio di una cosa (ossia la forma che rende merce un qualsiasi prodotto del lavoro umano) consiste nella quantità di lavoro socialmente necessario a produrla, e se 2. la quantità di lavoro indica quanto di un uomo (operaio) è stato alienato, asservito a quella cosa e a quell’altro uomo che ne è il proprietario (capitalista), allora nel valore di mercato di una merce – ossia nella venerazione che gli acquirenti sentono per essa e in base alla quale, come fossero al cospetto di una piccola o grande divinità, sono disposti a sacrificare (spendere) poco o tanto di sé – gli uomini misurano il rispetto per quel dio cui devono la vita: la struttura sociale stessa, con i suoi rapporti di subordinazione, di oppressione ma anche di tutela.

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untitledIl conformismo1 quale lo abbiamo finora inteso, è da considerarsi una categoria approssimativa, e, secondo Anders, in fase di transizione verso uno stadio ulteriore, che egli definisce di illibertà.  Si tratta di una condizione di privazione della libertà che  segue a quella violenta e dittatoriale di cui si è fatto esperienza fino alla prima metà del ‘900. Il conformismo infatti presuppone ancora una capacità di scelta da parte di chi, per ragioni di comodo, decide di omologar-si agli imperativi morali e comportamentali dominanti; ma questo uso riflessivo del verbo perde la sua ragione di esistere, laddove più efficacemente sostituito dalla forma passiva del venire omologati, che non richiede l’intervento di alcuna decisionalità individuale.

In questo più perfetto stadio della passività, l’obbedienza come atto cosciente diviene irrilevante: di conseguenza anche le forme più esplicite di ordini e di divieti divengono superflue.2

Questo ordine della passività, che non necessita di forme esplicitamente coercitive, può facilmente assumere l’apparenza di libertà, in un perverso fenomeno per cui il costituirsi di una condizione di illibertà perfetta procede parallelo all’affermarsi dell’ideologia della libertà.   Fare luce su questa dinamica non è facile, qualcosa continua a sottrarsi ad una trasparenza del giudizio rispetto agli antagonismi in gioco: le figure del dominatore e del dominato non si delineano più con la stessa chiarezza cui eravamo abituati dalla consuetudine con la figura classica della relazione servo-signore di hegeliana formulazione.

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Teorie_della_rei_5149c02278798La reificazione – spesso confusa con oggettivazione, alienazione, feticismo e in generale con un processo onniestensivo di estraniazione dei rapporti umani – è un processo (storico, sociale, culturale) che modifica radicalmente il modo in cui pensiamo e ci rappresentiamo la razionalità, la vita, tanto nella sua dimensione soggettiva che in quella intersoggettiva, ed è quindi una trasformazione che sommuove, sovverte e finanche perverte il Geist, lo spirito, o quel che resta oggi di esso. A venir distorta e deformata fino all’irriconoscibilità è sempre una forma di vita, che diviene incapace di rappresentarsi come tale e quindi di retroagire su se stessa. Con la reificazione ci troviamo irretiti in un’oggettivazione inertizzante dei nessi vitali e delle possibilità di relazione intersoggettiva che finisce per disgregare l’esperienza di quel “reale” a cui oggi si vorrebbe nuovamente ancorare il discorso filosofico. Proprio quella “realtà” a cui ci si appella diventa sempre più irriconoscibile e impraticabile, frammentata e disarticolata, quanto più crescono le spinte sistemiche a circoscriverne e a decifrarne la complessità.

Certo, oggi non è più così scontato parlare di “reificazione”. Dopo decenni di martellamento neoliberista non solo siamo venuti a patti con il mondo rovesciato delle merci – fatto di corpi mercificati e di merci personificate –, un mondo con cui ormai conviviamo più o meno felicemente. Ad esser divenuto problematico è piuttosto il presupposto di un’essenza umana e razionale integra, sulla quale si eserciterebbe la violenza deformante dei processi di reificazione, una violenza da neutralizzare attraverso la kritische Darstellung, la critica immanente di marxiana (e hegeliana) memoria. Tuttavia, anche ammesso che non sia metafisico in senso deteriore presumere l’esistenza di un’essenza umana unitaria e univoca da preservare, non è forse velleitario o quanto meno troppo esigente pretendere dalla teoria della reificazione un’interpretazione normativa e unitaria di tutta una serie differenziata di processi che si vorrebbero ricondurre alla reificazione in senso classico?

Le relazioni umane assumono, dunque, la parvenza di relazioni fra cose, i soggetti viventi diventano oggetti inanimati, il nostro mondo sociale si manifesta come un ambiente naturale, in cui motivazioni, sentimenti e impegni morali prendono la forma di rapporti meccanici e causali, gli automatismi si sostituiscono alle volontà e alle intenzioni, l’insieme delle qualità viene ridotto a quantità calcolabili e manipolabili. Questa è la forma che ha assunto la società moderna, spinta dall’espansione illimitata dell’universo economico-finanziario e dal crescente processo di tecnicizzazione delle relazioni umane. A questo complesso di fenomeni la filosofia e la teoria sociale contemporanea hanno dato il nome di reificazione. Diventa cosa ciò che non è cosa e non deve diventare cosa, perché è ciò che conferisce senso alle cose, perché la soggettività – comunque la si intenda –, la natura normativa e comunicativa delle relazioni intersoggettive, il carattere qualitativo della nostra esperienza, costituiscono la specifica forma umana di esistenza. La reificazione totale della società significherebbe il tramonto definitivo di quella forma di vita, la trasformazione deformante dell’umano.

L’analisi della reificazione si accompagna perciò al compito filosofico di delineare ciò che ad essa si oppone, ciò che dev’essere salvato, fino all’impegnativa delineazione di quella che potrebbe essere una società finalmente libera dal dominio delle cose sulle relazioni umane. Questo è apparso fin da subito come l’aspetto più problematico e complesso della teoria: che cos’è propriamente l’«umano»? qual è lo specifico delle relazioni intersoggettive? non è forse illusoria un’idea di società in cui i soggetti siano completamente emancipati dalla natura e controllino «con volontà e coscienza» le loro pratiche individuali e sociali?

Teorie della reificazione – abstract

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Dietro ogni filosofo c’è una donna, o nella veste di madre, o di amante, o di moglie o di sorella, o anche di simulacro – si pensi alla Beatrice dantesca – e nel caso dei filosofi, che spesso sono insegnanti, anche di allieva”.

(A.Infranca, “I filosofi e le donne”, Manifestolibri, 2010)

*****

Nei suoi ormai 2500 anni di storia, nonostante tutta la sua ricchezza e complessità, la filosofia non è forse mai stata, almeno fino al secolo scorso, un pensiero davvero capace di declinarsi anche al femminile.

Non a caso i filosofi (intendo: riconosciuti come tali) sono stati, per secoli, sempre dei maschi (tranne qualche rara, emarginata, eccezione, tra le quali la più celebre, per vari motivi, è stata ad esempio la filosofa Ipazia). E certo: poi sono venute personalità teoriche del livello ad esempio di Hannah Arendt, Edith Stein, Maria Zambrano, Simone Weil, Simone de Beavoir, Luce Irigary (e molte altre). Ma ciò di per sè non risolve il problema che questo fatto non può non costituire per la filosofia stessa, agli occhi della filosofia stessa. Ossia: che essa non possa che riconoscersi essenzialmente con uno statuto ambiguo. Da un lato come un sapere che si proclama aperto da uno sguardo universalmente umano (e tale dunque da essere proprio di chiunque sia appartenente all’umano, sia che sia maschio sia che sia femmina), ma dall’altro lato anche, almeno in parte, espressione di un punto di vista maschile.

Che la filosofia sia stata dunque anche un pensiero maschile se non maschilista, anche solo per il semplice fatto della contingenza storica dell’essere stata prodotta da maschi, è cosa su cui è bene pensare ed è evidenza con cui la filosofia stessa deve fare inevitabilmente i conti. Anche qualora, infatti, si ritenesse che le caratteristiche specifiche della filosofia, nonchè il suo valore e la sua importanza, non siano riducibili solo a questo aspetto “maschile” e che dunque la filosofia possa, ciononostante, essere accolta come un punto di vista universale, peraltro la sua declinazione al maschile è e resta un dato di fatto.

Ciò fa sì che anche essa sia stata quindi una delle pratiche attraverso cui si è strutturata e consolidata  la cultura patriarcale e in fondo maschio-centrica che ha prodotto l’Occidente in cui siamo. La filosofia, e ab initio, cioè a partire dai Greci ovviamente, si è da subito forse non a caso presentata come “faccenda da uomini”, nonostante l’intenzione proclamata di valere per tutti.

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