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Archive for the ‘Pop Filosofia’ Category

1: Cultura di massa come nuova levatrice del pensare?

La “pop filosofia” si sta diffondendo come nuova categoria “demitologizzante” e “antiaccademica”, con l’intento dichiarato di far uscire (socraticamente?) la filosofia dalle aule universitarie e di immergerla nell’agorà mediatica della popular culture, quasi costringendola ad un salutare bagno  attraverso il confronto con un universo iper- e multimediale dove tormentoni orecchiabili, serie tv, cartoons, graphic novels, reality show, fiction di largo consumo farebbero da levatrici postmoderne del pensare nell’epoca della “fine delle Grandi Narrazioni” secondo il noto verdetto, apparentemente inappellabile, di Jean-François Lyotard. “Se la filosofia è una forma di gioco o di esercizio estremo, la cultura pop e i suoi media sono, oggi, un campo d’azione imprescindibile per la filosofia… Il mondo della cultura pop è il nostro mondo, cui non sfugge nemmeno la filosofia” (S. Regazzoni, Pop filosofia, pp. 11-12). La definizione di “filosofia” qui proposta (“forma di gioco o di esercizio estremo”) rivela subito la matrice postmoderna e soprattutto poststrutturalista di queste incursioni nell’immaginario collettivo. Ovvio, infatti, che se la filosofia è un gioco, essa deve misurarsi in primo luogo con altri giochi.

Tuttavia, che la nuova levatrice del pensiero sia la cultura di massa non è una novità assoluta: è almeno dai tempi di Walter Benjamin e di Siegfried Kracauer che la critica filosofica cerca di fare i conti con l’immaginario collettivo depositato in film, canzoni, fumetti e personaggi televisivi (dalle Tiller Girls di Kracauer alla fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco). Ed è dagli anni Cinquanta dello scorso secolo che si dibatte su masscult, midcult, cultura amministrata e via dicendo. Gli artigiani del Masscult, diceva Dwight MacDonald (molto vicino alle posizioni di Adorno e Marcuse), sono al lavoro da tempo. Il punto di arrivo, allora, erano prodotti di massa come i romanzetti rosa, il rock’n’roll, le oleografie di Rockwell, la proverbial philosophy di Tupper e i prodotti per la radio, la tv e il cinema. Ma il Masscult è scadente in modo nuovo: non può essere buono nemmeno sul piano teorico. “Il Masscult non offre ai suoi clienti né una catarsi emozionale né un’esperienza estetica, perché queste cose richiedono uno sforzo. La catena di produzione macina un prodotto uniforme il cui umile scopo non è neppure il divertimento, perché anche questo presuppone vita, e quindi sforzo, ma semplicemente la distrazione. Può essere stimolante o narcotico, ma dev’essere di facile assimilazione” (D. MacDonald, Masscult e midcult).

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