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Archive for the ‘Mente Zen’ Category

Bisogna avere un caos dentro di sè

per partorire una stella danzante

(Friedrich Nietzsche)   

                                                                                                                         

Tutto quanto varia e scorre ha quindi ritmo. E’ un ritmo.

Ma non ogni ritmo – pur essendo sempre ritmo dello stesso – è lo stesso ritmo. Quale tempo è battuto non è equivalente. Quale tempo è battuto non è indifferente.

Non ogni ritmo genera infatti – per me, per te, per noi – dall’apertura pulsante del caos, la stella e la danza.

Non ogni ritmo asseconda la stella o è della stella: non ogni ritmo cioè si accorda all’oriente nel panorama squadernato, non ogni ritmo è nella luce che attira, né si intesse della sostanza-materia di cui tutto è modo (tutto è aggregazione o polvere di ciò di cui le stelle sono fatte), non ogni ritmo sente richiamo del de-siderio che rimanda al siderale da cui tutto viene e in cui tutto va.

Non ogni ritmo è danza: disporsi di un movimento in stilema in cui il corpo tutto si esprime, nel gioco di un equilibrio sempre via via riassestato, a tempo col mondo.

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Il ritmo monocorde e ossessivo in cui si intestardisce Narciso non è quindi il ritmo dell’apertura desiderante di Eros.

Il ritmo delle galassie e l’ampio lento respiro del ciclo complessivo della natura non è il ritmo dei tempi sociali artificiali. Il ritmo, disteso o frenetico, del brulichio della natura al suo rinascere primaverile non è il ritmo lento e sospeso dell’attesa invernale o della calura estiva.

Il ritmo del lavoro dell’artigiano o del contadino è altro dal ritmo del lavoro di fabbrica. Il ritmo del tempo dell’educazione e dell’elaborazione culturale non è il ritmo della produttività industriale. Il ritmo della lettura, della riflessione, della scrittura non è il ritmo della chiacchiera. Il ritmo sospeso dell’ascolto non è il ritmo dell’urgenza di riempire col rumore il vuoto.

Il tempo del sogno non è quello della veglia. I ritmi compulsivi a fronteggiare l’angoscia non sono i tempi della serenità, o del dilagare dell’indifferente o dell’indifferenziato.

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“Bisogna avere un caos dentro di sè

per partorire una stella danzante

(Friedrich Nietzsche)

                                                                                                                                                    

Ogni evento è un nodo, entro un contesto fluente. Ogni evento cioè accade in sfondi, in campi di forze, secondo sviluppi sequenze intervalli e cesure. Il fluire del tutto è in tal modo articolato e scandito. Scandito in punti d’avvio e conclusioni, pause, attese e irruzioni, arrivi e partenze: ritmi.

Più o meno lentamente o velocemente, più o meno accelerati o dilatati, sospesi o frenetici, variano quindi gli spettacoli che ci avvincono o tediano. Nel mutare di timbri e atmosfere, tutto in tal modo pulsa. Ritmicamente.

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I cicli celesti e delle stagioni, il ciclo delle età della vita, il ciclo solare nell’arco del giorno, il ciclo lunare (e il ciclo mestruale), il ciclo della fame e la sete, il ciclo del desiderio sono stati ben presto notati e attentamente osservati dagli uomini dei tempi preistorici e prefilosofici. Ma anche le vicende storiche, le società, la politica, l’economia, la stessa storia del pensiero evidenziano ritmi.

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Nell’apertura si dispone perciò lo spettacolo, in cui si dispiegano movenze secondo cui lo spazio danza.

Un ritmo batte il suo tempo e le sue variazioni di tempi. Dispiega in tal modo, e suggella, nelo squadernarsi degli attimi le forme che appaiono e variano. Tra le pieghe delle differenze tra gli ambiti in cui il ritmo scandisce i suoi tempi, si può intravedere una legge, si possono decifrare le logiche

Il consumo

L’esistenza si regge sul dispendio di energie e la loro ricostituzione costante. Cicli biologici inducono perciò a un interagire col mondo volto al consumo, nell’assimilazione di oggetti che – focalizzati, avvicinati, afferrati, trasformati, frantumati, distrutti, negati – infine sono perciò col Sè fusi, in esso inglobati.

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“…Sono l’intervallo tra ciò che sono e ciò che non sono…”

(Fernando Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”)

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Quando uno specchio riflette la mia immagine, quanto vedo nello specchio riflesso – questa è la mia percezione immediata – mi riguarda: quello sono io. Anche se so perfettamente che quanto lo specchio riflette è solo una mia immagine, cui io – che sono anche (ben) altro, e in un certo senso anzi tutt’altro – non sono mai riducibile, tuttavia lì, nell’immagine, riconosco me stesso.

Nello specchiarmi – intenzionalmente cogliendo in tale atto una figura di insieme o un qualche particolare su cui mi soffermo, o di sfuggita sbirciando, magari anche per abitudine senza avvedermene, sulle superfici riflettenti che lo sguardo capita incroci – il mondo si intesse di barbagli e riverberi, ossia di rimandi, imponendo l’enigma in cui lo specchio consiste.

Che sia fascinazione e magnetica attrazione o sia repulsione, negli specchi è custodito un arcano. Gli specchi ci impongono quindi un enigma: l’enigma di chi siamo.

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Nello specchiarci, dunque, nell’orizzonte dispiegato al nostro sguardo, una figura – stagliata su una superficie riflettente emergendo su quanto retrocede quale suo sfondo – prende forma. La forma che interpretiamo poi essere volto, o corpo, immagini riflesse di noi. Quello lì – pensiamo, implicitamente o espressamente – sono io. Là sono io. Riflesso nel pezzo di mondo che è lo specchio (ma che potrebbe essere altrettanto – seppure forse non altrettanto bene – una qualsiasi altra superficie che possa riflettermi: un corso d’acqua… una vetrina …o persino – come fu nei tempi più antichi dell’uomo – una qualche pietra capace di riflettere immagine… Oppure la pupilla di qualcuno di cui incrocio lo sguardo) lì dunque mi vedo.

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L’ Ethica: il libro

L’”Ethica” di Spinoza è – oltre che una struttura concettuale significante – materialmente un libro.

Ciò significa che è un corpo: il corpo del libro in cui una sequenza di proposizioni sono raccolte e esposte in (una certa) forma di linguaggio. Ciò significa che nella materialità del libro, in carta e inchiostro, il significato e la verità dell’Ethica sono deposti inscritti. Ciò significa che anche qualora magari  nulla di quanto nel libro è scritto fosse inteso (per esempio da un lettore distratto od incapace, oppure da chi non intendesse la lingua in cui l’Ethica è esposta) le idee, i significati, e le verità nel testo incarnate sarebbero almeno dunque corpo (carta, inchiostro). E corpo a maggior ragione quando intese dalla mente e quindi inscritte nel cervello di chi l’Ethica guardi o legga o mediti.

Ciò è importante.

Prima di ogni altro significato e senso nel libro di Spinoza esplicitamente espressi, nel corpo stesso del libro infatti (nel suo essere corpo) si incarna – in tal modo – esattamente quanto Spinoza intende dire: la realtà tutta (incluso quel frammento di essa che è il libro l’”Ethica”) è concatenazione di idee riferite a corpi e, parallelamente, concatenazione di corpi di cui vi è idea. Di ogni corpo c’è un’idea, ogni idea ha corpo. Ossia tutta la realtà – e innanzitutto dunque anche il corpo stesso in cui il libro di Spinoza consiste non fa che confermarlo – è idee aventi come oggetti corpi (nei quali le idee sono incarnate), è corpi di cui vi è idea: corpi saputi, sapienze incarnate in corpi sapienti.

Nel corpo del libro dunque, in frammento – già qui – la “cosa” è tutta squadernata. Nel corpo del libro in cui un senso è racchiuso ed espresso, l’intenzione che l’Ethica incarna è già tutta esposta: dire, in un certo discorso, in un luogo, in una parte estesa (un libro) che tutto e dappertutto (innanzitutto qui, nel libro) è Dio: ossia idea ossia corpo.

Raccolto, concentrato, in un libro (un libro dunque “divino”) dispiegato in un luogo in cui si sviluppa un discorso, nel corpo del libro, a colpo d’occhio si mostra quanto Spinoza intende.

Il libro è dunque esso stesso immagine del Vero in esso esposto, modo che mostra, esponendone e incarnandone il dirla, l’infinita sostanza: il modo-libro.

Il libro: ossia… Sive…

Nel corpo di libro in cui l’Ethica consiste, in proposizioni – ossia in corpo di parole (definizioni, assiomi, postulati, lemmi, corollari, dimostrazioni di proposizioni, scolii) – il tessuto di idee e di corpi in cui il mondo consiste è dunque iscritto ed esposto.

In un libro, perciò, una parte dell’infinito (il libro stesso e le, di numero limitato, proposizioni in esso deposte) dice, secondo uno specifico taglio (quello determinato dall’intento del libro: dire della mente e la sua beatitudine), l’essenza dell’infinita sostanza tutta. Dire che il Tutto, è Deus sive Natura. Ossia sostanza e attributi che esprimono ognuno la stessa sostanza medesima: attributo pensiero, attributo estensione (nonché tutti gli altri, infiniti). Ossia ognuno articolato nei suoi specifici modi: corpi da un lato, dall’altro le idee. Connessi – corpi con corpi, idee con idee – in concatenazioni infinite di cause.

Criptica chiave di questa complessa struttura – cui già l’immagine del libro rimanda –  è il “sive”.

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L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte: e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte

(Spinoza, Ethica, 4, 68)

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Quando, per qualsiasi motivo, arriva la tristezza ciò che sembra venire a mancare è la voglia e dunque la forza di attingere alla fonte delle risorse energetiche. Quanto più questo stato è accentuato, tanto più la malinconia è profonda e tanto più l’energia sembra non avere allora più flusso né deflusso, ma ristagnare galleggiando un solo passo più in qua di uno sprofondamento in un vuoto in cui la forza è assente.

Non è lo stesso che questa tristezza sia ombra che offusca un attimo lo sguardo o sia la depressione più nera che dilaga nella spossatezza infinita in un estremo starsene aggrappati con tutte le forze nell’unico punto che trattiene dal crollo. Non è lo stesso. Ma in ogni caso essa è demotivazione.

Anche quando sembri un semplice ristagno di forze, è in realtà un disinvestimento energetico, implicante perciò decremento di forza. Perciò la tristezza più che uno stato è un processo, momento e mossa nel gioco della variazione dinamica di potenza in cui la vita consiste.

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Perciò Spinoza la definisce un passaggio da maggiore a minor perfezione, ossia flusso verso decrescente potenza.

Ma un puro costante decremento energetico non avrebbe altro esito che l’azzeramento della puntuazione di potenza in cui la singola mente ed il singolo corpo consistono. Finché vi è tristezza, invece, il puro movimento in direzione esclusivamente entropica è smentito: dal semplice fatto dell’esistenza di chi dalla tristezza è investito. Chi è triste, finché è triste, esiste. Dunque è, tanto o poco, pur sempre una potenza. Anche la tristezza perciò è in quanto c’è un conatus, per quanto minimo. Ci sono – istituenti e costituenti il corpo e la mente – un essere e un desiderare.

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In quanto una cosa s’accorda con la nostra naturain tanto essa è necessariamente buona

(Spinoza, Ethica, 4.31)

Bene” è ciò che sappiamo con sicurezza esserci utileMale ciò che sappiamo con certezza esserci d’ostacolo a perseguire e a possedere un bene

(Spinoza, Ethica, 4. Definizioni 1,2).

Nell’accrescimento di potenza, che è il lato energetico della perfezione in cui la Letizia consiste e a cui il desiderio (la Cupiditas) tende, il bene  è quindi quanto favorisce e sostiene questa dinamica e perciò è la cosa che si accorda con la natura specifica in cui io (tu, noi) consisto (e consistiamo).

Il suo accordarsi con la mia natura è il segno infallibile della bontà della cosa che incontro. L’incontro, in cui si dispone l’accordo, è relazione: la relazione (entro un contesto) tra me e la cosa che, in tale relazione, dunque è il (mio) bene. Ed è dunque nell’accordo di (almeno) due elementi che suona dunque la nota armonica, che vissuta emotivamente è Letizia. Nella relazione tra un elemento (il bene in cui la cosa buona consiste) e un contesto (centrato su me corpo-mente) l’accordo intonato è la Letizia in cui le idee si com-pongono in insieme coerente potenziando la mente e le emozioni (le emozioni del corpo, in cui è il “cuore” cui l’ac-cordo allude) vibrano – consone alla idee cui corrispondono – anch’esse in modo corrispondentemente potenziante e adeguato.

In questo senso il bene è un mezzo, qualcosa che serve: è ciò per mezzo di cui si dispone l’accordo (tra il bene e la nostra natura) in cui la potenza allietante consiste. Il bene non è cioè esso l’accordo, non è l’intero dei termini in gioco. Questo intero è l’intero in cui la mia mente (e il mio corpo) consistono e in cui le idee si presentano e le emozioni dilagano. In questo intero, che sono il corpo e la mente, bene e male giocano la loro opposizione specifica determinando Letizia e Tristezza. Il bene dunque, in relazione a questo intero la cui Letizia funge a scopo, ne è utile mezzo e come ogni mezzo è dal suo fine che riceve senso e misura. La misura del bene sta quindi nel criterio di riferimento finale: la letizia incardinata in corpo e mente, soggetta alle leggi cui sono soggetti i corpi e le menti.

Bene e male sono così da intendersi, rispettivamente, quali ciò che ci dà letizia e ciò che ci dà tristezza, ciò che potenzia o ciò che depotenzia corpo e/o mente. Ed è dunque la Letizia l’indice chiaro, il perno cui il giudizio etico è vincolato. E’ grazie al criterio in cui essa consiste che  il bene è via via ancorabile a un ente specifico (quello allietante ) consentendo al bene di essere perciò riconosciuto.

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Se gli umani nascessero liberi non si formerebbero – finché fossero liberi – alcun concetto di bene e di male

(Spinoza, Ethica 4.68)

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Nel mondo in cui siamo, per come ci appare entro l’interpretazione in cui consistiamo, siamo attorniati da cose. In questo mondo accadono eventi che reputiamo essere bene o essere male. Ma – per come intendiamo essere le cose in sè – non attribuiamo loro – alle cose – la responsabilità del bene o del male.  Non è, ad esempio, merito o colpa del sole splendere o non splendere nel cielo; l’uragano in sé non è cattivo ma è ciò che è; la pietra che cade facendo danno lo fa per gravità e non per sua perfidia…

Ciò che non è pensante non è – così pensiamo – imputabile del bene e del male. Non avendo coscienza della sua coscienza (e quindi del suo agire) infatti la cosa non pensante non sa. Nemmeno sa perciò di bene o di male. Materia, pietre e piante, ma anche animali e macchine (nella misura in cui pensiamo non abbiano coscienza di sé e di ciò che fanno) non sono, in sé, né buoni né cattivi (se non metaforicamente, o per nostri propri giochi psichici proiettanti su altro quanto invece ci pertiene). Bene e male appaiono solo nelle autocoscienze, solo entro uno sguardo che li individui o ponga soppesandoli. Solo una coscienza che sappia e possa dire “io” sa (e fa) di bene e male.

E’ nell’apparire in cui il pensiero autocosciente consiste che si dispongono infatti segni, ossia significati e tra questi il significato “bene” e il significato “male” sono segni-valore. Segni che cioè si stagliano e ergono emergendo da uno sfondo-contesto prendendo, su un corrispondente disvalore, lo spicco che gli compete secondo polarità oppositiva. Posto e esposto nel suo essere identico a sé, e perciò opposto al suo proprio altro, il segno-valore configura in tal modo il necessario rimando dell’un polo all’altro (quali opposti che si negano l’un l’altro). Per concepire il bene si deve dunque concepire il male, e viceversa. Non si danno perciò bene o male in sè quali determinazioni isolate, ma solo quali implicantesi l’una con l’altra. 

La polarità in cui l’opposizione bene/male consiste non è però immediatamente posta.

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Nell’epoca di Inter-net, cioè dello spazio globale interconnesso della comunicazione planetaria, dilagano sugli schermi dei dispositivi connessi in rete immagini di ogni tipo. Tra queste, moltissime sono fotografie (in cui spectra appaiono a spectatores).

Tra queste fotografie spesso quelle ritraenti volti, più di altre, posseggono, a ben guardarle, il punctum.

La possibilità, che l’immagine fotografata offre, di soffermarsi nella visione consente di notarlo, rivelando come esso – il punctum – fosse in realtà già lì, al momento che lo scatto fotografico riproduce, ma non notato per l’inevitabile rapidità con cui l’attimo della relazione a tu per tu, faccia a faccia, trapassa. Ma, fissato nella fotografia, questo punctum emerge dallo sfondo in cui già stava.

Qualsiasi dettaglio può essere questo punctum, ma spesso esso sta nello sguardo del volto fotografato (nello sguardo dello spectrum dunque) in un qualcosa che lo sguardo insieme svela e cela.

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Negli occhi di volti da fotografie ritratti – in alcuni casi in modo marcato, assai più sfumato in altri – si possono a volte scorgere compresenti – uno in un occhio e l’altro nell’altro occhio – due diversi sguardi.

Quando ciò accade il punctum – nel suo alludere alla coesistenza di due diversi stati d’animo, che quasi si contendono la personalità espressa nel volto – si accentua. Al di là delle intenzioni di chi si espone alla foto (che spesso sta in posa tentando così di gestire il suo esporsi) i due occhi hanno ciascuno uno sguardo che differisce, fosse anche solo per una sfumatura, da quello dell’altro occhio esponendo, spesso senza intenzione di chi dalla fotografia viene così ritratto, la compresenza per esempio di paura e determinazione, o di tristezza e odio, o di allegria insieme alla malinconia (e molte altre ancora possibili combinazioni…).

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La fotografia – forma di espressione artistica, pratica sociale di massa o puro mezzo tecnico per serbare memoria che sia – da quando è nata ha configurata, per la dimensione antropologica nel complesso delle sue pratiche, una nuova epoca. Da quel momento fotografie a profusione sono state sempre più scattate, prodotte, conservate (e si sono consunte, sono andate perdute, oppure distrutte..).

Poche invenzioni umane hanno avuto così successo come la tecnica della riproduzione fotografica. Poche hanno inciso così a fondo a livello sociale, culturale, antropologico. Grazie ad essa il mondo stesso, habitat umano, è divenuto altro, ora anche spazio la cui immagine può fissarsi depositata in un suo lembo (le sue riproduzioni fotografiche) da cui gli sguardi sono attratti.

La fotografia senza dubbio infatti ci affascina. Alcune foto in particolare sono per noi ammalianti, o conturbanti. Ma anche la più banale tra le fotografie in qualche modo richiama attenzione. In ogni fotografia si cela infatti un fascino arcano che va decifrato. Ben riuscita o mal riuscita che sia, ogni foto realizza infatti in qualche modo una cosa che da sempre gli uomini hanno agognato e che mai prima era stato così tanto possibile: catturare e fermare l’attimo nel mentre che fugge.

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Studentesse e studenti di alcune classi del quarto e quinto anno del Liceo Canova di Treviso, negli scorsi mesi di gennaio e febbraio  (quindi in presenza e prima del periodo di chiusura delle scuole per l’emergenza sanitaria), hanno partecipato, in orario curricolare, ad attività di Laboratorio di Pratiche Filosofiche, coordinati dai loro docenti e dal prof. Luigi Vero Tarca, che da  anni ormai  sta proponendo e realizzando specifiche esperienze di questo tipo, sulla base di rigorosi presupposti teorici e secondo modalità (e regole)  codificate e collaudate.

All’atto pratico quanto effettivamente è accaduto nelle classi si è sviluppato in realtà secondo modi non sempre esattamente e rigorosamente riducibili al rispetto delle regole che le Pratiche Filosofiche implicherebbero. L’attività a mio avviso ha avuto infatti anche le caratteristiche di una dialogo (a partire da un testo condiviso su proposta di docenti o studenti), cui tutti i partecipanti hanno a loro modo contribuito, che si è svolto in modo più spontaneo e sotto certi aspetti più casuale di quanto le regole non avrebbero consentito. Sotto molto aspetti si è messo di fatto in atto un esperimento di fare filosofia, e non solo parlare di filosofia, con studenti degli ultimi due anni delle Scuole Superiori, quindi con persone molto giovani e soprattutto abituate ad altre modalità di approccio alla filosofia (per loro una disciplina scolastica prima che una possibile esperienza personale e culturale). Ciò non ha però, secondo me, minimamente inficiato il valore di quanto è accaduto. Gli studenti, di loro, hanno trovato infatti l’esperienza molto interessante e per molti è stata senz’altro coinvolgente. A chi l’ha proposta e gestita ha fornito occasione per riflettere sui modi in cui proporre il fare esperienza filosofica a scuola (e forse su cosa possano anche essere, in contesti particolari, le stesse Pratiche Filosofiche).

Terminata l’attività nelle classi, riflettendo successivamente su quanto realizzato e sui suoi presupposti filosofici, ha preso poi corpo un breve scambio di mail tra me e il prof. Tarca, in cui sono emerse questioni a mio avviso filosoficamente rilevanti, che penso possano incuriosire o interessare chiunque abbia a cuore le stesse questioni o analoghe.  Nello spirito dell’attività delle Pratiche il prof. Tarca mi ha a suo tempo sollecitato anche a rendere in qualche modo non circoscritto a un solo ambito tra noi privato  le mie considerazioni. Penso che “pubblicare” in questo blog le parti delle mail in cui prende forma la conversazione filosofica intercorsa tra noi (sono omesse quindi le parti più “burocratiche” e più personali che non concernono direttamente questioni di filosofia) sia un modo per corrispondere a questa richiesta.  I testi delle mail scambiate sono quindi qui sotto riprodotti, tranne le parti omesse, pari pari (quindi mantenendo anche alcuni modi colloquiali, formalismi e ridondanze, almeno da parte mia, tipiche del registro linguistico epistolare). 

Va forse infine  precisato che tutta l’attività svolta ha preso avvio da un testo steso dal prof. Tarca, quale introduzione e presentazione dell’attività proposta, fornito a tutti i partecipanti. Al termine dell’attività il prof. Tarca ha poi fatto pervenire delle considerazioni finali, sollecitando docenti e studenti a una riflessione e a un possibile libero dialogo. La mia mail, in cui esprimo alcune considerazioni, richieste di chiarimenti e dubbi in  merito ad alcune questioni intende corrispondere a questa sollecitazione.  ll prof. Tarca mi ha quindi  generosamente e gentilmente risposto. A ciò è seguito un mio ulteriore intervento. Lo scambio si conclude quindi (per ora, forse) con alcune domande da me poste, innanzitutto a me stesso. Il discorso, con ciò, è dunque lasciato in qualche modo anche in sospeso, come peraltro è forse bene che sia, nel senso che resta aperto a tutte le ulteriori considerazioni e direzioni possibili.

Paolo Masini

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