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Archive for the ‘Logiche del riconoscimento’ Category

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Diventa ciò che sei”

(Friedrich Nietzsche)

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“L’unico modo di andare d’accordo con la vita è essere in disaccordo con noi stessi“ 

(Fernando Pessoa)

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L’attimo – in cui si illumina il presente che via via ci invade e in cui tutta la nostra vita via via si concentra – è sempre attraversato da tensioni e perciò non sosta. Passiamo sempre oltre l’istante in cui – pur sospesi un momento – mai restiamo. Mai acquietati né acquietabili in un approdo, noi siamo inquietudine.

Nella luce dell’apparire – la luce in cui consisto, permanente sfondo – l’accordo col mondo è assecondare questo lento spostamento nel dipanarsi dello spettacolo che si dispiega. Questo spettacolo ci capta. Ipnoticamente attratti in esso, là, un po’ più in là, sempre ci chiama.

La quiete in cui nell’attimo mi poso perciò si smuove. Da questo spostamento io vengo. In questo spostamento io consisto. Qui è ogni tensione, ogni desiderare, ogni vibrazione che muova la mente e i sensi, e anche ogni collasso in trauma. Questa è l’inquietudine che mi pervade.

Noi siamo inquieti. E lo siamo perché vivi. Poichè vivi, i nostri corpo e mente hanno dinamiche e energetiche. Perciò hanno inquietudini. Inquieto è il godimento di esserci qui ora, ma anche la tensione del nesso al prima e al poi inquieta. Nell’inquietudine di cui siamo perciò intessuti la tensione che tutto ciò comporta è, nel fondo, anche la sottile sofferenza dell’essere spinti altrove volendo restare qua e dell’essere qui tendendo altrove.

Questa sofferenza è nel profondo. Più sei perciò profondo e quindi più vai nella profondità che – per lo più inavvertitamente – abiti, più – tanto o poco, ben delineata o vagamente presentita che sia – l’inquietudine, che sempre già c’è, emerge.

L’inquietudine in tal modo pungola, incita, spinge all’attrazione verso il mondo e gli altri. Ma insieme rode, negando sosta in pace e quiete dell’abitare nel puro istante. Per l’inquieto nessuna casa è mai una volta per tutte definitivamente sua, nessuna sosta è definitiva, nessun incontro è per sempre. Purtuttavia l’inquietudine nemmeno lascia che ciò che deve andare vada: nella tensione vibrante e oscillante, in cui essa consiste, quanto va è preso per la giacca, trattenuto. Nell’inquietudine, in ogni provvisoria quiete  raggiunta (in quanto è solo nella quiete che l’inquietudine ha il suo nido), in una sospensione (e)statica – assente la quale ogni tensione perde il terreno su cui poggia – ogni essente è chiamato tirato da una parte ma insieme anche da un’altra.

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Nell’insieme delle tensioni contrapposte, in cui l’inquietudine consiste, un’energia cerca così sbocco, ma non si lascia andare e perciò si accumula e ingorga: inquieta. In tal modo però l’inquietudine, se non lacera, spinge in avanti. In questo senso è radice e lievito di ogni nostro godimento e di ogni nostro soffrire. Archi tesi, concordanti discordanti nel vibrare di forze contrapposte – quali nell’eracliteo tutto fluente che tutto include – gli inquieti solo in tal modo possono scoprire sè.

Io incontro me stesso, tu incontri te, in quel che (nell’inquietudine) ci accomuna. La mia inquietudine e la tua sono sì dunque anche sottile angoscia, che ben conosciamo ma di cui poco parliamo. Ma sono anche intensità e fermento, di cui solo l’inquieto è capace.

Se anche tu tutto ciò lo riconosci tuo, e dunque nelle mie parole (ri)conosci la tua inquietudine, mi comprenderai.

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Anche quando – in una relazione tra due persone – una delle due si isola, si allontana o tace (non cerca quindi né vuole più contatto) comunicazione tra i due comunque c’è.

Non si può infatti non comunicare. Chiunque sia in un qualsiasi ambito spaziotemporale con un altro con cui abbia avuto un qualsivoglia incontro che ponga relazione, ha dato infatti avvio con ciò a una storia. Un flusso di informazioni ed interazioni cognitive ed emotive è stato aperto e in questo flusso anche i silenzi e le pause (dovute magari alla normale punteggiatura o evoluzione di un rapporto, oppure a ostilità o a disattenzione, o a che altro) hanno il loro senso.

Anche se non si emette nulla, anche se non si sta scambiando nulla, si sta comunicando. Anche l’assenza di comunicazione tra due poli di una relazione è infatti un ben determinato comportamento che, in quanto tale – nell’essere esposto e perciò decodificato – comunica anch’esso sempre qualcosa (talvolta in modo persino molto più esplicito, sincero e chiaro delle parole).

La relazione in cui la comunicazione ha luogo ha una sintassi, ha un ritmo. Ha una storia e in essa l’assenza di flusso comunicativo ha un senso: il senso che può avere un silenzio o il senso che ha una pausa. Oppure il senso che ha per qualche motivo una distanza, una cesura, un termine.

Si comunica quindi sempre e comunque. Si comunica quando comunicazione c’è. Ma anche quando la comunicazione langue o manca.

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Ostaggi

La logica del piacere e del godimento è quindi struttura per lo meno complessa, sotto certi aspetti anche antinomica.  Logiche differenti – per certi versi anche opposte – strutturanti ciascuna diverse tonalità e modalità del piacere, possono cioè sovrapporsi, contrapporsi, intrecciarsi.

Non stupisce perciò che i comportamenti effettivi che gli uomini hanno possano a volte dare l’impressione si siano perse le istruzioni per l’uso.

Non c’è infatti quasi mai istinto che guidi sicuro alle mete. Si procede perciò spesso a tentoni e non è raro che il desiderato ottenuto si riveli illusorio. Purtuttavia si persiste. Persino nel caso in cui ciò che balena piacevole si riveli essere in realtà nulla più che evanescenza, spesso la ricerca di esso non perciò non è rinnovata e iterata (magari in modi sempre diversi). Ancora di nuovo si ritenta, senza pausa nè sosta finchè l’energia della vita persiste.

Tutta questa compulsività – in fondo tutta questa fatica e tutto questo impiego di tempo – è, almeno apparentemente e in prima battuta, non senso; cieca spinta – al di là di ogni consaputa saggezza – in direzione contraria al proprio bene. Al punto che le logiche dei piaceri talvolta portano persino a distruggere sè o aspetti importanti del mondo che innerva la situazione del sè, magari lasciandosi sopraffare da coazioni fini a sè stesse (basti pensare alle dipendenze e patìe di varie forme e natura). O a lasciare si imponga, quando magari nulla in fondo va davvero male,  l’idea che, se si godesse di altro (e perciò si fosse non sè stessi, ma altri,) si sarebbe sè stessi.

Perciò si sta male, rancorosi ci si lamenta, fuggendo da sè, in un’insoddisfazione che si autoalimenta, per la mancanza dei piaceri non ancora raggiunti e ottenuti (in un mondo sociale sempre più spettacolo e emporio di innumerevoli, troppe, promesse delizie)

Ciò non è razionale, non nasce dal ponderare di un sè pensante volto davvero al piacere. Non è sano.

Ha a che fare con forze che ci condizionano, in alcuni casi ci dominano tenendoci come in ostaggio, spesso remandoci contro. Forze non consce, ossia inconsce (siano esse quelle dalla psicanalisi individuate o fossero pure gli, anch’essi – si badi – inconsci, meccanismi dalle neuroscienze descritti).

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Piacere promesso, piacere reale

 

Ciò che è piacevole attrae.

Anche l’esperienza vissuta in cui questa attrazione consiste può essere (come non essere) essa stessa esperienza piacevole. Ma il piacere cui tale attrazione tende è sempre altra cosa da essa attrazione, mai coincidente con essa.

Il piacere è dunque ciò cui l’attrazione tende.

Ma perciò, nel mentre se ne è attratti, del piacere (di quello da cui si è attratti) cioè non si gode e del piacevole (di quello da cui si è attratti) già non si dispone. Persino infatti nel caso in cui ciò da cui l’attrazione è attirata fosse l’attrazione stessa (come nel caso in cui il desiderio sia desiderio di desiderare) l’attrazione tenderebbe comunque ad altro da sè (altro di cui già non gode e dispone): a quell’altro che è l’ulteriore (e dunque altro) atto di desiderio in cui il desiderare in tal modo, desiderandosi, si prolungherebbe.

L’attrazione è quindi sempre intenzione rivolta a altro da sè. Quando l’altro in questione è associato a piaceri che si pensa siano in qualche modo dischiusi dal contatto con un certo oggetto, l’oggetto è ritenuto il piacevole che, attraendo, reclama attenzione e tensione verso di esso.

Gli oggetti attraenti possono però essere i più disparati e il piacere può, anche per questo motivo, declinarsi in molteplici forme e manifestazioni diverse. Ma, di qualunque tipo esso sia, comunque sempre il piacere diletta e quindi induce, imponendosi nella sua gradevolezza, a raccogliersi concentrandosi in esso. Perciò il piacere – sia quando è solo agognato sia quando è ottenuto – è il voluto (laddove conseguentemente il rifiutato è il dolore).

Volerlo significa infatti desiderarlo, ma anche accoglierlo acconsentendovi lasciandosi invadere da esso senza resistenze. Quando c’è volerlo è infatti questo assentirvi placandosi in esso, in cui consiste l’esperienza vissuta del piacere goduto.

L’attrazione per il piacevole invece, in quanto tale, non è ancora l’esperienza di piacere vissuta del piacere agognato (esperienza vissuta è l’attrazione, che non è il godimento dell’attraente in cui il piacere desiderato consiste).

Che il piacevole verso cui si tende sia dunque davvero quanto si spera è solo supposto. Laddove invece che il piacere – di qualunque tipo e natura esso sia (chiaramente percepito, precisamente localizzato, oppure vagamente diffuso; piccolo nucleo quasi inavvertito o dilagante invadente tutta la psiche) – sia tale, quando è avvertito, è evidenza.

Il piacere cioè, quando c’è, si impone come incontrovertibilmente presente. Come il suo opposto (il dolore), anche il piacere impone il suo esserci. Che esso ci sia – quando c’è, magari fosse pure commisto ad altro che piacere non è – è tuttavia indiscutibile. Quando percepito e perciò voluto, il piacere è incontrovertibilmente tale. L’oggetto ritenuto  piacevole invece promette  (soltanto promette) piaceri.

Qui c’è una differenza: tra due diverse esperienze vissute. L’attrazione verso un oggetto ritenuto  piacevole e il piacere vissuto (fosse pure esso connesso all’oggetto ritenuto piacevole) non sono lo stesso.

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Il mondo è corpo. Corpo esteso, nell’apertura dello sguardo in cui l’apparire si mostra e si dispone.

Mondo è quindi il concepibile che, per essere tale, deve occupare uno spazio, essere consistenza: prendere corpo.

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Nel mondo, noi siamo corpo.

Non certo il corpo inerte cadavere: quel corpo è soltanto un pezzo di mondo. Nemmeno siamo il corpo macchina, descritto dal sapere fisiologico ed anatomico: quel corpo è un costrutto teorico: per quanto correlativo al corpo vissuto ne è solo (pallida) ana-logia.

Noi siamo corpo nel senso che siamo corpo vissuto: corpo estensione (nel senso dell’essere il dove mi alloco, da cui mai mi disloco ovunque io sia oppure io vada), corpo proprio quale oscura ombra in cui innanzitutto consisto e pulso, apertura di spazio (il mio spazio) che batte incessante in sé stesso i ritmi del tempo (il mio tempo).

Noi siamo corpo, ossia corpo vissuto: corpo senziente dolente o gaudente. Corpo pensante (e per questo pensato)

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Anche ciò che è altro da noi è corpo: si estende là fuori, occupando il suo posto nel mondo. Ma chiuso nel suo in sè segreto.

Tra i corpi, alcuni altri sono però anch’essi corpi in sè stessi vissuti: corpi coi quali la comunicazione è possibile. Corpi che perciò sono volto, sono gesto, sono sguardo. Perciò sono anche cifre ed enigmi: segnati da tracce (nel loro costante possibile rimando a sempre altre tracce) disseminate sulle superfici, in cui esse tracce si espongono, innervano desideri, alludono (perciò sempre più o meno sotto traccia erotizzate) a snodi di scambi e relazioni.

In queste tracce ogni corpo consiste. In esse il corpo parla.

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 Ho voluto sempre che ammiraste il mio digiuno» continuò il digiunatore.

«E noi, infatti, ne siamo ammirati» disse condiscendente il custode.

«E invece non dovete ammirarlo» replicò il digiunatore.

«E allora non lo ammireremo» rispose il custode, «ma poi perché non dobbiamo farlo?».

«Perché sono costretto a digiunare» continuò il digiunatore.

«Ma senti un po’» disse il custode «perché non ne puoi fare a meno?».

«Perché io» disse il digiunatore, sollevando un poco la sua piccola testa e parlando con le labbra appuntite come per un bacio proprio all’orecchio del custode, «perché non riuscivo a trovar il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato non avrei fatto tante storie e mi sarei messo a mangiare a quattro palmenti come te e gli altri».

(“Un digiunatore” Franz Kafka)

La mia mente è come la mano che guida un burattino di legno, rigido, tenace. La mano cerca di dar vita a uno spettacolo…; talvolta però incrocia i fili del suo burattino rendendo più difficile il movimento o addirittura li rompe. In questo caso il burattino cade, afflosciandosi su sé stesso e non è più in grado di rialzarsi… se non con l’aiuto di un’altra mano”

( G.)

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Non riuscivo a trovare il cibo che mi piacesse”: questo alfine confessa il digiunatore del celebre racconto di Kafka al custode che lo accudisce negli ultimi attimi della sua vita.

Al termine della vita, dunque, che in tale digiuno è consistita, al termine dell’estrema tensione (che, nel racconto, il pubblico che ne segue l’impresa, affascinato o scettico che sia, non può tuttavia che in qualche modo ammirare) in cui essa si è racchiusa, il digiunatore (anoressico quindi) questo rivela al fondo e al termine della sua impresa eroica: qualora un cibo gli fosse piaciuto qualcosa sarebbe stato allora degno di alimentarlo. Qualora qualcosa avesse alimentato il suo desiderio, avrebbe perciò potuto farlo mangiare (e perciò sopravvivere).

Così – in quanto mette per iscritto descrivendosi G., che l’anoressia ha attraversato – solo l’aiuto di un’altra mano può far rialzare (e far muovere e rivivere) il corpo (il burattino di legno) di G., crollato spossato sotto la troppo rigida guida di una mente che cerca(va) solo adeguarlo alla perfetta esecuzione di una parte in recita in cui non palpita(va)no, soffocati, relazione (e quindi desiderio), che solo l’attenzione di un’altra mano può rianimare.

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Nell’anoressia è in gioco tutto ciò cui i due testi alludono (ovviamente oltre ad altro, e altro…).

In gioco è cioè l’accettazione della vita, per quel che è, oltre che nel suo senso. Sono in gioco sguardo su sé e degli altri, Sono in gioco la relazione e il desiderio, acquisizione e perdita.

In evidenza, e quindi in chiara vista, in gioco sono il cibo e il corpo. Corpo marionetta negato e svuotato della sua carnalità (dolente o gaudente che essa sia: comunque negata) in rigore ascetico e sottrazione, in controllo (auto)spettacolarizzato che costringe nello spazio angusto di una pura volontà di non mangiare, quindi di non vivere e non sentire, ossia non perdersi nella dissipazione in cui la vita pure consiste.

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(…continua…)

Tra me e te permangono infatti, inoltrepassabili, distanza e assenza

La distanza

Perché sempre, se lì c’è un’altra coscienza, se lì c’è lui (o ci sei tu), allora ineluttabilmente “la distanza si stende a partire dall’uomo che io vedo(ivi, p.300). Là, cioè, ci dice Sartre, si apre e dispone verso il mondo unarelazione senza distanza e senza parti, all’interno della quale si estende una spazialità che non è la mia spazialità(ibid.).

La relazione senza distanza, non avendo – nel distendersi dall’altro – una distanza, non può essere infatti in alcun modo presa nella mia distanza, cioè dalla relazione senza distanza da cui si estende la mia di spazialità. Le distanze che i molteplici differenti sguardi senza distanza aprono si incrociano cioè sì, ma senza mai inglobarsi nè confondersi. Le distanze si distendono, in parallelo. Come tra me e il mondo non c’è distanza e da questa prossimità si dispiegano tutte le distanze tra me e le cose del mondo, così è – allo stesso modo, ma sempre e solo nel suo spazio – per l’altra coscienza che non è me. Inaccessibili le une alle altre le differenti spazializzazioni ribadiscono invalicabili distanze. Gli spazi non si intersecano: non si compenetrano.

Non si tratta dunque solo del fatto, di per sè banale, dell’esistenza indifferente di un, altro dal mio, punto di vista sul mondo che si sovrappone al mio. Il fatto è che le due spazializzazioni – la mia e la tua – restano inaccessibili l’una all’altra. Aprono distanze ognuna dell quali pone l’altro sì in relazione, là in fondo, a una certa distanza. Ma questa distanza è invalicabile perchè lo sguardo altrui apre distanze, ma è senza distanza. Disponendo il suo spazio, ciascuno inoltre attrae così verso di sé tutto il mondo – il suo e quello altrui, perchè purtuttavia il mondo di entrambi è lo stesso mondo – e per ciò stesso nega le relazioni (innanzitutto le relazioni spaziali) che ognuno, nel medesimo tempo, intorno allo stesso dispone.

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