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Archive for the ‘Per la contraddizion che nol consente.’ Category

“Dubitare presuppone già la certezza”

 (Wittgenstein.  Della Certezza).

Dubbi – in situazioni svariate, per differenti motivi – frequentemente ci assalgono. Più spesso si insinuano.

Dubbi circa la precisione di un certo ricordo. O circa la verità di un’idea, la veridicità di una proposizione linguistica, il significato di un comportamento, l’opportunità di una scelta…. Dubbi investono il passato, dubbi investono il futuro, in quanto tale sempre incerto. Nulla del passato magari è attendibile, quanto è qui ora di fronte magari è allucinazione. In qualsiasi situazione e momento, può un dubbio affiorare. E dilagare anche, pare (come nell’inquietudine delle crisi in cui nulla più sembra certo e tutto oscilla).

Se tutto questo è esperienza od esperienza possibile, quella in cui il dubitare consta, quando appare dubbio non è però dubbio che il dubbio sia dubbio.

Questo è importante (forse paradossale?): il dubbio, quando si impone, è, peraltro, indubitabilmente dubbio.

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Già solo perciò – per il fatto cioè che dubitare è indubitabilmente tale quando si dà – il dubbio si impone – in certo senso stranamente, esso che è dubbio – come evidenza. Tal quale ogni altra percezione attuale e ogni contenuto di pensiero attuale in quanto è in atto, anche il dubbio, quando si dà, si impone: evidenza inemendabile nel mentre si staglia. Persino il dubbio quindi, nel suo essere in atto, è indubbio: ossia è dunque certezza.

Non c’è dubbio dunque senza certezza.

Ciò già solo per il fatto che dubbio per essere tale deve essere certamente dubbio. Tanto che se è vero che si può porre in dubbio anche la certezza di un dubbio, questo dubbio (sul dubbio) non può che riferirsi alla certezza di un dubbio, certezza antecedente e anteposta. Ma non c’è dubbio senza certezza (persino nel caso di un dubbio su un dubbio) anche e soprattutto perché ogni dubbio, in realtà (e non solo il dubbio su un dubbio) non può che porsi in seconda battuta. Solo se dapprima una certezza è posta (sia pur quella vaga di un incipiente avvenire), disponibile al dubbio sì, ma non dubbia, il dubbio potrà infatti investirla.

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“Ce n’è una di cui non parli mai”

(Italo Calvino, “Le città invisibili”)

Il castello incantato

La complessa architettura teorica della filosofia di Emanuele Severino è stata anche definita – nel riconoscerne l’imponenza (già solo per le migliaia di pagine in cui tale pensiero è deposto) e l’almeno apparente inattaccabilità della rete concettuale in cui ti cattura – essere un “castello incantato”.

Appena ci entri, ti ritroveresti – questo è il senso dell’immagine – dentro una fortificazione ben salda, che perciò ti incanterebbe sì ma chiudendoti anche, finché nell’incantesimo resti, dentro i lacci della sua rete.

Nei suoi intricati percorsi tutto sembrerebbe dunque tenere. Ma se l’incantesimo ammalia, i complessi panorami che si squadernano paralizzerebbero, anche, entro una logica fin troppo ferrea. Specie a chi è sensibile al fascino della pura teoresi, tutto ciò può anche indurre l’incanto. Ma il mondo in cui tale filosofia ti cattura – a ciò allude l’immagine – c’è per la magia di una logica e dura solo finché l’incantesimo logico dura.

Il vigore del pensiero, e in certo senso anche la bellezza del luogo, sarebbero dunque – a questo in fondo allude l’immagine – in realtà un artificio, la cui solidità dura finché dura l’incanto. Per sfuggire alla trappola in cui l’incanto ti chiude sarebbe perciò sufficiente semplicemente uscire dal luogo in cui ci si è addentrati. Appena sei fuori, l’incantesimo è rotto.

L’immagine non intende tuttavia deprezzare il valore dell’impresa con la costruzione tentata.

Riconosce senz’altro alla filosofia di Severino almeno lo statuto di rocca. Gli riconosce, fuor di metafora, complessità strutturale e coerenza, nonché originalità non comuni (è quel castello, non un qualsiasi altro). Ha senz’altro anche il pregio di non ridurre il pensiero di Severino a caricatura [se di una figura (di un volto ad esempio) io colgo solo alcuni tratti (magari uno solo), lo isolo dagli altri, magari lo accentuo, ciò che della figura (che pur sembra emergere) si staglia ne è solo caricatura. E’ questa, al di là delle valutazioni benevole o meno che quindi poi seguono, l’operazione dei molti che il castello guardano solo da fuori, o si addentrano sì, ma solo quel poco per farsi o confermarsi un’idea] riconoscendo così al pensiero di Severino almeno di essere il corpus di testi (di tutti i testi) in cui un linguaggio (quello nei testi deposto) cerca di dire niente meno che la struttura originaria dell’essere (e le sue implicazioni). Anche se forse non esprime – la semplice immagine di un castello incantato – quanto addentrarsi nel castello posso essere difficile e ostico perché il castello è sì a chiunque accessibile (basta leggere i libri che Severino ha lasciato) ma molte sono le scale, molte le serrature da decrittare dentro il castello; intende purtuttavia riconoscere, benevolmente, la potenza logica e quindi l’incanto che ciò può suscitare. Riconosce che il castello è di roccia, non un castello di carte.

Purtuttavia il castello – stando all’immagine – è e resta incantesimo e intenderlo come tale, accogliendo l’immagine come del tutto appropriata, è depotenziarne cogenza. Se incantesimo è, l’incantesimo – l’incantesimo dell’eterno da Severino evocato – è e resta tale. Ed è perciò esorcizzabile.

Nel castello (a mio modo).

I percorsi della vita acquistano spesso il loro senso a posteriori. Intorno a ciò ha ruolo decisivo la memoria, nel selezionare – e forse in certo senso anche depurare – i ricordi. Ognuno, me compreso, ricostruisce così la sua storia, con cui si identifica, in abbozzi di biografia….

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In matematica, le teorie – così pare – valgono (o non valgono) nella misura in cui sono (o non sono) fondate.

Che un certo sistema assiomatico valido sia stato, cioè, proposto da Tizio o da Caio; che un certo teorema sia stato scoperto da Talete, Pitagora o Godel in fondo non è – per ciò che attiene la matematica in sé – davvero importante. Chiunque altro avesse, cioè, proposta o scoperta per primo una certa teoria matematica, sarebbe giunto alle stesse conclusioni e avrebbe pensato quindi gli stessi pensieri. Teoria e teorema sarebbero stati esattamente gli stessi.

In matematica, cioè, la verità è nelle teorie via via elaborate e non dipende da chi l’ha pensata per primo (o da chi, dopo il primo, la stia comunque in atto pensando). Pitagora o Godel (considerandoli in questo contesto quali esempi eminenti) hanno cioè certamente legato al loro nome i rispettivi teoremi in quanto frutti delle loro elaborazioni mentali, ma – per quanto grande possa essere stato il contributo dei due matematici alla loro formalizzazione – le loro teorie (così per lo più si pensa) sono state scoperte.

L’associazione tra Pitagora o Godel e le loro teorie è cioè sostanzialmente dello stesso tipo di quella che esiste tra alcune stelle e gli astronomi cui – come a volte accade, magari per il fatto che le hanno scorte per primi nel cielo – viene associato il nome. O a quella tra certi luoghi geografici  e il nome di qualche viaggiatore o esploratore l’ giunto per primo.

Quando si ha a che fare con la matematica, cioè, per lo più si ritiene che in fondo chiunque (nello stesso contesto e con le capacità necessarie) avrebbe potuto giungere ai risultati raggiunti da chi per primo li ha elaborati, come chiunque (coi mezzi adeguati) può vedere una stella o avere relazione con un luogo nel globo.

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Chi abbia cioè pensato qualcosa di valido in matematica per primo è perciò, dal punto di vista del valore della matematica, irrilevante. Per questo, tra l’altro, in matematica la comunicazione tra i suoi cultori è sempre possibile: ogni teoria, calcolo, dimostrazione – non dipendendone il valore dall’essere formulati da costui o colui (o da costei e colei) – sono riproducibili e perciò ripetibili da parte di chiunque (sia in grado di farlo). Il sapere matematico è cioè oggettivamente disponibile e verificabile, per chiunque (ne sia capace).

Come accade, peraltro, in tutte le scienze, il cui valore dipende dal rigore metodologico con cui sono fondate (oltre che dal loro riconoscimento intersoggettivo), e non dal fatto che esse siano scoperte o sviluppate da Tizio o da Caio (fossero pure essi Heisenberg, Einstein o Bohr).

Quando a un matematico perciò si chiede (ma già porre la domanda in termini così soggettivi pare avere poco senso) “Quale è la tua matematica?”, si sta in realtà chiedendo in fondo nulla di più che di matematica. Che la matematica di cui si sta chiedendo sia “sua”, nel senso che lui l’ha pensata ed escogitata, non lo si intende per davvero. O, se un senso deve proprio avere l’intenderla sua, può essere solo in quanto attinente al più il resoconto di una biografia, o quale forma discorsiva propria soltanto di un certo modo di dire.

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Tutt’altro sembra invece essere lo scenario epistemico quando si ha a che fare con la filosofia e i filosofi.

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“Una buona logica non mette il pensiero in catene, ma gli dà le ali”       

(Bertrand Russell)

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E’ più conveniente, da un punto di vista squisitamente ed esclusivamente razionale, agire ragionando in termini di utilità personale o di utilità collettiva? E che utile viene al singolo individuo rispettivamente nell’un caso e nell’altro?…

O anche: è possibile essere completamente in errore su tutto in modo da dover pensare che tutto sia falso. Oppure: essere invece sicuri di essere gli unici capaci di conoscere il vero, mentre tutti gli altri hanno torto? O anche, più direttamente: si può conoscere la verità? E conoscere tutta la verità?… E poi: è possibile conoscere in modo universale, oppure non è possibile perchè generalizzare è sempre un falsificare?…

Ancora: si può credere all’impossibile?… Ma possono esistere poi davvero, invece, i mondi possibili?

Ma soprattutto, e innanzitutto, possiamo dare, a queste o magari ancora altre consimili domande, davvero una risposta puramente razionale? Una risposta, intendo, semplicemente ed esclusivamente fondata sulla logica?

Può cioè la logica rispondere, o contribuire a rispondere, a queste (o anche altre) domande, che sono anche tipicamente filosofiche?

E quando chiediamo, come abbiamo appena fatto, una risposta puramente logica a una questione, risuona ancora, in questa richiesta, il senso del”Logos” originario della filosofia? Siamo cioè ancora nell’ambito aperto da questa grande antica parola-chiave (Logos appunto) della filosofia? Risuona ancora nella nostra domanda il senso della parola Logos, nel suo essere allusiva dell’enigma che ci costringe entro una logica una legge un linguaggio, cioè in forme e ordini del reale del pensare del parlare; strutture che ci aprono al senso dell’essere e contemporaneamente ci stringono, in nessi e necessità?

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“…per la contradizion che nol consente.

Oh me dolente! come mi riscossi

quando mi prese dicendomi:

«Forse tu non pensavi ch’io loico fossi!».

(Dante, Divina Commedia, Inferno, XXVII,120-123)

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Scrive Romano Madera in “Il nudo piacere di vivere”, circa la contraddizione: “Secondo un’interpretazione possibile del principio di non contraddizione, qualsiasi proposizione contraddittoria potrebbe essere sciolta, mostrando che la contraddittorietà dipende dall’assumere che sia detta nello stesso tempo e sotto il medesimo rispetto. Se si approfondisce la storia di vita, si può sempre trovare la differenza significativa, per la quale affermazioni reciprocamente contraddittorie si possono comporre in una comprensione che ne sappia ascoltare i diversi tagli costruttivi. In linea di principio sarebbe così possibile dare ragione di tutte le affermazioni, proprio perché se ne radicalizza la circostanzialità e se ne rispetta, come realtà propria e differenziante, l’individualità. Al tempo stesso, e proprio per questo, solo la verità tutta intera può mostrare la verità di ogni affermazione parziale, in primo luogo perché circostanza di ogni affermazione è quella di partecipare al discorso, alla cultura, alla storia. Infine, alla totalità dell’essere”

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 La questione del principio di non contraddizione (la sua forma, il suo valore…) è certamente fondamentale e decisiva per la filosofia.

Sarebbe (è) molto interessante disquisirne con rigore logico e profondità adeguate, ma qui voglio solo proporre una più modesta riflessione  in relazione alla citazione da Madera (senza  quindi – anche per non appesantire troppo il discorso – esplicitare eccessiva, ma magari invece dovuta, precisione logica, o meglio senza produrre sempre tutte le dovute precisazioni logiche). 

L’idea di Madera tuttavia mi sembra degna di un tentativo di approfondimento, anche per il suo avere a che fare con la convinzione che la contraddizione abbia portata tale da produrre anche  turbamento nella vita effettiva di ognuno e che sia esigenza etica il superarla per realizzare la coesistenza dei diversi, che la contraddizione rende invece impossibile. Connettendo poi questo piano sostanzialmente etico con quello più squisitamente logico (come è corretto e indispensabile fare) la questione della contraddizione assume ulteriori importanza e delicatezza se, tra l’altro, come insegna la logica, per la legge di (Pseudo)Scoto “ex falso quodlibet” (laddove il falso sarebbe la contemporanea affermazione dei contraddittori), cioè dalla contraddizione (il falso) si può ricavare qualsiasi tesi. 

Laddove c’è contraddizione dunque si può conseguentemente dire e fare qualsiasi cosa, in quanto qualsiasi  conclusione è correttamente deducibile da una contraddizione (producendo tra l’altro una situazione, come dicono i logici, di “banalizzazione di ogni sistema inconsistente”).

La citazione da Madera mi pare perciò interessante nel senso che consente di proporre una indicazione per una modalità concreta, etico-pratica, di superamento delle situazioni in cui si dà contraddizione nella vita; ossia delle situazioni in cui si evidenzia  incoerenza in sè stessi o si stagliano punti di vista in opposizione circa la stessa questione, con tutte le conseguenze che ciò comporta quando si impone una scelta, o quando un rapporto (contraddittoriamente confliggente) non è eludibile.

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“…per la contradizion che nol consente.

Oh me dolente! come mi riscossi

quando mi prese dicendomi:

«Forse tu non pensavi ch’io loico fossi!».

(Dante, Divina Commedia, Inferno, XXVII,120-123)

 

Scrive Romano Madera in “Il nudo piacere di vivere”, circa la contraddizione: “Secondo un’interpretazione possibile del principio di non contraddizione, qualsiasi proposizione contraddittoria potrebbe essere sciolta, mostrando che la contraddittorietà dipende dall’assumere che sia detta nello stesso tempo e sotto il medesimo rispetto. Se si approfondisce la storia di vita, si può sempre trovare la differenza significativa, per la quale affermazioni reciprocamente contraddittorie si possono comporre in una comprensione che ne sappia ascoltare i diversi tagli costruttivi. In linea di principio sarebbe così possibile dare ragione di tutte le affermazioni, proprio perché se ne radicalizza la circostanzialità e se ne rispetta, come realtà propria e differenziante, l’individualità. Al tempo stesso, e proprio per questo, solo la verità tutta intera può mostrare la verità di ogni affermazione parziale, in primo luogo perché circostanza di ogni affermazione è quella di partecipare al discorso, alla cultura, alla storia. Infine, alla totalità dell’essere.”

 Proposta: una categoria aperta alla tematica della contraddizione (voliamo troppo alto? No,dai). Magari partendo dallo spunto “maderiano” (ma molti altri possiamo proporne)

Paolo

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