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Posts Tagged ‘contraddizione’

Studentesse e studenti di alcune classi del quarto e quinto anno del Liceo Canova di Treviso, negli scorsi mesi di gennaio e febbraio  (quindi in presenza e prima del periodo di chiusura delle scuole per l’emergenza sanitaria), hanno partecipato, in orario curricolare, ad attività di Laboratorio di Pratiche Filosofiche, coordinati dai loro docenti e dal prof. Luigi Vero Tarca, che da  anni ormai  sta proponendo e realizzando specifiche esperienze di questo tipo, sulla base di rigorosi presupposti teorici e secondo modalità (e regole)  codificate e collaudate.

All’atto pratico quanto effettivamente è accaduto nelle classi si è sviluppato in realtà secondo modi non sempre esattamente e rigorosamente riducibili al rispetto delle regole che le Pratiche Filosofiche implicherebbero. L’attività a mio avviso ha avuto infatti anche le caratteristiche di una dialogo (a partire da un testo condiviso su proposta di docenti o studenti), cui tutti i partecipanti hanno a loro modo contribuito, che si è svolto in modo più spontaneo e sotto certi aspetti più casuale di quanto le regole non avrebbero consentito. Sotto molto aspetti si è messo di fatto in atto un esperimento di fare filosofia, e non solo parlare di filosofia, con studenti degli ultimi due anni delle Scuole Superiori, quindi con persone molto giovani e soprattutto abituate ad altre modalità di approccio alla filosofia (per loro una disciplina scolastica prima che una possibile esperienza personale e culturale). Ciò non ha però, secondo me, minimamente inficiato il valore di quanto è accaduto. Gli studenti, di loro, hanno trovato infatti l’esperienza molto interessante e per molti è stata senz’altro coinvolgente. A chi l’ha proposta e gestita ha fornito occasione per riflettere sui modi in cui proporre il fare esperienza filosofica a scuola (e forse su cosa possano anche essere, in contesti particolari, le stesse Pratiche Filosofiche).

Terminata l’attività nelle classi, riflettendo successivamente su quanto realizzato e sui suoi presupposti filosofici, ha preso poi corpo un breve scambio di mail tra me e il prof. Tarca, in cui sono emerse questioni a mio avviso filosoficamente rilevanti, che penso possano incuriosire o interessare chiunque abbia a cuore le stesse questioni o analoghe.  Nello spirito dell’attività delle Pratiche il prof. Tarca mi ha a suo tempo sollecitato anche a rendere in qualche modo non circoscritto a un solo ambito tra noi privato  le mie considerazioni. Penso che “pubblicare” in questo blog le parti delle mail in cui prende forma la conversazione filosofica intercorsa tra noi (sono omesse quindi le parti più “burocratiche” e più personali che non concernono direttamente questioni di filosofia) sia un modo per corrispondere a questa richiesta.  I testi delle mail scambiate sono quindi qui sotto riprodotti, tranne le parti omesse, pari pari (quindi mantenendo anche alcuni modi colloquiali, formalismi e ridondanze, almeno da parte mia, tipiche del registro linguistico epistolare). 

Va forse infine  precisato che tutta l’attività svolta ha preso avvio da un testo steso dal prof. Tarca, quale introduzione e presentazione dell’attività proposta, fornito a tutti i partecipanti. Al termine dell’attività il prof. Tarca ha poi fatto pervenire delle considerazioni finali, sollecitando docenti e studenti a una riflessione e a un possibile libero dialogo. La mia mail, in cui esprimo alcune considerazioni, richieste di chiarimenti e dubbi in  merito ad alcune questioni intende corrispondere a questa sollecitazione.  ll prof. Tarca mi ha quindi  generosamente e gentilmente risposto. A ciò è seguito un mio ulteriore intervento. Lo scambio si conclude quindi (per ora, forse) con alcune domande da me poste, innanzitutto a me stesso. Il discorso, con ciò, è dunque lasciato in qualche modo anche in sospeso, come peraltro è forse bene che sia, nel senso che resta aperto a tutte le ulteriori considerazioni e direzioni possibili.

Paolo Masini

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Nella mentalità comune e diffusa dei nostri tempi si è soliti dipingere la libertà come un qualcosa di positivo, come una delle grandi conquiste della evoluzione socio-politica iniziata nel secolo XVIII e culminata nelle grandi lotte per i diritti del novecento. TotaleFreiheitLa libertà, sia individuale che collettiva, è considerata oramai come qualcosa di acquisito, come un tratto fondamentale e inalienabile della nostra civiltà. Ogni volta che sentiamo parlare di atti o eventi lesivi della libertà, siamo subito inclini a vedere in ciò la tirannia, la costrizione, l’umiliazione della più basilare dignità umana. Eppure, per chi vi rifletta sopra, il concetto di libertà è assai ambiguo e la sua realizzazione concreta difficilmente connotabile, spesso palesemente problematica. Tutti noi, per averlo letto sui libri di scuola, o per averne sentito parlare, conosciamo eventi come la Rivoluzione d’Ottobre o la Rivoluzione francese, momenti in cui la sublime aspirazione alla libertà e all’indipendenza portò ad un terribile bagno di sangue. Ma senza scomodare accadimenti così vasti e, per la verità, a noi lontani cronologicamente, potremmo anche solo ricordare l’acceso dibattito che ha animato gli Stati Uniti sul problema della conciliazione libertà-sicurezza, suscitato dalla promulgazione del controverso Patriot Act nel 2001, poco dopo il crollo delle Torri Gemelle. La libertà pur essendo qualcosa che, per noi, appartiene eminentemente all’uomo razionale, ha in sè qualcosa di irrefrenabile e di indeterminato, una sorta di pulsione negativa e insofferente di ogni norma, che sembra talvolta opporsi alla ragione stessa, la quale invece vive nella determinazione, nella certezza, nella norma, nella legge. (altro…)

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Dialettica [etim.: dal greco dialégo/dialéghesthai: parlare, ragionare insieme, discutere: dire (légein) attraverso (dià)]. Strumento talvolta spregiudicato di oratori e avvocati, di retori e sofisti, “procedimento della discussione diretto a scuotere affermazioni dogmatiche e – come dicevano avvocati e comici – a rendere forte il discorso più debole” (Adorno), la dialettica viene a sua volta “dialettizzata” da Platone, che ne fa la scienza suprema, logica della symploké, della connessione, della relazione, della coimplicazione fra identità e differenza, essere e non essere, unità e molteplicità, necessità e possibilità. Sopravvissuta al perentorio ridimensionamento argomentativo aristotelico e al correlativo confinamento kantiano a logica della parvenza, la dialettica diviene nelle mani di Hegel sinonimo di filosofia e di critica: esprime la verità della contraddizione, mostrando il lato finito di ogni determinatezza, isolamento, irrigidimento dell’intelletto. La dialettica diventa così una connessione che dissolve le fissità irrigidite e un’opposizione che unisce, integra e arricchisce: è il farsi stesso del concetto, e quindi del significare in quanto tale. Rifiutando – e confutando – i pensieri già dati, prefissati, scontati, imposti, conclusi, producendo il rovesciamento nell’opposto, essa recupera l’originaria matrice socratica, ironica, e coincide perciò con la critica, con la scoperta della potenza dell’opposizione e della logica della contraddizione. Nel suo togliere l’opposizione (aufheben) la dialettica rivela il senso stesso dello stare in opposizione, e rivelando l’oltre dell’opporsi, dischiude nuove possibilità, nuovi significati,  o forse saturandoli indebitamente, nella pretesa di riportare tutte le contraddizioni a un Senso, a una Forma Assoluta del reale, cioè all’Idea (v. Antidialettica).

Anti-dialettica. La pretesa della dialettica di saturare l’intero campo del significare (tanto in senso logico-concettuale che in senso esistenziale) suscita la protesta di chi in essa vede il trionfo del soggetto (forma assoluta del reale, concetto, idea) e della volontà di dominio propria della coscienza filosofica, sempre pronta a far indossare al reale e all’individuo concretamente esistente gli stivali spagnoli della costrizione logica. Schelling, Kierkegaard, Schopenhauer e Nietzsche – i padri del pensiero contemporaneo – contestano tutti a Hegel la pretesa che il movimento del concetto possa essere al tempo stesso movimento del reale o – che è lo stesso – che il reale possa essere compreso logicamente. Il soggetto torna a inabissarsi in se stesso, l’oggetto si dissolve, si frammenta, si pluralizza (e così la verità). Vera maieuta del pensiero contemporaneo, l’antidialettica viene fatta propria poi da Heidegger e dalle correnti esistenzialistiche, fenomenologiche, neoscolastiche e postmoderne. L’antidialettica esprime l’arresto della volontà di trasformazione e di critica propria della seconda modernità, il trionfo del pensiero tragico e del carattere intrascendibile dell’esistente, compreso ormai soltanto nella sua irredimibile finitudine. Ma essa manifesta, al tempo stesso, tanto l’autocostrizione del pensiero, quanto l’insofferenza per questa stessa autocostrizione – espressa dalla proliferazione di filosofemi su alterità, eventi, trascendenze –  il non possumus della filosofia sgomenta della propria stessa potenza critica.

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“Una buona logica non mette il pensiero in catene, ma gli dà le ali”       

(Bertrand Russell)

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E’ più conveniente, da un punto di vista squisitamente ed esclusivamente razionale, agire ragionando in termini di utilità personale o di utilità collettiva? E che utile viene al singolo individuo rispettivamente nell’un caso e nell’altro?…

O anche: è possibile essere completamente in errore su tutto in modo da dover pensare che tutto sia falso. Oppure: essere invece sicuri di essere gli unici capaci di conoscere il vero, mentre tutti gli altri hanno torto? O anche, più direttamente: si può conoscere la verità? E conoscere tutta la verità?… E poi: è possibile conoscere in modo universale, oppure non è possibile perchè generalizzare è sempre un falsificare?…

Ancora: si può credere all’impossibile?… Ma possono esistere poi davvero, invece, i mondi possibili?

Ma soprattutto, e innanzitutto, possiamo dare, a queste o magari ancora altre consimili domande, davvero una risposta puramente razionale? Una risposta, intendo, semplicemente ed esclusivamente fondata sulla logica?

Può cioè la logica rispondere, o contribuire a rispondere, a queste (o anche altre) domande, che sono anche tipicamente filosofiche?

E quando chiediamo, come abbiamo appena fatto, una risposta puramente logica a una questione, risuona ancora, in questa richiesta, il senso del”Logos” originario della filosofia? Siamo cioè ancora nell’ambito aperto da questa grande antica parola-chiave (Logos appunto) della filosofia? Risuona ancora nella nostra domanda il senso della parola Logos, nel suo essere allusiva dell’enigma che ci costringe entro una logica una legge un linguaggio, cioè in forme e ordini del reale del pensare del parlare; strutture che ci aprono al senso dell’essere e contemporaneamente ci stringono, in nessi e necessità?

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“Inconsciamente l’ho sempre saputo”. Oppure: “L’ho fatto inconsciamente”.

O: “Inconsciamente era quello che volevo”….

Quante volte ci capita di dire o pensare frasi come queste! Quante volte, parlando o pensando, facciamo riferimento all’inconscio!

Inconscio. Inconsciamente. Un termine, un avverbio, entrambi di uso comune ormai.

Spesso infatti nel linguaggio comune facciamo appunto riferimento in qualche modo alla dimensione che ormai tutti chiamiamo “l’inconscio”,  dando inoltre per assodato che ci intendiamo su ciò cui ci riferiamo quando usiamo questo termine.

Eppure, anche ad una superficiale considerazione della cosa, balza agli occhi come questo uso linguistico sia ben strano.

Ci diciamo infatti consapevoli – ammettendo che ci sia un inconscio – di essere, almeno in parte oppure anche in gran parte, inconsapevoli. Ma appunto questo dirci inconsapevoli è detto con la consapevolezza di esserlo, e quindi questo dirne sta tutto dentro l’ambito della consapevolezza. A ben pensarci è un dire di essere consapevoli circa cosa che, per come la definiamo, è inconsapevolezza; inconsapevolezza che noi stessi, i coscienti di essa, siamo. Diciamo di essere consci circa un ambito che per definizione è altrove rispetto la luce della coscienza; la quale però, investendolo, in qualche modo lo include in essa. 

Nominando l’inconscio, pensandolo, esso diventa noto, entra a esser parte della luce della coscienza. E come fa quindi ad essere ancora il non-conscio cui ci riferiamo?

Tutto ciò è, appunto, assai strano.

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“…per la contradizion che nol consente.

Oh me dolente! come mi riscossi

quando mi prese dicendomi:

«Forse tu non pensavi ch’io loico fossi!».

(Dante, Divina Commedia, Inferno, XXVII,120-123)

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Scrive Romano Madera in “Il nudo piacere di vivere”, circa la contraddizione: “Secondo un’interpretazione possibile del principio di non contraddizione, qualsiasi proposizione contraddittoria potrebbe essere sciolta, mostrando che la contraddittorietà dipende dall’assumere che sia detta nello stesso tempo e sotto il medesimo rispetto. Se si approfondisce la storia di vita, si può sempre trovare la differenza significativa, per la quale affermazioni reciprocamente contraddittorie si possono comporre in una comprensione che ne sappia ascoltare i diversi tagli costruttivi. In linea di principio sarebbe così possibile dare ragione di tutte le affermazioni, proprio perché se ne radicalizza la circostanzialità e se ne rispetta, come realtà propria e differenziante, l’individualità. Al tempo stesso, e proprio per questo, solo la verità tutta intera può mostrare la verità di ogni affermazione parziale, in primo luogo perché circostanza di ogni affermazione è quella di partecipare al discorso, alla cultura, alla storia. Infine, alla totalità dell’essere”

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 La questione del principio di non contraddizione (la sua forma, il suo valore…) è certamente fondamentale e decisiva per la filosofia.

Sarebbe (è) molto interessante disquisirne con rigore logico e profondità adeguate, ma qui voglio solo proporre una più modesta riflessione  in relazione alla citazione da Madera (senza  quindi – anche per non appesantire troppo il discorso – esplicitare eccessiva, ma magari invece dovuta, precisione logica, o meglio senza produrre sempre tutte le dovute precisazioni logiche). 

L’idea di Madera tuttavia mi sembra degna di un tentativo di approfondimento, anche per il suo avere a che fare con la convinzione che la contraddizione abbia portata tale da produrre anche  turbamento nella vita effettiva di ognuno e che sia esigenza etica il superarla per realizzare la coesistenza dei diversi, che la contraddizione rende invece impossibile. Connettendo poi questo piano sostanzialmente etico con quello più squisitamente logico (come è corretto e indispensabile fare) la questione della contraddizione assume ulteriori importanza e delicatezza se, tra l’altro, come insegna la logica, per la legge di (Pseudo)Scoto “ex falso quodlibet” (laddove il falso sarebbe la contemporanea affermazione dei contraddittori), cioè dalla contraddizione (il falso) si può ricavare qualsiasi tesi. 

Laddove c’è contraddizione dunque si può conseguentemente dire e fare qualsiasi cosa, in quanto qualsiasi  conclusione è correttamente deducibile da una contraddizione (producendo tra l’altro una situazione, come dicono i logici, di “banalizzazione di ogni sistema inconsistente”).

La citazione da Madera mi pare perciò interessante nel senso che consente di proporre una indicazione per una modalità concreta, etico-pratica, di superamento delle situazioni in cui si dà contraddizione nella vita; ossia delle situazioni in cui si evidenzia  incoerenza in sè stessi o si stagliano punti di vista in opposizione circa la stessa questione, con tutte le conseguenze che ciò comporta quando si impone una scelta, o quando un rapporto (contraddittoriamente confliggente) non è eludibile.

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Proposta: che mi si dice della questione decisiva dell’aporia del nulla? Termini della questione: nel dire o pensare che il nulla non è, lo si investe di realtà che gli si nega. (la formulazione è ovviamente perfettibile)

Paolo

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