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Archive for the ‘Filosofia e Letteratura’ Category


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Io ho, quindi, il mio nome. Ad esso sono, inesplicabilmente, intimamente legato. Da esso sono in qualche modo anche identificato

Le persone che conosco e ho conosciute, in ispecie le persone amate, sono tutte dal loro nome proprio misteriosamente  segnate. Il loro puro nome le evoca in sfaccettature emotive e di senso che risuonano e dilagano nello spazio più intimo del cuore e la mente.

Anche nomi di luoghi, a volte, avvolgono uno spazio – fisico in tal caso – con la stessa pregnanza.

***

I nomi propri sono, cioè, evocativi. E tutti, per quanto arbitrari – per quanto ci possano magari (il nostro o quelli di altri) “piacere” (“questo è un bel nome” pensiamo) o anche “non piacere” – sono non sostituibili. Il loro corpo di nome, la loro sonorità evoca subito chi sappiamo averlo quel nome, al punto da sentirlo inscindibile dal portatore del nome.

Perciò, se ci si focalizza su essi e li si lascia risuonare, resta sempre un residuo enigmatico.

In fondo è strano portare il nome che si ha. Strano tu abbia quel nome che porti. Ancor più strano però sarebbe non avere un nome, o averne (io,tu) un altro diverso. Il senso del nome proprio sembra, così, sempre di assoluta pregnanza, ma insieme fluttuante, imprendibile.

Ogni nome è del tutto appropriato e aderente, qualunque esso sia. Insostituibile dunque, pieno di senso. Ma stranamente pieno di senso, perchè pure povero, troppo povero, semanticamente.

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Ma il pellegrino dal pendio sulla cresta del monte non

porta a valle una mano piena di terra, indicibile a tutti,

ma una parola conquistata, pura, la gialla  e celeste

genziana. Noi siamo qui forse per dire: casa,

ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra, –

al più: colonne, torre… ma per dire, capisci,,

per dire così, come mai le cose stesse

intimamente sapevano d’essere.

(Rainer Maria Rilke Nona Elegia Duinese, vv29-36)

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Se, riflettendo, si presta attenzione a ciò che davvero intesse la trama della nostra esistenza non si può – per ciò stesso  – che ascoltare parole. Ci si accorge, con ciò, che esse – le parole – avvolgono la nostra vita e il suo senso.

Le parole dei poeti hanno a che fare – in modo eminente, pertinente, profondo – con questo dire e ascoltare, che è tra quanto ci è di più proprio.

Tra i poeti, è Rilke una tra le voci più esplicite nel dire la cosa in cui consiste questo nostro dire le cose (tra le quali, appunto, la cosa del dirle), ossia nel dipanare un dire che assecondi l’urgenza di dire sul dire. E Rilke arriva a dirlo chiaro, netto: noi siamo i parlanti, siamo qui per dire le cose. E per dirle in maniera assoluta, epifanica, come “mai le cose stesse intimamente sapevano d’essere”. Perciò ogni cosa, in tal modo, è dalla parola, dalla nostra parola, essenzialmente, avvolta. Ed esposta, così, nel suo statuto di cosa.

Rilke ci dice quindi – tra i primi a inoltrarsi nello snodo di quella che il pensiero ha chiamato la “svolta linguistica”, caratterizzante la temperie del pensare radicale della filosofia del nostro tempo – che l’esperienza dell’uomo è linguaggio. Che l’ambito umano è là (ossia: qui) dove si impongono i nomi.

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Qui, cioè, “è il tempo del dicibile, qui è la sua casa” (Nona Elegia, v.43).

download (1)Qui. Ossia nel tempo qui ora. Ma anche: qui quale luogo in cui siamo. Ossia nella casa del dicibile. Che poi, in quanto anche noi i parlanti siamo in certo senso dei luoghi, è qui nel senso di luogo che noi stessi siamo.

Qui dunque, in questo tempo, è casa: spazio familiare entro cui, anche dicendo, ci orientiamo e ci proteggiamo. E – così ci dice, soppesando parole, il poeta – diciamo appunto “casa”. E “ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra”. Al limite “colonne, torre”.  E poi certo – seppure queste da Rilke elencate non siano parole scelte a caso, perché ognuna di esse, a ben vedere, tocca ed esprime una specifica struttura ed essenza dello spazio in cui abitiamo – diciamo tutti gli altri nomi e tutte le altre parole.  E ognuna col suo peso specifico nel delineare un tratto essenziale del mondo (come per esempio, stando alle parole scelte da Rilke, il ponte è transito e relazione; torre e colonne stanno e sostengono; la fontana è origine… E detti sono pure natura, strumento, apertura).

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imagesI would prefer not to“.

E’ questa la frase che lo scrivano Bartleby – protagonista del celebre racconto di Melville intitolato appunto “Bartleby The Scrivener” – pronuncia immancabilmente ad ogni richiesta dell’avvocato titolare dello studio legale per cui lavora. E’ questa la risposta che egli dà ogniqualvolta gli si richieda di smuoversi dalla situazione in cui ha preso labile forma la sua evanescente esistenza, cioè quella del suo semplice essere fisicamente presente nell’ufficio in cui è stato assunto (dove – si scoprirà – arriverà alla fine a vivere tutto il tempo della sua giornata) e in cui al più trascrive diligentemente (almeno inizialmente nello sviluppo del racconto), nella sua mansione di copista, i documenti che gli vengono richiesti.

Preferirei di no“, dunque: è questo il segno che, in sempre più evaporante passività man man che il racconto di Melville si snoda, Bartleby dà di sè stesso.

Ed è in fondo, questo, anche l’unico segno veramente tale e suo che Bartleby depone nel mondo. L’unica sua traccia inscritta nell’insieme dei segni (tra i quali – e non è irrilevante – in primis quelli che Bartleby trascrive, quando preferisce svolgere la sua mansione di scrivano) e i rimandi che nel mondo vi sono.

A tutti gli altri significati circolanti nel mondo, differenti dal suo no, indiscriminatamente, Bartleby oppone solo il suo mite no irremovibile.

Chiudendosi poi sempre più, nello sviluppo del racconto, in un’inattività totale, tutta la sua consistenza si ridurrà in questo optare per “no”, in modo sempre più netto e ostinato, fino a morire alfine, nell’isolamento della prigione in cui viene portato, rifiutando il cibo (ossia rifiutando il mondo dal suo no investito)

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Bartleby è figura, evidentemente, paradigmatica.

images (3)Enigmatica e sconcertante, nel suo diniego insistito, nel suo costantemente ribadito dire no, emana un fascino che induce a interrogare il senso, filosofico oltre che letterario e esistenziale, in cui essa consiste.

Cercare di decifrare la ragione della seduzione avvolgente che essa esercita sul lettore – oltre che, nel racconto di Melville, sull’avvocato (la voce narrante della storia) che con lo scrivano Bartleby, e con il suo cocciuto atteggiarsi, si trova ad aver a che fare – è trovare la chiave che ci apre uno sguardo – da un spiraglio sotto molti aspetti rivelatore – sul modo e il valore della figura, innanzitutto logica e ontologica, in cui la negazione consiste in quanto tale.

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(…..)

Conoscere sé per mezzo dell’altro

Amavo Socrate nella convinzione che toccasse a me – se mi concedevo a Socrate –  di ascoltare proprio tutto quello che costui sapeva”

(“Simposio”, discorso di Alcibiade)

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imagesDWFUFASYNel paradosso, almeno apparente, del discorso e della vicenda amorosi l’amante vuole dunque conoscere tutto l’amato. E per sempre.

A tal fine chiede, dice, parla e pensa. In un discorso che però l’amante domina solo in piccola parte. In un discorso in cui dunque qualcosa parla. Ma in cui le parole, più che rivelare, in gran parte nascondono.

In realtà, cioè a ben vedere, nel discorso d’amore accade sempre anche altro. Di questo altro il discorso e la vicenda amorosa sono la cifra. Cifra in cui sono in gioco innanzitutto energie e conoscenza di sè.

L’amante è innanzitutto dominato, infatti, da una potenza, che lo attrae e che egli attribuisce all’amato. Perciò vuole conoscere dell’amato tutto, ossia vuole sapere della potenza che così tanto lo attrae. Ma in tal modo vuole conoscere quindi ciò che attiene quella parte così invasiva di sè in cui questa potenza si espande. Perciò conoscere tale potenza è null’altro che un mezzo per conoscere sé.

Si cerca, in tal modo, sì l’identità dell’altro, ma in realtà si sta percorrendo tutt’altra via, l’unica in realtà percorribile: quella che porta a conoscere sè. L’amato infatti è e resta, e deve restare (almeno in parte, ma proprio perciò quindi nella sua realtà complessiva che gli dà la sua vera figura) inafferrabile, sconosciuto, fantasticato. Possederlo sarebbe infatti soddisfare il bisogno di esso, estinguendo in tal modo il desiderio che alimenta l’attrazione d’amore. Perciò il vero ruolo dell’amato è di essere mezzo, per l’amante, per conoscere sè.

E in questo quadro anche il desiderio dell’amante di essere a sua volta amato adempie, essenzialmente, a questa stessa funzione. Si ama infatti qualcuno anche in quanto si desidera qualcosa che in verità è il segreto della propria potenza desiderante e essere ricambiati nella corrispondenza del desiderio è il modo supposto più diretto per svelare questo segreto, ricevendo la chiave dell’enigma di tale potenza invasiva direttamente dal riconoscimento della verità della forza e il valore di tale potenza da parte dell’altro.

Nell’altro il desiderio è cioè anche per questo, in forma complesse, proiettato. Ed è grazie a questa proiezione che il desiderio dell’altro, quando c’è, viene riconosciuto e si attivano strategie per evocarlo che possono, in quanto volute, anche essere capaci di accorte previsioni ed attese.

E’ come nel transfert, messo in luce da Freud: tutto funziona perchè l’analizzato suppone che l’analista sappia la verità, esattamente quella di cui l’analizzato sente mancanza. Ne consegue – e anche qui Freud, come altrove, non si ritrae da quel che intravede – che nell’amore molto sia transfert, e che il transfert sia amore. In entrambi i casi c’è valutazione (e sopravvalutazione) dell’altro desiderato, filtrata da uno sguardo curvato dalla potenza desiderante. In entrambi i casi c’è ricerca di sé per proiezione di sé (e di altro) nell’altro.

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Conoscere sé per mezzo di sé: Narciso

E’ connaturato negli uomini l’amore degli uni per gli altri; esso ricongiunge la natura antica, e si sforza di fare, di due, uno”

(“Simposio”, dal discorso di Aristofane)

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untitledIn questo gioco il rischio può essere estremo, per sé e pure per l’altro. 

Soprattutto se si arriva a cercare nell’altro solo un riflesso di sé o della parte amata di sé. L’amante diventa allora Narciso e affoga la sua ricerca di relazione in una fusione con sé in cui viene meno il respiro. In questo è il rischio maggiore:  essere chiamati al dono di un’apertura all’altro e ritrarsi ripiegandosi, credendo di amare, nel proprio sè e nel proprio fantasma. Amanti , magari amati, rifiutanti però in tal modo il dono – peraltro rischioso – d’amore.

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imagesCAH6WBYQ(fotogramma da “Eyes wide shut” di Stanley Kubrick)

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 Dicono

che il primo amore sia il più importante.

Ciò è molto romantico

ma non è il mio caso.

Qualcosa tra noi c’è stato e non c’è stato,

è accaduto e si è perduto.

Non mi tremano le mani

quando mi imbatto in piccoli ricordi

e in un rotolo di lettere legate con lo spago

nemmeno con un nastrino.

Il nostro unico incontro dopo anni,

la conversazione di due sedie

intorno a un freddo tavolino.

Altri amori

ancora respirano profondamente in me.

A questo manca il fiato per sospirare.

Eppure proprio così com’è,

è capace di ciò di cui quelli

non sono ancora capaci:

non ricordato,

neppure sognato,

mi familiarizza con la morte.

(Wislawa Szymborska)

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imagesU0H6HBV5L’affettività in cui, anche, consistiamo alimenta ogni nostra dinamica. Dunque: ogni ricerca, ogni relazione, ogni oltrepassamento. Le sue forme, figure e sfumature sono molteplici. Ma tutte calibrate intorno a una misura che ha a che fare con un plesso semantico che i Greci hanno nominato Philìa, o Eros.

La tensione di cui anche la filo-sofia si alimenta, nei suoi slanci e forme, ha quindi anch’essa a che fare con questa misura, con questa cosa che, al di là di ogni riserbo e pudore, può senz’altro essere  chiamata col nome di “amore”. Perciò la filosofia può dunque essere – forse inevitabilmente anzi sempre anche lo è – discorso d’amore e discorso su amore. Lo è certo stata. Platone in questo ci è antico maestro.

Ma anche altri e altri – non solo Platone – hanno affrontato con coraggio la ventura (in mare aperto…) di tentare di dire d’amore. Pur nel rischio di riferirsi a qualcosa su cui troppo si è detto, anche di melenso e stereotipato, filosofia va riconosciuta anche come discorso amoroso, e discorso su Amore. Certo, nella consapevolezza di tutti i rischi di pensare  qualcosa che non sempre si lascia pensare, ma col coraggio e lo sguardo vigile e attento dovuti alle cose veramente importanti, rinvenire tracce e sentieri di una mappa di discorso amoroso ha un senso cui la filosofia – mi azzardo a dire – è pericoloso rinunci.

Ma per far ciò, il discorso deve innanzitutto aprirsi anche ad altri linguaggi. E deve innanzitutto ascoltare i poeti. Wislawa Szymborsa, ad esempio, nei versi qui sopra, nel suo rammentarci il legame tra l’amore e la perdita (tra l’amore e la morte…).

Ma anche altri e altri, e non solo poeti: tutti coloro che hanno disposto in parola quanto è traccia del desiderio che alimenta la vita e richiamo ad aprire l’orizzonte cui Amore ci avvia

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Frammenti: ti-amo” e follia

Qualsiasi altro desiderio che non sia il mio non è forse folle?

(Roland Barthes)

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Il discorso su amore però forse non può che dispiegarsi a frammenti.

imagesZN683857Corrispondendo così alla natura di Amore, in cui il senso lampeggia intenso e profondo, ma a sprazzi e spezzato, non certo articolato in un discorso disteso secondo pura ragione. Già Platone di questo è del tutto avveduto: nel Simposio perciò Diotima tratteggia la figura di Eros a pennellate incisive e lati prospettici, ognuno perfettamente calzante, ma anche di per sé insufficiente a esaurirne figura. Per cui Amore prende così sì forma, e seducente, ma anche una forma sfuggente – originariamente ambigua, nel suo essere figlio di Poro e di Penia – e non del tutto riducibile a coerenza e unità.

Perciò coglie perfettamente nel segno Roland Barthes, nel comporre e raccogliere, per aforismi e sentenze, le sue considerazioni su amore, nel suo “Frammenti di un discorso amoroso”: libro prezioso e rivelatore di molti lati d’amore e del discorso d’amore. Ma pure della irriducibilità – dell’amore e del discorso su esso – a pura ragione e sistema. Perciò il discorso su amore non può che essere, nei Frammenti come in generale, che una fenomenologia di situazioni e emozioni, che svela sè stessa come una fenomenologia del linguaggio amoroso.

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Pubblico qui un articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul “Corriere della sera” dal 1974 al ’75 (ora nella bella antologia a cura di S. Perrella, Dobbiamo disobbedire, Adelphi 2013). L’articolo, che apparve il 30 giugno 1974, è un piccolo gioiello di stile e di pensiero di questo autore sovranamente libero e alieno da tutte le chiese e i salotti dell’apartheid politico italiano, e rappresenta oggi forse più che allora una staffilata alla nostra inerzia materiale e morale. Non mi sembra inoltre privo di qualche collegamento con le riflessioni sulla povertà che Alessandro Bellan ha recentemente condotto su questo blog.

Goffredo Parise scrive a macchina«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.

Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.

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raymond_carver1. Che cos’è che, nei racconti di Raymond Carver, colpisce tanto? Cos’è a produrre quella sensazione strana e indeterminata, come di leggera angoscia, di misurata disperazione? – È l’estrema aderenza alla realtà, alla cruda realtà, l’assoluta assenza di infingimento, resa senza nessuna concessione al sentimentalismo, né alcuna inclinazione moralistica. Nient’altro che situazioni di vita umana nella loro più spoglia concretezza e nessun giudizio che le accompagni. Carver racconta, registra, fotografa e nulla più, si direbbe – questo, perlomeno, l’effetto raggiunto dalla sua scrittura che, più di tutto, sembra una fedele tecnica di riproduzione della realtà umana.

Dunque quella di Carver è un’arte di semplice mimesi? O la sua scrittura, così essenziale, così limpida, non è già, piuttosto, essa stessa la realtà, la vita?

Ci sono scrittori che si possono permettere di imitare la realtà: scrivere è magari un divertimento, in ogni caso un lavoro, una professione. Mentre vi si dedicano, qualcosa, in loro, non partecipa alla scrittura; al contrario, se ne sta al riparo, protetto, lontano dai tormenti del pensiero (e della vita) che prende corpo sulla pagina. L’arte alla quale si sono consacrati non rappresenta, probabilmente, nessun pericolo. Sono uomini che hanno potuto operare una scelta calcolata.

Ma c’è un’altra specie di scrittori, quelli veramente grandi, ai quali non è concesso imitare, poiché in essi, attraverso di essi, è la realtà stessa che parla. Li tormenta, quando scrivono, il travaglio che caratterizza tutte le nascite, la sofferenza di una lotta per la forma. In questi casi la scrittura è soltanto accidentalmente una professione. Nell’essenza, è qualcosa di più intimo, qualcosa di ineludibile; e non ci sono forse altri termini per dirlo, che quello di destino. Carver è uno di questi scrittori.

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