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Ogni essente è l’essente che è. È ció-che-è.

In questo senso essenziale ogni essente non è, quindi, l’altro da sé (detto con una formula: “A non è nonA”).

Ciò implica che l’essente non può nemmeno diventare altro da sé e da quel che è. Se lo diventasse, con l’altro – che esso diventerebbe – si identificherebbe. (Avremmo, nel risultato, la formula A=nonA, in cui consiste la contraddizione).

In questa identificazione l’essente non potrebbe continuare ad essere sé perché, se semplicemente continuasse ad essere sé, non diventerebbe altro da sé: sarebbe ancora, semplicemente ed esattamente lo stesso. Se invece, nel diventare altro, cessasse di essere sè, avremmo semplicemente un altro quale successore dell’essente ora inesistente, in una sequenza in cui dopo A seguirebbe un puro altro da A. Non avremmo che A è diventato – esso A – altro. Avremmo prima A, poi nonA.

Nell’identificazione è quindi l’essente (A) che deve diventare altro (ossia nonA). Identificandosi – nel diventare l’essente A quell’altro che è un nonA – sono i diversi – non degli identici, perché A e nonA non sono identici – a identificarsi. Nel diventare altro, nel risultato, è cioè il cominciante che deve lì arrivare. Là deve confluire: esso stesso e non un altro deve diventare l’altro che all’inizio esso non è. Il risultato deve essere quindi “A=nonA”, per cui il movimento del diventare altro dovrebbe quindi sfociare nella contraddizione.

Contenuto della contraddizione è però l’impossibile. “A=nonA” in cui il diventare altro consiste è cioè quel segno significante il cui contenuto – in quanto contraddittorio – è nullo.

(altro…)

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Dall’origine al (ac-)cadimento

di Andrea Soardo

Stendo qui, su invito dell’ amico Alessandro, alcune note riguardanti il problema dell’origine. Ovviamente, in quanto si tratta di semplici note, va tenuto conto della loro inevitabile incompletezza e della fragilità che ne consegue (sopratutto per quel che concerne la pars construens di questo discorso).

Il tentativo di queste meditazioni è di mostrare la necessità in base alla quale la metafisica deve allontanarsi dall’idea di origine favorendo, al suo posto, le idee di cadimento, ac-cadimento e luogo.

Innanzitutto, è però necessario chiarire il significato essenziale di questo termine; cosa intendiamo infatti quando parliamo di origine?

Il pensiero dell’origine afferma che qualcosa deve il suo essere a qualcos’altro. Ovvero, rovesciando la prospettiva, esso afferma che qualcosa è responsabile, ha in suo potere, controlla (l’essere di) qualcos’altro. Al di fuori del concetto di potere il senso dell’origine risulta inintelligibile; questo lo sapevano già i Greci, i quali attribuivano alla parola archè anche il significato di comando.

Ebbene, avere in proprio potere qualcosa significa agire nei confronti di tale cosa; in effetti, il pensiero dell’origine rimanda inevitabilmente al concetto di atto (l’originare).

Cosicché, seguiranno ora due dimostrazioni della necessità di allontanamento dall’ origine, le quali si rivolgono proprio al concetto di atto.

La prima dimostrazione è parziale, in quanto non copre la totalità dei significati dell’originare, però è comunque interessante riportarla ai fini della discussione.

Tale pensiero è già stato anticipato, nella sua sostanza, da Hegel (anche se il grande filosofo di Stoccarda non ha forse colto, nella sua radicalità, il senso di quelle idee; infatti egli è pur sempre un pensatore dell’origine): l’originare rimanda inesorabilmente ad un soggetto, senza il quale non potrebbe mai costituirsi; però esso abbisogna anche di un oggetto, poiché, se c’è qualcuno che origina c’è sempre qualcosa che viene originato. Cosicché, l’originare ha necessariamente tra le proprie condizioni quell’oggetto che dovrebbe, invece, da esso seguire.

Tale dimostrazione, pur mantenendo intatta la sua validità, non riesce ancora a liberarsi dell’idea di origine. Infatti, il suo difensore potrebbe affermare: “In effetti, se voi pensate l’origine come ciò che inizia all’ essere qualcosa, allora avete ragione: la cosa deve essere già presente affinché l’originare possa costituirsi. Eppure, creare non è l’unico significato che l’originare può assumere.

Originare può anche voler dire confermare, trattenere o meno nell’essere; infatti, anche in quella conferma risulta evidente il timbro di quella responsabilità cui precedentemente si accennava. Confermare è esercitare un potere senza aver bisogno di creare la cosa, ovvero senza sottomettersi alla precitata critica”.

L’originare si declina infatti sia come creare che come confermare; è quindi necessaria una dimostrazione che coinvolga entrambi i significati.

Ebbene, ciò che origina può dirsi veramente origine solo se è responsabile per quello stesso originare che lo investe di tale titolo. Ovvero, l’origine può chiamarsi tale solo se origina l’originare; infatti, essa non sarebbe origine se non comandasse il suo stesso atto. Le critiche che possono seguire da tali considerazioni sono molteplici; mi limito a dire che tutto ciò che è sottomesso all’originare è per forza un originato, mai, quindi, l’originare stesso; in virtù di ciò, l’origine non può essere responsabile per il suo stesso potere, ovvero l’origine, in realtà, non è origine.

Come anticipavo, da tale orizzonte scaturiscono alcune figure concettuali, di cui mi limiterò a dare brevi cenni.

L’ ac-cadimento (come nel cadimento risuona il senso del cadere, ovvero dell’essere liberi dal vincolo dell’origine), pur non dovendo il suo essere ad alcunché, cade verso (ad), abbisogna di un luogo (che può essere anche una molteplicità) che accolga la sua caduta. Il cadimento per contro non rimanda ad altro, ovvero può cadere senza che qualcosa lo accolga.

Tali concetti sono legati necessariamente ad un’idea gerarchica della differenza, ovvero ad una differenza che non può mai essere corrisposta.

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Trasformazioni della dialettica” è il titolo del (bel) libro pubblicato da Alessandro Bellan nel 2006 per i tipi de “Il Poligrafo”.

Nel libro sono raccolti vari saggi, prevalentemente su Adorno e la teoria critica. Ma molto di quanto in tale testo viene sviluppato trova il suo terreno originario anche in una riflessione su cosa sia, o sia stata, propriamente la dialettica hegeliana. Tema questo, della dialettica, forse troppo poco presente nelle riletture contemporanee del pensiero di Hegel.

All’interno di questa categoria può aprirsi un dibattito, una discussione, o possono essere sviluppati una serie di approfondimenti e chiarimenti intorno ai temi e alle riflessioni presenti nel libro; oppure intorno alle questioni di cosa sia la dialettica hegeliana, e eventualmente di quale sia il suo valore metodologico o- perchè no? – veritativo (questione quest’ultima sostanzialamente quasi sempre negli ultimi tempi accantonata).

Paolo

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Proposta: che mi si dice della questione decisiva dell’aporia del nulla? Termini della questione: nel dire o pensare che il nulla non è, lo si investe di realtà che gli si nega. (la formulazione è ovviamente perfettibile)

Paolo

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