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Archive for the ‘Dialetticamente’ Category

L’Uomo libero pensa alla morte meno che a qualsiasi altra cosa, e la sua sapienza risulta dal meditare non sulla morte, ma sulla vita

(Spinoza. Ethica Libro 4, prop.67)

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1

All’inizio.

Una variazione si avvia: un primo moto. Un’apertura incrina, o strappa lacerando, il compatto.

Nell’aperto: un qualche recettore (una vibrissa, un’antenna, un qualcosa…) si erge e protende. A tentoni tasta: un primo sensore registra un contatto.

Un’interfaccia così si dispone. Un qua e un là si squadernano. Quindi altri inizi, prima o dopo, si avviano: nel dappertutto dilagano. L’incrinatura si insinua in tal modo in più punti, in più lati e volumi. La rete delle relazioni poco a poco in tal modo si intesse, si estende. Si intreccia, sviluppando via via tutte le concepibili forme di relazione possibili : nessi interconnessi, in reciprocità e interazione, a loro volta hanno inizio, dando inizio a forme via via più complesse. Nella comunicazione che così interconnette si fissano nodi, in-formazioni circuitano.

Alfine, a un certo punto e momento, un occhio (un orecchio, una bocca, un corpo senziente…) anch’esso si apre.

Anche sensazione e visione, in qualche forma, hanno quindi l’inizio.

Così il mondo – strutture significati sensi – si svela: (co)inizia a sua volta.

***

Dopo l’avvio – dopo l’inizio – nel mondo lì dispiegato allo sguardo, tutti gli (ulteriori) inizi sono allora possibili.

Inizi, più inizi, quindi proliferano in più punti e eventi. Ma tutti – ciascuno e l’inizio che per primo si avvia, sono sempre avvertiti come un già accaduto, come già sempre dato (quindi anche fuggito, sfuggito) e perciò sempre già stato. Quando un inizio è avvertito è perché esso è (già) accaduto, sempre già iniziato.

Nel mondo, nel suo dipanarsi ed esporsi, non si può, cioè, non concepire un inizio. Ma questo inizio (sorprendentemente?) non può che essere però che già sempre iniziato.

L’inizio – se da un lato non può che essere tale solo nel mentre esso accade – è però inizio solo se oltre sé stesso si dispiega ciò che da esso è iniziato. Ma non solo: e inizio e iniziato  – per essere tali – debbono anche essere come tali intravisti: come due eventi posti in sequenza nella relazione, appunto, di inizio e iniziato. Perchè l’inizio sia deve cioè anche, come inizio, essere intravisto. E quindi saputo.

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Svelandolo, quanto lo riconosce lo riconosce essere stato velato, ma nel mentre è svelato il velato diventa anche un passato. L’inizio è perciò sempre saputo come un già stato.

Il cominciamento è sempre già cominciato.

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L’inizio (che sia un primo moto, o il primo sensore, o il primo occhio che si apre, finanche il primo sapere del mondo, il primo sapere di sé) è inizio e viene dunque sempre saputo – quale l’inizio che è – solo dopo accaduto: solo nel momento in cui l’iniziato lo svela – essendo da esso iniziato – quale suo (dell’iniziato) inizio. Ma inizio già iniziato. Quindi già passato: oltrepassato.

L’inizio perciò è pre-supposto. Posto come antecedente, passato.

L’inizio implica sempre vi sia l’iniziato. Senza un dopo, non si dà il prima che del dopo è l’inizio. E viceversa, il prima implica il dopo. Ma è solo nel dopo che questa struttura si mostra e si dispiega, nel suo prima e il suo dopo, nel suo dopo e il suo prima.

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Solo dopo che l’evento è iniziato, si pone ed espone dunque l’inizio.

Solo dopo che l’evento è iniziato l’inizio viene a esser sé stesso. Si può dire: solo allora l’inizio inizia a essere inizio. E solo dopo che l’evento è iniziato è quindi possibile l’iniziato si accorga di essere cominciato (e si accorga così del suo inizio), rendendo possibile l’indicazione (e dell’inizio e di sè).

Questo indicare è sapere, in cui il mondo acquisisce direzione e cioè senso: in tal modo i significati in cui il mondo consiste possono diventare perspicui. Solo nel momento in cui l’occhio inizia a sapersi, in un iniziare (a sapersi) che sa di un altro inizio (il saputo) già avviato, il mondo inizia così anche nel suo significare: inizi si intrecciano, si dispongono, si sovrappongono, cominciano a dirsi.

L’inizio, astratto dal suo successore, è uno precedente il due, suo successore. Ma solo nel due l’uno si svela nella sua antecedenza: solo nell’interfaccia duale – nel crinale in cui la relazione più elementare si articola – l’inizio, distinto da ciò di cui è inizio, prende spicco di inizio.

L’inizio – in sé, privo di successore, non ancora inizio; in sé puro essere inconsapevole e in sé non consaputo – nell’interfaccia tra una mente ed un mondo si svela, nel suo essere inizio e essere quell’inizio: atto e momento in cui il dispiegarsi del mondo sboccia in una mente in cui il mondo – l’iniziato che sempre ha già sorpassato l’inizio – inizia a sapere di sé.

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Se dunque l’inizio è sempre già stato ed è realizzato quando l’iniziato non può che a sè anteporlo, è l’iniziato che inizia l’inizio, iniziando così a sapere l’inizio (e iniziando a sapere di sé quale iniziato).

Anche l’iniziato perciò inizia a sua volta: è anch’esso, un inizio: inizio di sé e inizio dell’iniziare a sapersi (iniziato già avviato da un inizio già sempre stato).

In questo senso l’inizio sempre va ad iniziare altro inizio. Ogni inizio (e ogni iniziato in quanto a sua volta è inizio) sporge sempre dunque daccapo verso altro iniziato, a sua volta iniziante (riconosciuto come tale in altro iniziato).

Sempre, perciò, si ricomincia, nell’iniziante apparire di quanto via via incomincia, nel sapere di ciò.

Sempre si ricomincia, da capo.

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Ogni segno, nel darsi come tale, è – nel suo a un certo punto iniziare a indicare – un inizio che indica cosa, che già è iniziata.

Ogni parola è un segno che sa, poiché dice. Nel suo fondo dice quindi sempre anch’essa un inizio – intravedendolo come già dato, cioè già iniziato. Ogni parola si riferisce a qualcosa che – essendo sempre in qualche modo riferimento, non può che esser già dato, nel suo essere stato un inizio. A sua volta anche la parola è poi essa stessa un inizio (colta come tale solo grazie al discorso, con essa e da essa iniziato.

In questo senso ogni presemantico è sempre già semantizzato. L’Uno è sempre (solo) a posteriori intravisto.

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L’inizio perciò è sempre (anche?) racconto, che dice il già stato già cominciato. L’inizio quindi è sempre nello spazio e nel tempo del mito, istituente e narrante solo ciò è già sempre accaduto. Ogni origine e ogni nascita sono un inizio che – come la nascita di ciascuno, sempre a posteriori saputa – non può che essere, solo dopo accaduta, saputa e narrata.

Narrarla è parola, cioè mito. Narrare di sé è sapersi: mitobiografia.

In questo senso ogni nascita è sempre un inconscio, che solo apparendo come già stato e iniziato può dire e sapere di sè.

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Perciò sempre si ricomincia, con lo sguardo rivolto all’indietro, scorgente un indietro, che c’è ma era inconscio.

Sempre c’è un iniziato che perciò pensa e narra un inizio, per scoprirsi inizio iniziato.

Ma perciò anche sempre incominciante. Perciò sempre – noi – ricomincianti, nell’essere già cominciati.

Il nostro destino è sempre ricominciare un inizio già stato.

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Esistere psichicamente

Da questa artificiosa terra-carne

esili acuminati sensi

e sussulti e silenzi,

da questa bava di vicende

– soli che urtarono fili di ciglia

ariste appena sfrangiate pei colli –

da questo lungo attimo

inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,

da tutto questo che non fu

primavera non luglio non autunno

ma solo egro spiraglio

ma solo psiche,

da tutto questo che non è nulla

ed è tutto ciò ch’io sono:

tale la verità geme a se stessa,

si vuole pomo che gonfia ed infradicia.

Chiarore acido che tessi

i bruciori d’inferno

degli atomi e il conato

torbido d’alghe e vermi,

chiarore-uovo

che nel morente muco fai parole

e amori.

(Andrea Zanzotto)

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Bisogna avere un caos dentro di sè

per partorire una stella danzante

(Friedrich Nietzsche)   

                                                                                                                         

Tutto quanto varia e scorre ha quindi ritmo. E’ un ritmo.

Ma non ogni ritmo – pur essendo sempre ritmo dello stesso – è lo stesso ritmo. Quale tempo è battuto non è equivalente. Quale tempo è battuto non è indifferente.

Non ogni ritmo genera infatti – per me, per te, per noi – dall’apertura pulsante del caos, la stella e la danza.

Non ogni ritmo asseconda la stella o è della stella: non ogni ritmo cioè si accorda all’oriente nel panorama squadernato, non ogni ritmo è nella luce che attira, né si intesse della sostanza-materia di cui tutto è modo (tutto è aggregazione o polvere di ciò di cui le stelle sono fatte), non ogni ritmo sente richiamo del de-siderio che rimanda al siderale da cui tutto viene e in cui tutto va.

Non ogni ritmo è danza: disporsi di un movimento in stilema in cui il corpo tutto si esprime, nel gioco di un equilibrio sempre via via riassestato, a tempo col mondo.

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Il ritmo monocorde e ossessivo in cui si intestardisce Narciso non è quindi il ritmo dell’apertura desiderante di Eros.

Il ritmo delle galassie e l’ampio lento respiro del ciclo complessivo della natura non è il ritmo dei tempi sociali artificiali. Il ritmo, disteso o frenetico, del brulichio della natura al suo rinascere primaverile non è il ritmo lento e sospeso dell’attesa invernale o della calura estiva.

Il ritmo del lavoro dell’artigiano o del contadino è altro dal ritmo del lavoro di fabbrica. Il ritmo del tempo dell’educazione e dell’elaborazione culturale non è il ritmo della produttività industriale. Il ritmo della lettura, della riflessione, della scrittura non è il ritmo della chiacchiera. Il ritmo sospeso dell’ascolto non è il ritmo dell’urgenza di riempire col rumore il vuoto.

Il tempo del sogno non è quello della veglia. I ritmi compulsivi a fronteggiare l’angoscia non sono i tempi della serenità, o del dilagare dell’indifferente o dell’indifferenziato.

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“Bisogna avere un caos dentro di sè

per partorire una stella danzante

(Friedrich Nietzsche)

                                                                                                                                                    

Ogni evento è un nodo, entro un contesto fluente. Ogni evento cioè accade in sfondi, in campi di forze, secondo sviluppi sequenze intervalli e cesure. Il fluire del tutto è in tal modo articolato e scandito. Scandito in punti d’avvio e conclusioni, pause, attese e irruzioni, arrivi e partenze: ritmi.

Più o meno lentamente o velocemente, più o meno accelerati o dilatati, sospesi o frenetici, variano quindi gli spettacoli che ci avvincono o tediano. Nel mutare di timbri e atmosfere, tutto in tal modo pulsa. Ritmicamente.

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I cicli celesti e delle stagioni, il ciclo delle età della vita, il ciclo solare nell’arco del giorno, il ciclo lunare (e il ciclo mestruale), il ciclo della fame e la sete, il ciclo del desiderio sono stati ben presto notati e attentamente osservati dagli uomini dei tempi preistorici e prefilosofici. Ma anche le vicende storiche, le società, la politica, l’economia, la stessa storia del pensiero evidenziano ritmi.

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Nell’apertura si dispone perciò lo spettacolo, in cui si dispiegano movenze secondo cui lo spazio danza.

Un ritmo batte il suo tempo e le sue variazioni di tempi. Dispiega in tal modo, e suggella, nelo squadernarsi degli attimi le forme che appaiono e variano. Tra le pieghe delle differenze tra gli ambiti in cui il ritmo scandisce i suoi tempi, si può intravedere una legge, si possono decifrare le logiche

Il consumo

L’esistenza si regge sul dispendio di energie e la loro ricostituzione costante. Cicli biologici inducono perciò a un interagire col mondo volto al consumo, nell’assimilazione di oggetti che – focalizzati, avvicinati, afferrati, trasformati, frantumati, distrutti, negati – infine sono perciò col Sè fusi, in esso inglobati.

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“Dubitare presuppone già la certezza”

 (Wittgenstein.  Della Certezza).

Dubbi – in situazioni svariate, per differenti motivi – frequentemente ci assalgono. Più spesso si insinuano.

Dubbi circa la precisione di un certo ricordo. O circa la verità di un’idea, la veridicità di una proposizione linguistica, il significato di un comportamento, l’opportunità di una scelta…. Dubbi investono il passato, dubbi investono il futuro, in quanto tale sempre incerto. Nulla del passato magari è attendibile, quanto è qui ora di fronte magari è allucinazione. In qualsiasi situazione e momento, può un dubbio affiorare. E dilagare anche, pare (come nell’inquietudine delle crisi in cui nulla più sembra certo e tutto oscilla).

Se tutto questo è esperienza od esperienza possibile, quella in cui il dubitare consta, quando appare dubbio non è però dubbio che il dubbio sia dubbio.

Questo è importante (forse paradossale?): il dubbio, quando si impone, è, peraltro, indubitabilmente dubbio.

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Già solo perciò – per il fatto cioè che dubitare è indubitabilmente tale quando si dà – il dubbio si impone – in certo senso stranamente, esso che è dubbio – come evidenza. Tal quale ogni altra percezione attuale e ogni contenuto di pensiero attuale in quanto è in atto, anche il dubbio, quando si dà, si impone: evidenza inemendabile nel mentre si staglia. Persino il dubbio quindi, nel suo essere in atto, è indubbio: ossia è dunque certezza.

Non c’è dubbio dunque senza certezza.

Ciò già solo per il fatto che dubbio per essere tale deve essere certamente dubbio. Tanto che se è vero che si può porre in dubbio anche la certezza di un dubbio, questo dubbio (sul dubbio) non può che riferirsi alla certezza di un dubbio, certezza antecedente e anteposta. Ma non c’è dubbio senza certezza (persino nel caso di un dubbio su un dubbio) anche e soprattutto perché ogni dubbio, in realtà (e non solo il dubbio su un dubbio) non può che porsi in seconda battuta. Solo se dapprima una certezza è posta (sia pur quella vaga di un incipiente avvenire), disponibile al dubbio sì, ma non dubbia, il dubbio potrà infatti investirla.

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(testo proposto quale contributo alle iniziative della SFI Trevigiana per la Giornata Mondiale della Filosofia)

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La morte della filosofia, le varie ipotizzate forme del suo oltrepassamento, il tramonto della metafisica e dei suoi immutabili, la marginalità socio-culturale dell’etica e dei saperi filosofici in genere sono quanto la stessa filosofia contemporanea spesso in fondo riconosce come eventi in atto (filosoficamente perciò tematizzandoli).

Tutto ciò è quindi anche parte essenziale della narrazione che la filosofia (definendo sé stessa, e dunque la sua vicenda) fa di sé. In questa auto-narrazione la filosofia delinea la tradizione in cui consiste e individua (nel suo autodefinirsi anche secondo la sua genesi) un suo inizio: in un certo luogo e un certo tempo. Se nell’ordine delle cose sta che quanto ha un inizio possa avere anche in qualche modo una corrispettiva fine, la fine della filosofia potrebbe dunque essere null’altro che l’epilogo di una vicenda che dalla radice greca dispiega l’Occidente per poi concludersi.

La filosofia purtuttavia non si propone soltanto come una tra le tante vicende che nel mondo accadono, né perciò come uno, semplicemente uno, tra i saperi via via escogitati dall’uomo per abitare, a suo modo, il mondo. Il sapere cui la filosofia intende infatti aprirsi è intenzionato da uno sguardo (quello in cui la filo-sofia consiste) rivolto all’intero, al tutto (all’essere). E alla verità del tutto aperto.

Se In questa apertura l’essenza del dire filosofico sta quindi nel cercare di indicare la verità (o lasciare che la verità si mostri), ciò vuol dire che senza ricerca della verità la filosofia non è. Ciò non implica però che senza filosofia la verità non sia. Anche fosse (vero) infatti che la verità non fosse dalla filosofia attinta o magari non possa essere in alcun modo attingibile o attinta; anche fosse (vero) che da nessuno sia pensata o detta, la verità comunque, nella sua evidenza, silente lì dove sta, starebbe.

La vicenda in cui la filosofia consiste questa verità ricerca, ma anche qualora questa vicenda giungesse al termine (o a compimento), comunque altri indecifrati linguaggi, altri a me (a noi occidentali) sconosciuti sguardi, possono o potranno ad essa volgersi, in altri luoghi modi e tempi.

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Pubblico qui il testo preparato per il Festival della Filosofia di Ischia dedicato al concetto di “Tempo” http://www.lafilosofiailcastellolatorre.it/

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Concepire e pensare adeguatamente il tempo presenta notevole difficoltà e complessità, per lo meno per le insite nel concepire, senza contraddizione, l’istante in cui il tempo si mostra e che innerva il tempo nel momento in cui si pensa che tutto il tempo sia successione di istanti. Il tempo è tutto e sempre in istanti che, prima o poi, esistono. Ma concepire adeguatamente l’istante è problema.

Questa difficoltà ha motivi profondi nei modi di pensare che si sono affermati e sviluppati nella tradizione della filosofia occidentale, almeno per le tendenze presenti nel pensare gli enti, i finiti (gli istanti) isolati tra loro, in sé staccati dal tutto.

All’interno della tradizione filosofica occidentale da un lato sembra infatti assolutamente ovvio che l’istante sia momento del tempo senza il quale non c‘è tempo, il quale è successione fluida e continua degli istanti. Ma appena si va a fondo nel ragionare su cosa sia istante e come esso sia compatibile con lo scorrere del tempo fin da subito il pensiero filosofico si rende conto che, se l’istante è inteso come un ente delimitato quale momento distinto e perciò separato dagli altri istanti le due ovvietà (che il tempo sia fatto di istanti e che il tempo sia fluire) sono difficilmente compatibili.

Su questa base provo a ragionare sulla possibilità di individuare fondamentalmente due modi presenti per cercare di rendere conto, cioè per cercare di pensare adeguatamente, il rapporto che lega, come appena detto, in modo molto problematico tra loro l’istante e il tempo. In ciascun dei due modi si profila però una contraddizione, di un certo tipo per il primo modo e di un altro per il secondo. In taluni casi tale contraddizione viene esplicitamente riconosciuta e in questi casi si oscilla tra i tentativi di superarla (magari arrivando a negare la realtà del tempo) o di riconoscerla come insita nella cosa stessa, ossia come strutturale alla realtà e al tempo.

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Il prof. Luigi Vero Tarca, dando in tal modo seguito al dialogo avviato e in merito a questioni specifiche a suo tempo sollevate (cfr. https://prismi.wordpress.com/2020/08/10/9931/) mi ha fatto pervenire questa sua risposta, molto interessante e sotto molti aspetti chiarificatrice.

Lo spessore teorico delle sue considerazioni e le questioni filosofiche affrontate meritano, di per sé stesse e a prescindere dunque dal loro essere risposta a dubbi o domande, di essere attentamente considerate.

Le propongo dunque, qui pubblicandole e nell’intenzione di non lasciare le riflessioni circoscritte a uno scambio solamente “epistolare” interpersonale, alla dovuta attenzione

Paolo Masini

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RISPOSTA A PAOLO MASINI

5 OTTOBRE 2020

Grazie per le questioni che mi poni, le quali mi consentono di chiarire alcuni importanti aspetti della mia filosofia.

QUESTIONE N. 1

SULLA INTRASCENDIBILITA’ DEL NEGATIVO

All’inizio tu dici:

“Se “negativo” è un universale (per cui quindi sono “negativo” sia negato che negante) di cui ogni ente (in quanto non è un altro) è un’individuazione e se tale universale concreto, cioè tale da includere non solo formalmente (senza residui quindi) tutte le sue individuazioni, il dominio del negativo mi sembra dovrebbe essere inscalfibile.”.

Questo passo è un ragionamento che consta di tre momenti (che potremmo interpretare come due premesse e una conclusione): 1) “negativo” è un universale; 2) ogni ente è una individuazione di tale universale; 3) quindi il dominio del negativo è inscalfibile.

La conclusione sembra contraddire frontalmente la mia prospettiva filosofica, la quale parla del puro positivo, cioè del positivo puramente differente da ogni negativo e quindi in qualche modo svincolato dal negativo.

Articolo la risposta in due momenti: A) La risposta alla tua osservazione, divisa a sua volta in tre passi; seguita da B) Un paio di approfondimenti relativi alla nozione di negativo.

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Studentesse e studenti di alcune classi del quarto e quinto anno del Liceo Canova di Treviso, negli scorsi mesi di gennaio e febbraio  (quindi in presenza e prima del periodo di chiusura delle scuole per l’emergenza sanitaria), hanno partecipato, in orario curricolare, ad attività di Laboratorio di Pratiche Filosofiche, coordinati dai loro docenti e dal prof. Luigi Vero Tarca, che da  anni ormai  sta proponendo e realizzando specifiche esperienze di questo tipo, sulla base di rigorosi presupposti teorici e secondo modalità (e regole)  codificate e collaudate.

All’atto pratico quanto effettivamente è accaduto nelle classi si è sviluppato in realtà secondo modi non sempre esattamente e rigorosamente riducibili al rispetto delle regole che le Pratiche Filosofiche implicherebbero. L’attività a mio avviso ha avuto infatti anche le caratteristiche di una dialogo (a partire da un testo condiviso su proposta di docenti o studenti), cui tutti i partecipanti hanno a loro modo contribuito, che si è svolto in modo più spontaneo e sotto certi aspetti più casuale di quanto le regole non avrebbero consentito. Sotto molto aspetti si è messo di fatto in atto un esperimento di fare filosofia, e non solo parlare di filosofia, con studenti degli ultimi due anni delle Scuole Superiori, quindi con persone molto giovani e soprattutto abituate ad altre modalità di approccio alla filosofia (per loro una disciplina scolastica prima che una possibile esperienza personale e culturale). Ciò non ha però, secondo me, minimamente inficiato il valore di quanto è accaduto. Gli studenti, di loro, hanno trovato infatti l’esperienza molto interessante e per molti è stata senz’altro coinvolgente. A chi l’ha proposta e gestita ha fornito occasione per riflettere sui modi in cui proporre il fare esperienza filosofica a scuola (e forse su cosa possano anche essere, in contesti particolari, le stesse Pratiche Filosofiche).

Terminata l’attività nelle classi, riflettendo successivamente su quanto realizzato e sui suoi presupposti filosofici, ha preso poi corpo un breve scambio di mail tra me e il prof. Tarca, in cui sono emerse questioni a mio avviso filosoficamente rilevanti, che penso possano incuriosire o interessare chiunque abbia a cuore le stesse questioni o analoghe.  Nello spirito dell’attività delle Pratiche il prof. Tarca mi ha a suo tempo sollecitato anche a rendere in qualche modo non circoscritto a un solo ambito tra noi privato  le mie considerazioni. Penso che “pubblicare” in questo blog le parti delle mail in cui prende forma la conversazione filosofica intercorsa tra noi (sono omesse quindi le parti più “burocratiche” e più personali che non concernono direttamente questioni di filosofia) sia un modo per corrispondere a questa richiesta.  I testi delle mail scambiate sono quindi qui sotto riprodotti, tranne le parti omesse, pari pari (quindi mantenendo anche alcuni modi colloquiali, formalismi e ridondanze, almeno da parte mia, tipiche del registro linguistico epistolare). 

Va forse infine  precisato che tutta l’attività svolta ha preso avvio da un testo steso dal prof. Tarca, quale introduzione e presentazione dell’attività proposta, fornito a tutti i partecipanti. Al termine dell’attività il prof. Tarca ha poi fatto pervenire delle considerazioni finali, sollecitando docenti e studenti a una riflessione e a un possibile libero dialogo. La mia mail, in cui esprimo alcune considerazioni, richieste di chiarimenti e dubbi in  merito ad alcune questioni intende corrispondere a questa sollecitazione.  ll prof. Tarca mi ha quindi  generosamente e gentilmente risposto. A ciò è seguito un mio ulteriore intervento. Lo scambio si conclude quindi (per ora, forse) con alcune domande da me poste, innanzitutto a me stesso. Il discorso, con ciò, è dunque lasciato in qualche modo anche in sospeso, come peraltro è forse bene che sia, nel senso che resta aperto a tutte le ulteriori considerazioni e direzioni possibili.

Paolo Masini

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“.. Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori si estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il vento e il caso danno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…

(Italo Calvino, da “Le città invisibili”)

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Man mano che qui sto scrivendo, segni si depositano sulla pagina, che via via si riempie.

Per farlo – come sto facendo qui ora, in videoscrittura – pigio su tasti in ognuno dei quali segni sono già inscritti. Lettere dell’alfabeto (cioè segni), parole (anch’esse segni), frasi (per quanto più articolate, pur sempre ancora segni) si dispongono così via via sviluppandosi in testo. Anch’esso – il testo – (macro)segno (composto da segni formati da segni…).

Se alzo lo sguardo dallo schermo, ritrovo – qui nella stanza in cui scrivo – le cose consuete, disposte intorno a me come sempre. Anche queste cose – incluso lo schermo in cui si staglia la pagina in cui i segni che traccio vanno ad inscriversi – sono anch’esse dei segni: segni muti, non parole (anche se tutti a parola – fosse pura alla sola parola “cosa” – riconducibili).

Siamo circondati da segni, avvolti da un mondo di segni in cui incidiamo a nostra volta segni. Segni-parole, segni-immagini, indici, cartelli, gesti, suoni, posizioni, posture… Siamo noi stessi innanzitutto un groviglio di segni: segni che altri intravedono in noi, grazie cui altri ci segnano e così definiscono. Segni ci distinguono e identificano, (primo fra tutti il mio, e tuo, nome proprio, segno attorno cui tutto il me-stesso converge). Siamo segnati: innanzitutto nel corpo, nella memoria. Siamo segnati dagli altri. Emaniamo e incidiamo segni. Li decifriamo.

Anche io é un segno. Segnaposto nel linguaggio. Segno, decifrato come tale (come io), nello specchio del mondo in cui la mia immagine (specchiata, fotografata) fa segno di me (segno connesso a innumerevoli altri indecifrati segni nell’immagine-mondo in cui sto).

Linguaggio, mondo

Segno è tutto ciò che rimanda a un significato. Segno cioè rimanda ad altro da sé. Sempre indica altrove. Anche quando indica sè, il segno in quanto indice è altro da sè in quanto indicato. Nel segno ciò che è indicato è quindi sempre l’altro. Nel segno l’altro, in tal modo, è espresso.

Il segno pone quindi in risalto. Pone in risalto ciò di cui è segno e – quanto così posto in risalto – è col segno in uno specifico modo annodato. Intrecciandosi poi ulteriormente i segni tra loro, anche le cose indicate dai segni si annodano. In un reticolo di segni, un mondo si apre. L’insieme strutturato dei segni ne è il linguaggio.

Nel linguaggio le cose hanno così nome, nel gioco dei rimandi dei nomi alle cose e dei nomi (e le cose) tra loro. Nomi e cose, così, acquisiscono la loro specifica forma, viva e pulsante di significati e di sensi. Articolazione espressa del senso, pensata e interpretata per mezzo di segni (parole, immagini, indici, suoni…): il mondo.

Trasparenze, interpretazioni...

Il linguaggio stende così il suo manto sul mondo, facendolo emergere in rivelazione (come un già sempre stato perché il linguaggio, e quindi il mondo, sempre precede chiunque). Manto trasparente che lascia tralucere cose, il linguaggio dispone puntuazioni di segni che sono tracce di senso.

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Conoscere sé per mezzo dell’altro

Amavo Socrate nella convinzione che toccasse a me – se mi concedevo a Socrate – di ascoltare proprio tutto quello che costui sapeva”

(“Simposio”, discorso di Alcibiade)

Nella vicenda amorosa, alimentata dal desiderio e sostenuta da indizi di una promessa possibile, l’amante vuole dunque avere accesso alla trasparenza di tutto l’amato. E questo accesso lo vuole (r)assicurato, ancorato a un “per sempre”.

A tal fine l’amante interpella, parla, chiede, progetta, escogita, pensa. Si arrovella perciò nel tentativo di indirizzare il discorso, lo propone, cerca così di intessere dialogo e di alimentare in tal modo una storia. Ma, nonostante tutte le intenzioni e accortezze, il discorso d’amore può essere governato e dominato solo in piccola parte.

L’amante vorrebbe infatti svelare l’amato in trasparenza assoluta, catturarne il segreto, ma l’amato – finché è desiderato –  sfugge alla presa. Si desidera infatti solo quanto non si possiede e l’amato desiderato resta – finché il desiderio lo agogna – in quanto tale non colto nel suo prezioso segreto. Questo segreto alimenta la vicenda d’amore, per cui le parole (e i significati delle singole azioni) nella trama del discorso e della storia d’amore non possono avere mai chiaro e univoco senso, ma possono solo alludere a quanto significano. In gran parte dunque anche sviano e nascondono.

Perciò nella vicenda e nel discorso d’amore nessuno governa la cosa, men che meno l’amante. Quanto accade è quindi sempre anche altro da quanto è ordito. Le parole e le azioni innescano cioè sempre anche altro da quanto, peraltro confusamente, è auspicato. Di questo altro il discorso e la vicenda amorosa sono la cifra, che non scioglie l’enigma.

L’amante è cioè dominato da una potenza, che lo attrae e che egli attribuisce all’amato. Perciò vuole conoscere dell’amato tutto: perché vuole sapere della figura e del segreto di questa potenza – in quel tutto intravista – che così tanto lo attrae. Ma, nel perseguire questo intento, non ha in realtà mai esperienza di tale potenza, che ritiene essere altra da sé. Quel che davvero l’amante esperisce, quel che gli accade davvero è invece inevitabilmente esperire (e quindi in qualche modo conoscere) innanzitutto una parte di sé: quella parte che, attratta dai modi specifici di quella potenza, a contatto con quella potenza si accende e si espande.

L’interesse, colmo di desiderio, è guidato quindi, in tal modo, sì dalla ricerca dell’identità dell’amato. Ma questa ricerca è piuttosto occasione e pretesto per percorrere in realtà altra via, nella quale la vera posta in gioco del desiderio attivato si mostra. L’unica via percorribile, l’unica che dunque per davvero sia in gioco, è infatti quella che porta a conoscere quella specifica parte di sé che è attratta e potenziata dalla specifica forma di potenza nell’amato intravista.

Nel conoscere e accedere a tale potenza il rapporto d’amore si svela essere in realtà mezzo per conoscere sé. (altro…)

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