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Archive for the ‘Dialetticamente’ Category

“L’essenziale è invisibile agli occhi”

(A.De Saint-Exupery, “Il Piccolo Principe”)

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Tra i simboli cui Dioniso è associato vi è – potente irridente inquietante – la maschera. In essa Dioniso si manifesta. Quando essa appare, lì Dioniso sta.

Nella maschera Dioniso rivela il volto. E rivela il suo essere, come è ogni maschera, anfibio, volto a due lati: esposta nel  verso visibile (il volto) la maschera ha un retro, nascosto da quanto – interposto e sovrapposto – si mostra nella pura frontalità in cui il volto esposto consiste. In Dioniso questo retro, come in ogni maschera oscuro, è peraltro intuito essere caos, frenesia, vuoto nulla di forma in cui serpeggia debordante energia. Magma da cui esplode la vita e a cui tutto nella distruzione poi ritorna.

Nella sua rivelazione, attraverso la maschera, Dioniso espone così il suo enigma. Una immediata presenza si fa incontro in uno con una invalicabile assenza. Se nella maschera Dioniso si mostra, tuttavia la maschera non ne è che segno, per quanto inquietante segno. Dioniso è infatti sempre anche altrove, là dove sono follia ed abisso. E’ in duplicità e contraddizione che Dioniso dunque insieme si insedia nella presenza e nello stesso tempo si sottrae in lontananza.

Seno da cui tutto erompe e irrompe e a cui tutto torna, Dioniso appare in maschera. Ma portatore della maschera, nella festa, è quindi sì uno che appare, ma insieme il portatore è un altro (è Dioniso, l’enigma e la potenza di Dioniso)

La maschera in sé è immobile. Ma Dioniso danza. E nel movimento in cui la danza si evolve, anche la maschera insieme via via si disloca spostandosi. La rigidità del volto impresso nella maschera impone l’insistere di Dioniso nella soglia nel mondo, il suo non appartarsi. Ma è la danza che lo porta (potenzialmente) là dove sta, ossia ovunque. La maschera in sé resta immobile, è vista e guarda. In sé statica, va però qui e là, nel movimento ritmico del danzatore. In tal modo indica quindi un sostare (di Dioniso tra gli uomini), ma la sosta del dio si effonde dovunque, nel movimento (nella danza) del mondo.

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Telemaco tu stesso alcune cose penserai dentro di te,

altre te le suggerirà il tuo demone

(Odissea)

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L’attimo in cui si concentra, in luce, l’esistenza in atto è avvolto da un’ombra. Quest’ombra si infiltra nello spettacolo che si squaderna, disponendo il mondo nei suoi chiaroscuri e colori.

Ma in ombra è anche il luogo da cui fuoriesco e in cui, in me stesso, io sto. Qui un’ombra, che è archetipo (da Jung individuato), ci abita. Nell’ombra tutto quanto non mi appare, tutto il passato e il futuro, tutto il simultaneo (o l’eterno che non colgo in quanto tale) trovano deposito, nell’oscurità che – omogenea a sè dovunque sé medesima – azzera bordi, spicchi e confini.

L’ombra non è il nulla, né il buio abissale della notte assoluta. E’ il qualcosa indeterminato in quanto è oscuro. L’ombra esiste. Fuori e dentro le luci e le ombre del mondo e dell’autocoscienza, ineliminabilmente oscura, avvolgente e incombente, l’ombra del non apparire e l’Ombra archetipica sigillano inconscio un Altro che c’è. Questo Altro è nel mondo. Ma poiché il mondo è sempre il mio mondo, in me, in ciascuno di noi, deposta filtrata nell’archetipo dell’Ombra annidato nell’inconscio – inconscio che l’Ombra in quanto tale segna e designa – anche tutta l’ombra del mondo è accolta.

Nell’Ombra si raccoglie perciò tutto quanto è in ombra: non solo quanto di me sta in ombra, ma anche tutto ciò che, fuori dal fuoco dell’io, peraltro esiste in ombra. In quanto esiste, tutto ciò appare: se qualcosa non appare in luce appare in ombra.

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In ombra è anche il rimosso: quanto, rifiutato è, in quanto tale, perciò male. Male morale, in cui consiste la negatività etica di ciò che non voglio essere ma mi appartiene (in un fondo nascosto in cui non mi riconosco) e attrae. Ma – nel delimitare l’Ombra quanto al di qua di essa appare nella sua finitezza, dall’ombra delimitato e posto in spicco – anche male ontologico. Denegare l’Ombra è perciò moralismo sterile. Denegare la sua consistenza ontologica è non assumere, nella hybris, il limite che costringe ma dà spicco.

L’ombra c’è, però, perché vi è luce. Il positivo richiede infatti un negativo, il valore il disvalore. Non c’è il bene senza il male. Perciò c’è l’Ombra.

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downloadIl fluire della nostra esperienza si alimenta di incontri. Negli incontri, in vari modi, si intrecciano dialoghi. Tutto questo si riverbera incanalato nel flusso emotivo e cognitivo in cui l’esistenza interiore consiste.

Le situazioni, che così si configurano e sviluppano, sono anche perciò sempre ognuna differente dall’altra. Nello spettacolo che così si dispiega, ciascuna sua specifica forma è così sempre, almeno in parte, inedita, nuova. Perciò ineliminabile è il costante aleggiare incombente di una certa – seppur non sempre chiaramente avvertita – dose di imprevedibilità, e quindi di rischio e incertezza. Perciò ogni situazione richiede (richiederebbe) dunque sempre dovute accortezza e ponderazione.

Non sempre però ci può essere il tempo (o possibilità, o voglia) di soppesare adeguatamente con calma che cosa sia davvero il meglio da fare o la cosa più opportuna da dire. Non sempre riusciamo perciò davvero a disporci secondo stile consapevolmente assunto a fronte dell’incalzare e il fluire dei fatti. Perciò – poichè al fare e al dire non ci si può sottrarre – entriamo in recita. Secondo i copioni appresi ci atteggiamo in comportamenti standard. Secondo previste procedure d’approccio, piste di sviluppo dispongono gli attori coinvolti nell’incontro e nel dialogo entro ruoli precisi, entro trame prevedibili e note. Facilitatori della relazione – del tutto nuova o consueta che sia – copioni recitati lubrificano così la trama delle relazioni sociali, entro tracce prevedibili e perciò rassicuranti. Nel dialogo le battute, stabilite dal contesto e dai ruoli, sono perciò i convenevoli. I gesti sono quelli previsti, rituali dalla (buona) educazione sanciti.

In queste – rassicuranti peraltro – situazioni e dinamiche c’è però da pagare scotto: non può che serpeggiare una certa ovattata piattezza comunicativa, spesso una più o meno velata ipocrisia aleggia. E tutto ciò può anche annoiare.

Perciò accade, a volte, che – tra le parole che così si dispongono nello spazio sociale dai e nei vari linguaggi (verbale, corporeo, ecc..) articolato – si insinui o irrompa un quid, che ravvivi la piatta immersione nel fluire comunicativo aduso e sostanzialmente tendente all’essere anonimo: tra i convenevoli, entro i comportamenti usuali che regolano le nostre relazioni e dialoghi, un gioco di parole, o qualcos’altro di detto o di fatto, rompe uno schema: induce un sorriso (o un ghigno), magari una risata. Qualcuno fa una battuta, fa dell’umorismo.

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In matematica, le teorie – così pare – valgono (o non valgono) nella misura in cui sono (o non sono) fondate.

Che un certo sistema assiomatico valido sia stato, cioè, proposto da Tizio o da Caio; che un certo teorema sia stato scoperto da Talete, Pitagora o Godel in fondo non è – per ciò che attiene la matematica in sé – davvero importante. Chiunque altro avesse, cioè, proposta o scoperta per primo una certa teoria matematica, sarebbe giunto alle stesse conclusioni e avrebbe pensato quindi gli stessi pensieri. Teoria e teorema sarebbero stati esattamente gli stessi.

In matematica, cioè, la verità è nelle teorie via via elaborate e non dipende da chi l’ha pensata per primo (o da chi, dopo il primo, la stia comunque in atto pensando). Pitagora o Godel (considerandoli in questo contesto quali esempi eminenti) hanno cioè certamente legato al loro nome i rispettivi teoremi in quanto frutti delle loro elaborazioni mentali, ma – per quanto grande possa essere stato il contributo dei due matematici alla loro formalizzazione – le loro teorie (così per lo più si pensa) sono state scoperte.

L’associazione tra Pitagora o Godel e le loro teorie è cioè sostanzialmente dello stesso tipo di quella che esiste tra alcune stelle e gli astronomi cui – come a volte accade, magari per il fatto che le hanno scorte per primi nel cielo – viene associato il nome. O a quella tra certi luoghi geografici  e il nome di qualche viaggiatore o esploratore l’ giunto per primo.

Quando si ha a che fare con la matematica, cioè, per lo più si ritiene che in fondo chiunque (nello stesso contesto e con le capacità necessarie) avrebbe potuto giungere ai risultati raggiunti da chi per primo li ha elaborati, come chiunque (coi mezzi adeguati) può vedere una stella o avere relazione con un luogo nel globo.

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Chi abbia cioè pensato qualcosa di valido in matematica per primo è perciò, dal punto di vista del valore della matematica, irrilevante. Per questo, tra l’altro, in matematica la comunicazione tra i suoi cultori è sempre possibile: ogni teoria, calcolo, dimostrazione – non dipendendone il valore dall’essere formulati da costui o colui (o da costei e colei) – sono riproducibili e perciò ripetibili da parte di chiunque (sia in grado di farlo). Il sapere matematico è cioè oggettivamente disponibile e verificabile, per chiunque (ne sia capace).

Come accade, peraltro, in tutte le scienze, il cui valore dipende dal rigore metodologico con cui sono fondate (oltre che dal loro riconoscimento intersoggettivo), e non dal fatto che esse siano scoperte o sviluppate da Tizio o da Caio (fossero pure essi Heisenberg, Einstein o Bohr).

Quando a un matematico perciò si chiede (ma già porre la domanda in termini così soggettivi pare avere poco senso) “Quale è la tua matematica?”, si sta in realtà chiedendo in fondo nulla di più che di matematica. Che la matematica di cui si sta chiedendo sia “sua”, nel senso che lui l’ha pensata ed escogitata, non lo si intende per davvero. O, se un senso deve proprio avere l’intenderla sua, può essere solo in quanto attinente al più il resoconto di una biografia, o quale forma discorsiva propria soltanto di un certo modo di dire.

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Tutt’altro sembra invece essere lo scenario epistemico quando si ha a che fare con la filosofia e i filosofi.

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Se condizione affinchè la vita possa dispiegarsi in una qualsiasi forma specifica è innanzitutto – banalmente – il suo dover esserci; essa deve perciò, prima di tutto, perpetuarsi, fronteggiando tutto ciò che la può negare.

La vita richiede, perciò, cura. E quando, nonostante tutte le accortezze che la cura dispone, una minaccia rischia di farla soccombere, le strategie di salvezza dispongono azioni che, nel combattere il male, si configurano quali terapeutiche.

La nostra vita quotidiana, ma anche tutta la vita sociale, si organizzano, in tal modo, in gran parte attorno alla fondamentale e preliminare esigenza di mantener(si) in vita. Tutte le civiltà organizzano perciò dispositivi per salvaguardarsi, potenziando ciò che serve alla loro difesa e, quando i mali irrompono, alla guarigione da essi, per ripristinare quella salute in cui la salvezza consiste.

Abbagliati dalla volontà di vivere, e perciò innanzitutto di sopravvivere, fronteggianti perciò tutto ciò che minaccia di morte, i mortali agognano (tendenzialmente in tutti i modi, per cui anche e persino somministrando morte a ciò che può loro portare la morte) salvezza e, quando il male ha trovato un suo varco, cercano la guarigione.

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1images (1)Da sempre perciò la magia – e quindi la medicina che in fondo non è che magia guaritrice efficace e adeguatamente avveduta – ha accompagnato la vicenda degli uomini, rinvenendo nell’esigenza umana del controllo e dominio delle cose – e quindi nella guarigione quando tale controllo è da un disfunzionamento ostacolato o impedito – il suo senso.

Tecniche di guarigione, dapprima guidate dal mito, poi da saperi epistemici, hanno sempre costituito perciò parte integrante dei saperi sociali che le culture hanno via via costruito e perciò tramandato.

In questo senso non è novità che la medicina – intesa nel senso lato che le stiamo attribuendo – si costituisca sin dalle origini come specifica tecnica: disposizione di procedure e mezzi opportuni e efficaci rivolti al conseguimento di un fine.

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In questo senso la medicina, fin dai suoi primordi, è quindi sempre stata fondamentalmente legata alla tecnica e anche per questo – e sempre di più e più che mai oggi – la prassi medica e i saperi che la costituiscono e la guidano si sono sempre più coordinati in tecniche sempre più complesse, raffinate, avanzate. Perfettamente in linea con la logica terapeutica che guida i saperi medici, procedure rivolte alla maggiore efficacia possibile e mezzi sempre più adeguati allo scopo – ossia tecniche sempre migliori – pervadano così sempre più gli spazi, ossia i tempi e i luoghi, e le pratiche che attengono l’esperienza della malattia e della sua cura.

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Tra me e te permangono infatti, inoltrepassabili, distanza e assenza

La distanza

Perché sempre, se lì c’è un’altra coscienza, se lì c’è lui (o ci sei tu), allora ineluttabilmente “la distanza si stende a partire dall’uomo che io vedo(ivi, p.300). Là, cioè, ci dice Sartre, si apre e dispone verso il mondo unarelazione senza distanza e senza parti, all’interno della quale si estende una spazialità che non è la mia spazialità(ibid.).

La relazione senza distanza, non avendo – nel distendersi dall’altro – una distanza, non può essere infatti in alcun modo presa nella mia distanza, cioè dalla relazione senza distanza da cui si estende la mia di spazialità. Le distanze che i molteplici differenti sguardi senza distanza aprono si incrociano cioè sì, ma senza mai inglobarsi nè confondersi. Le distanze si distendono, in parallelo. Come tra me e il mondo non c’è distanza e da questa prossimità si dispiegano tutte le distanze tra me e le cose del mondo, così è – allo stesso modo, ma sempre e solo nel suo spazio – per l’altra coscienza che non è me. Inaccessibili le une alle altre le differenti spazializzazioni ribadiscono invalicabili distanze. Gli spazi non si intersecano: non si compenetrano.

Non si tratta dunque solo del fatto, di per sè banale, dell’esistenza indifferente di un, altro dal mio, punto di vista sul mondo che si sovrappone al mio. Il fatto è che le due spazializzazioni – la mia e la tua – restano inaccessibili l’una all’altra. Aprono distanze ognuna dell quali pone l’altro sì in relazione, là in fondo, a una certa distanza. Ma questa distanza è invalicabile perchè lo sguardo altrui apre distanze, ma è senza distanza. Disponendo il suo spazio, ciascuno inoltre attrae così verso di sé tutto il mondo – il suo e quello altrui, perchè purtuttavia il mondo di entrambi è lo stesso mondo – e per ciò stesso nega le relazioni (innanzitutto le relazioni spaziali) che ognuno, nel medesimo tempo, intorno allo stesso dispone.

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images (5)Esposti, indifesi: guardati

Lo sguardo altrui dunque ci può seguire sempre, ovunque. Il punto non è infatti se uno sguardo davvero ci sia o meno. Il fatto è che sempre comunque ci percepiamo esposti, e uno sguardo (magari di un dio o che altro) può essere perciò ovunque ascoso.

Questa esperienza ci costituisce a fondo. Talmente a fondo che è in questo mio essere esposto ad uno sguardo di un altrui soggetto che, letteralmente, prendo corpo. Come ci dice Sartre, è così che per davvero sento “che occupo uno spazio e che non posso…evadere dallo spazio in cui sono senza difesa”(p.305). Per il mio sentirmi visto, percepisco cioè che ho spazialità, spessore, e che perciò quindi sono esposto. Quindi “sono vulnerabile” (ibid.). E perciò indifeso.

Ed è quindi profondamente, cioè nella mia “struttura permanente del mio essere-per-altri” (ivi, p.314), che ineluttabilmente, costantemente “io sono in pericolo” (ibid.).

Nello sguardo altrui infatti la mia trascendenza, che è il mio riparo da cui dispongo il mondo, viene trascesa. “L’altro come sguardo… è… [infatti] la mia trascendenza trascesa” (ivi, p.309) – ci ricorda Sartre – e il “mio sguardo è spogliato della sua trascendenza, per il fatto che è sguardo-guardato” (ivi, p.313). L’apparizione dell’altro cosi “fa apparire nella situazione un aspetto… che mi sfugge per principio” (ivi, p.312) perché è “per altro” (ibidem). Questo aspetto che perciò non controllo è me. E questo me è perciò, costantemente, a rischio.

Così il mio me-oggetto, “limite che non posso raggiungere e che tuttavia sono “(ivi, p. 322) (e che perciò sempre mi sfugge) è il mio venire esposto all’altro. Ed è l’altro che di me così perciò dispone nel suo giudizio e a suo giudizio. Perciò “essere guardato significa sentirsi oggetto sconosciuto di apprezzamenti inconoscibili” (ivi, p.314).  

La vergogna

1In prima istanza, quindi – ci dice Sartre – perciò “il mio me-oggetto è disagio, sdoppiamento(ivi, p.322).

Doppio – il me-oggetto che io, soggetto, sono – nel mio essere o soggetto o oggetto (chè se sono l’uno non sono, sotto lo stesso rispetto, l’altro), ma insieme anche e l’uno e l’altro; doppio inoltre (e doppiamente doppio quindi) nell’essere insieme il me che sono e il me da altrui guardato. E in questo doppio sdoppiamento mai a mio agio, come attesta l’esperienza originaria della vergogna, che chiunque ha provato e prova – facendovi magari fronte – davanti allo sguardo altrui e che Sartre, ponendola tra le emozioni fondamentali che ci costituiscono, così a fondo sviscera e descrive.

E’ la vergogna infatti che, in modo eminente e innanzitutto, per Sartre “rivela lo sguardo altrui e me stesso al limite di tale sguardo” (ivi, p.307), imponendo irrimediabilmente e la sfrontatezza dello sguardo onnivoro e, nella mia carne, la condizione di guardato.

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downloadNel mio sguardo aperto, le cose si dischiudono.

Lo sguardo le accoglie e raccoglie, attestando e disponendo distanze, relazioni, vicinanze, lontananze, profondità. E variazioni.

Ma non solo: lo sguardo incrocia anche altri sguardi. Alcune cose, infatti, mi guardano. Per lo meno possono farlo. Così che tali cose sono sì oggetti, ma siffatti che mi costringono – dato lo sguardo che anche in essi si apre e si volge – tuttavia a pensarli anche quali altre ulteriori coscienze: altri essere umani (o comunque altri esseri in cui dimora il pensiero). Oppure a pensarli per lo meno magari quali animali, chè anche gli animali mi guardano, seppure in quel modo strano in cui gli animali ci osservano.

Questi – che mi guardano – sono gli altri.

Questo sei tu. 

Non semplice oggetto inerte, ma cosa quali quelle che peraltro Cartesio, nella sua seconda delle Meditazioni Metafisiche, descrive come quegli “uomini che passano per la piazza” (Meditazioni II, 13) scorti là fuori, da una finestra. Uomini che –dice Cartesio – certo, in prima istanza, “affermo di vedere proprio [quali] degli uomini [solo] in base alla consuetudine” (ibid.); laddove in realtà “che cos’altro vedo se non berretti e vesti, sotto i quali potrebbero nascondersi degli automi?” (ibid.). Eppure – come faccio io con te appunto, e come si fa continuamente tra noi senzienti-pensanti – indubbiamente immediatamente giudicati peraltro uomini, seppure fosse che ciò sia un giudizio e non un’evidenza (“quello che pensavo di vedere con gli occhi in realtà lo comprendo con la sola facoltà di giudizio, che è nella mente” ci dice Cartesio (ibid.)).

Se la loro pura e semplice oggettività, che è quanto la pura esperienza attesta, non può infatti di per sè in alcun modo garantirmi che essi non siano magari, appunto, automi; solo di essi (solo di te) – e di essi solo – posso sempre incrociare lo sguardo. E giudicare perciò di conseguenza.

Questo mi appare (e questo mi pare): nel mio sguardo aperto il mio giudizio si avvede che altri sguardi incrociano il mio stesso mondo. Tra loro, tali sguardi si incrociano. Alcuni incrociano me. A volte incrociano il mio sguardo. Ed il mio perciò, a sua volta, si incrocia, in modi vari, con il tuo, con i loro

Uni accanto agli altri.

imagesAnche per Jean Paul Sartre – le cui celebri analisi sul tema dello sguardo, esposte in “L’essere e il Nulla” ci possono fare, e ci faranno qui, da preziosa guida – come per Cartesio, che altri vi sia non dipende semplicemente dal mio “vedere con gli occhi”. Ma è verità che – come Cartesio dice – sta “nel mio giudizio”. Giudizio che per Sartre, però, non si radica – come per Cartesio invece – sulla dimostrazione, argomentata razionalmente, dell’esistenza di un oltre (in primo luogo Dio) l’io-cogito. Per Sartre tale giudizio esplicita piuttosto una pura  fenomenologia del dato.

Che altri vi sia – per Sartre – va cioè, come dire, semplicemente evidenziato.

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Alto-livello-dipinto-a-mano-moderno-geometrico-astratto-acylic-beach-party-pittura-a-olio-su-tela(…continua…)

Io ho, quindi, il mio nome. Ad esso sono, inesplicabilmente, intimamente legato. Da esso sono in qualche modo anche identificato

Le persone che conosco e ho conosciute, in ispecie le persone amate, sono tutte dal loro nome proprio misteriosamente  segnate. Il loro puro nome le evoca in sfaccettature emotive e di senso che risuonano e dilagano nello spazio più intimo del cuore e la mente.

Anche nomi di luoghi, a volte, avvolgono uno spazio – fisico in tal caso – con la stessa pregnanza.

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I nomi propri sono, cioè, evocativi. E tutti, per quanto arbitrari – per quanto ci possano magari (il nostro o quelli di altri) “piacere” (“questo è un bel nome” pensiamo) o anche “non piacere” – sono non sostituibili. Il loro corpo di nome, la loro sonorità evoca subito chi sappiamo averlo quel nome, al punto da sentirlo inscindibile dal portatore del nome.

Perciò, se ci si focalizza su essi e li si lascia risuonare, resta sempre un residuo enigmatico.

In fondo è strano portare il nome che si ha. Strano tu abbia quel nome che porti. Ancor più strano però sarebbe non avere un nome, o averne (io,tu) un altro diverso. Il senso del nome proprio sembra, così, sempre di assoluta pregnanza, ma insieme fluttuante, imprendibile.

Ogni nome è del tutto appropriato e aderente, qualunque esso sia. Insostituibile dunque, pieno di senso. Ma stranamente pieno di senso, perchè pure povero, troppo povero, semanticamente.

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[È stato appena pubblicato (anche in ebook) dall’editore romano Nottetempo l’ultimo pamphlet del noto filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han (teorico dell’ipermodernità e docente all’Università delle Arti di Berlino) dal titolo (apparentemente vattimiano) La società della trasparenza (Transparenzgesellschaft, Berlin 2012). L’argomentazione, con numerosi riferimenti teorico-critici (impliciti) e dialettici in senso hegeliano (espliciti), mostra non poche affinità con i temi oggetto di riflessione recente su Prismi. Pare dunque interessante proporne un estratto, utile anche per un confronto con quanto si pubblica, si è scritto e si scrive ancora nel nostro paese in merito alle virtù della trasparenza (da Popper a Vattimo, passando per le retoriche e gli outing delle case di vetro come quella del “Grande Fratello”). Accanto a vari motivi di accordo (come la funzione socialmente stabilizzante della pratica consistente nell'”emettere sé” o la metafisica della presenza insita nella società della trasparenza) fra i possibili nuclei di controversia (anche per la tonalità piuttosto sentenziosa) v’è soprattutto la tesi – derivante in primis dalla teologia politica di Carl Schmitt – che la trasparenza necessaria alla vita democratica sia sempre e comunque “coercizione sistemica” e che la politica abbia bisogno degli arcana imperii; oppure l’altra tesi, performativamente contraddittoria, per cui la teoria – ogni teoria – sarebbe il frutto di una decisione e quindi di una violenza che condurrebbe inevitabilmente alla “fine della teoria”. Resta il fatto che Byung-Chul Han individua con maggiore precisione epistemica una risposta già parzialmente formulata nel precedente lavoro sulla Società della stanchezza e cioè che l’attuale liquefazione delle capacità critiche dell’individuo di cui vive la liquid modernity deriva proprio dal fatto che “niente è impossibile”, cioè dall’eccesso di positività e non certo da un sovraccarico di negativismo o di sfiducia nel futuro. Il testo, riformattato per la lettura su blog, corrisponde alla sezione intitolata “La società del positivo”, la cui versione PDF è liberamente scaricabile dal sito dell’Editore che però non riporta i riferimenti bibliografici (A.B.)].

Nessun’altra parola d’ordine oggi domina il discorso pubblico quanto il termine “trasparenza”. Essa è enfaticamente invocata soprattutto in riferimento alla libertà d’informazione. L’onnipresente richiesta di trasparenza, che si radicalizza nella sua feticizzazione e totalizzazione, risale a un cambiamento di paradigma che non può essere circoscritto all’ambito della politica e dell’economia. La società della negatività cede, oggi, di fronte a una società nella quale la negatività è costantemente soppressa a vantaggio della positività. Perciò, la società della trasparenza si manifesta in primo luogo come società del positivo.

TransparenzGesellschaftLe cose diventano trasparenti quando si liberano da ogni negatività, quando sono spianate e livellate, immesse senza opporre alcuna resistenza nei piatti flussi del capitale, della comunicazione e dell’informazione. Le azioni diventano trasparenti quando si rendono operazionali, quando si sottopongono a un processo di misurazione, tassazione e controllo. Il tempo diventa trasparente, quando è ridotto alla successione di un presente disponibile. Cosí anche il futuro è positivizzato nel presente ottimizzato. Il tempo trasparente è un tempo senza destino e senza eventi. Le immagini diventano trasparenti quando – liberate da ogni drammaturgia, da ogni coreografia e scenografia, da qualsiasi profondità ermeneutica, in definitiva da ogni senso – sono rese pornografiche. La pornografia è il contatto immediato tra immagine e occhio. Le cose diventano trasparenti quando rinnegano la propria singolarità e si esprimono interamente attraverso un prezzo. Il denaro, che rende ogni cosa equiparabile all’altra, abolisce ogni incommensurabilità, ogni singolarità delle cose. La società della trasparenza è un inferno dell’Uguale.

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