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Posts Tagged ‘temporalità’

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(…continua…)

Tra me e te permangono infatti, inoltrepassabili, distanza e assenza

La distanza

Perché sempre, se lì c’è un’altra coscienza, se lì c’è lui (o ci sei tu), allora ineluttabilmente “la distanza si stende a partire dall’uomo che io vedo(ivi, p.300). Là, cioè, ci dice Sartre, si apre e dispone verso il mondo unarelazione senza distanza e senza parti, all’interno della quale si estende una spazialità che non è la mia spazialità(ibid.).

La relazione senza distanza, non avendo – nel distendersi dall’altro – una distanza, non può essere infatti in alcun modo presa nella mia distanza, cioè dalla relazione senza distanza da cui si estende la mia di spazialità. Le distanze che i molteplici differenti sguardi senza distanza aprono si incrociano cioè sì, ma senza mai inglobarsi nè confondersi. Le distanze si distendono, in parallelo. Come tra me e il mondo non c’è distanza e da questa prossimità si dispiegano tutte le distanze tra me e le cose del mondo, così è – allo stesso modo, ma sempre e solo nel suo spazio – per l’altra coscienza che non è me. Inaccessibili le une alle altre le differenti spazializzazioni ribadiscono invalicabili distanze. Gli spazi non si intersecano: non si compenetrano.

Non si tratta dunque solo del fatto, di per sè banale, dell’esistenza indifferente di un, altro dal mio, punto di vista sul mondo che si sovrappone al mio. Il fatto è che le due spazializzazioni – la mia e la tua – restano inaccessibili l’una all’altra. Aprono distanze ognuna dell quali pone l’altro sì in relazione, là in fondo, a una certa distanza. Ma questa distanza è invalicabile perchè lo sguardo altrui apre distanze, ma è senza distanza. Disponendo il suo spazio, ciascuno inoltre attrae così verso di sé tutto il mondo – il suo e quello altrui, perchè purtuttavia il mondo di entrambi è lo stesso mondo – e per ciò stesso nega le relazioni (innanzitutto le relazioni spaziali) che ognuno, nel medesimo tempo, intorno allo stesso dispone.

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Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse:-Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai riviverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà far ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra gli alberi e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta- e tu con essa granello di polvere!…-”

Così ci interpella Nietzsche, nel celeberrimo aforisma 341 della “Gaia Scienza”, intitolato “Il peso più grande”, in cui accenna, per la prima volta credo, alla sua stupefacente teoria dell’eterno ritorno dell’identico, l’accettazione o meno della quale è per Nietzsche persino discrimine fondamentale tra noi piccoli uomini, che ne saremmo inorriditi e spaventati, e l’Uber-mensch che la accoglie entusiasta e gioioso.

Sulla teoria dell’eterno ritorno moltissime cose sono state scritte e molto potrebbe essere detto, sotto molti punti di vista e lati. Però io vorrei qui semplicemente prendere sul serio la domanda di Nietzsche: che accadrebbe se il demone ci dicesse quanto nell’aforisma sta scritto? Ossia: come davvero gli risponderemmo? Cosa davvero sentiremmo? Come ci porremmo se davvero questa teoria ci imponesse la sua verità e a questa teoria davvero credessimo?

Se ciò avvenisse, non so se in prima battuta davvero ci rovesceremmo “a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato“, nè forse risponderemmo: “tu sei un dio, e mai intesi cosa più divina!“; come Nietzsche enfaticamente ipotizza potrebbero fare rispettivamente il piccolo uomo e il superuomo. Però certamente credere a quanto il demone ci sussurra non sarebbe per noi indifferente, cioè sarebbe forse vero che alla fin fine “Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi…“, come Nietzsche scrive nell’aforisma poco più avanti. Ma poi potremmo pure pensare, in questa metamorfosi, che in fondo non ci è andata poi così male e che se si tratta di ripetere tutta la nostra vita così come è stata, in fondo può andar bene, perchè magari ci poteva anche andar peggio.

Non si può escludere che non ci si possa porre di fronte al demone anche in questo modo, forse un po’ prosaico e banale.

Ma ancora più interessante sarebbe se il demone ci lasciasse qualche possibilità di scelta in più e non ci ponesse soltanto un aut aut così netto e secco tra accettazione dell’eterno ritorno o assoluta irreversibilità del tempo con conseguente immutabilità del passato. Magari si potrebbe perciò persino tentare di persuaderlo a rivelarci una ulteriore alternativa e sussurrargli noi a nostra volta la proposta che forse chiunque, potendo, gli farebbe e che consisterebbe nel fargli sussurrare pure la possibilità della situazione che, forse chiunque, potendo, vorrebbe reale. Potrebbe accadere che allora al demone dicessimo: “Preferirei del mio passato eternamente rivivere quanto c’è stato di bello, e ritornare anche a tutti i bivi della vita in cui mi sono ritrovato e poter scegliere ora, col senno di poi, quando seguire di nuovo la strada già una volta battuta e quando ora invece andare a vedere dove porta quella che a suo tempo esclusi. E poter cancellare quanto è stato dolore, od errore”.

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 Fabrizio De Andrè continua ad essere ascoltato,  suonato, cantato. E molti sono i giovani che a un certo punto della loro ricerca di una voce capace di parlar loro in modo significativo – ricerca che anche oggi come ieri rivolgono, particolarmente in certe fasi del loro sviluppo, alla musica – lo incontrano. E lo apprezzano. Lo sentono parlare loro. Anche se è un cantante di un altro tempo, ben diverso dal loro.

Ma forse in realtà non è poi così vero che tale tempo sia così diverso. Potremmo dire che De Andrè, la sua musica, le sue canzoni, stanno in un tempo dell’anima, che in fondo è sempre quello. Ma potremmo anche pensare, forse ancor meglio, che il tempo sia in fondo sempre quello nel senso che De Andrè in qualche modo si disloca dal tempo; per cui il fascino di De Andrè starebbe nel suo porsi (in fondo in ogni fase della sua produzione) anche in parte fuori tempo. O, in qualche modo, fuori del tempo. Inattuale sempre, dunque.

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Ernst Bloch ha detto una volta che “noi dobbiamo imparare la speranza”. Che cosa significa imparare la speranza, imparare a sperare? Una risposta può venire da  questa interessante intervista del 1994 al filosofo Remo Bodei. Egli spiega che Bloch concepisce la speranza come fattore gnoseologico, di conoscenza e di progresso, contro l’idea heideggeriana dell’angoscia come condizione di conoscenza ed esperienza dell’ essere nel mondo. Per Bloch, invece, il mondo non può essere accettato “così com’è”: la speranza ci mostra un mondo in movimento, in evoluzione, in perenne trasformazione, un mondo che può sempre essere altro da come è e in cui ogni attimo – come aveva detto già Benjamin – può essere la porta piccola da cui entra il messia. Sperare significa quindi sforzarsi di vedere il muoversi delle cose, il loro evolversi, il diverso nell’identico, anziché sempre e ancora l’identico nel diverso.

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