Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘filosofia’

Pitagora – così ci racconta Giamblico nel suo “De vita pythagorica“  – teneva il suo insegnamento ai discepoli, seppure solo a quelli (gli “acusmatici“, che possono solo ascoltare e non intervenire) del più basso iniziale livello di iniziazione alla verità da lui svelata, nascosto dietro una tenda. Ne udivano dunque, gli acusmatici, la voce. Ne intuivano magari la figura, se la tenda non era troppo spessa. Ma di Pitagora non dovevano percepire chiaramente null’altro se non la parola da Pitagora detta.

Nel cerchio di una stanza, da dietro una tenda, dunque – in una scena che delinea l’alba della filosofia – un volto assente, un corpo vago articolano l’approccio ai significati – proposti come sapienziali – dal filo-sofo cercati e dal suo dire indicati e insegnati.

***

Si dispone in tal modo uno spazio, per la filosofia inaugurale (è a Pitagora tra l’altro che si deve per primo l’uso del termine philo-sophia ad indicare il sapere da lui cercato). In questo spazio, in cui la sapienza cercata è insegnata, la filosofia e il suo insegnamento prendono una non irrilevante specifica forma.

In questo spazio, un velo (la tenda) è inframezzo tra il dire il vero e il porgervi ascolto.

Da questo inframezzo il sapiente (Pitagora) è nascosto, come dietro una maschera priva di volto.

Da una pura superficie velante, dunque, un chiunque (chi è davvero Pitagora?), al di qua del limite che la maschera circoscrive, fa così trapelare nel suo dire, da un oltre, un gioco di evidenze e apparenze (parole si mostrano, quali apparire o apparenze), rimandi e latenze (in cui parole e sensi consistono).

In questo gioco – in cui peraltro ogni qualsivoglia dire in fondo consiste – si espone e nasconde Pitagora. Si espone e nasconde Pitagora in quanto filosofo.

Si espone e nasconde il docente.

(altro…)

Read Full Post »

download (1)

In matematica, le teorie – così pare – valgono (o non valgono) nella misura in cui sono (o non sono) fondate.

Che un certo sistema assiomatico valido sia stato, cioè, proposto da Tizio o da Caio; che un certo teorema sia stato scoperto da Talete, Pitagora o Godel in fondo non è – per ciò che attiene la matematica in sé – davvero importante. Chiunque altro avesse, cioè, proposta o scoperta per primo una certa teoria matematica, sarebbe giunto alle stesse conclusioni e avrebbe pensato quindi gli stessi pensieri. Teoria e teorema sarebbero stati esattamente gli stessi.

In matematica, cioè, la verità è nelle teorie via via elaborate e non dipende da chi l’ha pensata per primo (o da chi, dopo il primo, la stia comunque in atto pensando). Pitagora o Godel (considerandoli in questo contesto quali esempi eminenti) hanno cioè certamente legato al loro nome i rispettivi teoremi in quanto frutti delle loro elaborazioni mentali, ma – per quanto grande possa essere stato il contributo dei due matematici alla loro formalizzazione – le loro teorie (così per lo più si pensa) sono state scoperte.

L’associazione tra Pitagora o Godel e le loro teorie è cioè sostanzialmente dello stesso tipo di quella che esiste tra alcune stelle e gli astronomi cui – come a volte accade, magari per il fatto che le hanno scorte per primi nel cielo – viene associato il nome. O a quella tra certi luoghi geografici  e il nome di qualche viaggiatore o esploratore l’ giunto per primo.

Quando si ha a che fare con la matematica, cioè, per lo più si ritiene che in fondo chiunque (nello stesso contesto e con le capacità necessarie) avrebbe potuto giungere ai risultati raggiunti da chi per primo li ha elaborati, come chiunque (coi mezzi adeguati) può vedere una stella o avere relazione con un luogo nel globo.

***

Chi abbia cioè pensato qualcosa di valido in matematica per primo è perciò, dal punto di vista del valore della matematica, irrilevante. Per questo, tra l’altro, in matematica la comunicazione tra i suoi cultori è sempre possibile: ogni teoria, calcolo, dimostrazione – non dipendendone il valore dall’essere formulati da costui o colui (o da costei e colei) – sono riproducibili e perciò ripetibili da parte di chiunque (sia in grado di farlo). Il sapere matematico è cioè oggettivamente disponibile e verificabile, per chiunque (ne sia capace).

Come accade, peraltro, in tutte le scienze, il cui valore dipende dal rigore metodologico con cui sono fondate (oltre che dal loro riconoscimento intersoggettivo), e non dal fatto che esse siano scoperte o sviluppate da Tizio o da Caio (fossero pure essi Heisenberg, Einstein o Bohr).

Quando a un matematico perciò si chiede (ma già porre la domanda in termini così soggettivi pare avere poco senso) “Quale è la tua matematica?”, si sta in realtà chiedendo in fondo nulla di più che di matematica. Che la matematica di cui si sta chiedendo sia “sua”, nel senso che lui l’ha pensata ed escogitata, non lo si intende per davvero. O, se un senso deve proprio avere l’intenderla sua, può essere solo in quanto attinente al più il resoconto di una biografia, o quale forma discorsiva propria soltanto di un certo modo di dire.

***

Tutt’altro sembra invece essere lo scenario epistemico quando si ha a che fare con la filosofia e i filosofi.

(altro…)

Read Full Post »

imagesCAOH258PPitagora – così ci racconta ad esempio Giamblico nel suo “De vita pythagorica“  – teneva il suo insegnamento ai discepoli, seppure solo a quelli (gli “acusmatici“) del più basso iniziale livello di iniziazione alla verità da lui svelata, nascosto dietro una tenda.

Ne udivano dunque, gli acusmatici, la voce; ne intuivano magari la figura, se la tenda non era troppo spessa. Ma di Pitagora dunque non dovevano vedere nulla, nè del corpo nè del volto. Pitagora era dunque per loro, all’incontro con la verità da lui incarnata, esclusivamente la parola di Pitagora.

Nel cerchio di una stanza, da dietro una tenda, dunque, un volto vuoto, un corpo vago articolano l’approccio ai significati, proposti come sapienziali, da un dire indicati.

***

Pitagora dunque è, nello scenario di iniziazione alla vita filosofica che si dispiega nella sua scuola, innanzitutto e di primo acchito, una parola. Che dice quel che dice avvolta in un dispositivo comunicativo che, evidentemente, non è nè casuale nè privo di significato. Ma è  anzi piuttosto modo intenzionale che apre e dispone uno spazio, col quale la filosofia ha inevitabilmente a che fare, almeno nella misura in cui, tra l’altro, è a Pitagora che si deve per primo l’uso del termine philo-sophia per indicare il sapere da lui ricercato e in tal modo – da dietro una tenda – ai novizi trasmesso.

La tenda di Pitagora dunque è immagine che richiede attenzione, è un’indicazione non eludibile. Componente l’epifania di quello spazio orginario e decisivo (decisivo perchè originario) entro cui la filosofia si dispone e espone – istituendo modo della relazione tra quanti la sophia ricercano – nell’ascolto o nel dire.

La tenda di Pitagora è, in questo spazio, l’ inframezzo tra il dire il vero e il porgervi ascolto. Non irrilevante nè casuale, è enigma che serba un senso che reclama decifrazione.

(altro…)

Read Full Post »

A coloro che obiettano a chi si occupa di filosofia la sua inutilità (obiezione raramente sollevata agli studiosi di sociologia, storia, letteratura, cinema), che ci si potrebbe dedicare con maggior profitto ad altre più redditizie occupazioni che garantirebbero sia il benessere proprio sia quello della comunità in cui si lavora, bisognerebbe ricordare come solo la filosofia sia un sapere capace di stabilire una comunicazione con le altre molteplici forme di sapere. Essi dovrebbero allora concedere che nessun’altra “tecnica” insegna ad interrogare le altre tecniche, mentre la filosofia può farlo proprio perché – grazie alla sua non-contemporaneità – essa non è una tecnica. Quando i tecnici e i professionisti del mondo amministrato notano un filosofo che sa fare anche il programmatore o giocare con profitto in borsa, gli ricordano come potrebbe fare soldi a palate mettendo a “profitto” questa sua abilità. Una volta qualcuno chiese a Ernst Bloch, esule negli USA, perché non faceva qualche lavoro, in fondo in America si può diventare ricchi anche facendo il lavapiatti o il cameriere. Pare che Bloch – filosofo per eccellenza della non contemporaneità – rispose che in quel modo un cameriere o un lavapiatti in America forse inizia la propria carriera mentre lui, mettendosi a fare quel mestiere, avrebbe sicuramente concluso la propria. La domanda diabolica al filosofo, da Talete ai Necessary Hints di Benjamin Franklin, si ripresenta in modo ciclico, perché si ritiene il pensiero un che di accidentale e superfluo, espressione della massima contingenza, indice del modo in cui tecnici e professionisti vivono: senza farsi troppe domande. Chiunque non finalizzi la propria ricerca a ciò che richiede il mercato viene tagliato via come ramo secco: a neutralizzare il pensiero ci pensa l’ethos protestante globalizzato, senza più bisogno di cicute, anatemi e roghi. Ma la sufficienza e la malcelata sopportazione con cui si tollerano oggi i filosofi non dipendono solo dallo strapotere del mercato o dal destino della filosofia nell’età della tecnica. Un ruolo altrettanto importante è svolto dalla separatezza fra la figura dell’intellettuale e la comunità di cui è espressione. Di tale separatezza è responsabile l’istituzionalizzazione dei saperi. Più il discorso filosofico si fa discorso accademico, più esso diventa autoreferenziale e privo di legami con il tessuto della vita degli uomini: diventa una filosofia meccanica, autopoietica, filosofia della filosofia. Perciò quando un filosofo ha la ventura di trovare un punto di contatto con la prassi deve guardarsi bene dal lasciarselo sfuggire rinunciando alla teoria. Per vivere Spinoza – altro grande pensatore della non-contemporaneità – intagliava lenti, ed era un maestro anche in questo (così come nel suo rifiuto di salire in cattedra): il rispetto dei non-intellettuali lo si ottiene dimostrando che soltanto la filosofia insegna non a essere superiori al proprio tempo, ma a vivere il proprio tempo nel modo migliore e che giudicare la filosofia avendo a criterio la contemporaneità significa giudicare il sole guardando la luna.

Read Full Post »

Vista anche la notevole quantità dei materiali da me depositati in questo spazio ho ritenuto opportuno raccoglierli in un libro, che ho stampato e pubblicato con ilmiolibro.it. 

 Nel volume – che si intitola ovviamente “Prisma – scorci e percorsi filosofici” – i vari articoli e commenti sono stati riordinati secondo un filo logico che dovrebbe riuscire a dare al tutto una veste unitaria.

Per chi fosse interessato, il libro, comprendente tutti i materiali, è rinvenibile e acquistabile in internet nella vetrina di ilmiolibro.it 

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=645433, oppure ordinabile presso le librerie Feltrinelli.

 oppure richiedibile all’indirizzo mail paolomasini2003@alice.it.

Il tutto (che consta di più di 450 pagine) è poi suddiviso anche in tre volumi autonomi e distinti (più snelli, un po’ più economici, con caratteri più grandi). Il primo “Luoghi è qui rinvenibile  http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=632743 ,

il secondo “Nodi”  qui http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=632277,

il terzo “Margini” qui  http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=633402

 Il testo è preceduto da una nota introduttiva che riporto qui sotto

……………………………………………………….. 

(altro…)

Read Full Post »

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.

William Shakespeare , da “Amleto”

…………………………………………

Filosofia – secondo quanto per lo più riportato nei manuali scolastici - sarebbe, stando all’etimologia della parola, quella certa qual cosa in cui consiste l”amore per la sapienza”. E questo amore per il sapere scaturirebbe – sempre secondo la manualistica - quando si prova ciò che Aristotele indica come “thauma”, e i traduttori ci dicono essere la “meraviglia”.

Queste impostazioni dell’approccio alla filosofia e queste definizioni sono certo anche fondamentalmente corrette da un punto di vista filologico e etimologico. Possono anche avere utilità propedeutica ad un primo orientamento sulla filosofia. Possono pure cogliere qualche lato essenziale della questione relativa allo statuto epistemologico della filosofia stessa. Eppure a me sono sempre parse pure almeno un po’ riduttive, troppo retoriche in fondo, se non proprio banali. Quasi generiche formulette edulcorate per rendere urbana e quindi  in fondo per tutti accettabile e aproblematica ciò che invece è – la filosofia  intendo – innanzitutto avventura e rischio. “Amore per il sapere”, “meraviglia”, sono parole in fondo rassicuranti, quasi, in certo qual senso, “edificanti”.

Ma filosofia è invece anche altro e ben più di soltanto questo. Non solo per il fatto che ha molto a che fare pure con la “fatica del concetto” e può indurre quindi anche a altri affetti che non un semplice “amorevole stupore”. Ma anche per il fatto che non può che introdurre pure a distruzione di certezze e scetticismo, dando l’impressione essere amore più di critica del sapere che di sapere.

Filosofia ha cioè volto assai più enigmatico di quanto le formule suddette inducano a sospettare; assai meno rassicurante pure certo, per certi lati pure un volto conturbante e oscuro.

Ma, d’altro lato, anche e soprattutto, filosofare non è esperienza o atteggiamento in fondo così eccezionale come lascerebbe supporre il suo pensarlo dipendere essenzialmente dal dover provare un certo stato d’animo (la meraviglia) che si può magari pure non provare, o provare attrazione (amore) per un certo oggetto (la sapienza) che, così pare, non è oggetto d’amore esclusivo o privilegiato che per pochi.

(altro…)

Read Full Post »

Una prospettiva sul futuro è indispensabile per chiunque.

Perchè è esigenza vitale, certo, stare nel qui e ora; ma anche starci, pure, secondo una prospettiva che sia apertura. Varco quindi dove possa annidarsi e prendere slancio qualche progettualità perchè nella dinamica strutturale dell’esistenza ci sta che nell’attimo sia essenziale anche dislocarsi verso altro che abbia, una volta sopravvenuto, il sigillo del proprio e del sè, articolando in tal modo il respiro necessario per dare ritmo e senso alla propria biografia.

***

Ma quali sono mai, quali possono essere mai, questo senso e questo ritmo oggi per tanti giovani (o anche non più proprio tanto giovani) se la loro condizione lavorativa – ma insieme e prima di tutto sociale – è, come spesso è, quella della precarietà o della ragionevole aspettativa di lunghi periodi di precarietà? Che senso può cioè avere – al di là della pur importante necessità di impiegare comunque il tempo in qualcosa che si presume possa prima o poi rivelarsi esser stato utile fare –  impegnare energie e aspettative, per esempio, nelle fatiche, le spese e le difficoltà dello studio universitario? Investendo cioè, diciamolo chiaro, in un progetto di sè che rischia di non realizzarsi mai o magari non nel tempo che sarebbe dovuto e opportuno.

***

Se poi, in questo contesto generale, gli studi universitari che vengono scelti, intrapresi, quando tutto va bene conclusi, sono quelli di filosofia, mi si impongono riflessioni che – in quanto insegnante di filosofia nei Licei – mi è difficile eludere.

Il fatto è che spesso ragazze e ragazzi mi chiedono consiglio sul che fare da grandi (o anche solo dopo l’esame di maturità). Per cui mi trovo a considerare non solo circa la questione (di certo anche – perchè no - filosofica) del senso di una eventuale vita da precario; ma (posto che in fondo a me quasi sempre, nello specifico, si chiede se sia il caso di intraprendere studi attinenti in qualche modo al filosofico, e quali prospettive future essi aprano) anche al senso della filosofia (e dello studiarla) nell'”epoca del precariato”.

***

Insomma: è che mi ritrovo, per lo meno, banalmente spesso col problema di dare l’indicazione più opportuna a chi – tra i miei studenti e studentesse – mi chiede consiglio circa la loro futura scelta universitaria, valutando i possibili sbocchi lavorativi che ciò possa comportare e tenuto conto che i loro interessi sono talvolta rivolti pure alla filosofia.

(altro…)

Read Full Post »

    Da qualche anno ormai si svolge a Modena (e nei dintorni di Modena, cioè a Sassuolo e Carpi), con grande successo direi, il “Festival della Filosofia”. Accanto a varie iniziative collaterali (mostre, film, concerti, giochi, spettacoli, cene…) si tengono nelle piazze, nelle chiese, nei teatri delle città molte “lezioni magistrali”, da parte soprattutto di filosofi (ma non solo) italiani e stranieri, intorno a un tema proposto che di anno in anno varia e che quest’anno era quello della”Comunità”.

Mi pare valga la pena cercare di interrogarsi sul senso, il valore (e i motivi dell’indubbio successo) di questa manifestazione che è forse in Italia attualmente tra l’altro la più importante forma di “promozione di massa” della filosofia. Una cosa importante dunque se si ritiene, come io ritengo, che sia un bene che la filosofia venga coltivata, diffusa e valorizzata, e magari pure che riesca ad essere una voce che riesce ad essere ascoltata da più persone possibili. E ciò, secondo me, anche se questo tipo di eventi dovessero comportare il rischio (che c’è) di contenere anche elementi di “massificazione” e “mercificazione” del sapere, nonchè la possibilità che, facendosi sentire, tale voce possa venire anche fraintesa e equivocata, o snaturata già solo per il fatto di essere stata in tal modo “volgarizzata”.

Read Full Post »