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L’Uomo libero pensa alla morte meno che a qualsiasi altra cosa, e la sua sapienza risulta dal meditare non sulla morte, ma sulla vita

(Spinoza. Ethica Libro 4, prop.67)

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All’inizio.

Una variazione si avvia: un primo moto. Un’apertura incrina, o strappa lacerando, il compatto.

Nell’aperto: un qualche recettore (una vibrissa, un’antenna, un qualcosa…) si erge e protende. A tentoni tasta: un primo sensore registra un contatto.

Un’interfaccia così si dispone. Un qua e un là si squadernano. Quindi altri inizi, prima o dopo, si avviano: nel dappertutto dilagano. L’incrinatura si insinua in tal modo in più punti, in più lati e volumi. La rete delle relazioni poco a poco in tal modo si intesse, si estende. Si intreccia, sviluppando via via tutte le concepibili forme di relazione possibili : nessi interconnessi, in reciprocità e interazione, a loro volta hanno inizio, dando inizio a forme via via più complesse. Nella comunicazione che così interconnette si fissano nodi, in-formazioni circuitano.

Alfine, a un certo punto e momento, un occhio (un orecchio, una bocca, un corpo senziente…) anch’esso si apre.

Anche sensazione e visione, in qualche forma, hanno quindi l’inizio.

Così il mondo – strutture significati sensi – si svela: (co)inizia a sua volta.

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Dopo l’avvio – dopo l’inizio – nel mondo lì dispiegato allo sguardo, tutti gli (ulteriori) inizi sono allora possibili.

Inizi, più inizi, quindi proliferano in più punti e eventi. Ma tutti – ciascuno e l’inizio che per primo si avvia, sono sempre avvertiti come un già accaduto, come già sempre dato (quindi anche fuggito, sfuggito) e perciò sempre già stato. Quando un inizio è avvertito è perché esso è (già) accaduto, sempre già iniziato.

Nel mondo, nel suo dipanarsi ed esporsi, non si può, cioè, non concepire un inizio. Ma questo inizio (sorprendentemente?) non può che essere però che già sempre iniziato.

L’inizio – se da un lato non può che essere tale solo nel mentre esso accade – è però inizio solo se oltre sé stesso si dispiega ciò che da esso è iniziato. Ma non solo: e inizio e iniziato  – per essere tali – debbono anche essere come tali intravisti: come due eventi posti in sequenza nella relazione, appunto, di inizio e iniziato. Perchè l’inizio sia deve cioè anche, come inizio, essere intravisto. E quindi saputo.

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Svelandolo, quanto lo riconosce lo riconosce essere stato velato, ma nel mentre è svelato il velato diventa anche un passato. L’inizio è perciò sempre saputo come un già stato.

Il cominciamento è sempre già cominciato.

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L’inizio (che sia un primo moto, o il primo sensore, o il primo occhio che si apre, finanche il primo sapere del mondo, il primo sapere di sé) è inizio e viene dunque sempre saputo – quale l’inizio che è – solo dopo accaduto: solo nel momento in cui l’iniziato lo svela – essendo da esso iniziato – quale suo (dell’iniziato) inizio. Ma inizio già iniziato. Quindi già passato: oltrepassato.

L’inizio perciò è pre-supposto. Posto come antecedente, passato.

L’inizio implica sempre vi sia l’iniziato. Senza un dopo, non si dà il prima che del dopo è l’inizio. E viceversa, il prima implica il dopo. Ma è solo nel dopo che questa struttura si mostra e si dispiega, nel suo prima e il suo dopo, nel suo dopo e il suo prima.

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Solo dopo che l’evento è iniziato, si pone ed espone dunque l’inizio.

Solo dopo che l’evento è iniziato l’inizio viene a esser sé stesso. Si può dire: solo allora l’inizio inizia a essere inizio. E solo dopo che l’evento è iniziato è quindi possibile l’iniziato si accorga di essere cominciato (e si accorga così del suo inizio), rendendo possibile l’indicazione (e dell’inizio e di sè).

Questo indicare è sapere, in cui il mondo acquisisce direzione e cioè senso: in tal modo i significati in cui il mondo consiste possono diventare perspicui. Solo nel momento in cui l’occhio inizia a sapersi, in un iniziare (a sapersi) che sa di un altro inizio (il saputo) già avviato, il mondo inizia così anche nel suo significare: inizi si intrecciano, si dispongono, si sovrappongono, cominciano a dirsi.

L’inizio, astratto dal suo successore, è uno precedente il due, suo successore. Ma solo nel due l’uno si svela nella sua antecedenza: solo nell’interfaccia duale – nel crinale in cui la relazione più elementare si articola – l’inizio, distinto da ciò di cui è inizio, prende spicco di inizio.

L’inizio – in sé, privo di successore, non ancora inizio; in sé puro essere inconsapevole e in sé non consaputo – nell’interfaccia tra una mente ed un mondo si svela, nel suo essere inizio e essere quell’inizio: atto e momento in cui il dispiegarsi del mondo sboccia in una mente in cui il mondo – l’iniziato che sempre ha già sorpassato l’inizio – inizia a sapere di sé.

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Se dunque l’inizio è sempre già stato ed è realizzato quando l’iniziato non può che a sè anteporlo, è l’iniziato che inizia l’inizio, iniziando così a sapere l’inizio (e iniziando a sapere di sé quale iniziato).

Anche l’iniziato perciò inizia a sua volta: è anch’esso, un inizio: inizio di sé e inizio dell’iniziare a sapersi (iniziato già avviato da un inizio già sempre stato).

In questo senso l’inizio sempre va ad iniziare altro inizio. Ogni inizio (e ogni iniziato in quanto a sua volta è inizio) sporge sempre dunque daccapo verso altro iniziato, a sua volta iniziante (riconosciuto come tale in altro iniziato).

Sempre, perciò, si ricomincia, nell’iniziante apparire di quanto via via incomincia, nel sapere di ciò.

Sempre si ricomincia, da capo.

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Ogni segno, nel darsi come tale, è – nel suo a un certo punto iniziare a indicare – un inizio che indica cosa, che già è iniziata.

Ogni parola è un segno che sa, poiché dice. Nel suo fondo dice quindi sempre anch’essa un inizio – intravedendolo come già dato, cioè già iniziato. Ogni parola si riferisce a qualcosa che – essendo sempre in qualche modo riferimento, non può che esser già dato, nel suo essere stato un inizio. A sua volta anche la parola è poi essa stessa un inizio (colta come tale solo grazie al discorso, con essa e da essa iniziato.

In questo senso ogni presemantico è sempre già semantizzato. L’Uno è sempre (solo) a posteriori intravisto.

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L’inizio perciò è sempre (anche?) racconto, che dice il già stato già cominciato. L’inizio quindi è sempre nello spazio e nel tempo del mito, istituente e narrante solo ciò è già sempre accaduto. Ogni origine e ogni nascita sono un inizio che – come la nascita di ciascuno, sempre a posteriori saputa – non può che essere, solo dopo accaduta, saputa e narrata.

Narrarla è parola, cioè mito. Narrare di sé è sapersi: mitobiografia.

In questo senso ogni nascita è sempre un inconscio, che solo apparendo come già stato e iniziato può dire e sapere di sè.

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Perciò sempre si ricomincia, con lo sguardo rivolto all’indietro, scorgente un indietro, che c’è ma era inconscio.

Sempre c’è un iniziato che perciò pensa e narra un inizio, per scoprirsi inizio iniziato.

Ma perciò anche sempre incominciante. Perciò sempre – noi – ricomincianti, nell’essere già cominciati.

Il nostro destino è sempre ricominciare un inizio già stato.

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Esistere psichicamente

Da questa artificiosa terra-carne

esili acuminati sensi

e sussulti e silenzi,

da questa bava di vicende

– soli che urtarono fili di ciglia

ariste appena sfrangiate pei colli –

da questo lungo attimo

inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,

da tutto questo che non fu

primavera non luglio non autunno

ma solo egro spiraglio

ma solo psiche,

da tutto questo che non è nulla

ed è tutto ciò ch’io sono:

tale la verità geme a se stessa,

si vuole pomo che gonfia ed infradicia.

Chiarore acido che tessi

i bruciori d’inferno

degli atomi e il conato

torbido d’alghe e vermi,

chiarore-uovo

che nel morente muco fai parole

e amori.

(Andrea Zanzotto)

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Lo sguardo di altri ci può seguire sempre e ovunque.

Che un tale sguardo ci stia davvero guardando o meno, noi comunque siamo sempre esposti. Mai possiamo infatti escludere che uno sguardo (magari di un dio o di chi altro, nascosto o a sua volta esposto) ci stia osservando (oppur spiando). Mai possiamo davvero escludere, assolutamente, che qualcuno lo stia facendo (se chi mi osserva può, come è possibile, farlo senza essere visto, nulla mai esclude qualcuno lo stia facendo, in qualche modo, ora).

Questa evidenza dell’essere noi sempre esposti ci costituisce a fondo. Talmente a fondo che è in questo mio essere esposto ad uno sguardo di un altrui soggetto che, letteralmente, prendo corpo. Per il mio sentirmi visto, percepisco cioè che ho spazialità, spessore. E’ per questo che sono esposto e, in quanto esposto, sempre vulnerabile e perciò in pericolo.

Nello sguardo altrui la mia trascendenza, che è il mio riparo da cui dispongo il mondo, viene così trascesa. L’apparizione dell’altro che mi guarda fa apparire nella situazione un aspetto che non controllo e questo aspetto è me.

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downloadNel mio sguardo aperto, le cose si dischiudono.

Lo sguardo le accoglie e raccoglie, attestando e disponendo distanze, relazioni, vicinanze, lontananze, profondità. E variazioni.

Ma non solo: lo sguardo incrocia anche altri sguardi. Alcune cose, infatti, mi guardano. Per lo meno possono farlo. Così che tali cose sono sì oggetti, ma siffatti che mi costringono – dato lo sguardo che anche in essi si apre e si volge – tuttavia a pensarli anche quali altre ulteriori coscienze: altri essere umani (o comunque altri esseri in cui dimora il pensiero). Oppure a pensarli per lo meno magari quali animali, chè anche gli animali mi guardano, seppure in quel modo strano in cui gli animali ci osservano.

Questi – che mi guardano – sono gli altri.

Questo sei tu. 

Non semplice oggetto inerte, ma cosa quali quelle che peraltro Cartesio, nella sua seconda delle Meditazioni Metafisiche, descrive come quegli “uomini che passano per la piazza” (Meditazioni II, 13) scorti là fuori, da una finestra. Uomini che –dice Cartesio – certo, in prima istanza, “affermo di vedere proprio [quali] degli uomini [solo] in base alla consuetudine” (ibid.); laddove in realtà “che cos’altro vedo se non berretti e vesti, sotto i quali potrebbero nascondersi degli automi?” (ibid.). Eppure – come faccio io con te appunto, e come si fa continuamente tra noi senzienti-pensanti – indubbiamente immediatamente giudicati peraltro uomini, seppure fosse che ciò sia un giudizio e non un’evidenza (“quello che pensavo di vedere con gli occhi in realtà lo comprendo con la sola facoltà di giudizio, che è nella mente” ci dice Cartesio (ibid.)).

Se la loro pura e semplice oggettività, che è quanto la pura esperienza attesta, non può infatti di per sè in alcun modo garantirmi che essi non siano magari, appunto, automi; solo di essi (solo di te) – e di essi solo – posso sempre incrociare lo sguardo. E giudicare perciò di conseguenza.

Questo mi appare (e questo mi pare): nel mio sguardo aperto il mio giudizio si avvede che altri sguardi incrociano il mio stesso mondo. Tra loro, tali sguardi si incrociano. Alcuni incrociano me. A volte incrociano il mio sguardo. Ed il mio perciò, a sua volta, si incrocia, in modi vari, con il tuo, con i loro

Uni accanto agli altri.

imagesAnche per Jean Paul Sartre – le cui celebri analisi sul tema dello sguardo, esposte in “L’essere e il Nulla” ci possono fare, e ci faranno qui, da preziosa guida – come per Cartesio, che altri vi sia non dipende semplicemente dal mio “vedere con gli occhi”. Ma è verità che – come Cartesio dice – sta “nel mio giudizio”. Giudizio che per Sartre, però, non si radica – come per Cartesio invece – sulla dimostrazione, argomentata razionalmente, dell’esistenza di un oltre (in primo luogo Dio) l’io-cogito. Per Sartre tale giudizio esplicita piuttosto una pura  fenomenologia del dato.

Che altri vi sia – per Sartre – va cioè, come dire, semplicemente evidenziato.

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