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downloadNel mio sguardo aperto, le cose si dischiudono.

Lo sguardo le accoglie e raccoglie, attestando e disponendo distanze, relazioni, vicinanze, lontananze, profondità. E variazioni.

Ma non solo: lo sguardo incrocia anche altri sguardi. Alcune cose, infatti, mi guardano. Per lo meno possono farlo. Così che tali cose sono sì oggetti, ma siffatti che mi costringono – dato lo sguardo che anche in essi si apre e si volge – tuttavia a pensarli anche quali altre ulteriori coscienze: altri essere umani (o comunque altri esseri in cui dimora il pensiero). Oppure a pensarli per lo meno magari quali animali, chè anche gli animali mi guardano, seppure in quel modo strano in cui gli animali ci osservano.

Questi – che mi guardano – sono gli altri.

Questo sei tu. 

Non semplice oggetto inerte, ma cosa quali quelle che peraltro Cartesio, nella sua seconda delle Meditazioni Metafisiche, descrive come quegli “uomini che passano per la piazza” (Meditazioni II, 13) scorti là fuori, da una finestra. Uomini che –dice Cartesio – certo, in prima istanza, “affermo di vedere proprio [quali] degli uomini [solo] in base alla consuetudine” (ibid.); laddove in realtà “che cos’altro vedo se non berretti e vesti, sotto i quali potrebbero nascondersi degli automi?” (ibid.). Eppure – come faccio io con te appunto, e come si fa continuamente tra noi senzienti-pensanti – indubbiamente immediatamente giudicati peraltro uomini, seppure fosse che ciò sia un giudizio e non un’evidenza (“quello che pensavo di vedere con gli occhi in realtà lo comprendo con la sola facoltà di giudizio, che è nella mente” ci dice Cartesio (ibid.)).

Se la loro pura e semplice oggettività, che è quanto la pura esperienza attesta, non può infatti di per sè in alcun modo garantirmi che essi non siano magari, appunto, automi; solo di essi (solo di te) – e di essi solo – posso sempre incrociare lo sguardo. E giudicare perciò di conseguenza.

Questo mi appare (e questo mi pare): nel mio sguardo aperto il mio giudizio si avvede che altri sguardi incrociano il mio stesso mondo. Tra loro, tali sguardi si incrociano. Alcuni incrociano me. A volte incrociano il mio sguardo. Ed il mio perciò, a sua volta, si incrocia, in modi vari, con il tuo, con i loro

Uni accanto agli altri.

imagesAnche per Jean Paul Sartre – le cui celebri analisi sul tema dello sguardo, esposte in “L’essere e il Nulla” ci possono fare, e ci faranno qui, da preziosa guida – come per Cartesio, che altri vi sia non dipende semplicemente dal mio “vedere con gli occhi”. Ma è verità che – come Cartesio dice – sta “nel mio giudizio”. Giudizio che per Sartre, però, non si radica – come per Cartesio invece – sulla dimostrazione, argomentata razionalmente, dell’esistenza di un oltre (in primo luogo Dio) l’io-cogito. Per Sartre tale giudizio esplicita piuttosto una pura  fenomenologia del dato.

Che altri vi sia – per Sartre – va cioè, come dire, semplicemente evidenziato.

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images (5)Quando, guardandoci magari in uno specchio, riconosciamo in una certa immagine noi stessi, facciamo, anche in questo modo, esperienza dell’io che noi siamo.

Quanto vediamo nello specchio riflesso – questa è la nostra percezione immediata – ci riguarda. E ciò anche se – lo sappiamo bene – la cosa che lo specchio riflette non è in realtà che un’immagine, cui io – che sono anche (ben) altro, e in un certo senso anzi tutt’altro – non sono mai riducibile. Irriducibile ad essa dunque – io – ma tale che tuttavia lì, nell’immagine, riconosco me stesso.

Questa elementare esperienza comune e quotidiana dello scorgere sè specchiandosi (intenzionalmente soffermandosi controllando l’insieme o qualche particolare. O di sfuggita. O magari anche, per inveterata abitudine, senza avvedersene di soppiatto sbirciandosi su superfici riflettenti che il nostro sguardo incrocia) intesse il nostro mondo di continui barbagli e riverberi (e quindi rimandi). In ciò il fascino e la magnetica attrazione (o in altri casi repulsione) che gli specchi in molti casi e situazioni emanano.

Negli specchi, perciò, sembra chiuso custodito qualcosa di arcano. Qualcosa che attiene l’enigma dell’io. Cosa rende infatti questo specchiarci evidenza immediata del nostro essere il chi che noi siamo?  Nel nostro specchiarci che accade e si rivela davvero?

***

Nel nostro orizzonte visivo una certa figura – emergente da una superficie – si staglia su un resto, che retrocede quale suo sfondo. Questa figura la consideriamo un’immagine. La interpretiamo poi come un volto, o come un corpo, e la identifichiamo a noi stessi. Quello – pensiamo implicitamente o espressamente – sono io. Là sono io (e se, per qualche situazione o motivo non mi riconoscessi nel volto o nel corpo che vedo – o mi riconoscessi soltanto in parte nell’immagine che mi aspettavo sarebbe stata la mia – lo spaesamento e i dubbi che così sorgerebbero nascerebbero proprio perché so che, se lì sto guardando, quanto vedo non può che avere a che fare con me).

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