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Posts Tagged ‘Gibran’

 “Nessun uomo può rivelarvi nulla, se non quello che già sonnecchia nell’alba della vostra conoscenza”  (Gibran)

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Anche se usare, nel linguaggio quotidiano, il termine “maestro” attribuendolo a qualcuno che abbiamo conosciuto e che ha contribuito in modo decisivo (e positivo) alla nostra formazione è certamente assai poco in uso – tanto da poter suonare, nei rapporti tra le persone, quasi un po’ ridicolo – tuttavia tutti abbiamo avuto dei maestri.

Io, per lo meno, ho avuto maestri: persone che mi hanno insegnato cose per me importanti e decisive. Maestri che sono stati tali in molti diversi modi. Alcuni conosciuti personalmente, e magari intensamente, in un dialogo condiviso; altri soltanto ascoltati parlare, o letti, o intravisti da lontano. Tra questi annovero senz’altro quelli che mi hanno avvicinato e introdotto nella filosofia che mi ha sedotto. Ma anche altre persone mi hanno ammaestrato, più genericamente, semplicemente alla vita. Persone che magari sono state anche soltanto degli esempi, dei modelli. Spesso persone vicine nella vita di ogni giorno che mi hanno insegnato ad affrontare situazioni problemi difficoltà gioie e dolori, dandomi orientamento e radicamento nella terra.

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“Il pensatore” di Rodin è una scultura molto famosa. Rappresenta un uomo seduto, immobile, immerso in profondi pensieri. L’uomo è chiuso in sè stesso, nella posa del meditabondo.

La scultura ha una sua forza, una indubbia bellezza, e certo esprime tutto quel che deve. Ma il pensiero, per fortuna, non è questione di postura e io ad esempio, che ricordi, non ho mai pensato esattamente così atteggiato. Certo, ho pensato e studiato per lo più assorto. E anche seduto. Ma non solo; altrettanto bene infatti anche sdraiato, o in piedi, e in molti altri modi. Dunque ho riflettuto, si riflette, si può riflettere nelle più svariate pose e situazioni, e in molti differenti luoghi.

Magari in ogni caso – quando si pensa – ci si isola piuttosto, sprofondati nei pensieri, e ci si estranea sempre almeno un po’ dal mondo. Assorti, come il pensatore di Rodin.

Ma molti buoni pensieri vengono pure mentre ci si muove. Anzi, spesso, proprio il movimento asseconda la concentrazione.

A ben pensarci poi – a me almeno è capitato – pensieri  tra i migliori vengono andando in bicicletta, pedalando. Perciò, ma in realtà non solo per questo motivo, proporrò qui la semi-seria, e temo pure confutabile, ipotesi di un primato filosofico che, tra tutti i mezzi di locomozione che io conosca, soprattutto la bicicletta (nel mio caso bici da corsa) può reclamare. Un primato che inoltre sollecita il ciclista a far propria nella carne (o sarebbe meglio dire in polpacci, polmoni e gambe?) una verità sul mondo che, dall’attività in atto senz’altro orientata, induce a considerazioni di impronta che potremmo definire eraclitea.

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Il dolore e la sofferenza sono esperienze comuni, precoci, diffuse.

Non c’è nessuno, credo, che non abbia, come dice Gadda, “cognizione del dolore” e quando si sente dolore, quando si sta male, si capisce che l’esperienza che purtroppo ci investe nella sua sgradevolezza è tuttavia esperienza rivelatrice e fondamentale. 

Come riconosce Nietzsche, quando scrive in “Aurora” che “la condizione di… uomini tormentati dai loro dolori… non è senza valore per  la conoscenza”. Nel senso, secondo Nietzsche, che “colui che soffre fortemente vede dalla sua condizione, con una terribile freddezza, le cose al di fuori : tutte quelle piccole ingannevoli magie in cui di consueto nuotano le cose… sono… per lui dileguate; anzi egli si pone dinanzi a sè stesso privo di orpelli e di colore”.

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imagesMa, anche qualora questo fosse pur vero, quando si sta in una qualsiasi situazione in cui sia presente, nell’esperienza propria vissuta, il dolore – quando dunque, per qualsiasi motivo o in qualsiasi modo, si stia soffrendo – ciò che si desidera è passare oltre, entrare in una esperienza successiva, in cui la sofferenza non ci sia.

Quando si prova dolore la volontà non vuole quello che l’evento ci porta, vuole altro. Ciò che si vorrebbe è cioè vivere invece altro, stare altrove.

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Ma cionostante il fatto è che il dolore inchioda.

Nel momento e per il periodo in cui esso c’è, la volontà è, di fronte ad esso, impotente, anche nel caso essa insieme cominci a muovere azioni per approntare i modi per uscirne. Nessuna volontà contraria  può fare nulla affinchè quel dolore non sia nel mentre c’è. Perciò il dolore tiene sempre anche legati a una situazione, dunque, da cui invece si vorrebbe uscire.

Il dolore lega, incatena. Il dolore blocca il nostro fluire, crea una strozzatura. Fissa al presente e sembra chiudere l’apertura al futuro.

Infatti quando passa, o lo si fa passare, ci si sente anche come sbloccati, ci si libera, infatti appunto, da esso. Ma finchè ci prende, finchè c’è, non si può non sentirlo, e sentirlo in modo pervasivo, perchè il suo colore (o il suo timbro) avvolge ogni altro elemento copresente nell’esperienza in cui il dolore si dà.

Tutta l’esperienza assume allora un volto, e un senso, che dal dolore dipende. Le stesse cose, le stesse di prima che il dolore dilagasse (o le stesse dopo che rifluisce) non sono più le stesse. Spesso retrocedono sullo sfondo, oppure hanno la stessa figura, ma mutano volto.

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