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Posts Tagged ‘Wolfgang Streeck’

Luca Corchia – che il 29 aprile sarà a Venezia, ospite e relatore del Seminario di Teoria Critica presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali di Ca’ Foscari – propone su “ResetDoc” il testo con il quale Jürgen Habermas replica a Tempo comprato, di Wolfgang Streeck, di cui abbiamo parlato in un recente post su Prismi. Poiché la seconda parte la risposta di Habermas è tutta politica, è interessante vedere come il filosofo tedesco intende venire a capo dell’antinomia tra finanziarizzazione inarrestabile (capitali che esigono di essere remunerati per essere stati investiti, cioè immessi a rischio dagli investitori nella sfera della circolazione) e democrazia (che esige che non siano i mercati finanziari a decidere della vita delle persone spostando i capitali di qua e di là). Si tratta di un’antinomia difficilmente risolvibile, nella quale precipita la contraddizione reale del capitalismo ultrafinanziarizzato che fa ricadere i costi (cioè le perdite finanziarie) sui bilanci degli Stati nazionali (cfr. L. Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, pp. 155 sgg.). Non credo nemmeno che un rafforzamento dei poteri della UE e un trionfo dei partiti europeisti (alquanto improbabile) possa cambiare radicalmente il quadro, nonostante le insipide rassicurazioni dei politici di Bruxelles. Habermas propone una soluzione per via istituzionale (un trasferimento dei poteri nazionali a livello transnazionale) al caos globale dei mercati, interessati unicamente al più alto rendimento possibile – e non è possibile limitare i rendimenti per legge, né tassarli oltre un certo limite, scoraggiando di questi tempi gli investimenti: già questo la dice lunga sulle difficoltà della soluzione politica habermasiana. Miseria della politica, verrebbe da dire, anche se non c’è da stare allegri se nemmeno Habermas riesce a pensare soluzioni efficaci.

La critica dell’economia finanziaria è ben più difficile della critica dell’economia politica: questa era qualcosa di solido, quella è schiuma e condensa, come direbbe Sloterdijk. Dovremo perciò convivere a lungo con un capitalismo irrefrenabile, governi nazionali senza sostanza e una democrazia sempre più imbelle?

La disputa tra Habermas e Streeck sulla sinistra e il futuro dell’Europa

Luca Corchia

Democrazia o capitalismo? La miseria capitalistica di una società planetaria integrata economicamente e frantumata in Stati nazionali

Jürgen Habermas

Replica a Habermas

Wolfgang Streeck

Streeck: solo gli Stati nazionali fermeranno il Leviatano neoliberale

Luca Corchia

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1. In una recente intervista Giorgio Agamben ha ricordato il significato originario della parola crisi, da intendere, da un lato, “come momento di giudizio e di scelta” ma, dall’altro, come “strumento di governo”, utile per “legittimare decisioni politiche ed economiche che di fatto privano i cittadini di qualsiasi possibilità di decisione”. Tesi o teorie come questa sono all’ordine del giorno e danno un alibi intellettuale alle nuove teorie del complotto Bruxelles/BCE e una giustificazione all’antieuropeismo pratico. La stessa parola “crisi”, invece di produrre una domanda razionale sulla sua genesi ed evoluzione, evoca invece paradossi e circoli viziosi: il momento in cui si potrebbe decidere e valutare meglio il da farsi verrebbe subito “sequestrato” dai mercati e dai poteri economico-finanziari e quindi sottratto alla sovranità popolare. Eppure questo non è affatto un paradosso o un problema per gli economisti teorici fautori del mercato. Vista la razionalità limitata di singoli individui, gruppi, classi, istituzioni, cioè degli ordini normativi (vedi § 2), gli economisti spiegano facilmente la crisi senza scomodare etimologie, paradossi o complotti: i mercati hanno comunque una razionalità sistemica superiore a quella dei singoli individui o aggregazioni di individui e quindi producono vantaggi sistemici, cioè disponibili a tutti. La totale assenza di normatività etico-morale che caratterizza i macromovimenti dei mercati è, in ultima analisi, la risultante di miriadi di scelte avvenute già nel settore microeconomico: finanziamenti richiesti da pmi, privati, associazioni alle banche, investimenti di piccoli e grandi risparmiatori, operazioni speculative in Borsa, insomma: movimenti finanziari voluti proprio da singoli e gruppi di interesse ben noti e non certo da forze anonime e occulte che cospirano a danno della società civile

Naturalmente la connessione funzionale di vantaggi (il broker compra ai suoi clienti se il prezzo è basso, vende quando è alto, può fare speculazioni al rialzo e al ribasso, ritardare le vendite, insomma: cerca il più possibile il massimo vantaggio al minor costo, un po’ come il bravo consumatore) implica la matematica e il calcolo, non la morale. Perciò, una volta innescati, questi meccanismi finiscono pefixingr regolare tutto un insieme di rapporti sociali «ampiamente stacccato da norme e valori, appunto quei sottosistemi di agire economico ed amministrativo razionali rispetto allo scopo che, secondo la diagnosi weberiana, si sono resi autonomi rispetto ai propri fondamenti pratico-morali» (Teoria dell’agire comunicativo, Bologna 1986, vol. 2, p. 750). Habermas vede soprattutto nell’Entsprachlichung – che si potrebbe rendere come deprivazione o svuotamento linguistico-comunicativo-morale – il risultato di questa riduzione del mondo della vita a sottosistema degli imperativi sistemico-funzionali espressi dai mercati finanziari. Essi certo movimentano, fanno circolare, valorizzano il medium denaro in forme puramente quantitative (e qui hanno ragione gli economisti), ma tali forme appaiono del tutto dissociate da ogni possibilità di risignificazione linguistico-comunicativa. Gli economisti rimuovono (e questo fa parte integrante della loro tristitia) il fatto che così la vita diventa un sottosistema della sfera della circolazione finanziaria, cioè una funzione o – come vuole e accetta Luhmann – soltanto lo sfondo su cui operano quelle particolari organizzazioni che operano in base alla razionalità strumentale. Una volta dato questo per ovvio, non ci si può nemmeno lamentare della perdita di sovranità dei cittadini divenuti sudditi delle troike finanziarie e dello spread e tirare sempre in ballo la teologia politica di S. Paolo o di Taubes anche per demonizzare il credit crunch: semplicemente si vive sulla propria pelle questa cosa che sembra un’astrazione e che invece è realtà operante e operativa proprio perché la vita è stata derubricata a funzione del voglio pagar poco e guadagnare tantissimo. (Forse quest’epoca, definita da Benasayag «l’epoca delle passioni tristi» potrebbe diventare l’epoca della compiuta consapevolezza di quanta libertà dobbiamo rinunciare ogni volta che accettiamo che siano i mercati a regolare le nostre vite: cfr. questo articolo su Noisefromamerika).

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