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Posts Tagged ‘Walter Benjamin’

untitled4Il nostro tempo è tempo dell’oblio, sempre più marcato sempre più evidente, della memoria storica.

Non è cosa del tutto nuova sotto il sole: masse umane, nei secoli e nelle epoche del mondo, sono vissute prive di qualsiasi nozione storica, che non fosse forse depositata, in veste miticamente deformata (e quindi non storica), in narrazioni tramandate. Ma oggi la situazione è ben altra, nuova e diversa: la memoria storica (storiograficamente, e dunque in qualche modo scientificamente, elaborata) è disponibile in linea di principio per chiunque. Eppure le masse la storia per lo più non la conoscono. La memoria storica è perciò per lo più obliata: in questo senso essa è rifiutata. Nessuna tradizione condivisa autorevolmente tramandata peraltro supplisce più ad essa. La memoria storica perciò è bussola assente.

Bussola di cui peraltro nemmeno più si sente la mancanza. Assenza che non sembra alimentare alcuna nostalgia. L’oblio della memoria sembra sia cioè anch’esso obliato.

Come forse è naturale sia se, intrecciata a tale oblio della memoria storica ad esso pure si somma, peraltro pure suffragata da ben reali motivi, una sostanziale chiusura dello spazio in cui si delinea il futuro. Per cui l’oblio della memoria storica, in tal modo, si incunea in uno spazio esistenziale asfittico, appiattito in un angusto presente, perciò incapace di percepire assenze.

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I: Povertà come condizione o forma di vita?

Marchionne ha definito Firenze «una città piccola e povera». Nel paese in cui tutti vogliono sembrare poveri quando sono ricchi e ricchi quando sono poveri (in senso non solo economico, ma anche e soprattutto morale e spirituale) questa uscita è sembrata una gravissima offesa. Ci sono state molte reazioni e polemiche, in particolare tra i fiorentini: per lo più si è cercato di negare il predicato povera attribuito dall’ad Fiat alla città. Dire di Firenze – ricca di storia, arte, cultura – che è una città povera (e non, magari, impoverita) appare immediatamente un ossimoro. Ma per la cultura neoliberista che valuta e giudica solo a partire dalla produzione di beni e servizi, e che ancor oggi viene secreta come una polvere sottile dalle esternazioni di politici e manager, essere poveri è insulto, infamia, inescusabile nefandezza.

 «Siamo divenuti poveri», scriveva Walter Benjamin in un breve saggio del 1933, Esperienza e povertà. «Abbiamo ceduto un pezzo dopo l’altro dell’eredità umana, spesso abbiamo dovuto depositarlo al Monte di pietà a un centesimo del valore, per riceverne in cambio la monetina dell’“attuale”». Proprio questo è quello che è accaduto: abbiamo impegnato, indegni eredi, il bene inalienabile del passato con il qui-e-ora dell’attualità spicciola, tanto utilizzabile quanto inutile. Abbiamo così finito per guardare alla povertà solo con gli occhi della razionalità strumentale ed economica, che misura l’adeguatezza dei mezzi a fini prefissati. Dato uno standard normalmente condiviso e accettato come valido, la categoria si modella su di esso: in questo senso un sociologo come Georg Simmel può scrivere che «povero è colui i cui mezzi non sono sufficienti per i suoi scopi».

Benjamin coglie invece la sostanza non-economica della povertà degli hollow e mad men contemporanei. Una povertà fatta del desiderio degli uomini di «essere esonerati dalle esperienze», desiderio di «un ambiente in cui possano far risaltare la propria povertà, quella esteriore e in definitiva anche quella interiore», quasi che sfoggiare la propria inadeguatezza costituisse un titolo di merito. Ma il divenir poveri (o ricchi) non è semplicemente una condizione economica o finanziaria. Gli amici economisti obietteranno senz’altro, leggendo queste povere riflessioni, che gli esseri umani preferiscono esser ricchi anziché poveri: dunque quello della povertà è un problema da inquadrare con categorie prettamente economiche. Ma non stiamo parlando, né vogliamo parlare di povertà (o di ricchezza) in questo senso. Anche noi abbiamo preferenze e perciò preferiamo, invece, parlare di quella povertà che accompagna la storia del pensiero filosofico e che oggi è diventata, molto più radicalmente, una lenta ma inesorabile sottrazione di ciò che costituisce l’umano, ovvero la sua capacità di fare esperienza e di arricchirsi con l’esperienza stessa prima ancora che con beni e denaro. «Povertà di esperienza – così ancora Benjamin – questo non lo si deve intendere come se gli uomini anelassero a una nuova esperienza», perché l’umano ha fagocitato, digerito e infine dimenticato tutto, cultura e umanità, natura e tecnica, verità e menzogna.

Da sempre la povertà interroga la filosofia, la chiama in causa e chiede di risponderne; da sempre davanti al discorso filosofico si apre – come nel mito di Er – una voragine immensa, l’abisso della mancanza, della carenza, dell’inadeguatezza. La filosofia stessa è desiderio di una mancanza – quella di un sapere compiuto e definitivo, epistemicamente immutabile e incontrovertibile – e se «ogni desiderio nasce da un bisogno, da una mancanza, da una sofferenza», come ci ricorda platonicamente Schopenhauer nel § 67 del Mondo, la filosofia è strutturalmente povera, non deprivata né misera: immersa nelle cose e nell’esperienza pur nella libertà da queste cose qui e da queste esperienze qui. Da questo lato la povertà è la condizione stessa del filosofare, nel duplice significato di stato e premessa. Senza la coscienza o anche solo la percezione di questo suo essere in se stessa carente, la filosofia infatti non esisterebbe neppure: essa si presenta alla storia dell’umanità come già in sé poveramente in-utile (di quella particolare in-utilità di cui si è già parlato e anche discusso in un precedente post), visto che essa è amore/passione per la sapienza, tendere-a, e non già sapere compiuto e utilizzabile: la filosofia, allora, non potrà – mai – essere paidéia in sé conclusa e paga di sé (enkýklos paidéia). Povertà e filosofia sono da sempre partner inseparabili, e non serve nemmeno rievocare ipostasi abusate, come quelle platoniche o petrarchesche («Povera e nuda vai, filosofia»). Perché, anche se avesse tutto, anche se una hegeliana totalità troneggiasse maestosa davanti ai suoi occhi, il filosofo dovrebbe sempre dire, come nel Mahagonny di Brecht, che «manca qualcosa» – etwas fehlt. Ma cos’è che manca e perché la filosofia è costretta a vivere di questa mancanza? Quale strato semantico della povertà viene portato a coscienza dal discorso filosofico? Siamo esseri mancanti perché preda di una schopenhaueriana volontà di vita che fa di noi le sue oggettivazioni eterne e immutabili? O la mancanza è inscritta nel nostro stesso Dasein, come vuole Heidegger, in un esserci che si trova «gettato nel mondo» e quindi deve progettar/si, comprender/si, sceglier/si in una condizione di (tragica) apertura al possibile?

D’altra parte, infatti, la povertà per la filosofia è anche una scelta. Come nell’altissima paupertas della Regola francescana, la quale implica l’abdicatio omnis iuris, la verità ultima dell’orizzonte filosofico è la sua scelta precisa a favore di una forma di vita povera, una sorta di abdicatio omnis rei. È questo il senso per cui Lukács ha potuto parlare di una «beata povertà»: questo è lo specifico della forma filosofica di vita.

 Forse la metafisica non è l’oblio dell’essere, ma oblio della povertà.

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