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Posts Tagged ‘volontà’

Voglio far sì che i saggi tornino a rallegrarsi della loro saggezza e i poveri della loro povertà.

F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra

C’è, allora, solo un personaggio letterario essenzialmente povero secondo lo standard eckhartiano: il Bartleby del commentatissimo racconto di Melville Bartleby the scribener. Uno scrivano che non vuole scrivere, cioè lavorare. Non vuole nemmeno collaborare, discutere, possedere e tanto meno essere. Nella Wille zur Unmacht del “mite” Bartleby si manifesta, pura, l’essenza della povertà, persino nel suo mite sottrarsi al linguaggio e alla comunicazione (immersa, peraltro, in atti linguistici caratterizzati da ordini, comandi, richieste, ripetute domande da parte del suo unico interlocutore, il suo datore di lavoro-avvocato-narratore). Non c’è verso di vincere la preferenza per il no (“I would prefer not to”) di questo antieroe antebeckettiano, non-scrivano, non-uomo, non-personaggio perché non-agente. La sua nullità spirituale – che è libertà dalla malattia dell’agire, dalla febbre dell’essere per il fare, mitezza senza fede – lo avvicina a un’altra grande cifra della povertà nello spirito, il non-personaggio di Die Sorge des Hausvaters di Kafka, Odradek. Come Bartleby è scandalo per il suo datore di lavoro (l’avvocato voce narrante), così Odradek, a cominciare dal nome misterioso e indecifrabile, è lo scandalo (die Sorge: tormento, cruccio, preoccupazione o cura?) del capofamiglia, lo Hausvater voce narrante del racconto di Kafka, dove il registro narrativo sta tutto nella distanza da questo «essere che si chiama Odradek» (ein Wesen, das Odradek heißt), fatto di resti, materiali di scarto: una giacenza che si ricompone e anima di una propria forma definita, «la forma che le cose assumono nell’oblio», come aveva ben osservato Benjamin. «A tutta prima potrebbe assomigliare a un rocchetto di filo piatto e a forma di stella; ed in realtà sembra anche avvolto da filo», ma Odradek non è solo un rocchetto di filo (quello con cui giocavano i bambini a quell’epoca: si ricordi il gioco del rocchetto in Al di là del principio del piacere): «dal centro della stella sporge una specie di bacchettina obliqua, nella quale poi se n’inserisce un’altra ad angolo retto». Forse «questa cosa» un tempo aveva una qualche utilità strumentale («una qualche utile conformazione»: zweckmäßige Form) e che «ora sia semplicemente rotta». Ecco: Odradek, come Bartleby, come ogni povertà in spirito, appare rotto, inattivo, impotente, inetto, perché privo di scopo, dis-utile, fuori dalle coordinate della logica dell’utile e dell’essere per il fare. E se Bartleby muore, di Odradek non sappiamo nemmeno se può morire: essendo senza scopo Odradek diventa l’eternamente ritornante; e sembrerebbe facile – persino troppo – pensare all’arcinoto Wiederkehr des Verdrängten di freudiana memoria.

Bartleby e Odradek fanno saltare il benpensato quadro razionalistico dei loro narratori – della loro “filosofia della riflessione”, che pretende di imporre la sua legge sulla cosa (Hegel docet) –, perché essi li osservano in modo contemplativo-oggettivante, dalla posizione naturalistica di meri osservatori di un’alterità che li provoca e li sconvolge, ma che anche li seduce e li interroga. Ciò nonostante, attraverso queste voci, forse resistendo ad esse, noi siamo in grado di percepire le pure essenzialità Bartleby e Odradek. Odradek – come Bartleby – è povertà strutturale, è essenzialmente, ontologicamente, povero, perché egli/esso nulla sa della sua condizione posticcia, scomposta, frammentaria che è solo un essere per altro, che tale cioè appare solo a noi, attraverso il filtro del narratore già non più onnisciente. In essi si esprime piuttosto la verità del margine, del non concettualizzabile. Una condizione che non si può cambiare, di chi non desidera, non pretende, non rivendica, non possiede nulla. Per questa via egli/esso (non cambia nulla sapere che sia un soggetto oppure un oggetto) è pura povertà in spirito – pura persuasione, dunque inettitudine – essere presso di sé. Vive Odradek? Non nel noto senso volontaristico nietzscheano. L’inetto persuaso perché mai stato attuale, ma sempre vissuto nell’impensabile pura potenzialità, non invita nessuno, non superomeggia, non pretende di essere vero o reale, non dà ad intendere che la sua è la forma di vita giusta. Il suo povero spirito è un accadere che non accade, è potenza che non passa all’atto: per non essere la violenza che ogni atto è, ritorce su se stesso la violenza della mera dynamis, del non essere in atto. Odradek, perfetta proiezione/mascheramento dell’alterità Kafka rispetto al padre e alla Legge, è un’entità che non deve essere, una dis-identità, contradictio in adjecto. Vive della sua dis-id-entità, della sua non appartenenza al mondo dei soggetti e degli oggetti in cui balena solo temporaneamente, in anfratti, passaggi, tramezzi. Eppure è in Bartleby e Odradek che traluce la speranza. Erediteranno la terra questi esseri miti senza fede, questa povertà di spirito libera dal primato del conoscere e del fare? Il loro farsi vuoti aprirà la nostra speranza? Oppure oggi, ancora, vale quanto scriveva Benjamin nel 1924: «Solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza»?

Testi citati

W. Benjamin, «Le Affinità elettive» (1924), in Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di R. Solmi, Einaudi, Torino 1995, pp. 163-243.

Id., «Esperienza e povertà» (1933), in Aura e choc. Saggi sulla teoria dei media, a cura di A. Pinotti e A. Somaini, Einaudi, Torino 2012, pp. 364-369.

Id., «Franz Kafka. Per il decimo anniversario della morte» (1934), in Angelus Novus, pp. 275-305.

F.M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, tr. it. di M.R. Fasanelli, Garzanti, Milano 1992.

Meister Eckhart, Sermoni tedeschi, a cura di M. Vannini, Adelphi, Milano 1985.

S. Freud, Al di là del principio del piacere (1920), in Opere 1917-1923, a cura di C. Musatti, vol. 9, Boringhieri, Torino 1977, pp. 189-249.

G.W.F. Hegel, Lezioni di filosofia della religione, a cura di S. Achella, 2 voll., Guida, Napoli 2003 e 2008.

F. Kafka, «Il tormento del padre di famiglia», in La metamorfosi e altri racconti, a cura di F. Masini, Garzanti, Milano 1974, pp. 130-132.

G. Lukács, Sulla povertà di spirito. Scritti 1917-1918, a cura di C. Tommasi e M. Stocco, Cappelli, Bologna 1981.

Id., Dostoevskij, a cura di M. Cometa, SE, Milano 2000.

H. Melville, Bartleby, lo scrivano, tr. it. di G. Celati, Feltrinelli, Milano 1991.

E. von Sydow, Die deutsche expressionistische Kultur und Malerei, Furche Verlag, Berlin 1920.

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  “Il mondo è indipendente

     dalla mia volontà

(L.Wittgenstein “Tractatus Logico-Philosophicus 6.373)

***

Nella parte finale del “Tractatus” Wittgenstein inserisce questa proposizione. Ma che senso ha, oggi, nell’epoca che sembra essere quella del dispiegamento completo della volontà di potenza, una tale affermazione?

Quanto Wittgenstein dice ci sollecita dunque ad essere adeguatamente decifrato. Cioè Wittgenstein, anche qui, ci propone in fondo un enigma. Un affascinante aforisma sull’arcano della volontà. Che mi rafforza nell’impressione che  in fondo tutto quanto abbia a che fare o si possa dire sulla volontà non possa che avere un fondo misterioso. Quasi che sia la volontà stessa a porsi in realtà in quanto tale come l’enigma. E questo forse fin dagli inizi del pensiero filosofico, nonostante in questo inizio la tematica della volontà in quanto tale non sembri essere argomento particolarmente centrale.

Si pensi ad esempio a Socrate, che può essere identificabile come l’archetipo da cui la filosofia prende forma e figura. Ora: se è vero che Socrate può essere inteso anch’egli già di per sè un enigma, solitamente è comunque presentato come il campione dell’intellettualismo. Per cui se è appunto vero che anche la tesi dell’intellettualismo etico che gli viene attribuita – e che consisterebbe nel risolvere ogni questione relativa alla volontà dissolvendola nell’identificare la volontà con la forza stessa della conoscenza del vero – è in realtà solo una possibile interpretazione del suo pensiero, questa è però un’interpretazione interessante in relazione alla tematica della  volontà perchè ci consente di individuare una possibile linea (che è peraltro anche almeno in parte una semplificazione) di sviluppo nel pensiero filosofico occidentale lungo la quale ad una prevalenza nell’etica antica della tesi secondo cui per fare il bene basta sapere (intellettualisticamente appunto) quale esso sia, subentrerebbe poi, a partire soprattutto dalla filosofia cristiana, una progressiva prevalenza delle tesi del volontarismo etico, con l’accentuazione del ruolo determinante della volontà per l’esercizio dell’azione buona. Ciò aprirebbe poi lo spazio per lo sviluppo di una progressiva autonomizzazione della volontà rispetto alla ragione, fino ad arrivare ad essere la volontà in qualche modo e senso concepita come essere essa a dirigere (forza determinante, fondamentalmente in sè inconscia) la coscienza. Ad esempio con Schopenhauer secondo cui tutto è volontà che vuole sè stessa, o Nietzsche per il quale tutto è volontà di potenza.

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