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Posts Tagged ‘tristezza’

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L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte: e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte

(Spinoza, Ethica, 4, 68)

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Quando, per qualsiasi motivo, arriva la tristezza ciò che sembra venire a mancare è la voglia e dunque la forza di attingere alla fonte delle risorse energetiche. Quanto più questo stato è accentuato, tanto più la malinconia è profonda e tanto più l’energia sembra non avere allora più flusso né deflusso, ma ristagnare galleggiando un solo passo più in qua di uno sprofondamento in un vuoto in cui la forza è assente.

Non è lo stesso che questa tristezza sia ombra che offusca un attimo lo sguardo o sia la depressione più nera che dilaga nella spossatezza infinita in un estremo starsene aggrappati con tutte le forze nell’unico punto che trattiene dal crollo. Non è lo stesso. Ma in ogni caso essa è demotivazione.

Anche quando sembri un semplice ristagno di forze, è in realtà un disinvestimento energetico, implicante perciò decremento di forza. Perciò la tristezza più che uno stato è un processo, momento e mossa nel gioco della variazione dinamica di potenza in cui la vita consiste.

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Perciò Spinoza la definisce un passaggio da maggiore a minor perfezione, ossia flusso verso decrescente potenza.

Ma un puro costante decremento energetico non avrebbe altro esito che l’azzeramento della puntuazione di potenza in cui la singola mente ed il singolo corpo consistono. Finché vi è tristezza, invece, il puro movimento in direzione esclusivamente entropica è smentito: dal semplice fatto dell’esistenza di chi dalla tristezza è investito. Chi è triste, finché è triste, esiste. Dunque è, tanto o poco, pur sempre una potenza. Anche la tristezza perciò è in quanto c’è un conatus, per quanto minimo. Ci sono – istituenti e costituenti il corpo e la mente – un essere e un desiderare.

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In quanto una cosa s’accorda con la nostra naturain tanto essa è necessariamente buona

(Spinoza, Ethica, 4.31)

Bene” è ciò che sappiamo con sicurezza esserci utileMale ciò che sappiamo con certezza esserci d’ostacolo a perseguire e a possedere un bene

(Spinoza, Ethica, 4. Definizioni 1,2).

Nell’accrescimento di potenza, che è il lato energetico della perfezione in cui la Letizia consiste e a cui il desiderio (la Cupiditas) tende, il bene  è quindi quanto favorisce e sostiene questa dinamica e perciò è la cosa che si accorda con la natura specifica in cui io (tu, noi) consisto (e consistiamo).

Il suo accordarsi con la mia natura è il segno infallibile della bontà della cosa che incontro. L’incontro, in cui si dispone l’accordo, è relazione: la relazione (entro un contesto) tra me e la cosa che, in tale relazione, dunque è il (mio) bene. Ed è dunque nell’accordo di (almeno) due elementi che suona dunque la nota armonica, che vissuta emotivamente è Letizia. Nella relazione tra un elemento (il bene in cui la cosa buona consiste) e un contesto (centrato su me corpo-mente) l’accordo intonato è la Letizia in cui le idee si com-pongono in insieme coerente potenziando la mente e le emozioni (le emozioni del corpo, in cui è il “cuore” cui l’ac-cordo allude) vibrano – consone alla idee cui corrispondono – anch’esse in modo corrispondentemente potenziante e adeguato.

In questo senso il bene è un mezzo, qualcosa che serve: è ciò per mezzo di cui si dispone l’accordo (tra il bene e la nostra natura) in cui la potenza allietante consiste. Il bene non è cioè esso l’accordo, non è l’intero dei termini in gioco. Questo intero è l’intero in cui la mia mente (e il mio corpo) consistono e in cui le idee si presentano e le emozioni dilagano. In questo intero, che sono il corpo e la mente, bene e male giocano la loro opposizione specifica determinando Letizia e Tristezza. Il bene dunque, in relazione a questo intero la cui Letizia funge a scopo, ne è utile mezzo e come ogni mezzo è dal suo fine che riceve senso e misura. La misura del bene sta quindi nel criterio di riferimento finale: la letizia incardinata in corpo e mente, soggetta alle leggi cui sono soggetti i corpi e le menti.

Bene e male sono così da intendersi, rispettivamente, quali ciò che ci dà letizia e ciò che ci dà tristezza, ciò che potenzia o ciò che depotenzia corpo e/o mente. Ed è dunque la Letizia l’indice chiaro, il perno cui il giudizio etico è vincolato. E’ grazie al criterio in cui essa consiste che  il bene è via via ancorabile a un ente specifico (quello allietante ) consentendo al bene di essere perciò riconosciuto.

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