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Posts Tagged ‘suicidio’

IL CASO MICHELSTAEDTER

L’amore non è che una serie di cicatrici. ‘Nessun cuore è così integro quanto un cuore spezzato’, diceva il celebre Rabbi Nahman di Bratzlav
Elie Wiesel

È il 17 ottobre 1910 quando Carlo Michelstaedter, dopo aver apportato le ultime modifiche a La persuasione e la rettorica, impugna la rivoltella e si spara, ad appena ventitre anni. È soltanto un giovane, che ha appena finito di scrivere la sua tesi di laurea. Un giovane che ha da poco cominciato a vivere e da ancor meno a pensare; uno che non ha ancora accumulato esperienza. Si è propensi a credere che il suo suicidio sia l’atto impulsivo, irrazionale, idealistico di un ragazzo alle soglie dell’età adulta. È facile: si tratta dell’ennesimo giovane che non è stato in grado di sopportare il passaggio dai sogni e dalle illusioni dell’adolescenza alla realtà concreta e dura, fatta di responsabilità e obblighi, della vita matura, la vita che deve ormai adattarsi al mondo.

Ma qui non è questione di tempo né di immaturità. L’ingenuità o la mancanza d’esperienza non c’entrano nulla. Chiunque abbia letto senza pregiudizi La persuasione e la rettorica, si sarà subito reso conto che una simile interpretazione è avventata e superficiale, per non dire ridicola. Quella semplice ‘tesi di laurea’ è uno dei capolavori della filosofia occidentale, non solo del Novecento. È un capolavoro del pensiero, è una di quelle opere per le quali le etichette, le catalogazioni non sono neppure solo riduttive – semplicemente, girano a vuoto, mancano l’oggetto al quale si vorrebbe applicarle, muoiono della loro stessa sterilità. La Persuasione e la rettorica è un libro che costringe a ripensare tutto. Si resta sbalorditi dalla sua intensità, dalla sua passione e, contemporaneamente, dalla sua lucidità, dalla ferrea consapevolezza. Si stenta a credere che sia stato scritto da un ventitreenne.

Il suicidio di Carlo Michelstaedter, dunque, non può essere liquidato così alla svelta.

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Conoscenza ineffabile del diamante disperato (la vita)
René Char

L’UNICO PROBLEMA VERAMENTE SERIO

UN SILENZIO SOSPETTO

Ogni volta che qualcuno si uccide, qualcosa, nell’ordine della nostra vita, si spezza o per lo meno viene incrinato. L’effetto è tanto più sconvolgente quanto più vicino a noi era il suicida, ma il gesto è in sé perturbante (anche nel suicidio di uno sconosciuto risuona, pur lontana, una nota di disagio, di sorpresa, di fastidio). Qualcosa va in frantumi: c’è come un istante di vuoto, una breve vertigine, un’interruzione – che respingiamo. È come se un abituale flusso di musica di sottofondo o d’ambiente venisse d’un tratto interrotto, come se un tessuto continuo fosse strappato. Come se fosse venuto a mancare il pezzo di un puzzle. Si avverte il bisogno di una spiegazione, di una giustificazione, qualcosa che colmi il vuoto, che rompa il silenzio, che ricomponga lo strappo. Occorre che il gesto riceva la sua giusta collocazione all’interno dell’ordine consolidato della vita, in modo che lo si possa trattare come tutti gli altri eventi e oggetti, opportunamente resi inoffensivi dal sistema di convinzioni entro il quale li si è rubricati.

Ma la ricerca di una spiegazione si tramuta presto nella ricerca di una colpa: una stranezza, una debolezza, un’instabilità o qualsiasi altro difetto o disturbo devono essere all’origine del gesto estremo. Qualcosa da giudicare, in ogni caso. Qualcosa da biasimare. Chi si suicida diventa ben presto un condannato, un rifiutato, un proscritto. O, molto più semplicemente, un dimenticato. L’oblio è la prima e più semplice tecnica di difesa.

È allora – ma subito, quasi subito, in realtà, perché quell’imbarazzo deve durare il meno possibile – che comincia la ricerca dei motivi. Il suicida e il suo atto non hanno già più alcuna importanza. È salito in cattedra l’io di chi ha soltanto assistito al suicidio, di chi deve farvi i conti da spettatore, da giudice. Perché è, questo, un impulso irresistibile, ogni volta che ci si trova di fronte ad un evento imprevisto spiacevole e incomprensibile: giudicarlo, precisamente nel senso di porlo sotto il segno del bene o del male, in modo che sia trovato quanto prima il suo posto nello spazio ordinato e protetto della vita quotidiana, della vita nota e ripetuta.

Il suicidio è l’atto su cui, più che su ogni altro, il pensiero tace. E se non tace, di solito se la cava in fretta, con una breve considerazione di passaggio, come se il problema fosse di facile e scontata soluzione. Il pensiero, quasi sempre, si sofferma a considerare il suicidio per prenderne le distanze. Nessuno parla di suicidio, sembra, perché tutti sanno cosa pensarne e come valutarlo. Su di esso esiste una tacita ma radicata opinione comune, che sia inutile parlarne, perché non c’è nulla da discutere. Il rifiuto è l’unico atteggiamento possibile, l’unico atteggiamento giusto. Soltanto pochi, pochissimi hanno tentato di rompere il silenzio, di infrangere il divieto. Ma chi lo ha fatto, sin dall’antichità, ha consentito l’aprirsi di una strada che conduce, nel Novecento, fino alla inequivocabile dichiarazione di Albert Camus, secondo la quale quella del suicidio non sarebbe neppure soltanto una questione fra le altre, per il pensiero, bensì la questione decisiva.

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Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.

Albert Camus, Il mito di Sisifo, 1942

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“Eutanasia” è parola che entra nel dibattito pubblico assai raramente. Sembra quasi rimossa, censurata, anche quando magari si discute di questioni che con essa hanno o possono avere molto a che fare.

Le volte che viene usata poi tende ad assumere una accezione almeno in parte negativa, soprattutto quando, come per lo più accade, a usarla sono coloro che sostengono posizioni contrarie alla possibilità della liceità del suicidio assistito, in cui l’eutanasia di fatto consiste. In questi casi la parola entra spesso all’interno di una cadenza argomentativa (o meglio pseudo-argomentativa) secondo cui essendo il suicidio assistito null’altro che eutanasia, ergo esso va ritenuto illecito poichè eutanasia. Ma, per altro verso, mi pare che anche chi invece sostiene la liceità, almeno in certi casi, del suicidio assistito tenda spesso a guardarsi bene dal proclamarsi apertamente a favore dell’eutanasia (ma bensì, casomai, della “possibilità di autodecisione sul fine vita” o altro).

Certo è che la cautela nell’uso di certe parole nel dibattito pubblico, o la loro sostanziale rimozione, non è mai priva di significato. Può anche essere in molti casi pure saggia e positiva, ma può anche stare a indicare invece altre volte una sostanziale ipocrisia, o una sudditanza psicologico-culturale rispetto a posizioni che hanno imposto le valenze connotative negative dei termini in questione. Così ci sono alcune parole (e “eutanasia” è una di queste) che sembrano divenire quasi impronunciabili o che, quando vengono usate, sono per lo più riferite a posizioni o idee che si vogliono combattere.

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