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Niente di strano se leggendo Wallace Stevens vi imbattete in titoli come questo, Not Ideas about the Thing, but the Thing Itself, “non idee della cosa ma la cosa in sé”. Certo sembra un titolo più adatto a un saggio di filosofia che a una poesia. Se per di più la poesia è essenziale come una pittura giapponese (niente passamanerie filosofiche à la Rilke per dire), allora diventa ancora più arduo motivare la scelta di un titolo tanto (apparentemente) filosofico. D’altra parte, i lettori di Stevens sanno che questo meraviglioso poeta si divertiva a contrariare quei critici sussiegosi che lo rimproveravano di fare filosofia in versi. E allora lui fa il verso ai critici: L’idea dell’ordine a Key West, La poesia è una forza distruttiva, Estetica del male, Descrizione senza luogo, Il mondo come meditazione, Note verso una finzione suprema, Il ruolo dell’idea in poesia, La realtà è un’attività dell’immaginazione più augusta… per fare solo i nomi di altrettante poesie famose; che, a leggere questi titoli, in effetti uno non sa se deve aspettarsi il solito sproloquio filosofico coltissimo e tremendamente noioso o invece le istruzioni di un complicato apparecchio di cui si ignora l’utilità. Ma un sorriso lo strappano sempre, soprattutto se si pensa che questi titoli sono specchietti per le allodole per lettori e critici troppo inclini al “romanticismo” teorico ed esistenziale. Dopo l’enfasi (apparente) o l’astruseria del titolo, infatti, subentra facilmente la delusione per l’ordinarietà dei temi. Il senso ordinario delle cose è appunto un’altra memorabile poesia in cui il titolo gioca più scopertamente del solito con l’aspettativa del pubblico.

La verità è che Stevens, quando sceglie i suoi titoli, non ha in mente il lessico filosofico ma la pittura delle avanguardie, soprattutto cubista. È da lì che vengono quei nomi bizzarri. Non escludo di scrivere in futuro un saggio (proprio uno di quei saggi noiosi che ho ricordato prima) sui titoli di Stevens. “Tredici modi di titolare una poesia”, o “Note verso il titolo supremo”, qualcosa del genere. Già, perché la questione dei titoli in Stevens è un genere a sé. Cos’è un titolo? Cosa significa dare un titolo? E che rapporto c’è, o deve esserci, tra il titolo e la poesia? Credo che avremmo delle belle sorprese. Intanto non è affatto ovvio che il titolo ha valore esplicativo, né riassume sempre il contenuto dell’opera con una frase efficace. Mi pare piuttosto che, senza essere volutamente fuorviante, il titolo per Stevens sia come il famoso dito che indica la luna. Funziona come la didascalia di Magritte nel celebre Ceci n’est pas une pipe. È sottinteso che solitamente leggiamo male la poesia, e il titolo è lì apposta a dirci come leggerla, a dirci dove guardare. Mentre ci fissiamo sugli aspetti inessenziali, la poesia (come la vita) passa inosservata.

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