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Posts Tagged ‘sogno’

“…senza pensare più

senza capire più

sonno gigante
sonno elefante
distenditi quassù

sonno patriarca meraviglioso
arcaico nuoto nell’acqua cupa…”

                                                                                                                                             (Paolo Conte)

 

***

In contrappunto alla nostra vita vigile e conscia, il sonno ci accompagna intessendo – anch’esso – la nostra esistenza.

Perdita, necessaria e desiderata, della coscienza vigile. Piacere profondo, quando la stanchezza accumulata dilaga, di un totale abbandono in liberazione, nel desiderato riposo. Ma anche immersione nel mondo del sogno (proprio inconscio come ci insegna la psicanalisi o mondo degli dei e della vera realtà come pensavano gli aborigeni australiani o luogo altrove eppure mondo che abitiamo, per lo più senza memoria, in cui un altro noi ci abita) dormire – nel momento e la periodicità opportuna – ci è indispensabile. Quando il bisogno di sprofondare nel sonno si impone, nulla forse è più agognato.

Buona parte della nostra vita nel sonno. Ritmicamente nel sonno sprofondiamo, da esso emergiamo. Dormire: quando è l’ora, nulla è più gradito, nulla è più indispensabile.

Ma se nel sonno quindi riposo, dal punto di vista energetico il corpo del dormiente – questo riscontra l’osservazione scientifica – consuma quasi tanta energia quanta quando è invece sveglio. Il sonno è dunque ristoro, ridona energie, ritempra la veglia, ma non si dorme soprattutto per non consumare forza.

Se altro motivo profondo della necessità del sonno è forse anche sognare – tanto che studi sperimentali hanno evidenziato la tendenza a gravi disturbi (per lo più allucinatori) da parte di coloro che sono privati della possibilità di entrare nella fase REM del sonno, nella quale emergono i nostri sogni – purtuttavia non tutto il sonno è sogno.

Dormire non è quindi soltanto esigenza fisica o esperienza psichica imprescindibile. Dormire ha anche altro senso. (altro…)

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Da più lati, lungo percorsi diversi e innescata da differenti intuizioni, emerge – nella storia dei popoli e nello specifico nel corso dello sviluppo del pensiero occidentale – l’idea che il mondo sia invaso dal sogno o da esso intessuto.

Sedimentazione di sogni, realizzazione (o realtà) presente passata o futura di un sogno, in più modi si è pensato che il mondo sia sogno (Sogno come Origine, o Clausura, o Eco di dei o di uomini. Mondo dell’origine o realtà parallela, o Serbatoio di visioni e di senso passato presente o futuro, o Interferenza di altre dimensioni, o Tessuto inavvertito del Tutto ).

Ma ancora più profondamente può essere concepita la pregnanza del sogno in cui siamo.

A ben altro ancora esso può richiamarci. Ancora più radicale è forse la decifrazione cui la riflessione sul sogno ci chiama.

***

Sogno della terra isolata (Severino) 

Se sogno implica infatti per definizione che vi sia altro stato da esso – la veglia – la implica anche perché è solo da una veglia che può essere riscontrato un dormire: il dormire di un dormiente, che nel sonno si isola in un mondo suo, separato dal mondo diurno, chiuso sigillato, finché dorme, in questo spazio isolato.

Osservato da chi veglia, il sognante dormiente è, ad occhi chiusi, inerte. Non è certo un cadavere (a ben osservarlo respira, può anche muoversi cambiando la sua posizione), ma è quanto, nel vivente, più somiglia al cadavere. Finché il dormiente dorme, come il cadavere, infatti non comunica e non dà accesso a quanto accade nel suo isolamento.

Perciò pure il morto sembra dormire.

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Noi siamo fatti della stoffa di cui sono fatti i sogni

(Shakespeare, La Tempesta, atto IV, sc. I)

Una volta Zhuang Zhou sognò d’essere una farfalla, una farfalla che svolazzava qui è là felice d’essere se stessa. La farfalla non sapeva d’essere Zhou. Improvvisamente si svegliò e si ritrovò ad essere Zhou. Non sapeva però se Zhou aveva sognato la farfalla oppure se la farfalla sognava ora Zhou. Eppure tra Zhou e la farfalla c’è differenza”

(storiella taoista, da Zhuang Zi, cap.II)

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Nel cortometraggio “Che cosa sono le nuvole“, girato nel 1967, Pier Paolo Pasolini mette in scena un “Otello” recitato da attori che fingono di essere marionette.

Il dramma è allestito, nel film, in un teatraccio di periferia e i classici personaggi della tragedia – recitati da famosi attori, per lo più comici, dell’epoca che si fingono marionette – declamano alla lettera parti del classico testo shakespeareano, seppure a volte tradotte in un italiano romanesco popolano e con toni e cadenze volutamente spesso un po’ sopra le righe o dialettali. La recita dei personaggi sul palco è intercalata da situazioni in cui le marionette – in momenti di pausa precedenti o successivi lo spettacolo – inerti appesi al muro dietro le quinte disquisiscono sul senso di quel che fanno e recitano e del senso del mondo e l’esistenza in genere. In alcuni altri momenti alcuni personaggi inteloquiscono durante la rappresentazione con il marionettista stesso, che a sua volta dice la sua, fornendo a Otello-Ninetto Davoli una sua spiegazione “psicanalitica” sul comportamento di Otello stesso e sul senso di che sia mai la verità. Alla fine interagiscono persino col pubblico in sala (che alla fine irrompe violentemente in scena prendendo pure parte in prima persona alla vicenda narrata, scagliandosi contro Otello-Ninetto Davoli e Totò-Iago danneggiandoli irreperabilmente).

Pasolini costruisce così, ad altissimi livelli poetici, una struttura narrativa che di per sè è l’apertura di una dimensione fantastica e onirica (il film) al cui interno si snoda una rappresentazione a sua volta onirica e fantastica (l’ “Otello” recitato da marionette e visto da un pubblico). Il tutto allestito e osservato da uno sguardo esterno (Pasolini stesso?) che a volte si intromette pure in scena, con battute, fuori testo e a volte fuori contesto, che quasi sempre sono messe in bocca al qui grandissimo Totò.

Cosa sono le nuvole” è chiaramente una metafora, il cui senso essenziale può essere forse riassunto anche nella frase rivelatrice che a un certo punto Totò-Iago-(Pasolini?) pronuncia:

Noi siamo in un sogno dentro un sogno

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Sogno di Dei-antenati

Già per gli Aborigeni australiani, d’altronde, il mondo tutto è fondamentalmente un sogno: emersione (da squarci, crepacci) di un sogno sognato (e insieme cantato) da ancestrali creature sognanti, capostipiti – umani e insieme animali e vegetali, totem – di tutti i diversi clan, e di ogni specie animale e vegetale.

Ogni roccia, ogni luogo (o comunque, secondo altre interpretazioni antropologiche, almeno alcune rocce e alcuni luoghi) sono cristallizzazione, fossilizzazione, rammemorazione del senso che il sogno originario degli Dei-antenati ha fissato. Alcuni di tali Dei si sono dispersi nel mondo da essi evocato; altri vi si sono insediati incarnati in roccia; altri ancora sono tornati entro la terra da cui avevano fatto irruzione; altri infine, sembra, si sono allocati in dimensione uranica. Il tempo dell’Origine è per gli Aborigeni quello in cui il Sacro si articola forgiando il Senso del mondo: l’Epoca dei Sogni, arcaica e insieme presente (e peraltro terminata al tempo dell’incontro con la nostra cultura, che ne cancella la presenza ancestrale distruggendo il popolo aborigeno e destrutturandone il mondo)

Ogni gruppo aborigeno, ogni clan, ritiene cioè di discendere da uno di questi antenati ancestrali, totemici. Ogni clan deve perciò la sua identità al Sogno specifico originariamente sognato dal suo antenato umano-animale incarnato nel totem. Perciò ogni clan ha i suoi canti, riti, leggende. E suoi siti sacri nei quali il Sogno è sedimentato, divenuto letteralmente mondo, spazio, mappa, roccia, senso. Ogni clan deve così rimemorare il suo specifico Sogno sognato da un’ancestrale creatura sognante che sogna un sogno in cui emerge il mondo.

La Genesi per gli Aborigeni è quindi lo scaturire di un Sogno. Ma la genesi è peraltro sempre anche qui e ora e perciò l’umano notturno sognare è modo per accedere al Mondo Originario. Modo includente il mondo da esso emerso e, insieme, parallelo al mondo diurno.

Sognare è dunque accedere a un varco di conoscenza verso una dimensione altra, il tempo mitico, che è insieme apertura inclusiva del mondo  storico, nel quale i singoli sogni sono segni depositati. In alcuni luoghi e tempi il sogno riaccosta persino direttamente all’origine in cui il senso è racchiuso: nel sogno sciamanico si ha accesso diretto ad altri tempi, altri luoghi, nonchè a quanto è interno nascosto (attraverso la visione endoscopica, tipica anche dell’arte aborigena).

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images

Capita. Può capitare.

Che al risveglio, ridestati, si focalizzi all’improvviso che un qualcosa che ci sfuggiva ora ci è chiaro, che un nodo si è sciolto. Nella mente appare allora nitidamente presente un nuovo elemento, che entra nella consapevolezza della vita diurna.

Quando si sta invischiati in un problema si può anche dire: “Dormici sopra”. E il fatto è che talvolta è proprio vero che, dopo essersi immersi nel nostro mondo notturno, succeda che ne usciamo poi con le idee più chiare o con l’aver trovata la soluzione. Certo, non sempre. Ma è direi dato fenomenologico questo di una rivelazione improvvisa di qualcosa, al risveglio.

Da dove ci viene questo nuovo nucleo di senso che talvolta sembra portarci la notte?

Quando ciò accade, ci sembra che – dapprima con fatica, ma poi in tutta la sua incontrovertibile forza – qualcosa di importante venga ad emergere.

E che questo qualcosa sia propriamente un’immagine. In un’accezione ampia del concetto di immagine. Ma senz’altro un’immagine, perché certo in queste esperienze percepiamo senz’altro anche suoni, e parole. Ma anche questi, come pure tutti gli altri materiali qualitativamente perspicui presenti, sono qui anche  immagini. Perchè come immagini tra loro si accostano, o si ripetono, sovrappongono, contraggono, espandono. O altro; ma sempre al modo di come ciò si dà nelle immagini; per cui quindi tutti i significati – in questa esperienza – si costituiscono, o disfano, insistono, accentuano, frammentano, condensano, al modo in cui ciò accade nell’immagine.

È dunque un’immagine quanto così ci perviene. Un’immagine che ci sembra si sia configurata, prendendo la sua forma, in un tempo di mezzo: nella fuoriuscita dalla fase di inframezzo tra il sonno e il risveglio. In quel tempo sospeso – che forse non è neppure tempo – in cui, appena usciti dal sonno, si sta, ancora per un po’, tra il sonno e la veglia. In questo inframezzo, che è forse tutto soltanto passaggio. Ponte tra il mondo folle della notte e il mondo diurno che la nostra ragione, ritrovandosi in esso ma più propriamente forse aprendosi con esso, riconosce solido e consueto nella sua rassicurante forma precisa.

Ogni giorno si ripete, spesso ritualizzato, questo incontro col mondo; modulato secondo la trama che descrive la somma di ogni giorno su un altro. Ma nel tempo momento del risveglio – o, forse meglio, in quell’inframezzo che precede il vero e proprio risveglio – la coscienza è immersa soltanto ancora in immagini, e insieme sommersa da esse. Immagini, e relativo loro disporsi e configurarsi, di cui oscura è la provenienza (e perciò magari le pensi provenienti dal sogno, residui, ultime propaggini di esso. Ma in realtà non si sa e potrebbero certo anche provenire da altrove). Ma comunque, da dovunque provengano, in questa fase con questo luogo ci relazioniamo; per cui in qualche modo (anche) questo luogo ci appartiene e soprattutto in qualche modo a tale luogo anche apparteniamo.

Ma di questo luogo non disponiamo. Per cui l’occhio diurno, qui, quando si apre finalmente ridesto, vede vigile e talvolta assai chiaramente quanto nel momento di mezzo è emerso; ma rispetto al darsi dell’evento di tale contenuto è del tutto impotente. 

Purtuttavia, quando ciò accade e dal tempo sospeso ci arrivano immagini, magari un problema che non vedevamo si staglia ora nella sua nitida forma; oppure, altrimenti, al problema che ci angustiava si presenta all’improvviso chiara la via d’uscita. Oppure: la situazione che ci opprimeva non compresa ed oscura ora si mostra limpida e nuda per quello che è veramente. Oppure ancora: quella persona e i suoi gesti ora ci diventano all’improvviso del tutto chiari.

In questi eventi, sul confine tra mondo notturno e diurno, si scoprono così prospettive prima impensate, si comprendono situazioni. Persino si impongono e prendono decisioni: capisco, di colpo, ciò che devo fare. Un imperativo etico, o forma ossessiva che sia, fanno sentire il loro richiamo.

Per cui questi eventi non sono solo rivelazioni emotive. Certo, hanno sempre anche consistenza emotiva, nel senso che il materiale che qui viene a prendere forma ha sempre vibrazione e emozione. Ma è pur vero che in queste esperienze c’entra assai più ancora la componente cognitiva. Perché quel che in questi istanti si produce è sempre pure e soprattutto un riconoscimento. Riconoscimento che dunque si impone come una verità finalmente intravista, che non può perciò più essere negata nè facilmente scordata. Un riconoscimento che irrompe e si attesta al suo posto; dentro un riconoscimento più ampio e consueto, che si ripete per ciascuno ogni giorno al nostro riemergere a ogni risveglio, nel quale ritroviamo ogni volta la forma familiare consueta del mondo abituale e gli spazi e i volti e i rapporti da cui si era preso congedo nel momento del sonno.

La mente che si era abbandonata, o era svanita, disarticolata, col risveglio si ricompone e ritrova. Ma prima, per un attimo almeno, le immagini giocano libere in essa. Ed è qui, in questo rimescolare le carte, che si impone, talvolta, la nuova rivelazione; che viene ad aggiungersi dentro la storia ogni mattino ripresa e riannodata, ogni mattino ricomposta e ritrovata.

Le immagini che scaturiscono si incasellano così nel mondo consueto aggiungendo a volte in tal modo un’improvvisa nuova limpida verità e rivelando, almeno oscuramente, qualcosa.

Su questi fenomeni, su questo tipo di esperienze e di immagini, ha scritto e detto cose preziose Bachelard, nell’ambito delle sue ricerche su una fenomenologia dell’immaginario poetico.

Per lui queste figure danzanti, apparentemente libere, di cui abbiamo esperienza – anche cognitivo-rivelativa – e di cui sto cercando di dire, hanno a che fare sempre con la “reverie”; ovvero con quel peculiare stato di coscienza che tale parola francese (fondamentalmente intraducibile) è capace di dire nel suo significare la situazione in cui l’io, dimentico della sua storia contingente, si lascia andare nella sua mente a una libertà simile al sogno – in uno stato che però è stato di seppur minima veglia – e si abbandona all’invasione di immagini. E di ricordi. Si abbandona alle immagini dei ricordi e a ricordi di immagini. Per cui “reverie” è forse almeno parzialmente traducibile con parole come “fantasticheria”, “immaginazione fantastica”.

Della reverie, quindi, il dormiveglia che precede il risveglio è una forma. E perciò il dormiveglia può anche essere un modo di conoscenza – come lo è la reverie – stando dentro la quale a volte, ci insegna Bachelard, “si capisce in un lampo“.

Ma reverie può essere anche stato diurno. Chi più chi meno, ad essa ci si abbandona anche nelle pause del giorno quando ci si lascia andare a una qualche fantasticheria.

E un’altra sua forma eminente si realizza invece alla fine del giorno, quando ci invade la stanchezza e la ragione è reclamata altrove. Ecco che allora, prima che il sonno ci perda, nel dormiveglia, è sempre la reverie che – in questa sua ulteriore forma – si sviluppa in immagini sempre più vaghe e sfocate, sempre più folli, che si scambiano tra loro e riaggregano confondendo ombre e luci, colori, identità e consistenze, sempre più confuse identità e consistenze. E  folli nessi. Ognuno di noi a ogni fine del giorno come Molly nell”Ulisse” di Joyce.

La reverie è quindi innanzitutto stato immaginativo: stato immaginativo passivo. Nel quale però emergono anche immagini nuove, spesso attraverso riconfigurazioni improvvise; che poi vengono portate alla coscienza, la quale quindi può accoglierle, o magari sovrapporle a concetti già ad essa noti o a qualsiasi di altro sia in essa presente.

Ma se dunque è la reverie per Bachelard la dimensione in cui per davvero per noi rivelazione si dà; ciò che la reverie arriva però a farci vedere o a  scoprire, viene peraltro spesso o un po’ prima o un po’ dopo di quando la scoperta di quel dato sarebbe stata opportuna, entro la gestione razionale delle nostre a volte assai complicate vicende. La reverie tende cioè a essere un modo di conoscenza, come dire, sfasato.

Ma ciononostante può portarci lo stesso un suo beneficio perché sempre ogni nuova reverie viene anche a rivivificare o riarticolare il senso complessivo di tutto ciò che essa viene in qualche modo a toccare. A volte troppo al modo delle libere associazioni, certo; ma anche in questi casi – e in generale in tutti i modi in cui essa si dà – nel suo gioco pare anche possibile scorgere una precisa dinamica strutturale, per esempio la struttura del rapporto tra l’intero e le parti descritto in termini generali da Husserl. Rapporto questo che, come altri, struttura pure ogni evidenza diurna. Per cui la reverie, che se ne sta sul limite e a stretto contatto con la vita notturna o sotterranea alla coscienza, è pure una via di passaggio che trasmette messaggi e ha la funzione di Ermes e di Eros. Messaggi che la ragione, se accorta, individua. E, se è saggia, spesso pure accoglie.

La nostra giornata si snoda così secondo ritmi di emersione e sprofondamento. In questa diastole e sistole si susseguono gli intervalli la cui successione annoda la trama diurna della nostra storia.

In questa storia anche la reverie ci lancia messaggi, anche se in modo quasi sempre sfasato, cioè fuori tempo. Come ci fornisse una risposta perfetta, ma in irrimediabile ritardo, a un appello (come quando ci fanno domanda la cui appropriatissima risposta ci viene in mente inutilmente troppo tardi). O come una mossa opportuna scoperta a tempo scaduto. Tuttavia una volta riconosciuta la verità che la reverie ci ha donato, la ragione ha anche in questo caso comunque disponibile un’opportunità nuova; nel tentare perlomeno onestamente l’avvio – seppure fuori tempo magari – di un discorso finalmente più sincero, almeno con sè stessi, il quale, se non consente forse il recupero davvero del tempo opportuno (ma chissà mai…), apre comunque almeno la possibilità di un discorso opportuno.

Se la reverie infatti non ci desse accesso al mondo notturno, sul cui limite essa sta, non sarebbe possibile lo scambio – essenziale e vitale – tra la nostra ragione e una verità racchiusa anche nei nostri sogni (che sono la nostra follia), nel mondo di ombre da cui forse veniamo.

In questo scambio ci sono la vivificazione e il ricambio di immagini che danno sale e radicamento al nostro vivere diurno. Qui il vero alimento alla ragione, la quale peraltro sola ci salva dal caos (e da noi stessi).

Finchè, naturalmente, la ragione dura.

 

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Perché cresca l’oscuro

perché sia giusto l’oscuro

perché, ad uno ad uno, degli alberi

e dei rameggiare e fogliare di scuro

venga più scuro –

perché tutto di noi venga a scuro figliare

così che dare ed avere più scuro

albero ad uniche radici si renda – sorgi

nella morsura scuro – tra gli alberi – sorgi

dal non arborescente per troppa fittezza

notturno incombere, fumo d’incombere:

vieni, chine già salite su chine, l’oscuro,

vieni, fronde cadute salite su fronde, l’oscuro,

succhiaci assai nel bene oscuro nel cedere oscuro

per rifarti nel gioco istante ad istante

di fogliame oscuro in oscuro figliame

Cresci improvviso tu: l’oscuro gli oscuri:

e non ci sia d’altro che bocca

accidentata peggio meglio che voglia di   

consustanziazione

voglia di salvazione – bocca a bocca – d’oscuro

Lingua saggi aggredisca s’invischi in oscuro

noi e noi lingue-oscuro

Perché cresca, perché s’avveri senza avventarsi

ma placandosi nell’avverarsi, l’oscuro [….]

 

(Andrea Zanzotto da “Il galateo in bosco”)

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