Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Sigmund freud’

Da più lati, lungo percorsi diversi e innescata da differenti intuizioni, emerge – nella storia dei popoli e nello specifico nel corso dello sviluppo del pensiero occidentale – l’idea che il mondo sia invaso dal sogno o da esso intessuto.

Sedimentazione di sogni, realizzazione (o realtà) presente passata o futura di un sogno, in più modi si è pensato che il mondo sia sogno (Sogno come Origine, o Clausura, o Eco di dei o di uomini. Mondo dell’origine o realtà parallela, o Serbatoio di visioni e di senso passato presente o futuro, o Interferenza di altre dimensioni, o Tessuto inavvertito del Tutto ).

Ma ancora più profondamente può essere concepita la pregnanza del sogno in cui siamo.

A ben altro ancora esso può richiamarci. Ancora più radicale è forse la decifrazione cui la riflessione sul sogno ci chiama.

***

Sogno della terra isolata (Severino) 

Se sogno implica infatti per definizione che vi sia altro stato da esso – la veglia – la implica anche perché è solo da una veglia che può essere riscontrato un dormire: il dormire di un dormiente, che nel sonno si isola in un mondo suo, separato dal mondo diurno, chiuso sigillato, finché dorme, in questo spazio isolato.

Osservato da chi veglia, il sognante dormiente è, ad occhi chiusi, inerte. Non è certo un cadavere (a ben osservarlo respira, può anche muoversi cambiando la sua posizione), ma è quanto, nel vivente, più somiglia al cadavere. Finché il dormiente dorme, come il cadavere, infatti non comunica e non dà accesso a quanto accade nel suo isolamento.

Perciò pure il morto sembra dormire.

(altro…)

Read Full Post »

Noi siamo fatti della stoffa di cui sono fatti i sogni

(Shakespeare, La Tempesta, atto IV, sc. I)

Una volta Zhuang Zhou sognò d’essere una farfalla, una farfalla che svolazzava qui è là felice d’essere se stessa. La farfalla non sapeva d’essere Zhou. Improvvisamente si svegliò e si ritrovò ad essere Zhou. Non sapeva però se Zhou aveva sognato la farfalla oppure se la farfalla sognava ora Zhou. Eppure tra Zhou e la farfalla c’è differenza”

(storiella taoista, da Zhuang Zi, cap.II)

.

Nel cortometraggio “Che cosa sono le nuvole“, girato nel 1967, Pier Paolo Pasolini mette in scena un “Otello” recitato da attori che fingono di essere marionette.

Il dramma è allestito, nel film, in un teatraccio di periferia e i classici personaggi della tragedia – recitati da famosi attori, per lo più comici, dell’epoca che si fingono marionette – declamano alla lettera parti del classico testo shakespeareano, seppure a volte tradotte in un italiano romanesco popolano e con toni e cadenze volutamente spesso un po’ sopra le righe o dialettali. La recita dei personaggi sul palco è intercalata da situazioni in cui le marionette – in momenti di pausa precedenti o successivi lo spettacolo – inerti appesi al muro dietro le quinte disquisiscono sul senso di quel che fanno e recitano e del senso del mondo e l’esistenza in genere. In alcuni altri momenti alcuni personaggi inteloquiscono durante la rappresentazione con il marionettista stesso, che a sua volta dice la sua, fornendo a Otello-Ninetto Davoli una sua spiegazione “psicanalitica” sul comportamento di Otello stesso e sul senso di che sia mai la verità. Alla fine interagiscono persino col pubblico in sala (che alla fine irrompe violentemente in scena prendendo pure parte in prima persona alla vicenda narrata, scagliandosi contro Otello-Ninetto Davoli e Totò-Iago danneggiandoli irreperabilmente).

Pasolini costruisce così, ad altissimi livelli poetici, una struttura narrativa che di per sè è l’apertura di una dimensione fantastica e onirica (il film) al cui interno si snoda una rappresentazione a sua volta onirica e fantastica (l’ “Otello” recitato da marionette e visto da un pubblico). Il tutto allestito e osservato da uno sguardo esterno (Pasolini stesso?) che a volte si intromette pure in scena, con battute, fuori testo e a volte fuori contesto, che quasi sempre sono messe in bocca al qui grandissimo Totò.

Cosa sono le nuvole” è chiaramente una metafora, il cui senso essenziale può essere forse riassunto anche nella frase rivelatrice che a un certo punto Totò-Iago-(Pasolini?) pronuncia:

Noi siamo in un sogno dentro un sogno

***

Sogno di Dei-antenati

Già per gli Aborigeni australiani, d’altronde, il mondo tutto è fondamentalmente un sogno: emersione (da squarci, crepacci) di un sogno sognato (e insieme cantato) da ancestrali creature sognanti, capostipiti – umani e insieme animali e vegetali, totem – di tutti i diversi clan, e di ogni specie animale e vegetale.

Ogni roccia, ogni luogo (o comunque, secondo altre interpretazioni antropologiche, almeno alcune rocce e alcuni luoghi) sono cristallizzazione, fossilizzazione, rammemorazione del senso che il sogno originario degli Dei-antenati ha fissato. Alcuni di tali Dei si sono dispersi nel mondo da essi evocato; altri vi si sono insediati incarnati in roccia; altri ancora sono tornati entro la terra da cui avevano fatto irruzione; altri infine, sembra, si sono allocati in dimensione uranica. Il tempo dell’Origine è per gli Aborigeni quello in cui il Sacro si articola forgiando il Senso del mondo: l’Epoca dei Sogni, arcaica e insieme presente (e peraltro terminata al tempo dell’incontro con la nostra cultura, che ne cancella la presenza ancestrale distruggendo il popolo aborigeno e destrutturandone il mondo)

Ogni gruppo aborigeno, ogni clan, ritiene cioè di discendere da uno di questi antenati ancestrali, totemici. Ogni clan deve perciò la sua identità al Sogno specifico originariamente sognato dal suo antenato umano-animale incarnato nel totem. Perciò ogni clan ha i suoi canti, riti, leggende. E suoi siti sacri nei quali il Sogno è sedimentato, divenuto letteralmente mondo, spazio, mappa, roccia, senso. Ogni clan deve così rimemorare il suo specifico Sogno sognato da un’ancestrale creatura sognante che sogna un sogno in cui emerge il mondo.

La Genesi per gli Aborigeni è quindi lo scaturire di un Sogno. Ma la genesi è peraltro sempre anche qui e ora e perciò l’umano notturno sognare è modo per accedere al Mondo Originario. Modo includente il mondo da esso emerso e, insieme, parallelo al mondo diurno.

Sognare è dunque accedere a un varco di conoscenza verso una dimensione altra, il tempo mitico, che è insieme apertura inclusiva del mondo  storico, nel quale i singoli sogni sono segni depositati. In alcuni luoghi e tempi il sogno riaccosta persino direttamente all’origine in cui il senso è racchiuso: nel sogno sciamanico si ha accesso diretto ad altri tempi, altri luoghi, nonchè a quanto è interno nascosto (attraverso la visione endoscopica, tipica anche dell’arte aborigena).

(altro…)

Read Full Post »

(…)

images (1)Per Freud dunque quanto neghiamo – se la negazione è tale, cioè negazione di qualcosa – non può esserci totalmente altro. In questo senso, non può esserci ignoto.

Ma non solo non ci è ignoto. Non ci è nemmeno indifferente. Non ci è cioè insignificante affettivamente. E non può essercelo, perché nulla di quanto viviamo ci è per davvero, per Freud, affettivamente estraneo. Non lo è perciò nemmeno quanto neghiamo. Non lo è nemmeno quando neghiamo che qualcosa ci appartenga o coinvolga. Anche quanto neghiamo contiene sempre infatti un nucleo affettivo che – per quanto possa essere sordo, attutito o rimosso –  ci tocca. Quando la negazione nega qualcosa, quindi, riconosce innanzitutto il significato, affettivamente investito, che viene negato. Tale significato non ci è dunque ignoto e ci tocca.

Tuttavia, quando tale significato è negato, la relazione con esso non si limita a questi riconoscimento e coinvolgimento affettivo. Il significato negato viene sì riconosciuto, ma insieme viene, appunto, negato. Cioè tale significato lo teniamo dinanzi. Ma non vi aderiamo. Tanto più quanto più la negazione è rivolta a cosa che può riguardarci davvero – e quindi è avvolta da adeguate intensità e forza emotive – tale significato, negandolo, quindi lo distanziamo. Cioè, con gesto logico ma anche affettivamente innervato, ce ne dissociamo.

(altro…)

Read Full Post »

untitledIn realtà non è mia intenzione dire qualcosa di offensivo“…

“La persona del sogno non è mia madre”…

Sono questi due esempi – coi quali Freud apre il suo saggio del 1925 intitolato “La negazione“ – di quanto, a un certo punto di sviluppo dell’analisi cui sono sottoposti, tendono a riferire i pazienti ormai in cura da tempo (e perciò ormai avveduti e smaliziati circa le tecniche ermeneutiche del lavoro analitico) ma non ancora giunti del tutto al termine del loro percorso.

Si tratta di due proposizioni il cui interesse, per Freud, sta nel loro essere esempi – non necessariamente, forse, eminenti in sè, ma rilevanti psicoanaliticamente – di quei tipi di enunciati in cui consistono le negazioni. I pazienti in questione infatti  dichiarano, rispettivamente, il primo di non avere intenzione di offendere, il secondo di non avere sognata la madre.

Entrambi negano dunque qualcosa. E lo fanno in un contesto – tipico della cura analitica, ma non certo estraneo alla vita quotidiana di chiunque – in cui la parola, pur come sempre rivelante comunque qualcosa, si erge anche come baluardo a difesa dell’accesso all’inconscio in cui preme il rimosso.

***

downloadL’interesse di Freud per la negazione è infatti rivolto soprattutto al fatto che essa è comunque riferita a qualcosa che, per quanto negato, sta passando tuttavia per la testa di chi la enuncia. E al fatto che essa intrattiene un rapporto con l’inconscio di chi, negando qualcosa, intende questo qualcosa distanziarlo da sé.

Proprio in questa volontà distanziante infatti, secondo Freud, balena tutt’altro. In entrambi i casi esemplificati – così come in tutti i casi analoghi – la negazione può, secondo lui, essere infatti trascurata, focalizzando così l’attenzione sul significato puro e semplice di ciò che viene negato. Perché è in questo significato che sarebbe racchiuso il vero senso profondo di quanto nel dire negante si mostra.  “Sarebbe mia intenzione dire qualcosa di offensivo (ma sto dicendo che non ho questa intenzione)”; “Mi è venuta in mente mia madre (ma escludo sia lei)”: questo il senso profondo di quanto i due pazienti esprimono davvero nei loro dire.

(altro…)

Read Full Post »