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Posts Tagged ‘Sartre’

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Ostaggi

La logica del piacere e del godimento è quindi struttura per lo meno complessa, sotto certi aspetti anche antinomica.  Logiche differenti – per certi versi anche opposte – strutturanti ciascuna diverse tonalità e modalità del piacere, possono cioè sovrapporsi, contrapporsi, intrecciarsi.

Non stupisce perciò che i comportamenti effettivi che gli uomini hanno possano a volte dare l’impressione si siano perse le istruzioni per l’uso. Non c’è infatti istinto che guidi sicuro alle mete. Si procede perciò spesso a tentoni e non è raro che il desiderato ottenuto si riveli illusorio. Persino nel caso in cui  si pervenga alla certezza che ciò che balena piacevole sia in realtà nulla più che evanescenza, capita spesso la ricerca di esso sia, nonostante tutto, rinnovata e iterata, magari in modi sempre diversi ma tuttavia senza pausa nè sosta finchè l’energia della vita persiste.

Tutta questa compulsività – in fondo tutta questa fatica e tutto questo impiego di tempo – è, almeno apparentemente e in prima battuta, non senso.

In tutto ciò c’è qualcosa che spinge, al di là di ogni consaputa saggezza, in direzione contraria al proprio bene. Ma non solo: le logiche dei piaceri talvolta portano persino a distruggere sè o aspetti importanti del mondo che innerva la situazione del sè, magari lasciandosi sopraffare da coazioni fini a sè stesse (basti pensare alle dipendenze e patìe di varie forme e natura). Altre volte accade invece che in fondo tutto vada bene, ma ciononostante si impone invece l’idea che se si godesse di altro (e perciò si fosse non sè stessi, ma altri) si sarebbe sè stessi. Perciò si sta male, rancorosi ci si lamenta, fuggendo da sè, in un’insoddisfazione che si autoalimenta, per la mancanza dei piaceri non ancora raggiunti e ottenuti (in un mondo sociale sempre più spettacolo e emporio di innumerevoli, troppe, promesse delizie)

Ciò non è razionale, non nasce dal ponderare di un sè pensante volto al piacere. Non è sano. Ha a che fare con forze che ci condizionano, in alcuni casi ci dominano tenendoci come in ostaggio, spesso remandoci contro. Forze non consce, ossia inconsce (siano esse quelle dalla psicanalisi individuate o fossero pure gli, anch’essi – si badi – inconsci, meccanismi dalle neuroscienze descritti).

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(…continua…)

Tra me e te permangono infatti, inoltrepassabili, distanza e assenza

La distanza

Perché sempre, se lì c’è un’altra coscienza, se lì c’è lui (o ci sei tu), allora ineluttabilmente “la distanza si stende a partire dall’uomo che io vedo(ivi, p.300). Là, cioè, ci dice Sartre, si apre e dispone verso il mondo unarelazione senza distanza e senza parti, all’interno della quale si estende una spazialità che non è la mia spazialità(ibid.).

La relazione senza distanza, non avendo – nel distendersi dall’altro – una distanza, non può essere infatti in alcun modo presa nella mia distanza, cioè dalla relazione senza distanza da cui si estende la mia di spazialità. Le distanze che i molteplici differenti sguardi senza distanza aprono si incrociano cioè sì, ma senza mai inglobarsi nè confondersi. Le distanze si distendono, in parallelo. Come tra me e il mondo non c’è distanza e da questa prossimità si dispiegano tutte le distanze tra me e le cose del mondo, così è – allo stesso modo, ma sempre e solo nel suo spazio – per l’altra coscienza che non è me. Inaccessibili le une alle altre le differenti spazializzazioni ribadiscono invalicabili distanze. Gli spazi non si intersecano: non si compenetrano.

Non si tratta dunque solo del fatto, di per sè banale, dell’esistenza indifferente di un, altro dal mio, punto di vista sul mondo che si sovrappone al mio. Il fatto è che le due spazializzazioni – la mia e la tua – restano inaccessibili l’una all’altra. Aprono distanze ognuna dell quali pone l’altro sì in relazione, là in fondo, a una certa distanza. Ma questa distanza è invalicabile perchè lo sguardo altrui apre distanze, ma è senza distanza. Disponendo il suo spazio, ciascuno inoltre attrae così verso di sé tutto il mondo – il suo e quello altrui, perchè purtuttavia il mondo di entrambi è lo stesso mondo – e per ciò stesso nega le relazioni (innanzitutto le relazioni spaziali) che ognuno, nel medesimo tempo, intorno allo stesso dispone.

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downloadNel mio sguardo aperto, le cose si dischiudono.

Lo sguardo le accoglie e raccoglie, attestando e disponendo distanze, relazioni, vicinanze, lontananze, profondità. E variazioni.

Ma non solo: lo sguardo incrocia anche altri sguardi. Alcune cose, infatti, mi guardano. Per lo meno possono farlo. Così che tali cose sono sì oggetti, ma siffatti che mi costringono – dato lo sguardo che anche in essi si apre e si volge – tuttavia a pensarli anche quali altre ulteriori coscienze: altri essere umani (o comunque altri esseri in cui dimora il pensiero). Oppure a pensarli per lo meno magari quali animali, chè anche gli animali mi guardano, seppure in quel modo strano in cui gli animali ci osservano.

Questi – che mi guardano – sono gli altri.

Questo sei tu. 

Non semplice oggetto inerte, ma cosa quali quelle che peraltro Cartesio, nella sua seconda delle Meditazioni Metafisiche, descrive come quegli “uomini che passano per la piazza” (Meditazioni II, 13) scorti là fuori, da una finestra. Uomini che –dice Cartesio – certo, in prima istanza, “affermo di vedere proprio [quali] degli uomini [solo] in base alla consuetudine” (ibid.); laddove in realtà “che cos’altro vedo se non berretti e vesti, sotto i quali potrebbero nascondersi degli automi?” (ibid.). Eppure – come faccio io con te appunto, e come si fa continuamente tra noi senzienti-pensanti – indubbiamente immediatamente giudicati peraltro uomini, seppure fosse che ciò sia un giudizio e non un’evidenza (“quello che pensavo di vedere con gli occhi in realtà lo comprendo con la sola facoltà di giudizio, che è nella mente” ci dice Cartesio (ibid.)).

Se la loro pura e semplice oggettività, che è quanto la pura esperienza attesta, non può infatti di per sè in alcun modo garantirmi che essi non siano magari, appunto, automi; solo di essi (solo di te) – e di essi solo – posso sempre incrociare lo sguardo. E giudicare perciò di conseguenza.

Questo mi appare (e questo mi pare): nel mio sguardo aperto il mio giudizio si avvede che altri sguardi incrociano il mio stesso mondo. Tra loro, tali sguardi si incrociano. Alcuni incrociano me. A volte incrociano il mio sguardo. Ed il mio perciò, a sua volta, si incrocia, in modi vari, con il tuo, con i loro

Uni accanto agli altri.

imagesAnche per Jean Paul Sartre – le cui celebri analisi sul tema dello sguardo, esposte in “L’essere e il Nulla” ci possono fare, e ci faranno qui, da preziosa guida – come per Cartesio, che altri vi sia non dipende semplicemente dal mio “vedere con gli occhi”. Ma è verità che – come Cartesio dice – sta “nel mio giudizio”. Giudizio che per Sartre, però, non si radica – come per Cartesio invece – sulla dimostrazione, argomentata razionalmente, dell’esistenza di un oltre (in primo luogo Dio) l’io-cogito. Per Sartre tale giudizio esplicita piuttosto una pura  fenomenologia del dato.

Che altri vi sia – per Sartre – va cioè, come dire, semplicemente evidenziato.

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Teorie_della_rei_5149c02278798La reificazione – spesso confusa con oggettivazione, alienazione, feticismo e in generale con un processo onniestensivo di estraniazione dei rapporti umani – è un processo (storico, sociale, culturale) che modifica radicalmente il modo in cui pensiamo e ci rappresentiamo la razionalità, la vita, tanto nella sua dimensione soggettiva che in quella intersoggettiva, ed è quindi una trasformazione che sommuove, sovverte e finanche perverte il Geist, lo spirito, o quel che resta oggi di esso. A venir distorta e deformata fino all’irriconoscibilità è sempre una forma di vita, che diviene incapace di rappresentarsi come tale e quindi di retroagire su se stessa. Con la reificazione ci troviamo irretiti in un’oggettivazione inertizzante dei nessi vitali e delle possibilità di relazione intersoggettiva che finisce per disgregare l’esperienza di quel “reale” a cui oggi si vorrebbe nuovamente ancorare il discorso filosofico. Proprio quella “realtà” a cui ci si appella diventa sempre più irriconoscibile e impraticabile, frammentata e disarticolata, quanto più crescono le spinte sistemiche a circoscriverne e a decifrarne la complessità.

Certo, oggi non è più così scontato parlare di “reificazione”. Dopo decenni di martellamento neoliberista non solo siamo venuti a patti con il mondo rovesciato delle merci – fatto di corpi mercificati e di merci personificate –, un mondo con cui ormai conviviamo più o meno felicemente. Ad esser divenuto problematico è piuttosto il presupposto di un’essenza umana e razionale integra, sulla quale si eserciterebbe la violenza deformante dei processi di reificazione, una violenza da neutralizzare attraverso la kritische Darstellung, la critica immanente di marxiana (e hegeliana) memoria. Tuttavia, anche ammesso che non sia metafisico in senso deteriore presumere l’esistenza di un’essenza umana unitaria e univoca da preservare, non è forse velleitario o quanto meno troppo esigente pretendere dalla teoria della reificazione un’interpretazione normativa e unitaria di tutta una serie differenziata di processi che si vorrebbero ricondurre alla reificazione in senso classico?

Le relazioni umane assumono, dunque, la parvenza di relazioni fra cose, i soggetti viventi diventano oggetti inanimati, il nostro mondo sociale si manifesta come un ambiente naturale, in cui motivazioni, sentimenti e impegni morali prendono la forma di rapporti meccanici e causali, gli automatismi si sostituiscono alle volontà e alle intenzioni, l’insieme delle qualità viene ridotto a quantità calcolabili e manipolabili. Questa è la forma che ha assunto la società moderna, spinta dall’espansione illimitata dell’universo economico-finanziario e dal crescente processo di tecnicizzazione delle relazioni umane. A questo complesso di fenomeni la filosofia e la teoria sociale contemporanea hanno dato il nome di reificazione. Diventa cosa ciò che non è cosa e non deve diventare cosa, perché è ciò che conferisce senso alle cose, perché la soggettività – comunque la si intenda –, la natura normativa e comunicativa delle relazioni intersoggettive, il carattere qualitativo della nostra esperienza, costituiscono la specifica forma umana di esistenza. La reificazione totale della società significherebbe il tramonto definitivo di quella forma di vita, la trasformazione deformante dell’umano.

L’analisi della reificazione si accompagna perciò al compito filosofico di delineare ciò che ad essa si oppone, ciò che dev’essere salvato, fino all’impegnativa delineazione di quella che potrebbe essere una società finalmente libera dal dominio delle cose sulle relazioni umane. Questo è apparso fin da subito come l’aspetto più problematico e complesso della teoria: che cos’è propriamente l’«umano»? qual è lo specifico delle relazioni intersoggettive? non è forse illusoria un’idea di società in cui i soggetti siano completamente emancipati dalla natura e controllino «con volontà e coscienza» le loro pratiche individuali e sociali?

Teorie della reificazione – abstract

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A. Un amico ha condiviso con me il testo che ti riporto in seguito. Sono andata a cercare qualche informazione sull’autore e ho visto che si occupa essenzialmente di ebraismo, così mi sei venuto in mente. Conosci questo scrittore? Tu cosa ne pensi delle seguenti affermazioni? Io, sarà ormai deformazione (o simbiosi), ma resto legata al mio buon Kant, secondo il quale morale e pensiero percorrono binari differenti che, solo in alcuni casi “eccezionali”, s’incontrano e corrispondono. Mi sembra di denotare nel testo una sottile confusione tra “umanità” di una persona e “profondità speculativa”. Ma non mi dilungo troppo.

«Grandi nell’arte e nel pensiero, ma piccoli e meschini nel quotidiano? Si può dire questo di Celine, Eliot e Pound? Francamente non credo. Chi è stato, o è, fascista, nazista o antisemita in modo grave, e non lieve, non è grande nel pensiero. Quanto all’arte, il discorso sarebbe lungo. Grande nel pensiero può essere un uomo umile, eticamente buono, anche se non è necessariamente un artista o famoso. Cosa significa avere arte? Sapere mettere in fila con garbo delle parole? Scrivere una bella poesia? Originale Heidegger? Forse era intelligente, ma ha adoperato le sue facoltà per tradire i suoi vecchi amici ebrei e fare carriera. Come fidarsi di un filosofo così? E pensare che fosse uno dal pensiero originale? Era cieco? Non vedeva quello che accadeva attorno a lui? Il mondo ebraico ha sofferto molto, è stato traumatizzato dalla sofferenza e ha capito poche cose, ma una su tutte l’ha messa molte volte, forse anche troppe, in pratica: distruggere gli idoli, perché gli idoli, tutti gli idoli, non solo quelli di terracotta, ti portano fuori strada.

Un intellettuale che si è lasciato sedurre dalla violenza del fascismo, del nazismo, dalla vigliaccheria dell’antisemitismo, proprio perché aveva mezzi critici che non ha voluto, o saputo, adoperare non può essere considerato grande nel pensiero, perché il suo era un pensare marcio e portatore di dolori all’umanità. Fosse un letterato, un poeta un filosofo o un uomo di scienza, il discorso è lo stesso: un intellettuale ha obblighi maggiori verso di sé e verso il mondo, se capisce in che mondo vive. E, se non lo capisce, in che cosa è grande? Distruggere gli idoli significa, in questo caso, non lasciarsi abbacinare dalle presunte grandezze e considerare l’uomo non come un doppio, ma nella sua unità mettendo in atto sempre una capacità critica che sappia discernere dai falsi miti. Ci sono tanti falsi miti al mondo. Quello degli intellettuali, intelligenti e farabutti, che, perché sanno leggere, o scrivere o pensare, meritano rispetto, se sono famosi, è uno di questi. Attenzione: Questo non è un pregiudizio, è un giudizio. Basato sul fatto che l’uomo è fatto di idee e di azioni e anche le azioni che compie, o non compie, hanno un peso. Non so perché, ma in questa impostazione trovo qualcosa di intimamente ebraico e questo mi conforta».

(Riccardo Calimani, scrittore e storico dell’ebraismo)

B. Scusami, ho tardato a rispondere perché ho avuto poco tempo, e perché non volevo darti una risposta frettolosa. Ci ho pensato un po’ su e sono giunto alla conclusione che, be’, non so rispondere. Credo che questo problema, che poi è la vecchia storia dei rapporti tra l’intellettuale e il potere (sulla quale ci incasiniamo fin dai tempi di Platone) non abbia soluzione. O almeno non una definitiva. Forse, però, si possono fare alcune considerazioni. Ecco quello che mi è venuto in mente. Niente di risolutivo, intendiamoci, solo pensieri in ordine sparso.

Quando si domanda quale sia il ruolo dell’intellettuale nella società, ci si trova spesso di fronte a due opposti schieramenti. Chi lo vuole impegnato e chi no. Ed è a questo punto che il nostro problema, impercettibilmente, si trasforma: da interrogativo, ricerca, dubbio, investigazione, diventa fatalmente ingiunzione a scegliere tra l’impegno o il disimpegno. Di fronte a questo aut aut l’incertezza iniziale è costretta giocoforza a “saltare”: diventa una scelta di campo, diventa “morale” (compresa la scelta di chi rifiuta di scegliere). E così, infatti, è stato spesso inteso. L’engagement o l’art pour l’art?

Ma non può darsi che, messo così, il problema sia impostato male?

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Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.

Albert Camus, Il mito di Sisifo, 1942

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“Eutanasia” è parola che entra nel dibattito pubblico assai raramente. Sembra quasi rimossa, censurata, anche quando magari si discute di questioni che con essa hanno o possono avere molto a che fare.

Le volte che viene usata poi tende ad assumere una accezione almeno in parte negativa, soprattutto quando, come per lo più accade, a usarla sono coloro che sostengono posizioni contrarie alla possibilità della liceità del suicidio assistito, in cui l’eutanasia di fatto consiste. In questi casi la parola entra spesso all’interno di una cadenza argomentativa (o meglio pseudo-argomentativa) secondo cui essendo il suicidio assistito null’altro che eutanasia, ergo esso va ritenuto illecito poichè eutanasia. Ma, per altro verso, mi pare che anche chi invece sostiene la liceità, almeno in certi casi, del suicidio assistito tenda spesso a guardarsi bene dal proclamarsi apertamente a favore dell’eutanasia (ma bensì, casomai, della “possibilità di autodecisione sul fine vita” o altro).

Certo è che la cautela nell’uso di certe parole nel dibattito pubblico, o la loro sostanziale rimozione, non è mai priva di significato. Può anche essere in molti casi pure saggia e positiva, ma può anche stare a indicare invece altre volte una sostanziale ipocrisia, o una sudditanza psicologico-culturale rispetto a posizioni che hanno imposto le valenze connotative negative dei termini in questione. Così ci sono alcune parole (e “eutanasia” è una di queste) che sembrano divenire quasi impronunciabili o che, quando vengono usate, sono per lo più riferite a posizioni o idee che si vogliono combattere.

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Quando si è insediata, la malattia mi è diventata, letteralmente, l’esperienza della percezione di una nuova presenza, non voluta, che si è collocata, senza preavviso, all’interno del corpo. Senza possibilità alcuna di reale controllo sul suo lavorio, ora sensibilizza zone somatiche la cui presenza era prima sostanzialmente inavvertita. Qui vi disloca per lo più il dolore, in varie forme e intensità.

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La malattia dunque risveglia sensibilità prima nemmeno adombrate, richiama l’attenzione sul corpo (al punto da rivelarcelo scomodo), mette in allarme i sensi. Ma soprattutto comporta il ridestarsi di uno in particolare dei sensi, un senso per lo più attutito: quel senso interno, che ascolta il corpo proprio e che alcuni fisiologi-psicologi chiamano la propriocezione. É questo senso che evidenzia la presenza, per lo più non avvertita ma ora invece emergente alla nostra esperienza immediata – nel punto o la zona che la malattia ha invasa – di innervazioni, viscere, flussi, punti di giuntura, tensioni muscolari: luoghi e eventi del corpo che sono dei dentro che ora percepiamo come se fossero fuori.

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