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­Karl Marx – Il carattere di feticcio della merce e il suo segreto

Brani tratti da Il Capitale. Critica dell’economia politica. libro I, capitolo I, IV (1867)

Propongo qui di seguito alcuni brani (famosi, credo, ma neanche tanto, di questi tempi) che trattano del feticismo delle merci. Nessuno può dubitare della pazzesca attualità della questione ’capitalismo’, con la fantasmagoria delle sue merci da cui siamo imboniti. Se di Marx alcuni aspetti risultano oggi inaccettabili (anzitutto la teoria del valore-lavoro), l’analisi del feticismo risulta ancora straordinariamente attuale.

I brani che seguono sono intervallati da alcuni commenti. Alla fine mi sono lasciato andare a considerazioni più complessive che riflettono la mia personale sensibilità, come fanno del resto anche i commenti precedenti. Il tutto mostra sicuramente la mia ignoranza dell’opera complessiva di Marx e della sterminata letteratura critica sull’argomento. Dixi et salvavi animam meam.

Giuseppe Manildo

MarxCapitalA prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano. È chiaro come la luce del sole che l’uomo con la sua attività cambia in maniera utile a se stesso le forme dei materiali naturali. Per esempio, quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare.

 A Marx non pare che il valore d’uso delle cose possa risultare altrettanto misterioso quanto il valore di scambio. Eppure Hegel aveva sottolineato che l’utilità di una cosa, ossia la sua capacità di soddisfare dei bisogni, è relativa ai bisogni stessi e che questi si sviluppano del tutto imprevedibilmente dalle interazioni di imitazione reciproca di individui liberi dagli schemi predeterminati della famiglia o di qualsiasi altra comunità naturale. Quanto una cosa possa essere desiderabile e quindi utile, è dunque del tutto impossibile da prevedere, quasi dipendesse – questa sì – dal capriccio di un dio.

 […]

Di dove sorge dunque il carattere enigmatico del prodotto di lavoro appena assume forma di merce? Evidentemente, proprio da tale forma. L’eguaglianza dei lavori umani riceve la forma reale di eguale oggettività di valore dei prodotti del lavoro, la misura del dispendio di forza-lavoro umana mediante la sua durata temporale riceve la forma di grandezza di valore dei prodotti del lavoro, ed infine i rapporti fra i produttori, nei quali si attuano quelle determinazioni sociali dei loro lavori, ricevono la forma d’un rapporto sociale dei prodotti del lavoro. L’arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti, avente esistenza al di fuori dei prodotti stessi.

 Se 1. il valore di scambio di una cosa (ossia la forma che rende merce un qualsiasi prodotto del lavoro umano) consiste nella quantità di lavoro socialmente necessario a produrla, e se 2. la quantità di lavoro indica quanto di un uomo (operaio) è stato alienato, asservito a quella cosa e a quell’altro uomo che ne è il proprietario (capitalista), allora nel valore di mercato di una merce – ossia nella venerazione che gli acquirenti sentono per essa e in base alla quale, come fossero al cospetto di una piccola o grande divinità, sono disposti a sacrificare (spendere) poco o tanto di sé – gli uomini misurano il rispetto per quel dio cui devono la vita: la struttura sociale stessa, con i suoi rapporti di subordinazione, di oppressione ma anche di tutela.

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Il laboratorio mentale e vitale di Pasolini può essere paragonato a quello di un alchimista, la sua vita a nozze chimiche rovesciate, in cui la Sposa è l’Abiezione, quasi che il biasimo e la riprovazione gli fossero necessarie per completare l’opus. Il passaggio fondamentale della ricerca pasoliniana sembra infatti essere, per usare la terminologia alchemica, quello della nigredo, l’Opera al nero, ovvero il momento in cui gli elementi subiscono il processo di putrefazione. Ma l’albedo, l’Opera al bianco, non si intravede: gli elementi subiscono l’alterazione e la corruzione per l’eccesso di una vitalità e di un ardore quasi mistico, privo tuttavia di qualsiasi prospettiva escatologica di redenzione. Il transito terrestre di Pasolini appare perciò dominato interamente dalla prefigurazione della morte, dal processo degenerativo di tutto ciò che è impuro. Nel Frammento alla morte si legge: «Sono nel rogo, gioco la carta del fuoco». E il rogo, l’Athanor di Pasolini si chiama poesia. Poesia è il fuoco catartico, la dimensione in cui, secreta dai canali dell’anima, l’impurezza (nominata sin dall’incipit delle Ceneri di Gramsci) affiora alla superficie della lingua. A questo livello il tempo arcaico-mitico proprio della cosa sacra e il tempo moderno-razionale della cosa dissacrata, quantificata, mercificata, convivono ereticamente l’uno accanto all’altro fino a collidere, mettendo in movimento un mondo ingessato, avvitato su se stesso, oscenamente pago di sé ma avido di altro e dell’Altro (Porcile, Teorema). Dinamismo che, nelle intenzioni di Pasolini, dovrebbe far implodere il reale su se stesso, dinamismo sovversivo.

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Si parla spesso e volentieri di poteri forti, di potentati e di potenti, del fatto che il Potere – inteso come una sorta di struttura impersonale e autoreferenziale – condiziona fatalmente le nostre vite. Lo si vede e lo si descrive – a seconda delle mode, delle ideologie, delle autorappresentazioni più o meno interessate – come fonte di corruzione oppure di prestigio, come l’origine di tutti i mali ovvero di tutti i beni: si ricordi la lezione di Cristo a Pilato nel Maestro e Margherita. E si conducono innumerevoli e interminabili discussioni e dibattiti su chi abbia il “potere” (in Italia, in Europa, nel mondo). Ma si evita sempre di porre la questione radicale, ovvero che cosa sia davvero il potere, e che cosa – come scrive Canetti – esso “apparecchia”. Nel suo saggio On Violence Hannah Arendt, riflettendo sulla condizione attuale della scienza politica, constatava che siamo ancora lontani dal distinguere chiaramente termini come “potere”, “potenza”, “forza”, “autorità” e “violenza”.

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Non si può non comunicare.

Anche l’assenza di comunicazione, infatti, tra due persone, tra due poli di una relazione, è un comportamento, che in quanto tale comunica in ogni caso qualcosa e a volte, anzi, pure molto e in modo molto più esplicito, sincero, chiaro, di molte parole. 

Ciò è ben chiaro ad esempio a Watzlawick, che esplicita questo principio base della comunicazione assumendolo addirittura come primo assioma della sua interessantissima “pragmatica della comunicazione umana”. Ma in fondo a questo stesso fatto allude Heidegger in “Essere e tempo” quando sostiene essere la comunicazione elemento costitutivo della struttura dell’asserzione, che caratterizza l’uomo nel suo stare al mondo nel linguaggio.

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Ma anche nei casi in cui invece si sta su un piano in cui comunicazione esplicitamente si dà, non è infrequente che la situazione che ha a che fare con la comunicazione abbia una sua certa, specifica, paradossalità. Senza riferirci qui ai classici esempi ampiamente studiati dalla Scuola di Palo Alto di Bateson, tra i quali il più rilevante è forse quello del caso del “doppio vincolo”, penso anche molto semplicemente alla situazione in cui la comunicazione e i suoi esiti producono l’avvertimento di una generica sensazione di fallimento comunicativo. Magari una, chiara o sottile che sia, insoddisfazione per il cosa o il come della comunicazione che si sta attuando. Oppure la sensazione che in realtà la comunicazione si stia svolgendo in modo in fondo inappropriato se non proprio almeno un poco ipocrita. In certi casi per il percepire che non si sta che su un piano di superficie ove ciò che davvero si comunica è magari solo il notificarsi l’un l’altro la recita di un ruolo in una parte; o in certi altri casi perchè in realtà ciò che si sta comunicando è altro (a volte ben altro) dal contenuto esplicito della comunicazione stessa.

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