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Posts Tagged ‘paradossi di Zenone’

Nel “ParmenidePlatone, a un certo punto, trattando della complessa situazione logica relativa alla relazione tra l’uno, la quiete e il moto, si ritrova a dovere identificare nell’istante quel quando in cui “l’uno se in moto si ferma o fermo si mette in movimento” (156c), ossia come quell’attimo in cui c’è passaggio, mutamento, trapasso da una certa configurazione (prima) ad altra (poi). L’istante è dunque l’Ora in cui si realizza il mutamento.

Ma questo istante inteso dunque come “ciò da cui qualche cosa muove verso l’una o l’altra delle due condizioni opposte” (156d) Platone lo dichiara pure subito, esplicitamente e senza remora,  essere, a ben vedere, pure cosa assai “strana” (atopon) (156d). E’ infatti “natura dell’istante” quella di essere perciò “qualche cosa di assurdo che giace tra la quiete e il moto, al di fuori di ogni tempo” poichè “… verso l’istante e  dall’istante ciò che si muove si muta nello stare e ciò che sta si muta nel muoversi.. E l’uno così… mutando, muta istantaneamente e mentre muta non è in nessun tempo” (156 d-e).

L’Ora dell’istante è dunque il quando del mutamento. Ossia del fluire e il divenire. Ossia dunque del tempo, in quanto il divenire non può che essere connesso al tempo. Ma questo stesso istante, per Platone, va pensato insieme anche come qualcosa che peraltro non è in nessun tempo.

Come la freccia di Zenone che scoccata dall’arco in ogni istante del suo percorso è immobile fuori dal movimento, come il fotogramma di una pellicola nella bobina in proiezione, l’istante – in cui il mutamento scorre – non è cioè né fermo né in moto. Ogni mutamento, ogni passaggio da una condizione o stato ad altro, infatti, accade istantaneamente. Ma nell’istante in cui si produce il mutamento ciò che muta non sta fermo (se fermo fosse starebbe infatti appunto fermo, cioè non muterebbe), ma neanche si muove (chè, se muoversi vuol dire mutare, o sarebbe moto e dunque non muterebbe, oppure, qualora mutare volesse dire fermarsi, appunto si fermerebbe) e dunque è fermo.

Ciò che muta nell’istante non sta dunque fermo nè sta non fermo e, non essendo né fermo né in moto, non è dunque in alcun tempo (chè è nel tempo che si danno passaggio e correlazione tra quiete e moto).

Perciò l’istante non è tempo. E si pone così, paradossalmente, come immutabile. Fuori dal tempo.

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