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Posts Tagged ‘opinione’

 “Il bambino impara a credere a un sacco di cose. Cioè impara, per esempio, ad agire secondo questa credenza. Poco alla volta, con quello che crede si costruisce un sistema e in questo sistema alcune cose sono ferme e incrollabili, altre sono più o meno mobili. Quello che è stabile, non è stabile perché sia in sé chiaro o di per sé evidente, ma perché è mantenuto tale da ciò che gli sta intorno”.

L. Wittgenstein, Della certezza, § 144

Kant, Dottrina trascendentale del metodo. Kant distingue fra:

– opinare (Meinen): un tener per vero, considerare qualcosa come vero, insufficiente tanto soggettivamente quanto oggettivamente;

– credere (Glauben): un tener per vero, considerare qualcosa come vero, soggettivamente sufficiente, ma oggettivamente insufficiente;

– sapere (Wissen): un tener per vero certo, ossia soggettivamente sufficiente e oggettivamente valido.

Secondo Wittgenstein, sin dalle prime Notes on Logic, la filosofia né opina, né crede, né sa, perché la gradazione proposta da Kant già presuppone un concetto di verità al quale si tratterebbe di approssimarsi seguendo una sorta di metodo (di cui tratta, appunto, la dottrina trascendentale “del metodo” della Critica della ragion pura). In altri termini, la filosofia non è un gioco di fondazione progressiva, di avvicinamento graduale alla “Verità”. Sia la “metafisica” che lo “scetticismo” «attingono alla medesima sorgente e condividono il medesimo presupposto. Se infatti la metafisica avanza la pretesa di produrre proposizioni filosofiche per dire la sostanza del mondo e la forma logica della realtà, lo scetticismo non fa che avanzare il sospetto che quelle proposizioni possano essere false» (L. Perissinotto, Logica e immagine del mondo, p. 83).

Sia il metafisico che lo scettico pensano quindi di potersi portare, con il linguaggio, al di fuori di esso, alla ricerca di una zona franca, di una parola salva, che possa in qualche modo dire la totalità. Il metafisico pensa di disporre di questa parola e di poter dire, perciò, la totalità; lo scettico trasforma l’indisponibilità di questa parola e quindi l’indicibilità del tutto in una nuova zona franca, in un’altra parola salva. Metafisici e scettici giocano allo stesso gioco linguistico: guardano allo stesso orizzonte, pensando che la “verità”, il “sapere”, l’“assoluto”, la “totalità” sia qualcosa di cui il nostro linguaggio possa disporre, una “forma” in grado di oggettivare, rendendola disponibile al soggetto, una realtà di cui si presuppone di poter conoscere o riconoscere i confini. Ma lo scettico – si dice – solleva invece il dubbio su questo orizzonte! Lo scettico mette in dubbio la possibilità di raggiungere un siffatto orizzonte, di guadagnare zone franche, parole salve, dimensioni originarie, verità definitive! Il metafisico teme la contraddizione, e cerca di esorcizzarla con il suo sistema, mentre lo scettico la accoglie!

Ma c’è scetticismo e scetticismo. Lo scettico antico, come insegna Hegel, non dubita della verità delle conoscenze intellettuali, ma dimostra con certezza la loro non-verità, la falsità del tutto, cioè di ogni conoscenza finito-intellettualistica. Così, però, daccapo, lo scettico antico (Pirrone & co.), ripropone la metafisica: sia perché almeno una cosa deve essere certa, si deve sapere con sicurezza, in modo stabile e definitivo, incontrovertibile, e cioè che le cose finite non sono vere; sia perché si presuppone che esista un in sé, una realtà assoluta, separata dalla conoscenza e dalla ragione, tale che non la si possa conoscere mai in un sistema finito di proposizioni. Ma questa realtà esiste, come vogliono i grandi metafisici come Platone, Aristotele, Tommaso, Cartesio, Spinoza; solo che essa non può essere conosciuta.

C’è però anche lo scetticismo moderno ed esso consiste, secondo Hegel, nel ritenere per vero solo la certezza sensibile, la finitezza, ciò che si limita all’esperienza sensibile, la cui fonte sono impressioni che si trasformano in idee (Hume). Quindi, mentre lo scetticismo antico distrugge il finito, quello moderno lo assolutizza (e quindi per Hegel è dogmatico, ma questo è un altro discorso). In ogni caso, prendendo per buona la classificazione hegeliana, ci si trova davanti a una metafisica negativa nel primo caso (scetticismo antico come distruzione di ogni finitezza, di ogni verità proveniente dalla certezza sensibile, di ogni dimensione fenomenico-apparente) e a un’assolutizzazione metafisica dell’empirico nel secondo (scetticismo moderno come riconduzione di ogni forma, struttura, concetto, rappresentazione mentale, idea… alla dimensione empirica; il dubbio è rivolto alla natura instabile di ciò di cui si ha coscienza e quindi all’accertamento della stabilità di ciò che si può verificare con i sensi).

In questo modo, però, si vede come lo scetticismo (antico e moderno) sia in ultima analisi solidale con la metafisica, confermando i sospetti di Wittgenstein, solo che per Hegel nel primo caso si dovrebbe parlare di una filosofia speculativa che resta ferma alla razionalità del negativo, mentre nel secondo bisognerebbe parlare di un dogmatismo del positivo.

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